Studi biblici/Matteo 25:14-30

Da Tempo di Riforma.
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Talenti da investire in attesa del Suo ritorno

Quali sono i talenti che Dio ha dato a noi ed ai nostri figli? Sappiamo riconoscerli, valorizzarli, svilupparli ed investirli per realizzare così gli obiettivi creazionali che Dio ci ha posto innanzi nella Sua Parola? Nessuno è privo di talenti, in particolare noi che siamo stati chiamati da Dio a far parte del Suo popolo ed a godere della grazia della salvezza. La parola stessa “talento” è di origine biblica e riflette quanto il Signore Gesù ci insegna nella parabola che esamineremo questa settimana, Matteo 25:14-30.

Riconoscere i sviluppare i talenti

Molte possono essere le giustificazioni addotte, ma troppo spesso è vero che i genitori rinunciano alle proprie responsabilità educative verso i propri figli delegandone l’istruzione ad estranei, in modo particolare al sistema scolastico dello stato. Dichiarano così la propria incompetenza e ritengono che gli insegnanti preposti dallo stato siano “molto più esperti” ad educare i loro figli che loro stessi. Non poche volte si tratta di una scelta per loro “comoda”, salvo poi ad essere lo stato stesso a “depotenziare” i genitori ad assumersi questo compito e così mettersi in condizione di forgiare le menti delle nuove generazioni secondo l’ideologia dominante e in modo difforme dalle persuasioni ed impostazione delle famiglie stesse. Da qui la pretesa dello stato ad assumersi il compito di “educatore”, una pretesa illegittima, perché la prima responsabilità e quella dei genitori, a cui Dio stesso affida il compito di educare i propri figli secondo i principi morali e spirituali della Sua Parola.

Senza andare agli estremi del fascismo o del comunismo che pretendeva, per i propri fini, il monopolio dell’educazione della gioventù e di esserne padrone, anche lo stato “laico”, pur affermando di svolgere un utile servizio sussidiario all’educazione delle giovani generazioni, di fatto intende forgiarle secondo i propri “valori” spesso contestando e contrapponendosi a quelli delle famiglie stesse. Così, spesso indotti ad essere “incompetenti”, ci troviamo di fronte a genitori incapaci di educare rettamente i propri figli che non si prendono cura della loro formazione, accompagnandoli e valorizzando i talenti dei loro figli, affinché li sviluppino e li mettano a buon frutto. Sapete voi riconoscere, valorizzare e sviluppare i talenti dei vostri figli? Quanti errori si fanno in questo campo!

Quante volte, così, ci accorgiamo, magari dopo molto tempo, di avere frequentato una scuola od avere intrapreso una professione che proprio non faceva per noi? Diciamo: “Se potessi tornare indietro, prenderei un'altra strada”. Perché diciamo così? Perché abbiamo scoperto quali siano i nostri veri talenti, in che cosa possa essere meglio investita l'intelligenza particolare che abbiamo, dove siamo più ingegnosi, quali siano le nostre inclinazioni, le nostre attitudini naturali che, se bene investite, possono farci attendere proficuamente ad una certa attività. Quali sono le nostre personali effettive capacità che potremmo e dovremmo utilmente investire?

Mi è capitato di trovare un libro dal titolo: “Ogni bambino ha un grande talento - Aiutare i nostri figli a esprimere il meglio di sé coltivandone le doti e predisposizioni”. La sua presentazione dice: “Un libro chiaro e positivo per far cogliere a ciascun genitore le opportunità educative e di sviluppo più adatte al proprio bambino, rivelandone i sorprendenti e spesso trascurati ‘tesori nascosti’. Come consideriamo i nostri bambini? Come li educhiamo? Come coltiviamo le doti che possiedono da sempre, fin da quando sono neonati? Sappiamo individuarle, o lasciamo che siano le nostre personali ambizioni a determinare ciò su cui vale la pena “investire”? Forse, noi stessi non siamo minimamente diventati quello che desideravamo davvero. E, allo stesso modo, presi dalla frenesia e dall’ansia da prestazione che caratterizza la nostra società, rischiamo di non vedere e non rispettare i talenti presenti nei nostri bambini, o di “fraintenderli”, fuorviati da un’idea sbagliata di talento e intelligenza. Sulla base di questa riflessione, i due autori invitano a superare modelli educativi e pedagogici obsoleti e criteri di selezione che tendono a confondere le predisposizioni e i talenti con i voti alti in pagella e capacità al di sopra della norma. Come dimostra la ricerca neuroscientifica, non serve invece essere dei piccoli geni per riuscire a eccellere e a vivere una vita ricca, piena, gratificante, importante. Solo riconoscendo i talenti nell’ordinario potremo aiutare a costruire per i nostri figli un futuro di cui ci saranno realmente grati”.

La parabola dei talenti

La parola “talento” è entrata a far parte del nostro vocabolario, della nostra cultura, proprio a causa della parabola che un giorno Gesù aveva raccontato ai Suoi discepoli, e che si trova nel vangelo secondo Matteo, al capitolo 25. E' quella che oggi è sottoposta alla nostra attenzione ed attraverso la quale Iddio ci vuole parlare. Leggiamola:

La parabola dei talenti«Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti" (Matteo 25:14-30).

Il contesto della parabola

Questa parabola si colloca nella sezione del vangelo secondo Matteo, laddove Gesù risponde alle domande dei Suoi discepoli al riguardo del Suo promesso ritorno. Infatti, nel capitolo 24, “Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?»” (Matteo 24:3). Gesù, così, li ammonisce di stare in guardia perché nessuno, sul Suo ritorno, li inganni. Li esorta così ad esserne sempre pronti, perché il Suo ritorno è certo, ed avverrà nell'ora in cui meno ce lo aspettiamo. Nel capitolo 25 Gesù paragona il suo ritorno all'usanza orientale nella quale il novello sposo giunge in casa sua nel più bel mezzo della notte. Gesù conclude, dicendo: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora” (Matteo 25:13). Il cap. 25 si conclude con il discorso di Gesù sul giudizio finale, laddove sarà effettuata una cernita nell'ambito dell'umanità, come il pastore separa le pecore dalle capre. In mezzo a tutto questo troviamo la parabola dei talenti.

Notate il versetto 14: “Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio...”. Qui, la parola “...poiché...” indica che Gesù usa una nuova parabola per spiegare come saranno i futuri eventi. L'uomo che “parte per un viaggio” rappresenta Gesù stesso. Colui che parte, però, è padrone di ogni cosa, e quello che è Suo lo affida, affinché frutti, ai Suoi servitori. Loro dovere è quello di amministrare le cose secondo le intenzioni del padrone. Quando il padrone ritornerà chiederà loro conto di ciò che hanno fatto con i suoi beni.

Il cristiano prende molto sul serio che vi sarà per tutti un giudizio finale, in cui ciascuno renderà conto di sé stesso a Dio per il proprio operato, come ha vissuto, come ha usato le risorse materiali e spirituali che gli erano state affidate. Il cristiano, quindi, non vive da stolto, ma da persona saggia.

Sette insegnamenti

Quali insegnamenti Gesù ci vuol dare attraverso questa Sua parabola? Ne posso vedere almeno sette.

Ciò che abbiamo non è nostro

La prima cosa che ci insegna è che ciò che abbiamo non è nostro. La parabola dice: “...partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni”. Chi oggi parte per un viaggio chiede a qualcuno di dar da mangiare ai suoi animali domestici e di ritirare la sua posta. Qui fa di più: delega il controllo e l'aumento della sua ricchezza a degli impiegati fidati. Essi dovevano far si che ciò che era stato loro affidato, desse loro dei profitti.

Non c'era dubbio, nella mente di questi servitori che proprietà e denaro appartenessero ancora al padrone. Quei beni erano per loro usufrutto, ma non ne erano padroni. Il loro compito era quello d'amministrare ciò che era stato loro affidato.

Allo stesso modo, noi dobbiamo rammentarci di ciò che ci è loro affidato, che appartiene a Dio, e che va usato per i Suoi scopi. Il Salmo 24:1 dice: “Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti” (Salmo 24:1). Iddio, Aggeo 2:8 dice: “Mio è l'argento e mio è l'oro”. Iddio ha diritti, e io ho responsabilità. Egli è il padrone ed io sono solo l'amministratore. Io sono il servitore ed Egli è il sovrano.

Chiediamoci: questo principio di base permea la nostra vita? E' un dato di fatto: noi non siamo padroni di nulla. Tutto appartiene al Signore. Fintanto che non riconosceremo questa verità, non saremo mai buoni amministratori di ciò che ci è stato affidato. I nostri giorni sono nelle Sue mani. I nostri doni e capacità sono solo “un prestito” che Lui ci ha fatto. La nostra casa, auto, vestiti, ogni cosa che possediamo, non appartiene a noi. Ne siamo persuasi? Se non lo siamo ed agiamo di conseguenza, avremo delle sorprese!

Ci viene dato ciò che possiamo gestire

Un secondo principio è che se qualcosa ci è stato dato, vuol dire che possiamo e dobbiamo gestirlo per il meglio. Nel versetto 15 vediamo come il padrone dia dei talenti a tre suoi servitori.”A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì” (15).

La parola qui usata, “talento” ha un significato diverso da come l'intendiamo oggi. Il talento era una misura di peso, com'è usata in Apocalisse 16:21 “E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento”. Talento era pure usato per indicare una grande somma di denaro. Il suo valore dipendeva se si trattava d'una moneta di rame, d'argento, oppure d'oro. Non è chiaro quanto esattamente valesse, ma un lavoratore comune avrebbe messo 20 anni per guadagnarlo! Potremmo equipararlo a circa 300.000 euro. Questa parabola, quindi, ha soprattutto a che fare con il modo con il quale spendiamo il nostro denaro, prim'ancora di come usiamo le capacità che Dio ci ha dato. Pensate che responsabilità che ha, verso Dio, chi ha vinto 66 milioni di Euro!

Quel padrone al primo dà meno: cinque talenti, il che equivale a 1,5 milioni di euro. Il secondo riceve 2 talenti, circa 600.000 euro, ed il terzo un talento, o 300.000 euro. Anche se c'è una grande differenza fra quello che ne ha ricevuti 5 e quello che ne ha ricevuto solo uno, si tratta pur sempre di una grande cifra di denaro. Questo ci rammenta quanto abbondanti siano i doni che Dio ci fa!

Ogni servitore, però, aveva ricevuto “secondo la sua capacità” di gestire adeguatamente quella cifra. La nostra responsabilità è legata alle nostre capacità. Questo è molto interessante. I propositi del regno di Dio non operano secondo ciò che è “giusto”, ma secondo quel che è meglio, per Lui.

Nella comunità cristiana di Corinto, si erano create delle fazioni perché ciascuno seguiva il predicatore che riteneva migliore. Paolo, però scrive: “Che cos'è dunque Apollo? E che cos'è Paolo? Sono servitori, per mezzo dei quali voi avete creduto; e lo sono nel modo che il Signore ha dato a ciascuno di loro” (1 Corinzi 3:5).

A ciascuno di noi Iddio affida un compito. Qual è il vostro? E' affar nostro essere fedeli in ciò che ci è stato dato. Abbiamo quel che abbiamo perché Dio ce l'ha dato. Dio, così, si aspetta che noi gestiamo i Suoi doni nei limiti delle capacità che ha messo in noi, e se Dio ci ha dato qualcosa, vuol dire che abbiamo la capacità di gestirlo per il meglio.

Ad ogni comunità cristiana Dio ha dato ciò che le serve per vivere e prosperare spiritualmente. Se non lo fa, sicuramente c'è qualcuno che non fa il suo dovere, quello che dovrebbe e potrebbe fare, per sua negligenza, non per mancanza di capacità. L'Apostolo scrive:

"Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, carismi di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole" (1 Corinzi 12:7-11).

Dio affida a ciascuno secondo i Suoi sovrani propositi sapendo ciò che noi possiamo fare e sopportare. Il nostro compito è l'essere fedeli con qualsiasi somma ci sia stata data per operarvi.

Ciò che ci è stato dato lo dobbiamo investire

Ciò che ci è stato dato, poi, lo dobbiamo “investire”. Il vers. 16 ci dice che l'uomo che aveva ricevuto 5 talenti: “...andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque”. Non ha sprecato tempo, ed immediatamente è andato a far fruttare il suo denaro, giungendo persino a raddoppiarlo. Lo stesso aveva fatto quello che n'aveva ricevuti 2, il quale riesce a raddoppiarli. Non così fa il terzo servitore: “ Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone”. La pratica di nascondere il denaro sotto terra era comune, come chi mette i suoi soldi oggi “nel materasso”. Era il modo più sicuro per proteggere i valori.

Il nostro potenziale è il dono che Dio ci ha fatto: ciò che ne facciamo è il nostro modo di essergli riconoscenti e di dare così il nostro contributo alla Sua gloria. Qualcuno disse: “Tu sei l'unica persona sulla terra che possa usare le tue capacità”.

Stiamo investendo alla gloria di Dio ciò che ci è stato donato, non importa quanto sia? Oppure abbiamo sotterrato le nostre benedizioni per nasconderle dagli altri?

Vi sarà un giorno per la resa dei conti

La parabola di Gesù, inoltre, mette molto bene in evidenza che verrà sicuramente il giorno della resa dei conti. Dovremo rendere conto all'Onnipotente di come abbiamo usato quello che ci era stato dato. Notate il vers. 19: “ Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro”. Gesù ritornerà e vi sarà la resa dei conti. Non ci credete? Sarebbe meglio che ci credeste: non avrete così un giorno brutte sorprese,.. perché Gesù non ha mai mentito. Anche però chi “ci crede”, spesso lo fa solo teoricamente senza vivere di fatto “con l'eternità nel cuore”.

Se pensassimo maggiormente al Suo ritorno, saremmo maggiormente impegnati a sfruttare per la Sua gloria ciò che ci è stato dato. L'Apostolo Paolo scrive: “ciascuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio” (Romani 14:12). Era dovere di quei servitori tenere sempre bene a mente che il padrone sarebbe tornato ed avrebbe loro chiesto di rendere conto del loro lavoro.

Gesù tornerà, lo ha promesso. Siamo dunque fedeli nel fare tutto ciò che ci ha dato da fare. E' Lui stesso che ha fatto in noi degli investimenti, ed un giorno ritornerà per riavere indietro “i Suoi soldi”. Il nostro compito può essere grande o piccolo. Qualunque sia, però, dobbiamo svolgerlo il meglio possibile ed essere pronti quando dovremo “fare rapporto” a Lui. Non è terribile il solo pensiero d'essere sorpresi dal Suo ritorno, e doverci vergognare per non avere fatto ciò che da noi ci si aspettava? 1 Giovanni 2:28 dice: “E ora, figlioli, rimanete in lui affinché, quand'egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna”.

Dobbiamo dunque operare in vista di questo certo rendimento di conti. Ci aiuterebbe a farci l'abitudine di chiederci sempre: “Come apparirebbe al Suo ritorno il modo in cui io gestisco ora la mia vita, il mio denaro, le mie risorse, il modo in cui opero delle decisioni?”.

Ciò che facciamo con ciò che abbiamo rivela l'idea che ci siamo fatta di Dio

Inoltre, ciò che facciamo con ciò che abbiamo rivela la nostra concezione di Dio. L'uomo che aveva ricevuto 5 talenti, ne aveva guadagnati altri 5. Al suo padrone dice: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". Letteralmente egli Gli dice: “Vedi come sono stato bravo?”. Era ansioso d'investire ciò che gli era stato affidato ed ora è eccitato nel mostrare al suo padrone che cos'è riuscito a realizzare. Potete quasi sentire il suo entusiasmo. Non può quasi aspettare: vuole far vedere subito al suo padrone che cosa ha potuto realizzare. Lo stesso avviene con il secondo servitore. Ad entrambi, così, il padrone dice: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Il padrone aumenta le loro risorse, quando vede che i due si sono comprovati fedeli. Gesù dice qualcosa di simile in Luca 6:38: “Date, e vi sarà dato”.

Questi due servi fedeli ricevono lode ed apprezzamento, ma anche “una promozione”: “Dato che avete fatto così bene, vi darò ancora di più privilegi, responsabilità ed opportunità di crescita”. Non solo questo, ma per il padrone è anche un'occasione per far festa e per coinvolgerli nella sua gioia. La frase: “Va bene, servo buono e fedele” potrebbe essere tradotta: “Ben fatto, eccellente, meraviglioso! Complimenti!”. Essi sono stati fedeli perché avevano avuto una giusta immagine del padrone. Allo stesso modo, quando vediamo Dio per ciò che di fatto Egli è, vogliamo essergli fedeli e focalizzarci sul fare cose buone.

Dio vuole persone fedeli, gente che sappia amministrare le risorse per gli scopi del Suo regno. Quando saremo responsabili per ciò che ci è stato dato, ne riceveremo ancora di più.

Il tipo che aveva, però, ricevuto un solo talento, arriva in modo più riluttante e dice: “"Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro...”. Aveva, infatti, un'immagine errata del suo padrone, presumeva di lui cose che non erano vere. Pensava che fosse duro e severo, non amorevole e pieno di grazia com'egli davvero era. Lo stesso avviene oggi. Molti pensano che Dio sia un ingiusto tiranno. Qualcuno può essere segretamente irato con Dio perché pensa che Lui gli abbia fatto chissà che, o che non gli abbia dato ciò di cui pensava avere diritto. Ne risulta così un'immagine distorta. Coltivavate solo dei pregiudizi infondati, contro di Lui, e questo vi ha bloccato. Vi siete così rifiutati di servirlo con ciò che vi aveva dato. Quando diamo colpe a Dio finiamo solo per sotterrare le nostre benedizioni.

Un'idea sbagliata di Dio può condurci a giustificarci con molte inutili scuse, come questo terzo servitore. “Non ho fatto quello che mi chiedevi perché...”. Ciascuno, qui potrebbe aggiungervi la sua scusa personale!

Un'idea sbagliata di Dio conduce sempre ad aver paura: “...ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra”. Un atteggiamento giusto verso Dio conduce, invece, sempre alla fede. Se avete timore di Dio, dovete assolutamente giungere a conoscerlo meglio, ed allora la vostra fede e la vostra ubbidienza crescerà. Certo, verso Dio bisogna avere un sano timore, il giusto rispetto, ma questo non dovrà condurci a bloccarci o magari a “stare lontani da Lui il più possibile”!

Considerate anche la differenza nell'atteggiamento di questi servitori. I primi due avevano la determinazione di guadagnarci un giusto profitto, il terzo solo di non avere delle perdite. I primi due hanno coraggio, il terzo è solo un fifone. I primi due erano pronti ad assumersi dei rischi, il terzo non voleva minimamente rischiare. I primi due ricevono il dono, il terzo rifiuta il dono. I primi due volevano far progredire gli interessi del padrone, il terzo non aveva interesse alcuno per ciò al padrone maggiormente importava I primi due vedono il denaro come un'opportunità, il terzo solo come un problema! I primi due permettono al dono del padrone di cambiare la loro vita, il terzo si era rifiutato che il dono cambiasse la sua vita. I primi due investono, il terzo spreca. I primi due vedono una benedizione, il terzo vede solo un fardello. I primi due conoscevano il padrone, il terzo non ne aveva idea alcuna.

Ciò che abbiamo dobbiamo usarlo, altrimenti lo perderemo

Se allora non usiamo ciò che abbiamo, finiremo solo per perderlo. Il vers. 26 rivela come il padrone ci aveva visto giusto attraverso le scuse insostenibili del servo, quando disse: “Servo malvagio e fannullone...”.

La parola “malvagio” significa “cattivo, dannoso, pieno di malizia e cattivi sentimenti”. In altre parole, gli dice: “Stai mentendo. Nel tuo cuore sei solo egoista e sfaticato. Se veramente volevi fare qualcosa, avresti almeno messo il denaro in banca. Ho visto giusto su che pasta sei fatto”. Sono parole dure. Dio giudicherà non semplicemente perché abbiamo fatto qualcosa, ma anche per ciò che non abbiamo fatto, pur avendolo potuto e dovuto fare”.

Il terzo servitore era malvagio perché deliberatamente aveva dipinto un'immagine sbagliata sia del padrone che di sé stesso. Accusa falsamente il padrone d'essere duro e mente quando dice: “...eccoti il tuo". Egli li doveva anche l'investimento.

Sorprendentemente, invece di riconoscere le sue colpe, si comporta come se il padrone avesse dovuto ringraziarlo per essere stato così prudente. Cattiveria e pigrizia sono sempre compagne nell'impedire di svolgere con fiducia il nostro dovere verso Dio. Mentre i primi due si erano dati da fare, questo fannullone trova che sia più semplice scavarsi una buca e poi inventarsi delle scuse per non aver fatto fruttare il denaro. Era egoista e scansafatiche, ed anche cattivo ed ingiusto per aver considerato in quel modo il suo generoso padrone. Pigrizia ed egoismo, altresì, portano oggi molta gente a mandare in rovina la propria anima e farla finire solo dove vi “sarà il pianto e lo stridor dei denti".

Tutti noi siamo pigri in una certa misura, ed anche negligenti, passivi ed ignavi. La pigrizia è estremamente pericolosa per la nostra vita spirituale. Se pensiamo sempre di poter rimandare ciò che dobbiamo fare, scopriremo che un giorno sarà tragicamente troppo tardi. La Bibbia dice: “Fino a quando, o pigro, te ne starai coricato? Quando ti sveglierai dal tuo sonno?” (Proverbi 6:9); "Chi raccoglie durante l'estate è un figlio prudente, ma chi dorme durante la mietitura è un figlio che fa vergogna" (Proverbi 10:5); "Il pigro desidera, e non ha nulla, ma l'operoso sarà pienamente soddisfatto" (Proverbi 13:14); "Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri sino alla fine il medesimo zelo per giungere alla pienezza della speranza, affinché non diventiate indolenti ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse" (Ebrei 6:11,12).

Proprio perché il terzo servitore non usa ciò che gli era stato dato, lo perde del tutto: “Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. O l'usiamo o lo perdiamo. Quello che abbiamo dobbiamo usarlo, svilupparlo, moltiplicarlo…

Ciò che facciamo ha conseguenze eterne Infine ciò che facciamo ha sempre conseguenze eterne

.. o nella sovrabbondanza o nella miseria più totale. Coloro che hanno ubbidito con fiducia al Signore servendolo generosamente riceveranno persino maggiori opportunità. D'altro canto, coloro che seppelliscono le loro benedizioni, finiranno davvero male. Gesù conclude la parabola dicendo di quel servo disutile: “E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". In altri luoghi della Scrittura questa descrizione riguarda l'inferno! Coloro che non conoscono Dio non Lo servono. Mancanza di servizio può indicare che una persona non è mai stata veramente convertita. Ecco perché Gesù definisce quel servo come “servo inutile”. Un credente ha valore per la sua fede in Cristo. Questo servo viveva nella casa del suo padrone, ma non lo conosceva né lo amava. Segno distintivo del vero cristiano è la sua disponibilità al servizio ed a dare. Mancanza di spirito di servizio tradisce un cuore in cui Gesù non dimora davvero.

Un cristiano che non usi quel che Dio gli ha dato, è una contraddizione in termini. Se verifichiamo il nostro quoziente di servizio e ne concludessimo di aver sepolto le nostre benedizioni, forse non siamo mai davvero stati in condizione di salvezza. Dobbiamo fare la risoluzione di servire il Signore di tutto cuore perché non riconoscere i diritti di dio e non servirlo, può avere tragiche conseguenze. Nessuno si faccia illusioni! Guai a nascondere e a sotterrare la verità. Permettiamo al più grande tesoro fra tutti: Gesù Cristo stesso, a riformare radicalmente la nostra vita!

Riassunto

IL riconoscimento, la valorizzazione, lo sviluppo e l'uso delle risorse che Dio ha dato, a noi ed ai nostri figli, per la realizzazione degli obiettivi creazionali che Dio ci ha posto innanzi nella Sua Parola: ecco una buona definizione del servizio che dobbiamo rendere a Dio. Come ci rapportiamo ai principi che abbiamo oggi scoperto attraverso la parabola di Gesù sui talenti?

Quello che abbiamo non è nostro. Quello che ci è stato dato noi lo possiamo gestire al meglio. Dobbiamo investire ciò che ci è stato dato. Verrà sicuramente il giorno della resa dei conti. Ciò che facciamo con ciò che abbiamo rivela la concezione che abbiamo di Dio. Ciò che abbiamo, lo dobbiamo usare, altrimenti lo perderemo. Ciò che conosciamo ci porterà, nella vita futura o all'abbondanza oppure alla perdizione totale.

C'è una trasmissione alla televisione che si chiama “Il prezzo è giusto!”. Il concorrente deve indovinare il giusto valore di qualcosa. Se lo valutano giustamente lo possono vincere.

Comprendiamo noi il valore di ciò che Dio ci ha dato e sappiamo che dobbiamo investirlo per il suo regno? Se però sappiamo che cosa abbiamo, quanto vale, chi ce l'ha dato e a che cosa deve servire, e non siamo scansafatiche, ma investiamo quel dono per la gloria di Dio, allora scopriremo che Dio ci ricompenserà con molto più ancora. Potremmo dire che Gesù abbia posto i Suoi affari nelle nostre mani. Siamo Suoi collaboratori o solo tiriamo fuori un sacco di scuse per non fare quel che dovremmo?

Paolo Castellina, Rifacimento del 12 novembre 2014 della predicazione del 14 agosto 2003.