Studi biblici/Matteo 22:34-40

Da Tempo di Riforma.

Il criterio ultimo dell'amore

Sintesi. In un’epoca come la nostra dove scompaiono tutte le certezze e le norme etiche e dove prevale il relativismo. l’amore sembra essere l’unico criterio stabile con il quale giudicare la liceità delle decisioni in campo etico, amore che si dice trascendere ogni legge. Spesso si sente menzionare Gesù di Nazareth come uno dei “campioni” di questo amore, soprattutto quando, nei vangeli, lo indica come “il comandamento più grande”. Il meno che si possa dire, però, è che si tratta di una lettura superficiale, selettiva e pretestuosa del testo biblico. Questa settimana, così, analizziamo il testo di Matteo 22:34-40 nel suo contesto, scoprendo che cosa veramente abbia detto Gesù al riguardo dell’amore.L’amore è l’unica legge? Che cosa vuol dire amare? Chi e come?
Verità provvisorie?

Sotto l'originale impulso dei "maestri del sospetto", il nostro tempo è stato "educato" a sottoporre ogni cosa ad “esame critico”, a mettere tutto mette in questione. Colpite dal maglio distruttore della "critica scientifica", non sarebbero rimaste più certezze, di fatto, in nessun campo, nemmeno in quello scientifico. È vero che molto influenti rimangono i sacerdoti in camice bianco dello scientismo, che vorrebbero imporre a tutti i loro nuovi dogmi, quelli della "scienza". La "scienza seria", però, sa che anche le sue affermazioni sono sempre relative e passibili di costante revisione. "Scienza" vuol dire "sapere" ma, di fatto, oggi prevale il "non sapere con certezza”. Ci si limita al “probabilmente”, al "sapete provvisorio" e temporaneo. È la "virtù" di chi dice: "Io so di non sapere". In un simile clima prevale il relativismo, l'agnosticismo, il soggettivismo di chi dice: "mi sembra... ma potrebbe anche non essere così", ...per il momento, secondo le opinioni e le teorie più accreditate, sembra essere così. Domani si vedrà...".

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Anche le parole, i concetti, perdono così il loro significato oggettivo, essendo passibili di costante revisione. Vocabolari e massicce enciclopedie non si comprano più, basta consultare su Internet i siti "wiki", dove gli utenti possono modificarne le voci in una "democratica" consultazione collettiva.

Fra i concetti che nonostante tutto questo, sembrano oggi più stabili è quello di "amore". Tutti credono di sapere ciò che significa l’amore, tanto che in campo etico l'amore è considerato come il massimo criterio rispetto al quale ogni cosa dovrebbe essere giudicata. Con il criterio dell'amore, del "volersi bene" oggi sembra giustificarsi qualsiasi cosa, anche ciô che un tempo veniva considerato inappropriato o sbagliato, anche la soppressione della vita.

Campione dell'amore (secondo la concezione moderna) viene considerato lo stesso Gesù di Nazareth. Si tratta di un Gesù, “adattato” e le fonti su di Lui vengono considerate in modo selettivo o, appunto, “critico”. A sostegno di questo Gesù campione dell’amore, si cita spesso il testo biblico dove Egli afferma che l'amore è il primo ed il piú grande fra i comandamenti.

Possiamo però davvero riferirci a Gesù come il maggior sostenitore del concetto moderno di "amore"? L'amore tanto sarebbe il senso di ogni legge che, in suo nome, si può relativizzare ed anche ignorare ogni altra legge? Soprattutto: che cos'è l'amore? Qualunque cosa noi intendiamo oggi come tale, salvo modificarne il significato in circostanze diverse? Può il concetto di amore "evolvere"?

Esaminiamo con attenzione il testo biblico di Matteo 22:34-40 dove Gesù parla dell'amore come il comandamento più importante.

Il testo biblico
Il gran comandamento. “(34) I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; (35) e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: (36) «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» (37) Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". (38) Questo è il grande e il primo comandamento. (39) Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". (40) Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»” (Matteo 22:34-40).
Un'altra "commissione giudicante"

Il Signore Gesù proprio “non andava giù” a tutti i gruppi religiosi più accreditati d’Israele in quei tempi. Nella speranza di discreditarlo presso la gente, sembra proprio che si fossero “dati il cambio” per contestarlo e farlo cadere in trappola. Nel testo di oggi compaiono sulla scena i farisei che “...udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono” (34), quasi per dire: “Voi avete provato a far cadere questo Gesù in contraddizione. Avete fallito. Ora ci proviamo noi … non siamo forse, nella nostra società, i più istruiti? Nessuno ci batte quanto a cultura biblica e capacità dialettica, e certamente non ci risulta che abbia frequentato alcuna scuola. Non saprà tenerci testa!”.

Si accordano così per farlo interpellare da un loro grande “professore”, un docente, un “luminare” del loro gruppo. Di fatti, “uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova... ” (35). Si tratta di un “dottore della legge”, un esperto nell’interpretazione della Legge di Mosè, un giurista e teologo.

L'esame di un maestro

Questi arriva e interpella Gesù con il titolo di “maestro”. È improbabile che a Gesù avessero dato una “laurea honoris causa”, un riconoscimento formale. Non sappiamo il tono con il quale l’aveva interpellato. Forse era un tono sarcastico: “Tu che sei un maestro, dicci…”. Certamente, ai loro occhi, Gesù si era dimostrato un maestro nello zittire i sadducei, cosa che per loro poteva anche andar bene, perché, rispetto a loro, i sadducei erano un gruppo concorrente, da loro criticato spesso e volentieri come “non ortodosso”. Gesù, quindi, poteva anche fargli comodo.


Gli chiede così: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» (36). Si tratta di una un'altra questione controversa alla quale vari esperti di Sacre Scritture avevano dato risposte diverse. I rabbini avevano documentato nella Legge mosaica 613 leggi, di cui 248 negative e 365 positive. Dato che nessuno poteva possibilmente osservarle tutte, essi le dividevano in "pesanti" (più importanti) e quelle più "leggere" (meno importanti). Questo Fariseo chiede a Gesù quale fra le leggi "pesanti", secondo Lui è la piŭ importante.

Il punto di riferimento centrale

“Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (37).

Gesù gli cita il testo biblico di Deuteronomio 6:4-6 “Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l'unico SIGNORE. Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore...”, e poi Levitico 19:18 “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE”.

Il triplice riferimento a parti differenti della persona esprime di fatto il dovere d’amare Dio con la totalità del nostro essere. Non si tratta di distinti “compartimenti stagni”. In qualche modo si sovrappongono ed insieme coprono l’intera persona. Presi insieme significano che abbiamo motivo di amare Dio senza riserve e più di qualsiasi altra cosa o persona.

Gesù ama Dio con tutto il Suo cuore, perché Egli era irreprensibile nella Sua fedeltà a Dio. Gesù ama Dio con tutta la Sua anima, perché è disposto a rinunciare all’intera Sua vita, se solo Dio glielo chiedesse. Gesù ama Dio con tutta la Sua mente, consapevolmente, perché Egli considera come le cose che occupano così tanto gli interessi della gente di questo mondo, proprio non ne valgono la pena. È lo stesso atteggiamento che, rispetto a Cristo, manifesta di avere l’apostolo Paolo: “...a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Filippesi 3:8).

Sì, “Questo è il grande e il primo comandamento” (38), il comandamento più grande e più importante, quello di primaria importanza.

Per Gesù il secondo più grande comandamento è simile al primo quanto in carattere e qualità: Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso" (39). Questo comandamento tratta pure dell’amore, come dice pure l’Apostolo: “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l'amore” (1 Corinzi 13:13). Lo rileva pure l’apostolo Giovanni: “Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l'amore di Dio essere in lui? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” (1 Giovanni 3:17-18).


Una semplice lettura di Levitico 19:18 “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE” evidenzia come il comandamento riguardi l’amore del prossimo, non l’amore di sé stessi. Quel “come te stesso” fornisce solo un termine di confronto di come i discepoli di Gesù debbano amare gli altri, come la gente di questo mondo manifestano di amare sé stessi. È quindi sbagliato, dal punto di vista dell’ermeneutica di questo testo, sostenere, come fa qualcuno, che questo comandamento insegni per prima cosa ad amare sé stessi prima di poter amare qualcun altro! Non c’è alcuna necessità, infatti, di insegnare ad una creatura umana (decaduta) ad amare sé stessa, come ...non è necessario insegnare ad un gatto ad arrampicarsi! Lo sa fare benissimo da solo, anzi, ama così tanto sé stesso da promuovere il proprio bene, interessi, piaceri, vantaggi, a discapito di chiunque altro! Se le creature umane di questo mondo amano così tanto sé stesse e con tale intensità, così ama Dio chi è stato salvato in Cristo (da sé stesso) e, rigenerato spiritualmente, impara da Cristo ad essere come Dio aveva inteso fin dall’inizio per esse.

Infine: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (40). Tutta la legge di Mosè e tutto l'insegnamento dei profeti dipendono da questi due comandamenti, è fondato su di essi, sono “appesi” su di loro, sono essi che portano tutti gli altri, derivano da essi, ne sono un’elaborazione, possono essere correttamente compresi solo in riferimento ad essi. Tutte le altre leggi che Dio ha stabilito per il bene dell’essere umano, trattano di applicazioni specifiche di uno o dell’altro di questi due comandamenti. Anche gli antichi profeti di Israele costantemente mettono l’accento sull’importanza dell’amare Dio e il nostro prossimo. Senza questi due comandamenti, che riassumono tutti gli altri, l’Antico Testamento è privato delle sue fondamenta, non lo si comprende più, anzi, lo si travisa.

Questi comandamenti sono i più importanti, ma non i soli. A questo detto di Gesù, l’evangelista Marco aggiunge: “...e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Marco 12:33). Matteo lo omette forse per timore di offendere i suoi lettori israeliti (ancora non convertiti a Cristo). Il punto è però chiaro anche senza di essa.

Questa dichiarazione sui comandamenti prepara la denuncia dei leader religiosi di Israele nel capitolo successivo. Ora Gesù ha risposto a tre difficili questioni. Ha trattato del rapporto della religione con la politica, fra questa vita e quella futura, e fra Dio ed il nostro prossimo. Per la nostra vita si tratta di rapporti fondamentali. C’è però una questione ancora più fondamentale di queste, e Gesù la pone al termine di questo capitolo e che riguarda l’identità storica del Messia in rapporto a Davide. La questione sull’amore, infatti, non può essere distinta come una questione a parte dal Cristo e dal nostro rapporto con Lui, perché, di fatto, il Cristo è la chiave che apre le porte alla possibilità stessa che abbiamo di osservare fedelmente tutta la Legge di Dio. Non si possono, infatti, rendere le leggi di Dio una “questione accademica” e non possiamo illuderci di poterle osservare senza il potere abilitante che ci giunge da Cristo ed in Cristo.

La definizione di amore

Gesù risponde mettendo in rilievo come somma e la sostanza di tutto ciò che Dio richiede alla creatura umana non sia altro che l'amore, amore verso Dio ed amore verso il nostro prossimo, amore intenso, concreto, totalizzante, impegnato.

Se qualcuno osasse dire che la risposta di Gesù è scontata e banale, non sa quello che sta dicendo. C'è infatti una grande differenza fra l'amore di cui parla Gesù ed il nostro "non far del male a nessuno" di cui ipocritamente ci vantiamo. C'è una grande differenza fra l'amore di cui Gesù parla, e che soprattutto vive, e ciò che noi intendiamo per amore. Oggi, infatti, si parla così tanto d'amore da correre il rischio non solo di banalizzarlo, ma di equivocarne il significato e di svuotarne il concetto d’ogni contenuto preciso. Ciò che, nella Sua risposta, Gesù mette in evidenza è per diversi aspetti in contrapposizione a ciò che noi in genere pensiamo, diciamo e pratichiamo a proposito dell'amore. Egli definisce l'amore in modo diverso da noi, ma sicuramente in modo più autorevole. Noi vogliamo che sia Lui a dirci che cos'è il vero amore. Egli è "il Signore", l'unico ad avere il diritto di definire il significato delle parole!

Amore come tornaconto?

Quando si pensa all’amore, la prima cosa che ci viene in mente è quella dell’avventura sentimentale. La cultura popolare e le personali nostre fantasie ricamano molto sull’amore inteso come "storia d'amore". Ci piace una persona, ce ne innamoriamo, desideriamo frequentarla e trarne piacere. Poi c'è l'amore di genitori. Come genitori amiamo i nostri bambini. Essi fan parte di noi. Amiamo i nostri genitori. C'è poi l'amore verso gli amici, verso le persone che ci fanno del bene, verso una persona che ci è simpatica, ecc. Il nostro concetto d'amore, cioè, è tutto legato a dei sentimenti, a sentimenti buoni o come risposta ad un nostro tornaconto. Si ama ciò da cui ci si sente attratti o "ci fa tenerezza", si ama ciò da cui si può ricavare un piacere o una soddisfazione, un vantaggio personale, si ama ciò che "ci è congeniale" e con il quale "stiamo bene" e "ci piace".

Non vi suona però "strano" questo "amore" tutto rivolto a noi stessi? Ciò che oggi passa per amore, potrebbe più realisticamente essere definito "gratificazione o appagamento di sé stessi", auto-indulgenza. L'amore vero è gratificante, ma la gratificazione di sé stessi non può essere il fine ultimo dell'amore!

Quando però Gesù ci parla d'amore (e lo vive) come qualcosa di disinteressato tutto rivolto al bene dell'altro fino alla completa negazione del nostro bene e al sacrificio di noi stessi, quando Gesù ci parla dell'amore come qualcosa di rivolto anche a chi è antipatico, brutto, sporco, repellente, ostile, e persino nemico, amore rivolto anche a chi "non lo merita", allora ci accorgiamo che Gesù "parla una lingua diversa dalla nostra", e non lo comprendiamo più. Ciò che Gesù intende per amore non è la stessa cosa che intendiamo noi.

"Difficilmente infatti qualcuno muore per un giusto; forse qualcuno ardirebbe morire per un uomo dabbene. Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Romani 5:7,8).

Se non comprendiamo questo, tutto ciò che facciamo è trasferire un patetico egocentrismo mascherato d’amore. Quando si comprende e si pratica ciò che significa vero amore, davanti a noi si apre una verità che riscalda il cuore e davvero si rivela soddisfacente e gratificante. Disse un apologeta cristiano: "L’amore è una condizione dell’anima e comporta un lascito vincolante. Quando l’amore è superficiale, il cuore rimane vuoto, ma se si comprende come amore implichi sacrificio, allora si potrà bere con abbondanza dalla sua coppa ed esserne completamente saziati" (R. Zacharias).

Amore e sacrificio vanno assieme, e donando sé stessi si arricchisce lo spirito. Più invece si consuma egoisticamente l’amore più si diventa poveri e miserabili.

Amore libero?

Per molti, dicevamo, amore è soprattutto "avventura sentimentale". Si immaginano, allora, grandi "storie d’amore" che, naturalmente, secondo noi, dovrebbero essere "libere da ogni vincolo" perché il "legame fisso", il matrimonio, sarebbe "la tomba dell’amore". Così ci vogliono far credere.

A questo riguardo lo scrittore G. K. Chesterton scrisse: "Oggi si è inventata una nuova espressione composta di due parole dal significato assolutamente contraddittorio: ‘libero amore’ …come se chi ama potesse mai davvero essere libero. E’ la natura stessa dell’amore quella di legare, e l’istituzione del matrimonio semplicemente prende questo concetto in parola".

Vi sorprende questo? Pensateci bene: "E’ la natura stessa dell’amore quella di legare"! In effetti per la nostra società dell’"usa e getta", e della conclamata libertà, non c’è nulla che sia più incongruente di questo. Secondo l'autorevole prospettiva del Signore Gesù, però, amore ha a che fare con un patto di solidarietà, con un vincolo preciso liberamente assunto. Amare davvero significa liberamente legarsi, vincolarsi, per garantire in modo costante e sicuro e in ogni caso il bene dell'altro.

E' quello che Dio ha dimostrato voler fare con il Suo popolo eletto, è quello che Gesù ha voluto fare prima ancora di venire in questo mondo, prendere la precisa determinazione di dedicare tutto sé stesso alla salvezza dell'uomo peccatore. Questo è amore, e Gesù l'ha compiuto entrando nella miseria e contraddizioni di questo mondo e giungendo persino alla morte di croce. Gesù: "…trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce" (Filppesi. 2:8). Il Suo amore ha preso la forma di un vincolo liberamente sottoscritto. Da questa prospettiva come bisognerebbe giudicare l'"amore" di chi rifiuta di stabilire "per principio", "per essere libero" il vincolo coniugale?

Il principio unificatore sia dell’amore romantico che quello di genitori è lo stesso: quello dell’onore e della fedeltà. Potremo comunicare ai nostri figli che cos’è l’amore solo se insegniamo loro che è la

natura dell’amore onorare gli impegni che esso si assume - vincolarsi.

Amore disimpegnato?

Va da sé che il vero amore, oltre ad esse rivolto non al bene mio ma a quello dell'altro, e ad implicare un vincolo, comporta pure un impegno di fondo, indipendente dalla fugacità dei sentimenti.

Nella cultura orientale il concetto d'amore rimanda a quello di devozione, d'impegno, di ruolo da adempiere in un rapporto. Nella cultura occidentale l’accento, somma e sostanza d'ogni cosa, è posto sull’avventura romantica, sull’aspetto sentimentale. In qualche modo sarebbe però necessario incorporare questi due aspetti. Senza il sentimento, il matrimonio sarebbe solo un lavoro duro ed ingrato, ma senza volontà ed impegno il matrimonio sarebbe solo oggetto di derisione. Il sentimentalismo puro e semplice, semmai, appartiene alla "biologia" dell’adolescenza, ma l’amore impegnato appartiene alla maturità, e questo la dice lunga su di noi che sembriamo una società di ragazzini che non vogliono mai crescere, degli eterni "Peter Pan".

L'amore - nella prospettiva di Dio - comprende ma non dipende da mutevoli sentimenti, ma è impegno "con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Noto è il fatto che nella lingua greca, quella in cui fu scritto il Nuovo Testamento, vi sono quattro diverse parole per indicare "amore": Agape si riferisce ad un amore puro, particolarmente riferito a Dio; Phileo è l’amore nell’amicizia; Storge descrive l’amore di un genitore. Infine Eros è l’amore romantico. Sebbene solo uno di questi amori trova il suo culmine nell’unione fisica, tutt’e quattro implicano un impegno da parte di chi ama.

Nella nostra cultura, quando ci riferiamo all’amore, indichiamo prevalentemente l’amore fisico e per lo più come qualcosa di disimpegnato. Che strano che noi si chiami l’atto sessuale: "Fare l’amore" quando, di fatto, spesso si tratta di un atto spoglio d'ogni responsabilità permanente verso la persona con la quale lo si compie, e che spoglia l’amore stesso del suo significato, degradando l’individuo ad oggetto del proprio piacere. L’amore non è amore quando è stato confezionato per quel momento.

Un amore duplice

L'amore come definito autorevolmente e vissuto dal Signore Gesù, infine, è qualcosa che comporta due dimensioni: "Quella orizzontale e quella verticale"; "Ama il Signore Dio tuo… ama il tuo prossimo".

Oggi si parla di "amore terreno" come dell'unica cosa di cui ne vanga la pena occuparsene, e questo per almeno due motivi. Il primo a causa dell'eclissi di Dio dalla coscienza e cultura contemporanea. Il secondo a causa dell'ideologia umanistica oggi prevalente che pone sempre e solo l'accento sulle "opere sociali", la solidarietà, la giustizia sociale... Certo, un tempo vi era molta "religiosità" a spese della quasi totale indifferenza per i problemi sociali. Oggi siamo nell'epoca della "socialità", a spese della quasi totale indifferenza verso tutto ciò che è spirituale e Dio in particolare.

Un tempo era necessario dire: "Se uno dice: io amo Dio, e odia il proprio fratello, è bugiardo; chi non ama infatti il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: chi ama Dio, ami anche il proprio fratello" (1 Giovanni 4:20,21). Oggi siamo invece nella situazione descritta da Giobbe: "...ma nessuno dice: dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia, che a noi insegna più cose che alle bestie dei campi e ci fa più saggi degli uccelli del cielo?" (Giobbe 35:10,11); oppure da Paolo: "Essi …hanno cambiato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura, al posto del Creatore che è benedetto in eterno. Amen" (Romani 1:25). Oggi è necessario dire: "Ricordati del tuo Creatore prima che il cordone d'argento si rompa, il vaso d'oro si spezzi, la brocca si rompa alla fonte e la ruota vada in frantumi al pozzo" (Ecclesiaste 12:6).

Dobbiamo anzi dire chiaramente alla nostra generazione che il vero amore e la vera solidarietà non sono un prodotto naturale dell'animo umano, perché esso è corrotto ed egoista. Il vero amore può solo venire da un rapporto autentico e fecondo con Dio. Dice infatti la Scrittura: "…non già che da noi stessi siamo capaci di pensare alcuna cosa come proveniente da noi stessi, ma la nostra capacità viene da Dio" (2 Corinzi 3:5), "…poiché Dio è colui che opera in voi il volere e l'operare, per il suo beneplacito" (Filippesi 2:13).

Conclusione

In un epoca come la nostra dove tutto sembra confuso e diventato relativo, dove "non si è più sicuri di niente", né delle domande né delle risposte, interrogare il Signore e Salvatore Gesù Cristo è e deve diventare per ciascuno di noi l'unica certezza che non ci lascerà delusi. Non si tratta dell’interrogare Gesù per metterlo in questione, per poterlo criticare, né per poterlo cogliere in fallo, come avevano fatto gli antichi farisei.

Lo interroghiamo sul senso della vita ed Egli ce lo indica nell'adempimento di tutti quei doveri che Dio ha stabilito per la creatura umana, come sono stati precisati nella Legge morale che per il nostro bene Egli ha stabilito.. Nelle parole (e dall'esempio stesso) di Gesù noi comprendiamo come il nostro dovere possa e debba essere riassunto nell'amore verso Dio e verso il prossimo, amore intenso, concreto, totalizzante, impegnato, che solo lo Spirito Santo può realizzare in noi seguendo Gesù come Suoi discepoli.

Neanche il concetto d'amore rimarrà per noi, però, con Gesù, astratto e soggettivo. Egli infatti definisce e vive l'amore come dedizione totale e sacrificale, nell'ambito di preciso vincolo liberamente assunto, fatto d'impegno serio e costante. Si tratta di un amore che trova in Dio il suo primo oggetto e fonte qualificante ed abilitante.

Che il Signore ci dia di comprenderlo e di metterlo in pratica: solo così la nostra umanità potrà essere davvero realizzata, a livello personale e sociale.

[Paolo Castellina, 23 ottobre 2014, include una predicazione del 26 settembre 1997].