Studi biblici/Matteo 22:1-13

Da Tempo di Riforma.

Un “invito a nozze” da considerare con attenzione

Sintesi
Per quanto sorprendente possa sembrare, mentre molti accolgono gli inviti a nozze con gioia, per altri sono un’incombenza della quale cercano in tutti i modi di liberarsene. Se poi è Dio stesso che con stupefacente generosità offre in Cristo, e in modo del tutto immeritato e gratuito, ogni bene, temporale ed eterno, ancora più stupefacente è l’indifferenza ed il diniego umano che, di fronte all’invito dell’Evangelo, riesce a trovare ogni sorta di scuse per disattenderlo. Questo è il messaggio di fondo del testo biblico di questa settimana: Matteo 22:1-13, la “Parabola delle nozze”. “Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”.

Inviti a nozze

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In italiano c’è l’espressione “andare a nozze” nel senso di fare qualcosa che ci risulta estremamente facile o gradito. Vi piace partecipare come invitati a feste di nozze? C’è cibo e divertimenti in abbondanza, soprattutto se si tratta di famiglie facoltose come quella coppia indiana, lei figlia di un magnate del ferro, lui erede di una casa di moda che recentemente ha voluto tenere la loro festa di nozze in Puglia con dieci milioni di dollari di budget, musica con cantanti famosi, spettacoli vari, fuochi d'artificio, ed ogni sorta di “ben di Dio” [1]. Vi sarebbe piaciuto esservi personalmente invitati? Un film comico di qualche anno fa, “Wedding Crashers - 2 single a nozze” [2] racconta di due amici che amavano "imbucarsi" ai matrimoni, al fine di usufruire gratuitamente di cibo, divertimenti, e soprattutto per incontrare giovani donne da abbordare, spacciandosi per lontani parenti di uno degli sposi...

Di per sé non c’è virtù alcuna a voler partecipare ad una festa di nozze, perché a qualcuno potrebbe piacere benissimo starsene per conto proprio a “farsi le proprie cose” evitando queste occasioni sociali e trovando altrove cibo e soddisfazione - a parte, magari essere considerati “musoni” ed asociali quando regolarmente le sfuggiamo (e dopo un po’ nessuno ci inviterà più)! Il nostro rifiuto, però, potrebbe diventare grave in dipendenza da chi ci invita. Il nostro rifiuto potrebbe significare indifferenza, disprezzo e persino ostilità. Uno può avere sicuramente le proprie ragioni o scuse più o meno giustificate per declinare un invito. Se l’invito, però, è del re ...o del presidente della repubblica che, prendendo la briga di invitarvi manifesta così la sua generosità e di desiderio di onorarvi e benedirvi, il vostro rifiuto sarebbe cosa grave, riprovevole e manifesterebbe colpevole disprezzo od ostilità, qualunque fosse la ragione di tale rifiuto. Se fosse un re ad invitarvi, il presidente della vostra nazione della quale ne godete i vantaggi e se voi diceste che avente ben altro da fare che partecipare alla sua festa, avrebbe ben ragione di esserne offeso.

L’invito declinato

C’è una parabola che Gesù racconta dove gli invitati alla sontuosa festa di nozze del figlio di un re rifiutano di parteciparvi, anzi, trovano ogni scusa per non andarci. Sarebbe stato per loro un grande onore esserci, avrebbero goduto di ogni sorta di beni e derivato dalla cosa notevoli vantaggi personali perché si trattava di un re molto generoso. Ma loro no, non solo ignorano l’invito, ma maltrattano pure chi glielo aveva consegnato! Un altro, poi, accetta l’invito, ma si presenta alla festa sporco e con il vesttito da lavoro di tutti i giorni!

Che dire di una cosa del genere? Perché Gesù racconta questa parabola? Chi sono quelli che allora ed ancora oggi si comportano in quel modo? Qual é la conseguenza del loro rifiuto? Come vanno giudicati? Perché vi è chi pure trova modo di giustificarli? Leggiamone il testo:

Parabola delle nozze. (1) Gesù ricominciò a parlare loro in parabole, dicendo: (2) «Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece le nozze di suo figlio. (3) Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma questi non vollero venire. (4) Mandò una seconda volta altri servi, dicendo: "Dite agli invitati: Io ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono ammazzati; tutto è pronto; venite alle nozze". (5) Ma quelli, non curandosene, se ne andarono, chi al suo campo, chi al suo commercio; (6) altri poi, presero i suoi servi, li maltrattarono e li uccisero. (7) Allora il re si adirò, mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e a bruciare la loro città. (8) Quindi disse ai suoi servi: "Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne erano degni. (9) Andate dunque ai crocicchi delle strade e chiamate alle nozze quanti troverete". (10) E quei servi, usciti per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e la sala delle nozze fu piena di commensali. (11) Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. (12) E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. (13) Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". (14) Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti»” (Matteo 22:1-13).

Un popolo ed il loro Signore

Il popolo di Dio sono quegli uomini e quelle donne che Dio ha scelto e legato a sé con un patto affinché, in questo mondo, Lo rappresentino e ne servano la volontà. Redenti dalla servitù al peccato, riabilitati e rigenerati spiritualmente, essi sono chiamati a ritornare ad essere quell’umanità in armonia con Dio che Egli aveva inteso sin dall’inizio, prima che la Caduta la corrompesse. Come dimostra la vicenda storica dell’antico Israele, però, non sempre il popolo di Dio è all’altezza della vocazione ricevuta. Quando palesi incoerenze ed infedeltà lo rendono, di fatto, disutile a Dio e molto più simile all’umanità ribelle, Dio lo deve richiamare all’ordine ed alle sue responsabilità attraverso la parola dei profeti. La loro parola porta molti di loro al ravvedimento e a una rinnovata ubbidienza, ma non raramente i profeti di Dio vengono respinti in malo modo. È la sorte dello stesso Cristo, l’Eterno Figlio di Dio, che giunge in Israele, popolo di Dio, nella persona di Gesù di Nazareth, viene “in casa sua” e dai più ne è violentemente respinto, tanto da fare proprio affermare dal vangelo: “È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto” (Giovanni 1:11).

La sorte dei profeti, inviati da Dio al Suo popolo, e dello stesso Cristo, è messa in evidenza da tre parabole di Gesù, due delle quali abbiamo letto ed esposto nelle settimane passate. Come in cerchi concentrici esse ci portano a focalizzare la nostra attenzione sulla mancata accoglienza di Dio, della Sua Parola, e del Suo Cristo, e sulle conseguenze di questo rifiuto. La parabola dei due figli (21:28-32) mette in rilievo la mancanza della dovuta ubbidienza. La parabola dei malvagi vignaioli (21:33-45) la carenza nel senso del dovere e di responsabilità verso Dio. La parabola delle nozze, quella che vediamo oggi, è la terza, la più estesa delle tre..

Un discorso “fuori programma” (dai nostri)

"Gesù ricominciò a parlare loro in parabole, dicendo..." (1). Questo discorso Gesù lo rivolge espressamente al popolo di Israele ed i suoi capi che, in quel momento, riempivano i cortili del Tempio e che così esprimevano la propria devozione a Dio. Quale posto migliore di quello potrebbe avere per annunciare la Parola di Dio? È lì che, come gli antichi profeti, Gesù cerca il Suo uditorio. Non si tratta però di un discorso in programma sulla “scaletta” degli avvenimenti di quel giorno del tempio. Gesù non ha alcuna autorizzazione per rivolgersi alla folla, se non quella di Dio Padre. Gesù, difatti, era sorvegliato dalla “polizia del tempio” che non poche volte cerca di allontanarlo. Dio non è legato all’ufficialità dell’istituzione, nemmeno a quella dell’istituzione religiosa legittima ed ufficiale. Di fatto, spesso, l’ufficialità dell’istituzione religiosa è di ostacolo alla proclamazione della Parola di Dio, quella proclamazione che l’istituzione spesso “addomestica” perché non ne turbi “la pace”. Non per nulla anche oggi la predicazione che avviene nell’ambito delle istituzioni ecclesiastiche ufficiali è spesso fatta di banalità irrilevanti che “non disturbano nessuno”, perché “disturbare”, all’istituzione “non conviene”. Di fatto la Parola che Gesù annuncia si rivela “molto scomoda, così come deve fare l’autentica predicazione cristiana che certo non può tirarsi indietro, quando è necessario, dalla denunzia e dal mettere in crisi, anche se, come nel nostro caso, si tratta di una parabola.

L’esercizio della generosa regalità di Dio

Gesù dice: "Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece le nozze di suo figlio. Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma questi non vollero venire" (2,3).

Il re rappresenta Dio Padre che esercita le sue sovrane prerogative con atti di governo. È ciò che i vangeli chiamano “il regno di Dio” o “il regnare di Dio”, l’esercizio della Sua sovranità. Suo figlio, lo sposo, rappresenta il Messia [3], Colui che viene per coronare, per adempiere, la storia della salvezza.

La festa di nozze rappresenta il banchetto messianico, Dio che elargisce gli straordinarie benedizioni della Sua grazia, espressione della Sua generosità. Sono le straordinarie benedizioni che ricevono fin da oggi coloro che “siedono alla tavola di Cristo” seguendolo con fiducia come Suoi discepoli. Si tratta delle benedizioni che avevano ricevuto coloro che erano oggetto delle cure e dell’interesse di Gesù durante la Sua vita terrena, come pure le straordinarie benedizioni che, per grazia soltanto, riceveranno nella loro pienezza coloro che Gli appartengono, nel gran giorno del Suo ritorno.

I servi del re che vanno per raccogliere gli invitati e per portarli nella “sala delle feste”, sono gli araldi dell’Evangelo, i profeti e gli apostoli, ed oggi chi annuncia, predica e insegna l’Evangelo. Sono coloro che sono mandati da Dio per il mondo per raccogliere e poi prendersi cura degli "invitati”, i destinatari della salvezza, coloro a cui Dio sovranamente accorda la Sua grazia. Gli araldi dell’Evangelo giungono fra il Suo popolo per annunciare l’inizio della grande “festa di nozze” in cui gli invitati, sedendosi alla tavola stessa di Cristo, possono godere di “cibo in abbondanza” e di eccezionali doni, le immense benedizioni della grazia di Dio. Araldi dell’Evangelo erano i grandi profeti di Israele che chiamavano il popolo a Cristo. L’ultimo fra questi era Giovanni, il battezzatore, che predicava: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3:2).

È così che il regno di Dio, o il regnare di Dio, è essenzialmente espressione della generosità e della grazia di Dio, una fonte di benedizioni per i suoi sudditi [4].

Ci si potrebbe ben aspettare che un simile invito riempia tutti gli invitati di grande gioia e di entusiasmo, tanto da lasciare da parte ogni altro loro impegno e prepararsi a partecipare. Ci si potrebbe aspettare che “non vedano l’ora” di entrare in quella sala. Non è così, perché sorprendentemente la parabola dice: “...ma questi non vollero venire” (3)!

Ma come? Sei invitato non da uno qualunque, che non conosci, ma sei invitato “a corte” dallo stesso “Re dei re”, la fonte di ogni bene e della stessa tua vita, Colui che ti ha già benedetto in innumerevoli modi! Non vuoi venire? Questo è veramente incomprensibile! O no?

Altro da fare di “più importante”?

“Mandò una seconda volta altri servi, dicendo: "Dite agli invitati: Io ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono ammazzati; tutto è pronto; venite alle nozze". Ma quelli, non curandosene, se ne andarono, chi al suo campo, chi al suo commercio” (4-5). La parabola rappresenta Dio che ora reitera, ripete, l’invito. “Forse non hanno capito molto bene, forse non si rendono ben conto della cosa…”. Il fatto che il re ripeta il suo invito ed esorti coloro che prima non avevano mostrato alcun interesse nel partecipare a quella festa di nozze, è un’ulteriore conferma della sua grazia, generosità e compassione.

Il termine tradotto con “pranzo” di solito si riferiva al primo dei due pasti che gli israeliti mangiavano in quel tempo, generalmente a metà mattina. In questo caso è uno dei molti pasti di cui gli invitati avrebbero goduto, dato che la festa di nozze, nell’antico vicino Oriente durava circa una settimana: quasi l’opportunità di una vacanza gratis!

Il re mette in rilievo l’imminenza della festa: “Tutto è pronto”! Non vi sarà da aspettare tanto che servano il pranzo, come accade oggi in certi ristoranti affollati e dove la cucina ed i camerieri lavorano con lentezza. I piatti sono pronti e fumanti, devono solo essere messi davanti ai commensali seduti. L’offerta del regno è autentica. Il generoso regnare di Dio nell’opera di Cristo è disponibile da subito. Non è che l’inizio del regnare di Dio, ma già esso è all’opera e disponibile oggi in Cristo per tutti coloro che, invitati, si siedono alla “tavola del banchetto”. Le benedizioni dell’Evangelo sono disponibili da subito per tutti coloro che, rispondendo all’annuncio dell’Evangelo si ravvedono dai loro peccati e ripongono la loro fiducia in Cristo. Non dovranno aspettare, “Tutto è pronto!”. Non dovranno attendere di esserselo guadagnato: è già godibile fin da ora. È per grazia e proviene da Chi sulla croce ha detto “È compiuto” (Giovanni 19:30), come pure: “Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data da fare” (Giovanni 17:4). Tutto è pronto, dunque, basta venire e cominciare a godere della munificienza e generosità del re. Eppure quegli invitati non vanno alla festa. Mostrano maggiore interesse per i beni che già possiedono e per le attività che stanno facendo. Perché mai? Evidentemente non si rendono conto della portata di quell’invito.

Può anche darsi che, pur rendendosene conto, per loro, il partecipare sia troppo “compromettente”. Partecipare vorrebbe dire avallare l’autorità del re e manifestare la loro sottomissione a lui. Sono “formalmente” sudditi di quel re, ma, in realtà, vogliono essere solo loro i padroni della loro vita e fare quel che più li garba (entro certi limiti). Anche se a malavoglia devono pagarne le tasse, godono delle benedizioni di quel re: il sistema giudiziale, un esercito che li difende, qualcuno che governa la nazione, ma quel re ...lo vogliono tenere il più possibile alla larga. Si sono creati i propri spazi personali, e quelli sono i soli che interessino loro. Magari anche quegli “spazi personali” sono più vasti di quelli che sarebbero loro consentiti e loro sono o vogliono rimanere dei “piccoli re” su quello che possiedono e fanno, senza che nessuno “ci metta il becco”, neanche il legittimo sovrano ed anche a costo di privarsi delle maggiori benedizioni della partecipazione alla “festa di nozze”.

Rifiutano, così, l’invito del loro re, invito che era sia un onore che un comando.

Nessuna impunità con Dio

"...altri poi, presero i suoi servi, li maltrattarono e li uccisero. Allora il re si adirò, mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e a bruciare la loro città" (6-7). Sembra così che non basti per loro rifiutare l'invito. Per loro è insopportabile il solo sentirlo! Non possono sopportare la parola del re quando viene loro annunciata (anche se è parola di grazia) e nemmeno vedere delle persone che fedelmente servono il re, i Suoi servi. Per questo li maltrattano ed uccidono!

Una simile condotta non può essere certo tollerata: il re giustamente si infuria e, come sarebbe successo a quei tempi, il re manda le sue truppe a sterminare quegli omicidi e a bruciare la loro città! Dare alle fiamme una città nemica era destino comune per le città ribelli nell'antico Oriente [5] La sorte dei messaggeri di Dio, nella storia dell'antico Israele, era spesso stata un tragico rifiuto, come sarebbe poi successo allo stesso Gesù. Non meno tragica era stata e sarebbe pure stata la sorte della stessa Gerusalemme, che Gesù così non solo predice ma interpreta come un espresso giudizio di Dio. Di fronte a questi stermini ed incendi che proprio Gesù dichiara essere espressione del giudizio di Dio, come ancora si potrebbe prendere alla leggera ciò che Dio comanda e ritenere che Egli pure non eserciti in modo severissimo la Sua giustizia? Nell'anno 70 l'imperatore romano Tito ordina la distruzione di Gerusalemme, massacrerà molti dei suoi abitanti e disperderà gli altri nel mondo.

Il salone delle feste sarà comunque pieno

"Quindi disse ai suoi servi: "Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e chiamate alle nozze quanti troverete. E quei servi, usciti per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e la sala delle nozze fu piena di commensali" (8-10). Se i primi, pur privilegiati, non ne hanno voluto sapete dell'invito del re, manifestandogli, così, il loro disprezzo e ribellione alla Sua legittima autorità (e per questo sono puniti), il re non rimarrà da solo alla festa di nozze. Invita altri, e proprio la gente che se lo sarebbe meno aspettata, persino coloro che agli occhi del mondo sono considerati cattivi, indegni di comparire alla tavola del re. Di fatto l'unica "indegnità" è proprio quella di coloro che disprezzano il re e rifiutano la Sua legittima autorità. Ora dovunque vi sia gente assembrata dovunque vi sia gente di passaggio, udranno l'invito alla festa per il figlio del re, potranno rispondere e partecipare, se vorranno. Finalmente il salone delle feste si riempie.

Se gli israeliti, popolo eletto di Dio, non vogliono partecipare al banchetto messianico perché hanno "altro da fare", gli araldi dell'Evangelo andranno in giro per il mondo e chiameranno a partecipare alle benedizioni del Cristo persone senza distinzione alcuna (indifferentemente Giudei e Gentili). Gesù, in questo modo, predice che molti, non solo Giudei, ma anche gente di altre nazioni, e pure per grazia, parteciperanno al banchetto del Messia, e il salone delle feste sarà pieno com'era stato inteso. Questo, però, non conclude la parabola.

Un unico requisito

"Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti" (11-13).

L’invito è esteso a molti, “sia buoni che cattivi”, ma l’ingresso nel salone delle feste non è incondizionato. Nessuno vi può accedere “così come sta”: per stare alla presenza del Re dei re è necessario portare “un abito di nozze”, “il mantello di giustizia” (Isaia 61:10). Un abito pulito era il minimo che ci si potesse attendere da un invitato a nozze. È quello che generosamente viene consegnato ai convitati all’ingresso del salone delle feste. La veste di nozze appropriata non la dovranno portare da casa loro, ma viene loro data, per grazia, prima di accedere alla sala. Nessuno, di per sé stesso, è moralmente degno di accedere alla presenza di Dio. Dio stesso, per la Sua grazia, provvede a “coprire il peccato” di ciascuno degli invitati con la veste di giustizia di Cristo. Alla presenza di Dio la giustizia che ce ne rende degni non è la nostra, ma quella di Cristo. Prima di entrarvi “dobbiamo spogliarci” ed essere rivestiti: “Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l'uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità” (Efesini 4:21-24). Altri avevano rifiutato l’invito di Dio dimostrando così il loro disprezzo per Dio. Il disprezzo per Dio, però, può essere manifestato anche da chi accoglie l’invito, ma presume di poter venirci “così come sta”, con i propri abiti, con “la propria giustizia” dicendo di non avere bisogno di quella di Cristo, che gli viene offerta. Anche l’abito migliore che possediamo non sarebbe adatto per poter partecipare a quel convito. Di quell’abito, però, alcuni dicono: “Non ne ho bisogno: vado bene così come sono … sono abbastanza pulito e meritevole. La giustizia di Cristo? No, grazie, non ne ho bisogno!”. Entra così nella sala. Vi sarà, però, un controllo e chi si rivelerà non essersi adeguato a ciò che Dio aveva disposto come necessario, ne sarà estromesso con vergogna. Perché? Perché "Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento" (Isaia 64:6). Presumeva di “essere a posto”, ma è buttato “nelle tenebre di fuori” o “fuori nelle tenebre”. Là avrebbe fatto esperienza di “pianto e stridor di denti” (Là piangerà come un disperato). Qui è figura dell’Israelita che cerca, davanti a Dio, di farsi forte con la propria giustizia e disprezza quella che Cristo gli vuol dare, la Sua. Non è forse questa pure la presunzione di chi oggi si sente a posto con Dio (senza Cristo) ed anzi pretende benedizioni e salvezza?

Un dato di fatto

“Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Luca 22:1-13). Gesù conclude la parabola con la sintetica affermazione che non tutti quelli che sono invitati nel Regno vi parteciperanno. Solo coloro che accolgono l’invito di Dio e stanno ai Suoi termini vi parteciperanno. Un invito generalizzato non costituisce e non garantisce l’elezione. Non tutti gli israeliti vi parteciperanno presumendo che far parte di quel popolo sia una garanzia di accoglienza. L’entrata è una responsabilità individuale.

È ironico che proprio “il popolo eletto” abbia rifiutato per la maggior parte l’invito. Il loro rifiuto dell’invito manifesta che non tutti loro sono fra gli “eletti”, ma solo fra i “chiamati”. L’invito è vasto, ma pochi sono coloro che di fatto si dimostrano scelti. Questa breve osservazione di Gesù: “Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” non intende innescare una discussione sul tema dell’elezione (che per altro è inconfutabile nell’insegnamento biblico), ma rilevare un dato di fatto e soprattutto, abbattere ogni umana presunzione di giustizia. La salvezza è per la sola grazia di Dio, attraverso la fede nella Persona e nell’opera di Gesù Cristo e in Lui soltanto. Questo vuol dire soprattutto che si muove nell’ambito delle decisioni di Dio e nei Suoi termini: non è né merito né decisione nostra e non si basa sulla nostra maggiore o minore dignità. “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia” (Romani 9:16).

Conclusione

La stupefacente generosità di Dio nei confronti di un mondo a Lui ribelle e peccatore è ciò che la Parabola delle nozze mette bene in evidenza. Lo fa mettendo questa grazia e generosità in contrapposizione con la colpevole indifferenza, miopia ed ostilità della creatura umana nei Suoi confronti. Non si tratta soltanto dell’atteggiamento di gran parte dell’antico Israele che respinge il Cristo (in funzione del quale pure esistevano come popolo) ma anche di molti uomini e donne oggi che rifiutano “l’invito a nozze” che l’Evangelo offre loro, o colpevolmente indifferenti, o tutti presi “nelle loro cose”, o ostili a Dio non intendendo con arroganza rinunciare di voler essere Dio a sé stessi oppure ancora, con presunzione, ritenendo di essere giusti e di non aver bisogno di alcun Salvatore. Quel che è peggio, è che il rifiuto dei già generosissimi termini di salvezza posti da Dio si trasforma in molti casi nella fabbricazione di ingannevoli “altri vangeli”.

Se pure l’appello dell’Evangelo viene reiterato, nessuno sarà salvato suo malgrado dalle tragiche conseguenze del peccato. Le “tenebre di fuori” sono una realtà che il moderno negazionismo non può cancellare. Gli ammonimenti del Cristo stesso a questo riguardo sono incontrovertibili e folle si dimostra chi li prende alla leggera. Il punto insegnato dalle tre parabole che abbiamo esaminato in questo periodo è chiaro: Dio avrebbe severamente giudicato i leader dell’Israele storico per aver respinto Gesù, il Messia. Potrebbe essere diversamente per chi respinge l’Evangelo oggi? La lettera agli Ebrei (e a noi), dice infatti: “Come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza?” (Ebrei 2:3).

Grazie a Dio non tutti si comportano come quegli invitati irriconoscenti della parabola. Il “salone delle feste” sarà pieno di coloro che hanno accolto, accolgono ed accoglieranno con riconoscenza il generoso “invito a nozze” dell’Evangelo, e nei suoi termini. Che molta gente fra le nazioni sarà accolta nel Regno di Dio era stato ampiamente predetto. Non si trattava di una nuova rivelazione. A causa del loro orgoglio nazionale, gli Israeliti erano giunti a credere che solo facendo parte di quel popolo si avesse il diritto di entrare nel Regno, come altre sono le moderne illusioni. Gesù insegna che ricevere l’invito di grazia da parte di Dio e venire a Lui rivestiti della giustizia del Cristo: questo è il solo modo per avere il diritto di partecipare alla mensa del Cristo.

Paolo Castellina, 9 ottobre 2014

Note