Emil Camenisch, Storia della Riforma e Controriforma nelle valli meridionali del Canton Grigioni, Samedan: Engadin Press, 1950.
Capitolo III B. La Riforma nelle valli di Poschiavo, Bregaglia, Mesolcina
Se nella valle di Poschiavo la Riforma non riportò vittoria completa, la Bregaglia nel volgere di pochi anni si trasformò in una valle protestante. La valle, che si percorre a piedi in quattro ore, si abbassa fortemente dal Settimo e dal Maloggia su Casaccia, Vicosoprano, Stampa, Promontogno e Castasegna fino alla frontiera italiana. Mentre l'altezza ai piedi del Maloggia raggiunge i 1634 m., Castasegna non giace che a 682 m. sul livello del mare. La forte pendenza verso il sud rende la valle, come si esprime anche un dotto Bregagliotto, un paese ricco di contrasti, ove contemporaneamente si danno la mano inverno ed estate, nord e sud, e dove selvaggi alpi confinano immediatamente con gli ubertosi campi del clima d'Italia: il maestoso castagno ed il modesto cembro, la rosa delle alpi ed il fico sono in stretta vicinanza tra di loro.
Politicamente la valle, al tempo della Riforma, si divideva nelle due circoscrizioni di Sopra- e Sotto-Porta, che insieme costituivano una giurisdizione (68). Sprecher, nella sua cronaca retica (Pallas Rhaetica armata et togata), ci dice che la valle aveva posseduto numerosi antichi e notevoli privilegi imperiali; era divisa in due circoscrizioni; Casaccia, ai piedi del Maloggia e del Settimo, ove le due strade alpine si separano, rappresentava la settima parte della circoscrizione superiore. Quel luogo era importante per le reliquie di S. Gaudenzio, che quivi era stato sepolto, dopo aver portato fin là il suo capo reciso; al villaggio, nei pressi del quale si innalzava una antica torre, appartenevano Cavril e la montagna del Maloggia; i suoi abitanti avevano un proprio landamano per gli affari civili (69). La rimanente zona di Sopra-Porta, continua Sprecher, era formata di quattro squadre: La Plaza (Platea); San Cassian; Burnov (Burgus Novus, Borgonovo); Coltura e Stampa. I nomi dei villaggi erano Vespran, in cui si trovavano Sot Castel e un'altra torre, con Rutic e Pungel, Burnov, Stampa con Muntac ed altre frazioni.70 Il landamano con dodici giudici aveva compe-tenza giudiziaria sopra tutti i casi civili.
Sotto-Porta invece si suddivideva in tre parti, di cui due erano costituite da Soglio e Castasegna (71), e l'altra da Pont (Bondo) e Promontogno, che anticamente aveva nome Muri. Soglio, località molto rinomata alle falde del monte, era molto conosciuta perchè quivi fin dai tempi più antichi aveva avuto sede la nobile famiglia dei de Salis. Il landamano della circoscrizione inferiore aveva le stesse mansioni del suo collega della Superiore e lo stesso numero di collaboratori. La sede del tribunale criminale per tutta la valle era Vicosoprano; esso era presieduto dal podestà, coadiuvato da 18 giurati; le questioni matrimoniali invece erano di competenza di un apposito giudice con la giunta di sei membri.
Come già si è detto in un precedente capitolo, dal punto di vista eccle-siastico la valle costituiva una comunità Sola alle dipendenze del parroco di S. Maria di Castelmuro. situata sul colle che divide le due circoscrizioni. Egli aveva il titolo di arciprete e vigilava sulle diverse chiese e cappelle della valle e sui loro ecclesiastici, i quali si riunivano occasionalmente sotto la sua presidenza per prendere delle decisioni; la Sua nomina non dipendeva dai vicini, come sarebbe awenuto nella prassi evnngelica, ma dal vescovo di Coira. Si conoscono anche i nomi di parecchi prelati di quell'importante posto del periodo anteriore alla Riforma: cosi per es. Tomaso Planta, Giorgio de Stupanis, Simeone Prevosti, Antonio de Negrinis (72).
Quale ultimo pievano della chiesa di S. Maria della Val Bregaglia officiò Alberto de Andrianis (1521-1536): i nomi degli ecclesiastici al lavoro nella valle attorno al 1521 si conservano in un documento dell'archivio vescovile di Coira (Catalogus Curiensis) ed erano: lacobo de Prepositis (Prevosti), cappellano a S. Cassiano, Antonius Lumaga, cappellano a S. Gaudenzio, Giovanni Alberti a Bondo, Giovanni de Bondio a Soglio; Simone Faschila a S. Lorenzo in Soglio; Giovanni de Pastelia a Castssegna. La Bregaglia ospitava dunque nel 1521, alla vigilia della Riforma, almeno nove ecclesiastici per una popolazione relativamente scarsa (73). Bisogna però tener conto che in quel tempo il traffico attraverso alla valle era intenso e che evidentemente aumentava le responsabilità e le mansioni del clero. Il quadro migliore della situazione ecclesiastica di quel tempo lo si ottiene, Specialmente per Sotto-Porta, dai protocolli dei notai di Bregaglia dal 1474 1494 (74).
Cristina von Hoiningen-Huene, in base a profondi studi, ci fa rilevare. che i Bregagliotti furono un popolo intensamente religioso, prima e dopo la Riforma. Non si pronunciava un giudizio od una sentenza, se non si era invocato in precedenza il nome di Dio e di Gesù Cristo o senza raccogliersi in preghiera. Nei processi, per cause di matrimonio, i giudici indugiavano a pronunciare la sentenza fin che non sentivano l'ispirazione divina. In un processo criminale si invocava il Sommo Iddio che illumi-nasse i giudici alla ricerca della verità. Nel caso di un grave misfatto, si diceva del colpevole che egli aveva dimenticato l'eterna salvezza, ia Sacra Scrittura, i comandamenti divini, e si era lasciato sviare dalle maligne arti del diavolo.
Dopo il rinnovamento della fede, molti protocolli cominciavano: In nomine Salvatoris nostri Jesu Christi, oppure: In nomine Domini. Prima della Riforma, i notai invocavano pure l'assistenza della Vergine.
Prima che i Bregagliotti pensassero minimamente al rinnovo della fede, solevano recarsi in pellegrinaggio alla tomba di S. Jacobo di Campostella (ancora nel 1518); di frequente pagavano delle messe per il suffragio dei defunti; nelle ore di durissime prove (morti, malattie ecc.), facevano voti e disponevano per testamento delle somme a favore dei patroni delle chiese del proprio villaggio o di quelli circonvicini, come ad esempio di S. Martino di Bondo, S. Lorenzo di Soglio, S. Giovanni Battista di Chiavenna, S. Giorgio di Stampa, S. Pietro di Coltura, S. Cassiano di Vicosoprano, S. Gaudenzio di Casaccia, la Madonna di Castromuro, la Madonna di Tirano, S. Sebastiano di Pontela, S. Sebastiano di Piuro, S. Gallo di Bivio. Gli ex-voto erano costituiti da vacche, pecore, cera per le candele dell'altare, olio, strutto, burro per la luce eterna, cereali, denaro, formaggio, vino. Alle volte erano donazioni di una volta sola, ma sovente esse si ripetevano annualmente, e per il cui adempimento si impe-gnavano da prima dei fondi. Le pecore offerte in dono andavano a finire sulla mensa del prete; le vacche, secondo le circostanze, si assegnavano a contadini in cambio del pagamento di un certo fitto, come per esempio di otto libbre di burro fresco. Avvenne perfino che una vacca si diede in affitto per metà a due contadini, e ciascuno di essi doveva consegnare annualmente due libbre di lardo.
Dalle registrazioni protocollari citate e da molte altre risulta che il popolo bregagliotto si sentiva molto legato alla chiesa e lo dimostrava apertamente in molte circostanze: era una gente animata da profondi sentimenti religiosi.
Meno favorevole è l'impressione che si può avere sul conto del clero. Si sa che il pievano Alberto de Andrianis aveva una figlia di nome Caterina, che più tardi divenne moglie del parroco evangelico di S. Giorgio (Stampa) e di S. Pietro (Coltura), Laurentius de Vignano. Anche di un prete itinerante di nome Bernardino Battaglia di Brixen, parroco della vicina Ponteggia, si narra che una volta tornò da un suo giro tutto pesto e rovinato. Il 17 dicembre del 1542 venne insediato quale cappellano di S. Giorgio e di S. Pietro (per Stampa, Coltura e Gualdo) il signor Vincenzo Ballo di Coltura, con promessa da parte dei parrocchiani di garantirgli il necessario, purchè si comportasse come un sacerdote (se salvando, ut licet sacerdoti) (75).
Che i preti poi non si scandalizzassero di accusarsi a vicenda davanti al popolo e davanti ai giudici, lo dimostra un processo tra il pievano Alberto de Andrianis e i due preti Giovanni di Bondo e Giovanni Repfallet, durante il quale il primo cercò invano di sottrarsi alle accuse dei due altri, perchè i giudici lo condannarono alla prigione. Meno scandaloso, ma pur seguito con occhio critico dal popolo, il traffico di beni terreni da parte di parecchi ecclesiastici. Risulta registrato che Urbano Prevosti, cappellano di S. Giorgio e di S. Pietro, nel 1537 aveva acquistato dei beni per sè e per i suoi eredi, consistenti in una casa, giardino e vigneto a Betto per 44 libbre e che li aveva dati in affitto per tre staia di vino annue. Già prima, il 2 marzo 1523, egli era diventuto padrone a Ultremura, vicino a Chiavenna, di una casa in muratura con giardino sulla strada imperiale per il valore di 65 libbre, e che l'aveva affittata per una brenta di vino buono all'anno. Nello stesso anno poi aveva comperato una casupola con un piccolo giardino a Gualdo, su cui gravava una regalia ecclesiastica a favore della chiesa di S. Giorgio. Non senza stupore poi si apprende che egli aveva concluso nella sua casa di S. Giorgio un contratto per la compera di svariate obbligazioni per un importo di 427 libbre. Il suo salario evidentemente non gli avrebbe mai concesso di effettuare delle operasioni pecuniarie di tal portata. Egli infatti aveva concluso il 1° maggio 1523 un contratto con i rappresentanti di Stampa, Gualdo e Coltura, in base al quale essi gli garantivano quale cappellano di S. Giorgio e di S. Pietro un salario a vita di nove fiorini e dieci grossi per leggere regolarmente la messa in chiesa (76). E' quasi certo però che i parrocchiani si diedero pensiero e si preoccuparono per il contegno del loro parroco, che 1'8 maggio fu chiamato curatore di S. Giorgio, esprimendosi qualche volta in modo poco lusinghiero.
Una vera corrente di sdegno si manifestò poi contro l'ultimo parroco cattolico di Sopra-Porta, Ser Vincenz di Vicosoprano. Costui, dopo la morte di suo fratello Tonella, vendette, all'insaputa della vedova, tutti i beni mobili del defunto, cioè 14 cavalli, 16 pecore, tutto il fieno, la pa-glia, il guaime che aveva a Coltura, le bardature dei cavalli, e tutto ciò che con questi veniva da Dalla (Dall nel Tirolo), sale ecc., per l'importo di 400 fiorini e pagamento dei debiti di osteria del fratello, a cominciare da quelli all'albergo di Dalla.
La vedova, di nome Ursa, il 14 dicembre del 1542 gli intentò una causa per questo procedere cosi violento: essa si sentiva lesa ed offesa dopo 18 anni di vita coniugale col Tonella, e non riusciva a capire perchè il cappellano la trattasse in quel modo. Se la cosa si avviava in questo senso, diceva essa, tutto il necessario le sarebbe mancato, e di che avrebbe dovuto vivere se le fossero tolti anche i cibi e i vestiti? Il cappellano le rispose che in primo luogo occorreva provvedere al sostentamento della madre ed estinguere i debiti, quindi non avrebbe avuto nulla in contrario se il resto si passasse alla vedova.
Il tribunale dispose: 1° Per il sostentamento della madre si doveva ricorrere al patrimonio comune; 2° I debiti del defunto Tonella e le spese del mantenimento della vedova erano da prelevarsi dal bene ereditato, fintanto che essa sarebbe rimasta vedova Le furono pertanto assegnati due curatori, che dovevano sorvegliare a che le somministrazioni in viveri e abbigliamento fossero sufficienti. Sentenza ottima ed assai amara per il cognato prete.
Non si ricava quasi nulla dai protocolli notarili circa la preparazione culturale dei sacerdoti; in nessun posto però ssi trovano tracce di studi superiori (77). Il "praecantare ecclesiam o cappellam", menzionato nei protocolli, che consisteva in un debole ed atono suggerimento di certe preghiere liturgiche, era un'antica usanza e non si può considerare un sintomo di una cultura deficiente. E' invece sorprendente che i preti solo eccezionalmente venivano considerati eruditi; ad Alberto de Andrianis, che abbiamo già più volte menzionato, è riservato tale attributo in un passo dei protocolli. Altri preti vengono citati quali assistenti legali, come per es. il cappellano di Bondo, Giovanni de Picenoni ab Acqua, nella cui dimora furono di frequente conclusi dei contratti. Altri funzionavano occasionalmente quali notai, come nel 148s il signor Giacomo de Castelmur. Il popolo accettava la situazione che attraverso un lungo periode di tempo si era radicata, ma in fondo si sentiva insoddisfatto particolarmente per quel che concerneva il servizio dei parroci (78). Ma appunto in ciò erano nascosti i germi che avrebbero dovuto produrre il rinnovamento della fede. Avrebbero dovuto comparire soltanto gli uomini versati nelle Sacre Scritture e pervasi di spirito evangelistico per pronunciare le parole decisive e strappare la maggior parte del popolo all'antico sistema.
Le persecuzioni religiose in Italia furono appunto quelle che procurarono il passaggio attraverso la Valtellina di simili uomini, e quindi nel contado di Chiavenna e poi nella valle Bregaglia, dove incominciarono con lo spirito intraprendente proprio dei meridionali a scrollare il già vacillante edifizio del cattolicesimo locale.
Alla testa di quei profughi, come ben presto vedremo, stava Pier Paolo Vergerio, di cui già abbiamo avuto occasione di parlare; come centro di ritrovo, ci fu la casa parrocchiale di Vicosoprano. Il rinnovamento della fede si sarebbe forse sviluppato in un modo più rapido se se ne fosse occupato il parroco di Nostra Donna (79). Probabilmente la valle avrebbe evitato molte lotte ed il sacro bronzo, fuso nel 1492 dal mastro Ulrico di Coira, coi suoi fieri rintocchi che risonavano fino al Settimo ed al Lovero, avrebbe fatto accorrere la gente ad ascoltare la parola di Dio, di recente riscoperta, con la stessa gioia di una solenne messa.
Ma non fu alla chiesa di S. Maria di Castromuro che si annunciò per prima il puro Evangelo, senza le deviazioni di Roma, ma a S.Cassiano di Vicosoprano. In essa, già prima del 1533, venne annunziata la verace parola di Dio: in data 5 ottobre di quell'anno infatti dei delegati di Sotto-Porta si lagnarono davanti al landamano Christoffel Bernard di Bergün ed i suoi consiglieri, che sedevano a Casaccia per incarico della Lega delle 10 giurisdizioni come tribunale, perchè Sopra-Porta si permetteva di amministrare e di reggere da sola l'ospedale di Casaccia, benchè esso fosse di proprietà di tutta la valle. I tre rappresentanti di Sotto-Porta si lamentarono inoltre in modo particolare della vicinanza di Vicosoprano che aveva abbandonato la messa e adottato un parroco evangelico, tentando poi di impossessarsi dei beni della chiesa valligiana di S. Maria per retribuire il suo parroco. Il collegio giudiziario dispose che l'attuale intendente dell'ospedale dovesse mantenere la carica e gli onori e che dopo la sua morte si sarebbe passati in buon accordo alla nomina del successore.
Per quanto concerneva la chiesa di Castromuro, propose di affidarla alla sorveglianza di due galantuomini, I'uno di Sotto- e l'altro di Sopra-Porta, e che la maggioranza del popolo avrebbe poi scelto se preferire la messa o la predica; nel caso si fosse deciso per l'abolizione della messa,i beni sarebbero serviti alla manutenzione dei poveri della valle (80).
Tale sentenza ci permette di dare uno sguardo aisai istruttivo sulla situazione confessionale della valle: è soltanto perchè la Riforma già aveva attecchito con una certa profondità che ci si poteva domandare quale delle due confessioni dovesse essere annunziata alla S. Maria o persino se cotesta chiesa dovesse essere per sempre chiusa.
Non dobbiamo indagare a lungo per sapere quali siano stati i pionieri della Riforma in Val Bregaglia: essi non provenivano nè dall'Engadina né dalla Val Sursette, che a quel tempo seguivan rigidamente la dottrina cattolica, ma dall'Italia. Fra gli ecclesiastici indigeni, benchè numerosi, nessuno possedeva le cognizioni richieste e l'indipendenza necessaria per poter sopprimere i disordini della chiesa. Fu lo straniero Bartolomeo Maturo che per primo iniziò in Bregaglia la predicazione deila schietta parola di Dio (81).
Maturo, già priore del convento dei domenicani a Cremona, sul corso medio del Po, era stato costretto a lasciare il convento e l'ordine dei predicatori specialmente a causa dei miracoli di Maria, inventati per ingannare più facilmente le menti credulone, e per le arti che impiegavano i frati a dominare il popolo ignorante. Come altri Italiani di comune vicenda, egli passò in Valtellina, dove iniziò la sua opera di evangelizzazione: è quasi sicuro che fosse costui quel fratello italiano che, secondo quanto ebbe a scriverne, il 12 aprile del 152s Giovanni Comander al medico Gioacchino de Watt di S. Gallo, era stato invitato a comparire da-vanti alla Dieta a Ilanz per rispondere circa la sua predicazione in Valtellina e che, nonostante la sua valente difesa ed il suo fervente spirito evangelico, era stato condannato a lasciare il baliaggio ed a smettere il suo apostolato. Il povero sbandito fu poi accolto da un deputato brega-liotto e condotto nella sua valle. Più tardi acconsenti all'invito di un uomo pieno del timor di Dio e annunciò l'Evangelo nell'Alta Engadina, dove fino allora tale predicazione era sconosciuta. Se ne fece gran rumore, ma non vi furono gravi conseguenze. Interessante il fatto che il bandito predicò proprio a coloro che poco prima l'avevano cacciato e condannato. Ma quel che i rivali dello straniero credevano di aver costrutto a propria difesa, Iddio trasformò invece in una potente arma di offesa contro di loro. I potenti dell'Engadina avevano fino allora circondato la loro valle come di un muraglione insormontabile, in modo che non un raggio di luce vi potesse penetrare; ma grazie a Dio, inutilmente (82).
Maturo si stabilì a Vicosoprano, che era il capoluogo di Sopra-Porta e della valle in generale. Il deputato che alla seduta di Ilanz l'aveva benignamente protetto, ottenne, aiutato sa altri seguaci della Riforma, che egli fosse impiegato nel Sopra-Porta. Con tale provvedimento però l'antica credenza non era ancora tolta: dai protocolli notarili si può rilevare che accanto al nuovo culto si continuava a celebrare anche quello cattolico. Nel 1542 si assiste ancora nel Sopra-Porta allo spettacolo insolito che tanto la messa quanto la predica avevano nel medesimo posto i loro officianti (83).
Il signor Vincenzo Ballo, fratello del somiere Tonella e figlio di Peter Zeus di Coltura, che abbiamo già altrove menzionato, era allora prete: il contratto che aveva stipulato il 1° dicembre 1542 a Stampa, quale cappellano di S. Giorgio e S. Pietro, contenente la clausola per cui egli avrebbe doruto comportarsi sacerdotalmente, ed inoltre il suo violento procedere contro la cognata Ursa, non ce lo fanno apparire quale degno rappresentante della vecchia fede. Egli dimorava a Coltura nella casa paterna: nel caso che avesse voluto trasferirsi a Vicosoprano, il sacrestano avrebbe dovuto sgomberare la casa parrocchiale e riconsegnare tutto ciò che easa conteneva. Se la comunità di Sopra-Porta avesse deciso di retribuire il parroco ed il prete dai medesimi fondi pubblici, si sarebbero considerati ugualmente aventi diritto tanto l'uno che l'altro.
Dalle clausole di questo contratto si ritiene che attorno al 1542 la predicazione dell'Evangelo nel Sopra-Porta era ben avviata e che ormai nessuno intendeva opporvisi. Le funzioni cattoliche venivano officiate dal cappellano di Coltura, Stampa e Gualdo, a disposizione del quale stava la casa parrocchiale di Vicosoprano nel caso che egli avesse voluto trasferirvisi. Da tutto quanto sopra si vede che la vecchia fede stava perdendo man mano terreno, mentre la nuova ne guadagnava. Si può ritenere che dal 1542 in poi a Vicosoprano si sia celebrato il culto evangelico regolarmente e che anche nelle altre comunità in numero sempre crescente i valligiani si allontanavano dal culto cattolico.
Maturo era al tempo stesso prudente ed audace. Egli non temeva di presentarsi in pubblico a parlare; ma la sua forza consisteva maggiormente nel criticare alla base la fede da lui ahbandonata che nell'esporre i concetti di quella abbracciata; data la sua qualità di ex-priore di convento, non gli si possono però negare delle eccellenti conoscenze. Egli era passato al protestantesimo per una sincera convinzione interiore, senza la quale non si spiega come egli avrebbe abbandonata la sua riguardevole posizione e la ricca tavola per le miserie della vita di un profugo (84).
Nei sinodi si faceva notare per le sue richieste noiose e per le sue cavillose discussioni, ma era anche facilmente ridotto al silenzio e rimesso sulla buona strada. Nella corrispondenza dei Grigioni con Bullinger è menzionato una volta sola il 19 dic. 1545 insieme a Camillo Renato, come ministro dell'Evangelo nel Sopra-Porta (evangelicus Superioris Praegalliae minister). Nella sua non facile attività di riformatore gli stavano a fianco come laici influentissimi le famiglie Prevosti (Dott. Rodolfo de Prevosti) e Pontisella (Dott. e can. Johannes de Pontisella). Quest' ultimo abitava un po' al di sopra del villaggio sulla destra della Maira, cioè a Pungello. Con Vicosoprano saranno passati alla Riforma anche i villaggi e le borgate di Roticcio, Cant, Crana, Castellaut. Invece Borgonovo, Stampa, Coltura e Gualdo verso il 1542 praticavano ancora probabilmente la vecchia fede, perchè a quel tempo, come abbiamo visto, vi officiava ancora vincenzo Ballo. Per ultimo deve essere passato alla Riforma il paesetto di Montaccio: colà si era espresso il desiderio di voler restare fedeli al Santo Antonio, di cui si conservavano altare e dipinto nella chiesa di S. Pietro a Coltura.
Quel che ne sia stato in seguito di Maturo, non ci è noto: secondo il De Porta si sarebbe recato a Scharans nella Val Domigliasca ed ivi sarebbe morto. Nell'elenco dei parroci di Scharans, la cui prima parte è poco attendibile, si trova registrato quale secondo ecclesiastico di quella comu-ità un certo «Giovanni, un Italiano». Dall'elenco dei parroci composto da Truog risulta effettivamente che dal 1547 in poi il Maturo lavorò in quella località.
Giulio della Rovere da Milano fu suo successore a Vicosoprano; noi lo conosciamo ormai col nome di Giulio da Milano, riformatore di Poschiavo, che appunto in quell'anno diede inizio alla sua attività in questo Borgonovo, Stampa e Coltura appare come primo parroco Lorenzo Martinengo, 1549-1586. Nel frattempo Vincenzo Ballo o era morto o si era ritirato. A Lorenzo Martinengo successero ancora nel XVI° secolo Lorenzo Sancino, 157s1585, e Alberto Martinengo (1584- 1662) (85).
La Riforma in Bregaglia ebbe un notevole impulso quando vi accorse Pier Paolo Vergerio, proveniente da Poschiavo. Nonostante il suo brillante successo, non si intrattenne a lungo nella valle ai piedi del Bernina: nell'autunno del 1549 lo ritroviamo a Chiavenna, intento ad appianare divergenze teologiche sorte in quella comunità, e nel novembre dello stesso anno era a Basilea, donde diresse la sua prima lettera a Bullinger. La comunità di Vicosoprano lo aveva nominato pastore probabilmente perchè da Chiavenna e da Poschiavo la sua fama era giunta fino a loro (86). Il nunzio papale destò un moto di sorpresa quando accettò l'invito a Vicosoprano; il 22 gennaio del 1550 si mise in cammino per la Bregaglia. Quando gli si comunicò la notizia della sua nomina in questa parrocchia, probabilmente si curò pure di informarlo che la valle era pronta per la messe e che era nel nome di Dio che egli era pregato di porre le sue forze e il suo insolito talento al servizio della buona causa. Sebbene fosse a Basilea per delle conversazioni durante l'inverno con i dotti della città e per curare la stampa di certe sue pubblicazioni, egli non indugiò affatto a partire, rinunciando ai suoi progetti. Il 20 gennaio del 1550 egli scriveva al medico della città di S. Gallo, Gioacchino de Watt, di essersi recato a Basilea nell'intento di passarvi l'inverno, ma che Dio aveva diversamente disposto di lui. Egli l'aveva chiamato in un villaggetto delle Alpi retiche di nome Vicosoprano e sentiva il dovere di ubbidire a tale voce. In quella lettera aggiungeva inoltre che avrebbe lasciato Basilea due giorni dopo. In caso che Vadiano avesse comunicazioni da fargli, gli facesse pervenire le lettere a Coira, donde esse gli sarebbero state inoltrate senza difficoltà.
Vergerio comparve dunque in Bregaglia e si rivelò veramente l'uomo ispirato da Dio per guadagnare all'Evangelo la valle intera, dal Settimo al Lovero. Non aveva studiato teologia, ma giurisprudenza, e quale giurista era entrato al servizio della curia papale. In ricompensa dei suoi preziosi servizi, gli era stato conferito il vescovato di Capodistria (Istria). Quale nunzio papale, egli dovette avere frequenti contatti con i protestanti, e fu in seguito sospettato di eresia, poichè manteneva con essi rapporti troppo amichevoli. Per sottrarsi a tali accuse, credette di pubblicare un opuscolo contro gli eretici, ma nello studio della letteratura riformata si sentì tanto scosso dal}e verità in essa affermate, che la rottura con la Chiesa Romana divenne inevitabile.
Quando la sua posizione di fronte al papato fu nota a tutti, non gli restò altro che fuggire per sottrarsi all'Insuisizione. E' logico che a Roma, data la posizione dell'Inquisizione, egli fosse vittima del violento odio che si nutriva contro tutti gli eretici, come si può facilmente capire che egli per conto suo non risparmiasse affatto Roma. Dalla sua penna infatti uscirono degli scritti contro il papa, contro la tradizione trasmessa da una generazione all'altra, contro i miracoli della Vergine, le immagini ecc., i quali suscitarono grande impressione.
C'è da meraviglisrsi che un uomo di tal fatta abbia destato la Val Bregaglia e sia riuscito a demolire completamente la chiesa già vacillante? Egli era molto superiore agli ecclesiastici della valle ed inoltre disponeva di una brillante vena oratoria e di un portamento nobile e dignitoso, derivatogli dalle investiture ecclesiastiche precedenti. Cosi in breve debellò le ultime resistenze (87). Una cosa però gli mancava: egli non sapeva agire con la dovuta calma ed attendere pazientemente che maturasse il seme che aveva sparso. La conversione della Val Bregaglia cosparsa di idoli gli stava certamente a cuore, ed era senza dubbio pervaso da un sincero amore per la sua comunità. In una lettera a Bullinger del 1° senembre 1552 egli chiama cari bambini che nutre col latte dell'Evangelo i suoi parrocchiani. Era insomma tutto fervente di zelo. Predicava per es. nell'autunno del 1551 tre volte alla settimana ed era certamente anche impegnato per l'istruzione della gioventù, poichè fu autore di un catechismo. Ma la sua bella attività si svolgeva anche all'esterno della parrocchia. Una una parte cercava di acquistarsi una posizione predominante nel Sinodo retico e di allacciare relazioni con importanti personaggi evangelici, ecclesiastici e politici, e dall'altro canto si dimostrava intrepido nella lotta contro la Chiesa Romana e nel mettere in guardia contro il Concilio, appunto allora convocato a Trento.
Per la vastità e la mole delle sue occupazioni, un uomo del genere dimenticava sovente i compiti del suo ministero. Ora era a S. Gallo, ora a Zurigo, ora a Basilea, ora visitava la vicina Chiavenna, ora la Valtellina. Nel 1550 fu per es. assente da Vicosoprano dal principio di giugno al principio di settembre e nel 1551 dalla fine di giugno alla fine di settembre (88) Anche nell'Alta Engadina egli si fece sovente vedere, e vi operò con successo e con merito a diffondere le nuove idee. Più volte comunicò a Bullinger (per es. il 23 gennaio ed il 15 febbraio 1553) che il Signore, servendosi di lui, aveva abolito la messa in otto borgate. Nello stesso tempo Vergerio impegnava parecchie tipografie per la pubblicazione di scritti tradotti o redatti da lui medesimo, diretti in gran maggioranza contro il papa, che egli detestava, o contro i suoi satelliti (89).
Nel frattempo cercava di procurarsi un posto in Inghilterra: tale instabilità è in parte scusabile, poichè il suo campo di lavoro si trovava in un punto di transito delle soldatesche e al passaggio delle Alpi: il suo pensiero era sovente trasportato altrove dai racconti dei soldati o dei dignitari politici od ecclesiastici che passavano, e ci si può facilmente immaginare come la sua mente seguisse, al di là dei confini della sua comunità, le vicende d'Italia e gli intrighi religiosi in Isvizzera e in Germania. Una volta egli scriveva infatti che un fratello fuggitivo era stato poco prima da lui e che ben volentieri accetti discepoli di Cristo, ma che non tutti meritino tale nome; un'altra volta, che molti fratelli italiani non solo gli scrivevano lettere, ma anche lo visitavano per intrattenersi personalmente con lui e rifornirsi di libri; una terza volta ancora, che a delle persone di passaggio avesse consegnato delle lettere per Bullinger, con la speranza che giungessero a destinazione, per quanto i latori di esse non condividessero la sua fede; e che i suoi nemici resterebbero assai avviliti se vedessero la sua casa parrocchiale diventata un asilo per i devoti perseguitati in Italia.
Da tutto questo possiamo non solo immaginarci come Vergerio fosse di frequente assente col pensiero, ma anche comprenderlo. Egli era l'uomo ospitale che aveva percorso molti paesi, arricchendosi di esperienze, ma pur ancora desideroso di novità. Da una sua lettera del novembre 1551 indirizzata a Bullinger, togliamo il seguente quadretto: "Sette siamo nella mia rustica casa"; sei ospiti erano dunque riuniti in quella circostanza attorno al paterno amico ed ospite, difensore dei profughi provenienti dall'Italia (90) e certo provenienti da diverse regioni d'Italia, pieni di notizie allarmanti e di molteplici esperienze, I profughi, raccontando le loro peripezie e la condotta obbrobriosa dell'Inquisizione in Italia, tenevano in sospeso di continuo l'animo del Vergerio, infiammavano ancora maggiormente la sua ira contro la Chiesa Romana, ed eccitavano il suo zelo per l'attività letteraria. Questi stranieri poi l'assistevano nel suo lavoro, si prestavano quali messaggieri e probabilmente lo sostituirono, quando egli si dovette assentare per molto tempo da Vicosoprano. Uno di costoro fu senza dubbio Pietro Parsoto di Bergamo, il quale fu incaricato in seguito della parrocchia di Bever e Samedan. I pellegrinaggi a Casaccia rappresentavano per Vergerio un contatto con gli orrori papistici, ed egli fece di tutto per guadagnare all'Evangelo il piccolo villaggio, allora importante per le sue soste (magazzini). Già da parecchi anni si discuteva quivi a proposito della nuova fede: il 14 febbraio 1545 Giovanni Travers di Zuoz, nella sua qualità di giudice della Lega Caddea, aveva deciso che Casaccia potesse adottare a suo piacimento un prete per la messa od un predicatore evangelico. Il 7 settembre 1547 un comitato formato da cinque consiglieri e presieduto ancora da Giòvanni Travers, stabilì che i fedeli di Casaccia non dovessero partecipare in nessun modo alle spese della parrocchia di Sopra-Porta, fin-tanto che fosse mantenuto un prete od un predicante per S. Gaudenzio. In data 23 gennaio 1549 gli abitanti di Casaccia pretesero da quelli di Sopra- e Sotto-Porta di provvedere al mantenimento di un loro parroco, e ad essi la Dieta della Lega Caddea rispose di attenersi alle decisioni di cui sopra.