Emil Camenisch, Storia della Riforma e Controriforma nelle valli meridionali del Canton Grigioni, Samedan: Engadin Press, 1950.


Capitolo III D. La Riforma nelle valli di Poschiavo, Bregaglia, Mesolcina


c) La Riforma in Mesolcina.

A differenza delle valli di Poschiavo e della Bregaglia, la valle Mesolcina e la valle Calanca sono da considerarsi dopo la Controriforma completamente cattolicbe. La Riforma aveva conquistato del tutto la val Bregaglia e in parte Poschiavo. La Controriforma con Carlo Borromeo contrastò invece il fortunato inizio della Riforma in Mesolcina. Pochi decenni dopo la morte del cardinale, essa venne soppressa completamente. Seguendo la cronaca di Sprecher, daremo anche qui un quadro succinto delle condizioni politiche e legislative dei secoli che ci interessano, sedicesimo e parte del diciasettesimo.

Esse appartenevano entrambe alla ottava ed ultima giurisdisione della Lega Grigia. Attraverso il valico del S. Bernardino, si passa dalla valle superiore del Reno (regione del Rheinwald) nella Val Moesa o Mesolcina, che porta le sue acque nel Ticino. La valle è molto estesa e comprende molte località di rendimento assai povero, ma verso il basso gode del clima meridionale, ed è rallegrata da castagneti, gelsi, vigne, frutta e frumento. Viene distinta in due Vicariati o Diritture, superiore ed inferiore, e colla Calanca in quattro Squadre o Circoscrizioni (116). Il Vicariato superiore conta una Squadra e mezza, quello inferiore due e mezza. Ogni Squadra si suddivide a sua volta in otto distretti, o Patriziati, ciascuno dei quali conta il proprio preside o consule. La prima Squadra o Circo-scrizione comprende i seguenti distretti: Cebbia, Anzone, Cremeo (Les Crement) ove si ergeva il castello di Mesocco, sede dell'omonimo conte, distrutto nel 1526 per disposizione della Lega, e infine Andergia, Lograno, Doria. Formano invece la seconda Circoscrizione i villaggi di Soazza, Cabbiolo, Lostallo, dove avevano luogo le assemblee della Valle e della Centena (Assemblea Giudiziaria); e infine Sorte, che con le sue mura costituisce il confine tra i due Vicariati. Qui termina il Vicariato del landamano di Mesocco. A questa Squadra appartiene anche Norantola, dove un tempo sorgeva il castello di S. Lucio; inoltre Cama, Leggia e Verdabbio. Alla terza Squadra appartengono Grono, dove sorge la Torre Fioren-zana, Rogoreto, o Roveredo, e S. Antonio, dove si ammirava lo splendido palazzo dei conti, costruito da Gian Giacomo Trivulzio; si incontrano più oltre la Torre Beffano e la Torre dell'Ava, o Bogiagno, da cui parte la strada diretta e ben frequentata che conduce a Gravedona sul lago di Como per il passo di S. Jorio e l'Albionasca. Inoltre bisogna com-prendere nella dirittura sel landamano di Roveredo anche S. Vittore, S. Fidelio, S. Giulio, Toveda e Campione. A S. Vittore è degna di nota la storica Torre e la Prepositura, fondata dal conte Enrico di Mesocco.

La quarta Squadra comprende la Val Calanca percorsa dalla Calancasca, che sbocca nella Moesa, scendendo dai Grigioni. I Distretti sono i seguenti: S. Maria, dove sono i ruderi delle vecchie mura del Castello di Calanca, Braggio, Cavagno, Caprinfl, Castaneda, Nadro, Buseno, Arvigo, Landarenca, S. Domenica, Cauco, Dabio, Sabione e Valbella. Per la magistratura civile funzionava il landamano della Calanca.

La val Mesolcina ha avuto fin dai tempi remoti i suoi conti, di cui basta ricordare Gian Pietro, figlio del conte Enrico de Sacco, che nell'anno 1494 cedette la signoria al conte Gian Giacomo Trivulzio di Milano, il quale nel 1490 si uni colla valle alla Lega Grigia. Nell'anno 1549 la valle compì il suo riscatto col pagamento di 94 000 scudi d'oro a Gian Francesco Trivulzio. Da allora le cariche civili furono nominate per libera e popolare votazione. Per gli affari civili siedono tre landamani, con dei giudici, in numero di 14 a Mesocco, 10 a Roveredo e 8 in Calanca. Il magistrato criminale è assistito da 30 giudici scelti in tutta la valle; il landamano riuniva la Corte a Mesocco per il Vicariato superiore e a Roveredo per il Vicariato inferiore. Per le questioni matrimoniali era competente il vicario vescovile, che ha in valle la propria residenza. Inoltre Sprecher afferma che nella valle viene parlato un italiano abbastanza corretto, sebbene nel testo latino lo chiami «italiano corrotto e non puro ».

Abbiamo così dato uno sguardo generale sulle condizioni ecclesiastiche, storiche e giuridiche, quanto basta per avere una visione chiara della fisionomia delle due valli al momento della Riforma (116).

La data del 1549, anno in cui la popolazione riscattò le sue libertà, è molto importante sia dal punto di vista politico che religioso, per le conseguenze che ne derivarono. Non è certo da attribuirsi al caso se, dopo tale data, la nuova fede cominciò apertamente ad essere professata: in segreto essa si era già da tempo affermata, ma non osava manifestarsi apertamente a causa dei Trivulzio, ben conosciuti come fedeli sostenitori della Chiesa Cattolica.

La nuova dottrina penetrò nella valle dal sud; e non già dalla regione confinante del Rheinwald tedesco. Nell'anno 1512 i dodici Cantoni (tutti meno l'Appenzello), estesero il loro dominio fino alle fertili rive del lago di Lugano, e del Lago Maggiore: in tutto vi erano quattro baliaggi, dei quali Locarno e Lugano erano i più importanti. Il luogo di ritrovo dei nuovi credenti fu Locarno (comprendente allora 400 famiglie), situata all'estremità settentrionale del Lago Maggiore. Sotto il primo governatore protestante di Locarno, Jak. Werdmuller di Zurigo, uomo di valore e fedele all'Evangelo, ebbe inizio nel 1531 il movimento che fu in seguito rinforzato dai fuggiaschi italiani del Milanese, ed ebbe quindi impulso sotto la governatura di Gioacchino Beldi di Glarona, anche lui protestante (1542-44), e divenne in ieguito pieno di vita e di forza.

L'anima desli evangelici era Giovanni Beccaria, soprannominato Canesa, di Locarno; benchè egli avesse studiato teologia cattolica, non era prete officiante, ma stimato maestro nella sua parrocchia di origine. Convertitosi nell'anno 1539 circa, si diede da fare per la nuova fede, dapprima segretamente, e poi apertamente, con tale successo che un documento cattolico del 1554 lo addita quale sowertitore ed elemento riprovevole per essere stato il primo a seminare la falsa dottrina a Locarno. Già prima della guerra di Kappel l'opposizione confessionale si era andata via via rafforzando nella Confederazione, e dopo la morte di Zwinglio era diventata insostenibile; i Cantoni cattolici cercarono con la violenza di spegnere il fuoco nascente della fede evangelica.

Il governatore cattolico Nicolaus Wirtz di Unterwalden si servì per primo mezzo di un pubblico contradditore (5 agosto 1549), da opporsi al Beccaria: egli era un tale Fra Lorenzo, un domenicano fatto venire apposta da Lugano; egli aveva già eccitato l'odio della popolazione per certe prediche inconsulte, ed in questa occasione si mostrò assolutamente impari a Beccaria, cosicchè solo interrompendo il contradditorio si potè evitare la totale sconfitta della vecchia fede. Wirtz poi impose di accettare le tesi del frate; esse riguardavano l'autorità del papa, la salvezza mediante le opere, la giustificazione e la confessione, il purgatorio ed altre credenze cattoliche.

Beccaria, solidale con i suoi compagni di lotta Taddeo Duno e Lodovico Ronco, dichiarò di poter accettare la dottrina cattolica là dove essa concordava con la Santa Scrittura: a questo punto, il governatore diede ordine di imprigionare quell'ostinato. Ma immediatamente dopo si trovò obbligato a rilasciarlo, perchè una folla di popolo tumultuante, radunatasi davanti al Castello, chiedeva con insistenza la liberazione del prigioniero. Beccaria lasciò allora il suo luogo natale e si recò in Mesolcina, simile alla sua valle sia per lingua, sia per origini, dove egli credeva poter proseguire la sua attività di riformatore sotto la protezione delle Tre Leghe. Certo non fu per lui cosa facile passare dalle ridenti rive del Lago Maggiore alla montagnosa valle della Moesa, e dalla sua fiorente parrocchia di Locarno, che contava allora circa duecento anime, alla gente della Mesolcina, caduta nella superstizione e vivente in false credenze religiose (117).

Ci si è sovente domandato se Beccaria sia stato veramente il primo a gettare il seme della nuova dottrina nella valle, alcuni non lo credono. Essi sono del parere che dei fuggiaschi italiani, prima ancora che egli apparisse nella valle, avessero provato di conqui6tare i Mesolcinesi alla nuova credenza. Si parla perciò di Mainardo e di Vergerio, ambedue da noi ben conosciuti, il primo che curava la comunità evangelica di Chia venna, il secondo che aveva portato la Riforma nella Bregaglia. Non si trovano però fatti attendibili per confermare tali supposizioni. Ben conoscendo l'insaziabile desiderio di Vergerio di viaggiare e la sua inesauribile attività, non sarebbe da escludersi che egli avesse fatto un'apparizione sanche in Mesolcina, ma si dovrebbe però trovarne traccia almeno in una slle sue numerose lettere, poichè egli non era un uomo tale da lasciare Bullinger e gli altri suoi corrispondenti all'oscuro delle sue azioni missionarie: non potendo narrare i suoi succes6i, avrebbe almeno narrato le sue disavventure. Che egli conoscesse Beccaria personalmente, risulta da una lettera di quest' ultimo del 5 giugno 1550 diretta a Bullinger, datata da Coira, in cui parla di ostilità da parte dei sette cantoni e in cui aggiunge che gli avrebbe mandato ulteriori e più dettagliate notizie sui progresi della fede presso i Mesolcinesi, qualora non ne avesse ricevuto dallo stesso Vergerio, I'intrepido combattente per le cose di Cristo. Da tutto questo si può arguire che il Vergerio non sia stato il primo ad occuparsi dell'evangelizzazione nella valle Mesolcina (118). Più decisamente ancora l'a Marca, nel suo «Compendio storico della Val Mesolcina», sostiene la tesi dell'attività del Mainardo nella valle (121). Dopo aver accennato alla Dieta di Ilanz del 1526, convocata per questioni religiose, ed a cui anche due delegati della Mesolcina presero parte (120) egli afferma che nello stesso anno altri congressi del genere erano stati tenuti, il cui risultato fu la promulgazione della libertà religiosa nelle Tre Leghe. In grazie a questa decisione, ad esse si aggiunsero prima alcune e poi molte parrocchie, sorte per l'influenza della Riforma venuta da Zurigo. Si sfruttò abilmente la situazione per introdurre anche in Mesolcina ed in Calanca le nuove idee, dove a tale scopo furono lette, commentate e spiegate pubblicamente le tesi di Giovanni Comander.

Più tardi, quando molti ex preti italiani fuggirono dalla loro patria e si ritirarono nelle valli italiane delle Tre Leghe per godere la libertà religiosa, fu annunziata in diversi luoghi delle due valli la necessità di una riforma della chiesa. Il primo di questi predicatori sarebbe stato un certo Mainardo, già priore di Asti, uomo colto ed appassionato seguace della Riforma. Poichè egli aveva saputo che presso i Grigioni la liberta religiosa era diventata legge di Stato, si era dato alla divulgazione della nuova fede in Mesolcina: ma avendo incontrato poco successo, si decise alcuni giorni dopo il suo arrivo a lasciare la valle e ritirarii a Chiavenna, dove invece la fortuna gli arrise e dove vent' anni dopo poté lasciare due chiese riformate. La msggioranza dei Mesolcinesi fu invece contraria ad ogni innovazione in materia di fede, per cui i predicatori della Riforma trovarono quivi scarso successo, come ebbe a sperimentare il Mainardo.

Infatti in parecchi luoghi essi furono addirittura scherniti, come nel caso del predicatore mandato dal Sinodo per il rinnovamento della fede nella valle(121). Da parte del Sinodo non fu risparmiata fatica per guadagnare all'Evangelo la Mesolcina, valle così vicina all'Italia (122). Il risultato fu che la popolazione cadde in gravi incertezze a proposito delle questioni religiose: la dottrina cattolica non era stata dimenticata, ma sicurarnente non fu tenuta in onore fino a quando non entrò in asione il cardinale Carlo Borromeo.

Questa versione dell'a Marca ci pare molto verosimile; egli afferma in sostanza che la valle era già stata lavorata prima del Beccaria, ma d'altra parte mancano documenti storici atti a comprovare tale fatto. Soltanto questo può essere affermato con chiarezza, e cioè che Mainardo aveva stretti rapporti colla parrocchia evangelica di Locarno. In una sua letkra diretta a Bullinger nel 31 maggio 1554, egli la difende aocanitamente dall'accusa di anabattismo che gli avversari le avevano lanciato. Egli dice di aver sentito che la parrocchia di Locarno, che aveva già tanto sofferto per Cristo, era accusata da alcuni di ammettere il doppio battesimo; i poveri perseguitati ignorano chi sia l'autore di detta calunnia, ma intuiscono da quale parte poteva venire il temporale; essi non avevano nulla a che fare con gli anabattisti, altrimenti non si sarebbe capito perchè, subito dopo la nascita di un bambino, essi non temevano di intraprendere un lungo viaggio (infatti durava più giorni) per venire fino a Chiavenna a chiedere che qualcuno si recasse da loro per il battesimo. Come tutti sanno, gli anabattisti non ammettevano il battesimo dei bambini. Com' era dunque possibile di accusare quella gente che ardeva soltanto dal desiderio di sentire la parola di Dio come era stata insegnata a Chiavenna ed a Zurigo? Gli evangelici di Chiavenna non possono più vedere gli anabattisti né ascoltarli, dato che sono seguaci di Lutero e discepoli di Zwinglio. Negli ultimi tempi Guido da Verona, fedele servitore di Cristo ed evangelico molto osservante, era partito per Locarno con pericolo di vita: su richiesta della parrocchia aveva infatti battezzato un bambino, ma aveva in seguito dovuto rimanere per diversi giorni nella borgata e dietro porte sprangate, predicando e confortando la comunità nella fede.

Misure di sicurezza sono state necessarie contro le insidie dei senza Dio. Era appunto allora a casa sua a Chiavenna un maestro di Locarno, inviato dalla comunità, uomo valente e molto colto, e latore di una lettera con cui si pregava uno degli ecclesiastici di Chiavenna di andare a Locarno per amministrare il Battesimo e la Santa Cena alla parrocchia in attesa (123). Basta con le insulse calunnie contro quella parrocchia, basta con questi nemici di Cristo! Non v'è traccia di anabattisti in Locarno, e chi accusa di eresia la povera e perseguitata parrocchia è un calunniatore ed un senza Dio. Ed è ben peggiore l'agire di questa gente, perché non si tratta già di nemici dichiarati, ma nascosti, che ipocritamente si professano in pubblico per cristiani e che invece sono gente senza timor di Dio.

Questo interessantissimo scritto di Mainardo illumina completamente la situazione di chiese evangeliche in zone cattolicbe e sotto signoria cattolica. Ma non si trova in essa il benchè minimo accenno ad una missione evangelica nella Mesolcina. Così si viene a sapere che la parrocchia evangelica di Chiavenna fu in relazione con quella di Locarno e cbe degli ecclesiastici fuggiti dalI'Italia e riparati a Chiavenna, dove potevano godere della libertà religiosa decretata dalle Tre Leghe, andavano e venivano da Chiavenna a Locarno per predicare, battezzare e celebrare la S. Cena, sempre pensò osservando le dovute norme di sicurezza. Non è così da escludersi che Mainardo da Chiavenna abbia fatto anch' egli questo viaggio e, passando da Locarno a Bellinzona, si sia spinto fino nella Mesolcina (124). Egli era un perseguitato religioso e, dopo svariate vicende in Italia, perchè non avrebbe potuto come gli altri evangelici italiani riparare in suolo grigionese e così conoscere per istrada anche gli evangelici di Locarno? In conclusione, quelle dell'a Marca non sono che supposizioni, non fondate su nessun elemento storico.

L'onore di aver portato il puro Evangelo nella Mesolcina e di aver pensato ad una vera riforma della valle appartiene incontestabilmente a Giovanni Beccaria; egli non era uno sconosciuto quando arrivò nella valle come fuggiasco e quando cominciò a predicarvi la parola di Dio: sovente Mesolcinesi e Calanchini erano apparsi sui mercati di Locarno e ne avevano appreso il nome (1225). Qui egli posò il suo bastone da pellegrino per formursi un nuovo campo di attività, e vi rimase fino al 1570 con delle lunghe interruzioni, protetto da nobili personaggi. Parlano delle sue esperienze e dei suoi pensieri alcune lettere che ci sono state di lui conservate. Già il 28 febbraio 1550 egli poteva annunziare a Bullinger a Zurigo di aver la speranza di poter fonsare nella valle la vera chiesa cristiana. Quando egli era appena apparso, i preti, come se si trovassero davanti ad un nemico mortale, avevano aizzato contro di lui la rivolta e non avevano avuto pace fintantochè egli, come eretico, aveva dovuto cedere. Cacciato da Roveredo si era recato a Mesocco, per farvi opera cristiana come chiamato dal Signore; erano assai numerosi quelli che si confessavano completamente liberi dalle invenzioni cattoliche, di modo che la massa senza Dio si trovava in cattive condizioni e difficilmente avrebbe potuto rimettersi. Il Signore gli aveva affidato un nuovo compito, cosicchè gli Zurighesi più non si sarebbero dovuti affannare per il suo ritorno a Locarno: vi sarebbe tornato solo quando vi avesse potuto liberamente e onestamente professare la sua fede. I Locarnesi, a quanto gli risultava, si erano fatti premura per riaverlo: tale gesto era da lui molto apprezzato, secondo la carne, ma d'altra parte egli pensava che anche il Signore non aveva predicato in un posto solo. "Io devo anche manifestare (riportiamo le sue precise parole) I'Evangelo in altre città".

Il fedele riformatore lasciò Zurigo ben prowisto degli scritti dei riÍormatori, e dopo soltanto tre mesi egli scriveva a Bullinger di noni farsi delle preoccupazioni per lui in quanto ai sette Cantoni, poichè egli era pronto a soffrire tutto ciò che essi gli avessero voluto imporre (126). Si rallegrerebbe invece, diceva, se i nemici di Cristo infuriassero contro di lui, e gli facessero ogni sorta di scherni. Ringraziava Iddio con cuore colmo di gioia, e gli chiedeva soltanto sempre ed ovunque la forza necessaria per sopportare tutti i pericoli e le angherie. Avrebbe anche potuto mandare notizie dei progressi della Riforma tra i Mesolcinesi, se non avesse preferito inviarle oralmente mediante Vergerio stesso, I'instancabile nemico del papa (127). Non poteva però tacere che la messa era in grande ribasso e che la gente ne aveva abbastanza sul mercato di questa falsa merce.

Finora aveva esercitato solo come maestro: ma ora, con l'aiuto di Dio, era stato ricevuto nel Sinodo Retico, e gli era stato affidato l'incarico di predicare tra la popolazione mesolcinese. Potesse Iddio, che lo aveva chiamato a tale compito, dargli forza e fedeltà. Egli si era sbagliato, sperando, come predicante grigionese, di poter piantare la bandiera dell'Evangelo in tutta la valle. I Cantoni cattolici cercavano di rendergli molto amara la permanenza nel nuovo campo di attività. Li inquietava che Beccaria si trovava alle porte delle loro terre italiane. Non solo vietavano ai Locarnesi di affidargli i fanciulli per l'insegnamento, ma anche cercarono di allontanargli i Mesolcinesi, per mezzo dei loro fiduciari nella Lega (128).

Quando nel maggio del 1555 i Locarnesi in fuga si affollavano in lunghe file sul S. Bernardino ingombro di neve per recarsi a Zurigo -passando da Coira, Beccaria si unì a loro. Chi conosce a fondo la fedeltà e il fervore missionario di Beccaria, è convinto che egli non lasciò la sua parrocchia per cause materiali, o per timore di persecuzioni: fu invece la pietà per il suoi correligionari di Locarno e la profonda compassione della loro sorte che lo spinsero ad unirsi a loro, a condividere il loro destino ed a prendere il bastone da pellegrino; poco dopo arrivò con loro a Zurigo.

Era stato lui a fondare la parrocchia e ad incoraggiarla affinchè restasse fedele nella sua credenza evangelica. Si può non solo provare che egli mantenesse relazioni epistolari con i suoi ex-parrocchiani, ma anche che di tanto in tanto si recava da loro segretamente per rincorarli con la predicazione della parola di Dio e con la somministrazione dei Sacramenti. La Mesolcina era ben più vicina a Locarno che a Chiavenna, da dove, se già abbiamo detto, si facevano venire di tanto in tanto dei predicatori per lo stesso scopo. Le visite di Beccaria non erano sconosciute alle Tre Leghe ed ai sette Cantoni, anzi essi cercavano con tutti i mezzi di arrestarlo come esiliato, al quale si doveva toglier ogni mezzo di lavoro.

Gli inviati dei Tre Cantoni governanti, che nell'agosto del 1554 si erano recati a Bellinzona per la consueta contabilità ed il disbrigo delle questioni giuridiche, resero noto che qualche volta Beccaria si era recato di nascosto a Locarno da Chiavenna e da Bellinzona e che sarebbe stato bene incaricare il governatore di Bellinzona di fare spiare questo eretico renitente e farlo arrestare per punirlo in base alle sue colpe. Il soggiorno di Beccaria a Chiavenna (di cui è fatto cenno nella relazione dei delegati cantonali) era senza dubbio solo passeggiero: sovente Beccaria si recava da Mesocco a Locarno e doveva passare per il territorio di Bellinzona.Preziose informazioni a tale riguardo ci danno le lettere che egli scambiava con il suo ex-discepolo Taddeo Duno, che intanto era diventato dottore in medicina a Padova: esse non ci dicono se le visite riuscissero bene o male, ma mettono in rilievo la relazione intima dello scrivente con i fratelli in fede di Locarno. Egli esorta con insistenza il suo amico e scolaro (6 febbraio 1554) a mettere sua moglie ed i suoi, allora ancora non convertiti, sulla via del Signore, per aumentarne la gloria. Si sarebbe molto rallegrato se un giorno Duno fosse venuto da lui fino a Roveredo.

Intanto mandava i saluti a tutti gli amici anche a nome di sua moglie (che apparteneva ad una famiglia di Locarno) ed augurava loro l'unione con Cristo.

Scriveva inoltre fiduciosamente il 26 giugno 1554 (129) che il Signore nella sua indicibile bontà difendeva la sua csusa e che avrebbe guidato gli eccellentissimi signori in modo tale che essi non avrebbero potuto distruggere la sua chiesa, come certi farisei lo desideravano. Era inoltre vicino ai Locarnesi non solo per le questioni della fede, ma anche quando avvenivano delle disgrazie famigliari; egli infatti prega Duno (23 nov. 1554) di consolare a suo nome una vedova, alla quale il marito era stato troppo presto strappato con violenza. Beccaria non abbandonava bambini che avevano perso il loro sostegno e protettore. Esortava sempre nelle sue lettere ad affidarsi al Signore e a lasciare tutto ciò che era idolatria e superstizione, cose che offendevano Dio: avevano provato tutti i beni passeggieri e non dovevano rinnegare a causa di quelli il santo nome del Signore. Invitava poi particolarmente le madri a non togliere il pane ai loro bambini per darlo ai preti ed ai monaci; incitava i perseguitati a non vendicarsi, ma a perdonare i loro nemici.

I Locarnesi per conto loro pensavuno con amore a colui che era stato il loro pastore: quando nel giugno del 1554 egli fu ammalato di febbre terzana, Duno, nonostante la lontananza, gli inviava consigli medici. La moglie del suo amico Ronco gli mandava dei pollastri in dono: Dio voglia ricompensarla, scrive egli a Duno. Alla premurosa domanda dei suoi di Locarno sulle sue condizioni di salute, egli risponde: Continuo ancora ad essere il bersaglio di molti, ma I)io sia ringraziato, le frecce si smussano e rimbalzano. (13 novembre 1554.)

E' comprensibile dunque che Beccaria non potesse lasciare andare i Locarnesi fuggiaschi da soli attraverso il passo coperto di neve, quando sappiamo quali erano le relazioni che ad essi lo legavano. Tra gli espulsi si trovavano molte donne e bambini, come per es. Martino Muralto, dottore in giurisprudenza, con moglie e 5 bambini, Taddeo Duno, dottore in medicina, con moglie, un fratello e due bambini, Giovanni Muralto con moglie e tre figlie, Giov. Ant. Rosalino con moglie e sette bambini, Giacomo Ciaretto con moglie, madre e quattro bambini, Elisabetta Rosalina, con quattro bambini, il cui marito era rimasto indietro, perchè non di fede evangelica. Nella stessa condizione si trovavano altre due donne, Lucia de Belo con due figli e Angelina Albertina con due bambine ed altri ancora (130).

Lo spettacolo di questi fuggiaschi era tale da far commuovere chiunque: in preghiera ed in lacrime egli si unì a loro, ed anch'egli figura nella lista come lohannes Beccaria cum Uxore (Giovanni Beccaria con la moglie). In Mesolcina, secondo quanto stabiliva un'ordinanza della Lega Grigia, in maggioranza cattolica, nessuno degli esuli poteva prendere residenza (131).

Nonostante le manovre dei Cantoni cattolici e a dispetto della Lega, la dottrina evangelica si propagava nella valle e vi si mantenne. Ardentemente desiderato dai suoi, Beccaria vi ricomparve per riprendere la sua parrocchia in Mesolcina nella primavera del 1559. A Zurigo egli era stato incaricato dell'insegnamento settimanale dei fanciulli e dell'amministrazione delle quasi giornaliere elemosine. Aveva anche in pensione alcuni ragazzi di Locarno e di altre famiglie italiane riparate ed aumentava le sue magre entrate con lezioni private. Non volle però assumere l'incarico di predicante della giovane parrocchia italiana di Zurigo, non sentendosi adatto a tale ufficio (132).


Capitolo terzo, quinta parte

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