Studi biblici/Matteo 25:31-46

Da Tempo di Riforma.

Un giudizio certo: quali ne saranno i criteri?

Il testo biblico di questa settimana ci propone il tema del giudizio (esame) finale (morale e spirituale) a cui saranno sottoposte tutte le creature umane. E' cosa certa: il Signore Gesù lo afferma chiaramente in sintonia con l'intera Parola di Dio. Per alcuni vi sarà “promozione”, per altri definitiva “bocciatura”, che non implicherà il “ripetere l'anno”, ma sarà definitiva espulsione. Quali ne saranno i criteri? Non quelli che noi pensiamo (rispetto ai quali facilmente ci auto-giustifichiamo) ma quelli stabiliti da Dio. Ad una lettura superficiale, il testo di oggi (Matteo 25:31-46) sembra che indichi le “opere sociali” come criteri di giudizio. Non è quel che sembra. Vediamo meglio.

Una cosa è certa!

Il testo biblico, sottoposto oggi alla nostra attenzione, ci presenta l'immagine che Gesù fa, in forma di parabola, del giudizio finale, il giudizio universale.

Michelangelo, Giudizio Universale 25.jpg

Un detto popolare dice: "Ci sono due sole cose certe per tutti in questo mondo: la morte e le imposte da pagare". In realtà di cose certe e indiscutibili ce ne sono tre: esse comprendono il giudizio finale di Dio sul nostro operato seguito dalla condanna e dall'esecuzione immediata ed inappellabile della condanna. La Scrittura dice, infatti: "...è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio" (Ebrei 9:27).

La cosa non ci dovrebbe lasciare indifferenti e faremmo bene a prenderla sul serio, ascoltando molto attentamente che cosa, al riguardo, dice la Bibbia. Quel giorno, infatti, le nostre opinioni al riguardo non conteranno proprio nulla: farà testo soltanto ciò che Dio ha scritto "nel suo libro". Dio, infatti, ha i Suoi libri, i Suoi registri e quel giorno varrà solo quello che Egli vi ha scritto. Il libro dell'Apocalisse parla di un libro particolare che allora verrà aperto: "?e se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita?" (Apocalisse 20:15), beh, allora, per molti, vi saranno sorprese?

C'è un solo modo, per noi, per non avere allora, "brutte sorprese": leggere oggi quello che Dio ha scritto nel Suo libro terreno, a noi totalmente disponibile, la Bibbia, e ad essa adeguarci molto seriamente.

Come avverrà il giudizio finale? C'è un vecchio film italiano dal titolo "Il giudizio universale" che, in modo umoristico, ma non troppo, immagina come potrebbe avvenire quel giudizio a Napoli, un giudizio a cui nemmeno la proverbiale furbizia dei napoletani potrà farlo eludere. Il giudizio viene annunciato. Esso suscita incredulità e derisione, ma anche fondate preoccupazioni. E' interessante vedere come, dopo un simile annuncio, si comporta la gente! Il giudizio, poi, avviene veramente, e, ad un certo punto, si sente dal cielo una forte voce, come d'altoparlante, chiama, convoca inesorabilmente, tutta la gente ?in ordine alfabetico! Pensate come potrebbe essere avere il cognome che inizia con la lettera A, oppure con la Z! In quella finzione pare che, comunque, il giudizio improvvisamente sia sospeso e tutti, alla fine, si danno, con un grande sospiro di sollievo, a grandi feste! Quella era una finzione, ma non lo sarà quella che descrive il Signore Gesù, riportata dal vangelo secondo Matteo, al capitolo 25, dal versetto 31. Leggiamolo.

Il testo biblico

“Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visita- ste; fui in prigione e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me". Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". Allora anche questi gli risponde- ranno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?" Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me". Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna»" (Matteo 25:31-46)

Fraintendimenti

Quali saranno i criteri rispetto ai quali verrà condotto, allora, il giudizio finale sull'operato umano?

Una lettura superficiale e spesso pregiudiziale di questo testo porta, di solito, lettori e spesso anche predicatori, a giungere a queste conclusioni: il criterio secondo il quale verremo giudicati sarà quello delle opere, le opere di misericordia e di giustizia sociale che potremo avere al nostro attivo. Sono sicuro, così, che vi aspettate ora, di conseguenza, una predicazione sul dovere della solidarietà sociale! Non sarà, però, così. All'inizio sembrava anche a me che questo sarebbe stato l'accento principale di questa predicazione. Studiando meglio questo testo, però, mi sono dovuto ricredere e devo, perciò, andare in una direzione del tutto diversa!

Il messaggio di questa parabola di Gesù, infatti, è stato spesso frainteso. Sebbene la solidarietà incondizionata verso i bisognosi ed i sofferenti corrisponda senza dubbio alcuno al messaggio ed allo stile di vita insegnato e praticato da Gesù, questa parabola non è un appello generico alla solidarietà. Se fosse così, si giungerebbe, come spesso si è fatto e si continua a fare in alcuni ambienti, ad affermare che la salvezza (e quindi il giudizio sull'operato umano) dipenda solo dalla pratica d'opere di solidarietà sociale. Questo sarebbe in contraddizione all'esplicito messaggio dell'Evangelo come proclamato nel Nuovo Testamento dagli apostoli, e quello solo io ho il dovere di predicare. Inoltre, si rivelerebbe un fraintendimento dell'Evangelo ad esclusivo servizio di ideologie umaniste. La solidarietà sociale rimane un valore importante, ma non è questo ciò di cui il testo ci parla.

Il messaggio di questa parabola, quella "delle pecore e dei capri", continua il discorso che il vangelo di Matteo fa, nei capitoli 23-25, sul giudizio universale. Quali saranno, appunto, i criteri sulla base dei quali Iddio giudicherà l'operato di ciascuna creatura umana? La risposta, come vediamo fra un attimo, è solo questa: i criteri del giudizio finale s'incentrano sul come si è accolto il messaggio dell'Evangelo di Gesù Cristo, su quale accoglienza si è data a chi proclama l'Evangelo. La domanda da porre a ciascuno di noi, perciò, è solo questa: in che modo avete voi accolto il messaggio dell'Evangelo che vi è stato ripetutamente proclamato? Da quello dipenderà il vostro destino eterno.

I "fratelli di Cristo"

La parabola parla dei "fratelli di Cristo". Gesù dice: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me" (40). Chi sono questi "fratelli di Cristo"? Essi sono una particolare categoria di persone la cui identità è precisata nel Nuovo Testamento. Essi non sono i poveri e i bisognosi in generale, come spesso si sente dire.

Rivolgendosi ai Suoi discepoli e portatori del Suo messaggio, Gesù, precedentemente aveva detto: "«Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre»" (Matteo 12:48-50). e poi: "«Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepo- lo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio»" (Matteo 10:40-42).

I "fratelli di Gesù" sono coloro che portano il Suo messaggio, e quindi rappresentano il messaggio stesso dell'Evangelo. E', infatti, attraverso la loro testimonianza che le genti possono udire il messaggio della salvezza e credere ad esso: "Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del qua- le non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo an- nunzi? E come annunzieranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone notizie!»" (Romani 10:14,15).

La domanda, perciò è: come abbiamo accolto coloro che ci hanno annunciato le buone notizie dell'Evangelo? Come abbiamo accolto l'Evangelo? Volentieri, con disponibilità, con gioia, con fiducia, oppure con indifferenza ed avversione? Abbiamo ubbidito al messaggio dell'Evangelo che ci è stato portato? Da esso dipende la nostra salvezza eterna. Cristo qui si identifica totalmente con i Suoi discepoli che Lo servono. "Chi ascolta voi ascolta me; chi respinge voi respinge me, e chi rifiuta me rifiuta Colui che mi ha mandato" (Luca 10:16). Quando i servitori di Cristo sono osteggiati, la loro sofferenza è la Sua sofferenza, e la compassione che si mostra loro, è compassione manifestata a Lui stesso.

Le "pecore" sono, quindi, coloro che accolgono volentieri l'Evangelo del Regno ed i suoi portatori, mentre i capri sono quelli che lo respingono, e alla fine queste due categorie di persone saranno nettamente separate, ottenendo destini diversi.

Le sofferenze dei servitori di Cristo

In questo mondo, i fratelli di Cristo, intesi in questo modo, devono spesso soffrire, a causa della loro fede ed ubbidienza a Cristo, non solo indifferenza e derisione, ma peggio, ostilità e avversione, che può giungere fino a prigionia, sofferenze e privazioni d'ogni genere (come la storia ha dimostrato ed ancora dimostra). Gesù disse ai Suoi discepoli: "Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, men- tendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubila- te, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi" (Matteo 5:10,11). E ancora: "«Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per servire di testimonianza davanti a loro e ai pagani. Ma quando vi mette ranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato ciò che dovrete dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; per- ché io vi dico in verità che non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che il Figlio dell'uomo sia venuto" (Matteo 10:16-23).

Notate, poi, questo: "Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà. Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine" (Matteo 24:9-14).

C'è un'identificazione completa fra messaggero e messaggio, fra messaggero e la Persona di Cristo che esso annuncia. L'apostolo Paolo scrive: "Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete" (1 Tessalonicesi 2:13).

Il messaggero è solo la voce che "grida" il messaggio. La Confessione di Fede Elvetica posteriore afferma: “Quando perciò, oggi, questa parola di Dio viene annunciata nella chiesa da predicatori legittimamente chiamati, noi crediamo che è la vera parola di Dio che essi annunciano e che i fedeli ascoltano e che non si deve forgiare né attendere dal cielo altra parola di Dio. Noi diciamo anche che si deve porre attenzione a questa Parola che ci viene annunciata e non al ministro che l'annuncia" (1).

Quale considerazione, allora, abbiamo avuto per il portatore della Parola di Dio, vero "ambasciatore di Cristo"? Onorare, prendere sul serio la Parola che annuncia è questione molto importante. La Scrittura dice: "...come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza? Questa, dopo essere stata annunziata prima dal Signore, ci è stata poi confermata da quelli che lo avevano udito" (Ebrei 2:3); e ancora: "Badate di non rifiutarvi d'ascoltare colui che parla; perché se non scamparono quel- li, quando rifiutarono d'ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto me no scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo" (Ebrei 12:25).

La separazione finale

"La fine", dunque: se qualcuno chiede quando avverrà "la fine", qui troviamo la risposta che Gesù stesso fornisce. La malvagità e l'empietà umana sembrano senza confini ed un giusto giudizio di condanna "pende sul capo" di questo mondo come la spada di Damocle, ed è certo ed inappellabile. Perché sembra ritardare? L'apostolo Pietro scrive: "Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento" (2 Pietro 3:9). Il Signore, così, manifesta così la Sua pazienza e misericordia ed attende che "tutto il mondo" abbia udito la Sua offerta di grazia in Gesù Cristo per chiunque a Lui si affidi. Quando questo opportunità sa- rà stata data a tutti, "allora verrà la fine".

La domanda da fare a qualcuno è dunque questa: "Ti rendi conto che Iddio sta esercitando verso di te la Sua pazienza e ritarda l'esecuzione del Suo giudizio, solo perché tu abbia l'opportunità di convertirti a Lui accogliendo la Sua grazia. La Sua pazienza, però, non è illimitata: giungerà a termine, ed allora vi sarà una chiara e netta separazione fra "pecore" e "capri".

I pastori palestinesi, comunemente raggruppavano insieme pecore e capri, ma li separavano al termine della giornata. Le pecore, infatti, con la loro pesante lana, avevano bisogno di meno ripari dei capri. Come animali di maggior valore, però, e di colore più chiaro, le pecore rappresentano i redenti. Coloro che, fra le nazioni, accolgono gli emissari di Gesù, saranno premiati con la salvezza.

Salvezza è dunque tutta una questione di "accoglienza". Benedetti saranno coloro che onorano Cristo accogliendo tutto ciò che Egli è ed è venuto a compiere, accogliere ed onorare tutto ciò nel quale Cristo si identifica, accogliere ed onorare tutti coloro che Cristo ha accolto ed onorato.

Io accolgo dunque la Persona di Cristo quale Egli ha rivelato di essere. Accolgo i meriti della Sua vita buona e giusta che mi vengono accreditati come se fossero i miei, e rinunciare ad ogni mia pretesa di accettabilità e giustizia. Accolgo il valore della Sua morte in croce, unico sacrificio espiatorio del mio peccato che mi permette di entrare in una salvifica ed eterna comunione con Dio, rinunciando ad ogni pretesa di poterlo fare da solo. Accolgo con fiducia la Sua Parola, come Parola di Dio ed espressa Sua volontà a cui ubbidire volentieri, accolgo così la Sua signoria sulla mia vita, rinunciando ad ogni vana mia autonomia decisionale. Accolgo i mezzi che Dio sceglie per comunicarmi la Sua Parola, la Scrittura e chi l'annuncia, il cui attento ascolto considero prioritario su ogni altra cosa. Accolgo il Suo modo di pensare e di vivere, rinunciando alla vana sapienza di questo mondo e ad ogni mia presunzione.

Infine, certamente, accolgo, con una misericordia simile alla Sua, rinunciando ad ogni egoismo, gli affamati di questo mondo, per condividere con loro i beni che io ho ricevuto; gli ammalati, per accompagnarli sulla via della guarigione, conferendo loro la dignità di creature da onorare perché fatte, esse tutte, ad immagine e somiglianza di Dio; accolgo, andandolo a visitare chi è imprigionato ed incatenato e gli manifesto misericordia ed aiuto. In una parola: la mia salvezza consiste nell'accogliere Cristo e tutto ciò che Egli accoglie.

In questo consisterà la mia benedizione e salvezza. Se non farò così, un giorno - e giustamente - udirò solo la voce di Cristo che, con veste di Giudice, e non più di Salvatore (perché c'è il tempo della grazia e dell'amore, ma pure quello dell'amministrazione della giustizia), dirà a me e a quelli che sono stati come me: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!". "Da che parte" sarete voi? E' oggi che si decidono queste sorti e, come dice il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo!

Gesù parla de "il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo" (34): questo sottolinea la certezza della retribuzione ed offre. Coloro che, però, non accolgono l'Evangelo di Cristo, dimostrando, così, la loro ostilità ed indifferenza verso di esso, soffriranno un'inappellabile condanna, una condanna che non potrà più esse- re condonata, ma che dovrà essere espiata completamente.

Conclusione

Non facciamoci allora illusioni: certo sarà un giorno il giudizio sul nostro operato. Questo giudizio sarà negativo se non accogliamo oggi stesso l'unica opportunità che Dio, nella Sua misericordia, ci offre per la nostra salvezza, se non accogliamo Cristo e tutto ciò che Egli ha accolto ed accoglie.

In un certo senso il giudizio di Dio sulla persona che oggi ignora od avversa Cristo, è già avvenuto. Egli stesso, infatti, dice che oggi: "Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte" (Giovanni 3:17-20).

Per il resto, certamente il nostro testo mette in rilievo l'importanza della solidarietà sociale. Infatti la compassione che Gesù dimostra verso coloro che sono mate rialmente e fisicamente bisognosi, è evidente ed indiscutibile. In questo Gesù si pone come modello per i Suoi discepoli, essendo proprio ad immagine Sua che Egli vuole trasformarli. Il Suo scopo e missione principale, però, è ristabilire il rapporto perduto della creatura umana con Dio. La missione specifica e singolare di Gesù è quella di salvare dal peccato e dalle sue conseguenze, temporali ed eterne, non solo dalla po- vertà e dalla fame. A Maria, madre di Gesù, Iddio fa dire: "Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati" (Matteo 1:21). Leggiamo dunque con attenzione la Parola di Dio e non equivochiamole.

Spesso, infatti, farlo è per noi solo una scusa ed un pretesto. Non conviene!

Paolo Castellina, 19 novembre 2014, riproposizione della predicazione del 13 novembre 2003.