Studi biblici/Matteo:22:15-22

Da Tempo di Riforma.

I salutari limiti imposti allo Stato ...ed alla nostra vita

Sintesi
"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio" è un famoso e lapidario detto di Gesù generalmente usato per stabilire i doveri che, come cristiani, dobbiamo assolvere verso lo Stato e verso Dio. Fra questi, anche quello del pagamento delle imposte. Argomento molto scottante, questo, soprattutto in presenza di uno Stato che sentiamo come iniquo, corrotto ed oppressivo. Un'analisi attenta di questo detto, nell'ambito del pensiero complessivo della Bibbia, però, ci riserva molte sorprese che vanno ben al di là di una lettura superficiale di questo testo, sorprese che ben avevano colto i suoi originali ascoltatori. Questa settimana, così, esaminiamo questo testo nel suo contesto di Matteo 22:15-22, scoprendone molte ed eccitanti implicazioni.

Imposte ed imposizioni

A nessuno piacciono le imposizioni, alle quali, se possiamo, ci ribelliamo, ed ancora meno ci piacciono le imposte, quelle che dobbiamo pagare allo stato. Il termine stesso "imposte" ci porta ad associarlo automaticamente all'azione di forza di un "potente" che ci costringe con le minacce e "le vie di fatto", a fare dargli ciò che a noi appartiene. La somiglianza di questo con "il pizzo" che un'organizzazione criminosa impone su dei commercianti talvolta è inevitabile, soprattutto quando allo stato dobbiamo consegnare una sostanziosa parte delle nostre entrate, spesso oggi scarse, senza corrispettivi significativi. Che dire poi quando chi esige il pagamento di imposte è o appare come un potere oppressivo che ci sfrutta per la propria convenienza? Un amaro articolo che ho letto recentemente dice: “Ogni mese l’Istat ci offre un spaccato cimiteriale del nostro destino. Oggi non muori solo perché fai un colpo, ma perché ti spari dopo non aver più di che pagare le tasse. Le pompe funebri sono in mano all’Erario, alla spesa pubblica, un’associazione a delinquere, altro che infermiere angeli del male che anticipano la salita al Creatore dei malati più deboli. Ci pensa lo Stato”[1].

In quei casi è legittima la nostra ribellione e, se lo è, in che modo attuarla? In che misura, poi, le imposte sono dovute? Qual è il limite dei doveri che ci sono legittimamente imposti?

Queste sono alcune delle questioni suscitate dal testo del vangelo che ci viene proposto oggi e che si riassume nella famosa dichiarazione di Gesù che dice: "Date a Cesare quel ch'è di Cesare e a Dio quel ch'è di Dio". La leggeremo nella versione dell'evangelista Matteo in 22:15-22

Il testo biblico

Il tributo a Cesare. “(15) Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. (16) E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone. (17) Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (18) Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? (19) Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. (20) Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» (21) Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». (22) Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono” (Matteo 22:15-22).

Azione e reazione

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Questo testo si pone nella sequenza dell'insegnamento di Gesù come ce lo propone l'evangelista Matteo, vangelo che che stiamo esaminando con una certa regolarità. Nei nostri ultimi tre studi/predicazioni abbiamo considerato la parabola dei due figli (21:28-32), la parabola dei malvagi vignaioli (21:33-45) e la parabola delle nozze (Matteo 22:1-13). In tutt’e tre queste parabole troviamo Gesù che denuncia la mancanza di integrità dei leader religiosi di Israele nel Suo tempo. Egli li identifica nel figlio scontento, nei malvagi vignaioli e nell’ospite che non era venuto con l’abito della festa, mettendo in rilievo la loro passività, disonestà e presunzione.

Un’empia alleanza. Nella lettura del vangelo di quest’oggi vediamo che i farisei e gli erodiani attuano la loro prima contro-offensiva. Questi due gruppi, normalmente antagonisti, si coalizzano per fare opposizione a Gesù e nel cercare un modo per eliminarlo. Si sentono sicuri che, se solo Gli porranno la domanda-trabocchetto sulla legittimità per un israelita di pagare il tributo all’imperatore romano si sarebbe risolta per loro in un successo qualunque fosse stata la risposta di Gesù. Questo perché, mentre i farisei risentivano e si opponevano al pagamento di imposte a Cesare, gli erodiani lo accettavano e l’appoggiavano. La ragione di questo era che i farisei vedevano Israele come uno stato sovrano sottoposto al governo di Dio e quindi non avrebbero pagato imposte ad un altro re. D’altro canto, gli erodiani erano d’accordo di pagare quelle imposte perché appartenevano al partito politico di Erode, il re galileo, re fantoccio, che doveva il suo potere ai romani: facevano parte di un settore della società di allora che della dominazione romana ne profittava e ne era ampiamente retribuita. Interpellando Gesù, facendo finta di essere sinceri, gli chiedono, così, se sia legittimo o no il pagamento delle imposte all’imperatore (Cesare), in altre parole, se uno stato sottoposto al governo di Dio dovesse pagare imposte ad un re terreno.

Gesù sotto esame. Per tre volte i Suoi avversari cercano di dimostrare come Gesù non fosse meglio di altri maestri. Gesù risponde, però, con grande sapienza, mettendoli a tacere con altre domande e pure vi rivela la Sua identità in modo velato. Questo loro esaminare Gesù è però anche significativo, spiritualmente e loro malgrado. Gesù sta per morire come l’Agnello di Dio. L’agnello sacrificale doveva essere esaminato per verificare che fosse senza difetti[2]. Se ne fosse trovato un difetto non avrebbe potuto essere sacrificato. Allo stesso modo, di fronte al modello perfetto della Legge di Dio, rispetto alla quale è richiesta piena conformità, nessuno avrebbe trovato in Gesù alcuna mancanza. Gesù è in modo perfetto, e Lui solo, il Salvatore di cui abbiamo bisogno per liberarci dalle eterne conseguenze dei nostri peccati.

Gli avversari di Gesù cercano così continuamente dei pretesti per poterlo accusare. Non ne trovano: avrebbero solo potuto addurre in seguito testimoni mendaci

Smascherare i complotti

“Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole” (15). I farisei cercano un modo per far cadere in trappola Gesù. Siamo di fronte ad un vero e proprio complotto da parte loro. Vogliono “coglierlo in fallo nei suoi discorsi”, o meglio “con le sue stesse parole”. Gesù riscuote popolarità fra la gente e vorrebbero discreditarlo, fargli “perdere la faccia”, rilevando in Lui tratti sgraditi ad un settore o un altro della società, farlo passare come un traditore del Suo popolo. Non ci riescono con accuse specifiche e vorrebbero, così, fare in modo che, giocando con l’ambiguità, Gesù si tradisca da solo pronunciando parole compromettenti.

La fede cristiana, ed i cristiani stessi, continua a tutt'oggi ad essere contestata con argomentazioni le più diverse, soprattutto quando i cristiani sono attivi e non intendono compromettere la loro identità e messaggio, e così contestano lo stile di vita ed il pensiero di un mondo ribelle a Dio. Le obiezioni che vengono rivolte alla fede cristiana sono spesso pretestuose e ingannevoli. Sappiamo rispondere ad esse e smascherarle? È il compito apologetica cristiana, la cui secolare sapienza dobbiamo conoscere ed imparare ad usare. Il Signore Gesù ne era maestro. L'intera Scrittura ci può insegnare molto al riguardo ed è pure nostra responsabilità di cristiani apprenderla per la gloria di Dio.

La libertà di Gesù e dell'Evangelo

“E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone” (16), altrimenti tradotto come: “Maestro, sappiamo che tu sei sempre sincero, insegni veramente la volontà di Dio e non ti preoccupi di quello che pensa la gente perché non guardi in faccia a nessuno”. Era vero, ma queste erano semplicemente lusinghe capziose, perché volevano solo prenderlo in trappola. È vero che Gesù diceva le cose come stanno, dice “pane al pane e vino al vino”, non diceva le cose secondo la sua convenienza del momento, con parzialità. Di fronte alle loro lusinghe, però, Gesù “non ci casca” perché “conosce la loro malizia” ed ipocrisia.

Quella di Gesù è la libertà dell'autentico profeta che non si piega per convenienza personale a compiacere nessuno se non Dio soltanto. Gesù non deve rendere conto del suo operato ad istituzioni religiose o politiche di questo mondo che devono garantire la continuità ed il potere della propria organizzazione, perché non ne fa parte, non ne riceve lo stipendio. Non ha firmato con esse alcun contratto, alcuna intesa, alcun concordato. Non deve seguire le regole che hanno stabilito, una "disciplina di partito", e neanche le teme. Nemmeno deve compiacere il popolo per timore che non lo sostenga o non lo segua più. Gesù non deve compiacere "i suoi elettori" né è tenuto a seguire le "regole democratiche". Gesù è sovranamente libero. Così pure deve essere la predicazione cristiana. L' annuncio dell'Evangelo non può essere incatenato. Spesso oggi, però è tenuto a freno da forse esterne e persino interne alla chiesa e quindi reso inefficace. In che modo l'annuncio dell'Evangelo deve riconquistare la Sua libertà? Che cosa possiamo e dobbiamo fare perché lo sia?

Ho rilevato recentemente in una discussione: “I predicatori, generalmente, sono dipendenti, impiegati dell'isituzione che li paga (piccola o grande che sia) e quindi deve compiacere chi lo sostiene, salvaguardarsi il posto di lavoro, lo stipendio, sopravvivere lui e la sua famiglia. Non può dire le cose come stanno, né essere radicale (per non dispiacere qualcuno). Deve "conservarsi i clienti". Gesù era veramente libero, non doveva rendere conto a nessuno in questo mondo per che cosa diceva. Spesso nelle chiese si parla della libertà della predicazione dall'influenza condizionante dello stato. Si dovrebbe pure parlare della libertà della predicazione dall'influenza condizionante ...dei membri di chiesa paganti, che non è meno rilevante e limitante!

Una risposta appropriata a tempo e a luogo

“Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?” (17). Per “lecito” qui è inteso “secondo i criteri della Legge di Dio a cui il popolo di Dio si sottomette”. La domanda era, perciò: “La nostra Legge permette o non permette di pagare le tasse all'imperatore romano?”.

Il termine originale per “tributo” corrisponde al latino “censo” e può essere tradotto con “testatico” o “capitazione”. Il testatico era un'imposta pubblica gravante sulle persone facenti parte di una comunità, feudo o regno. Ogni individuo di qualunque sesso ed età era tenuto a versare al signore del luogo una imposta annua. Il nome testatico deriva da testa: in poche parole ogni testa era sottoposta ad essa[3], un’imposta pro capita. Benché non particolarmente alta, si trattava, comunque, di una forma particolarmente odiosa di tassazione, una forma di dominio o una alla quale lo stato ricorreva come extrema ratio[4]. Nel periodo imperiale romano, la capitazione era un'imposta (tributum pro capite) pagata in denaro da chi non aveva la cittadinanza romana. Il tributo all’imperatore era stato imposto sulla Giudea dal dominio romano non molto tempo prima nell’anno 6 AD ed era stato resistito in modo militante dai patrioti giudei.. La cosa era pure risultata in una rivolta[5] che, più tardi, ispira il movimento degli zeloti e conduce alla guerra di indipendenza iniziata nell’anno 66 e che avrebbe condotto alla caduta di Gerusalemme e distruzione del tempio nell’anno 70.

Se Gesù avesse risposto di sì, i Suoi avversari lo avrebbero discreditato pubblicamente come un simpatizzante della dominazione romana. Se avesse risposto di no, avrebbero potuto denunciarlo al governatore romano ed accusarlo di ribellione. Così: “Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti?” (18). “Perché cercate di imbrogliarmi?”, “Perché volete mettermi alla prova?”. Gesù denuncia la loro ipocrisia (doppia faccia). Le loro lusinghe sono una maschera per la loro malizia, quella che li spinge a cercare di farlo cadere in trappola.

Gesù avrebbe potuto benissimo intavolare con loro una discussione sull’argomento e valutare attentamente fino a che punto, come popolo di Dio, si possa sottostare alle imposizioni dei poteri secolari ed iniqui di questo mondo, ma non lo fa. Le intenzioni di chi Gli pone la questione non sono sincere. La loro intenzione non è quella di esaminare attentamente e stabilire che cosa dice la Parola di Dio sull’argomento al fine di conformare ad essa il loro pensiero e comportamento, ma di incastrare Gesù. Le argomentazioni di Gesù non le avrebbero esaminate seriamente. Avevano già le loro idee al riguardo, e, per persuasione o per convenienza, non le avrebbero cambiate. Gesù lo sa e si limita alla “provocazione” di brevi affermazioni taglienti oppure a parabole. Di più sarebbe stato superfluo.

Anche per noi oggi non sempre è utile intavolare spesso interminabili discussioni con chi comunque non ha intenzione di considerare seriamente quel che diciamo e che ci interpella solo per “smontare” quel che diciamo, deriderci oppure discreditarci. Non ne vale la pena e sarebbe solo una perdita di tempo. Non dobbiamo necessariamente presumere subito di vincere la contesa con loro oppure persuaderli con la perizia del nostro ragionamento. Come Gesù dobbiamo valutare, discernere, attentamente chi ci sta davanti e scegliere di rispondere nel modo più appropriato e nel tempo più opportuno. Il modo potrebbe benissimo essere solo alcune frasi che lo facciano riflettere, magari non subito, o anche un significativo silenzio (accompagnato in noi stessi dalla preghiera). Non sono sempre necessari lunghi discorsi ed anche tacere potrebbe rivelarsi utile, per poi parlare a quelle persone in un secondo tempo o in un altro contesto. Magari potrebbero essere proprio loro a tornare da noi un’altra volta con un atteggiamento diverso!

Il valore simbolico della moneta

“Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro” (19). Il denaro, o denario[6], era una moneta d’argento coniata dai romani e che valeva circa una giornata di lavoro di un operaio. La moneta portava l’immagine dell’imperatore e la scritta: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto” da una parte e, dall’altra, l’iscrizione “pontefice massimo”, Gli israeliti comprendevano “pontefice massimo” (lett. “costruttore di ponti”) nel senso di sommo sacerdote. Entrambe queste diciture erano offensive per gli israeliti. L’effige era usata pure come strumento di propaganda per esaltare il potere e l’organizzazione di Roma. Farne uso voleva pure dire accettare il sistema economico e politico che, sicuramente particolarmente efficente, era presentato come sommamente utile per tutti. Molti in Israele, a quel tempo, si sottomettevano volentieri alla dominazione romana esaltandone i vantaggi (per loro stessi) contro le aspirazioni indipendentiste. Di fatto, questi farisei ed erodiani, avendo in tasca tale moneta, mostravano come essi già operassero volentieri nel mondo economico di Roma e quindi vi fossero compromessi in modo compiacente..

Gesù rifiuta di rispondere loro con un sì o con un no, come avrebbero voluto. La domanda non intimidisce Gesù, anche se ne percepisce la malizia, ma la vede come opportunità per rivelare la Sua identità. Gesù sceglie di rispondere nei Suoi termini, non nei loro.

Gesù attira l’attenzione dei suoi interlocutori su un aspetto del denaro a cui spesso non si pensa. La moneta (o cartamoneta) è simbolo del potere di chi la produce e che così domina il sistema economico-sociale. Oggi può avervi rappresentato un capo di stato o un simbolo della nazione che la produce, oppure anche il volto di personaggi famosi o monumenti che la caratterizzano. Può essere occasione di vanto per chi la usa, oppure anche di intimidazione da parte del potere. Indubbiamente la moneta ha anche un valore simbolico. Sui dollari americani sono impressi più o meno chiaramente i simboli della Massoneria, ma anche la frase: “Noi confidiamo in Dio”, forse (ingenuamente) come avvertimento per dire: non riporre nel denaro la tua fiducia, ma riponila in Dio! Il denaro non è mai neutrale, ma indica chi domina, o pretende di dominare, la società umana e, di conseguenza rivela quale sia il nostro rapporto con questi poteri.

Con dei semplici gesti e delle semplici frasi, meglio di tante discussioni, il Signore Gesù porta i Suoi interlocutori a riflettere su sé stessi, li mette in crisi, li porta, cioé, al punto dove saranno costretti a scegliere. Coloro che volevano far cadere Gesù nella loro trappola vi cadono essi stessi: “Sventura li colga all'improvviso e siano presi nella rete ch'essi hanno nascosta; cadano nella trappola preparata per me” (Salmo 35.8).

Due doveri da non disattendere, ma...

“Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» . Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» “Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono” (22). Rimangono meravigliati, pieni di stupore.” (20-22). “Date all'imperatore quello che è dell'imperatore, ma quello che è di Dio datelo a Dio!”.

La risposta di Gesù è “sia/sia”, non il disgiuntivo “o/o”. A ciascuno il suo, quello che gli spetta di diritto. Se siete parte e fate uso del sistema di Cesare, traendovi beneficio (come di fatto ne traete), rendetegli ciò che gli è dovuto, perché gli spetta. Esiste un dovere che abbiamo verso lo stato e precisi doveri che abbiamo verso Dio, ed entrambi non dobbiamo disattendere.

Questa lapidaria sentenza di Gesù, che lascia stupiti i Suoi interlocutori, non va presa in modo superficiale, traendone conclusioni affrettate che potrebbero persino apparire banali e facilmente sfruttabili per fini diversi da quelli che Egli aveva inteso, e quindi essere equivocata. Questa sentenza deve portare a riflettere attentamente in tutte le sue implicazioni, così come aveva fatto per chi l’aveva udita quel giorno. Essi se ne stupiscono perché, di fatto, li aveva messi in crisi.

Precisi doveri. In primo luogo essa stabilisce l’esistenza di precisi doveri, qualcosa di non negoziabile, qualcosa di non facoltativo, non volontario. La domanda degli inquisitori: “È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?” fa uso del verbo dounai[7] (dare), “dare il tributo”. Essi lo intendono come se si trattasse di un dono, di una nostra “concessione” che si può anche non dare. No, Gesù replica con apodote[8] (rendete) un giusto dovere: “Rendete dunque a Cesare...” quello che gli è dovuto. Non un “si può” ma un “si deve”.

Lo stato è voluto da Dio. Gesù, poi, conferma che il popolo di Dio ha dei doveri verso chi amministra la società in cui vive e di cui ne gode i servizi. È quanto stabilisce la Legge di Dio nell’Antico Testamento, dove si stabilisce che che il popolo di Dio paghi le imposte a coloro che governano, li retribuisca, quand’anche fossero pagani, perché alla fin fine i governanti devono a Dio la loro funzione[9]. Dio stabilisce il governo civile per dei precisi motivi, “motivi teologici”, che il Suo popolo deve ben comprendere e rispettare. La concezione del mondo ebraica e cristiana sull’organizzazione sociale in questo mondo esclude l’anarchia.

Non una sottomissione acritica. Gesù, però, e la legge veterotestamentaria che Egli conferma, non implica un’adesione acritica, senza discernimento, di qualunque governo civile, ma anche come consideriamo e ci rapportiamo al governo della società in cui viviamo deve rispondere a quanto Dio stabilisce nella Sua Parola. I nostri doveri verso “Cesare” devono essere compresi nell’ambito di ciò che Dio considera nostro dovere. Questi doveri, in certe circostanze, potrebbero anche significare resistenza all’autorità civile ed anche ribellione, ma solo dopo attenta considerazione.

Quanto Gesù afferma è implicitamente così una denuncia che di fatto sia i farisei che gli erodiani si rapportano al governo civile in modo errato, in modo, cioè non conforme alla volontà rivelata di Dio. Sia sottomissione compiacente (gli erodiani) che rifiuto pregiudiziale (i farisei) erano errati, inadeguati per chi intende essere fedele a Dio. Lo stesso vale per il fatto che Gesù non prenda posizione per gli zeloti, che vorrebbero sovvertire il potere di Roma con la ribellione violenta, strategia che si sarebbe rivelata fallimentare, cosa che allora non comprendevano.

Noi portiamo l’immagine di Dio

Lo stato è un’istituzione che Dio stabilisce perché è per il nostro bene, ma uno stato che estenda la propria autorità tanto da promuovere o imporre tutto ciò che ritiene opportuno, per quante giustificazioni abbia, è uno stato che abusa dei suoi poteri. Il potere che ha gli è stato delegato da Dio[10] e chiaramente Dio gli proibisce di deviare dai comandamenti di Dio “né a destra né a sinistra”[11]. Le parole del Signore in Matteo 22:21 insegnano inequivocabilmente che vi deve essere un limite alle cose che “appartengono a Cesare”. Quando Cesare chiede ai suoi sottoposti più di quello che gli compete, più di quello che gli è dovuto[12], il governo di Cesare inevitabilmente agisce come “trono dell’ingiustizia” che “trama oppressioni in nome della legge” e quel trono non può averci come “complici” (Salmo 94:20[13]). Così, la “spada” dello stato, che non dovrebbe essere usata “invano” (Romani 13:4), non può essere sotto la direzione capricciosa o autonoma del magistrato civile. Ne dovrà rendere conto al “principe dei re della terra” (Apocalisse 1:5), al “Re dei re ed al Signore dei signori” (1 Timoteo 6:15).

Il fatto che il magistrato civile (il governo) renda qualcosa una legge non le conferisce automaticamente la sanzione di Dio. Quando il magistrato civile (che è “ministro di Dio”) eccede i limiti del potere delegato imponendo leggi che nella Sua Parola Dio non autorizza, si sottopone all’ira ed alla maledizione di Dio: “Guai a quelli che fanno decreti iniqui e a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste” (Isaia 10:1). Non si tratta quindi mai di rendere a Cesare (allo stato) obbedienza incondizionata, ma solo quanto gli è dovuto dalla legge di Dio. La sfera di competenza e vocazione divina dello stato è quella della giustizia civile, proteggere i suoi cittadini. Al fine di “condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” (1 Timoteo 2:2) allo stato è stata concessa “la spada” per lo scopo specifico[14] di “infliggere una giusta punizione a chi fa il male” (Romani 13:4). Per questa causa possono essere legittimamente raccolte le imposte. Oltre a questo il magistrato non può andare. l re, con la giustizia, deve “rende stabile il paese" (Proverbi 29:4), "stabilire saldamente il diritto" (Amos 5:15).

Farisei ed erodiani volevano far cadere Gesù in trappola, ma quel che Gesù afferma, anche se in forma lapidaria, li mette in crisi perché, contrariamente alla loro stessa professione di fede, essi non onorano a sufficienza la volontà di Dio e non hanno quindi titolo alcuno per giudicare Gesù. Gesù dice loro che come la moneta porta l’immagine dell’imperatore e rende così testimonianza della sua appartenenza, così l’essere umano porta l’immagine di Dio e rende testimonianza che appartiene a Dio. Le pretese di Cesare sugli israeliti dovevano essergli riconosciute, ma è ancora più importante riconoscere ciò che a Dio è dovuto, vale a dire fiducia ed ubbidienza. Le parole di Gesù si rivelano così, una volta ancora, una denuncia della disubbidienza dei leader religiosi di Israele a Dio, così come l’appello a rispondere alla volontà di Dio riconoscendo in Lui il Cristo.

La stessa sentenza di Gesù parla oggi a noi. Come popolo di Dio, gente che Dio ha eletto in Cristo per appartenergli in modo particolare e per ereditare le Sue benedizioni, siamo sottoposti alla regalità di Dio in Cristo e dobbiamo vedere ogni aspetto della nostra vita dalla prospettiva della volontà rivelata di Dio. Il nostro primo dovere è verso Dio, dobbiamo “rendere a Dio ciò che Gli spetta”, vale a dire la nostra riconoscente ubbidienza in ogni cosa. È sempre Dio che stabilisce quali siano i nostri doveri verso “Cesare”, l’autorità che governa sulla società umana.

Come popolo di Dio siamo chiamati a comprendere “la concezione del mondo” che ci deve caratterizzare. Dobbiamo comprendere perché Dio abbia stabilito lo stato, quali siano i nostri doveri verso di esso e sicuramente quali debbano essere i limiti e competenze dello stato. È “nei limiti” della volontà di Dio che dobbiamo rapportarci alle autorità civili e vedere i nostri doveri verso di esse. Questo sicuramente implica un atteggiamento critico verso l’autorità civile, ma altrettanto sicuramente implica un preliminare atteggiamento critico verso noi stessi, per il quale sempre verifichiamo la nostra conformità alla volontà rivelata di Dio in tutto ciò che siamo e facciamo.

Nel promuovere la concezione biblica dell’autorità civile e testimoniando il nostro “rendergli il dovuto” secondo la stessa volontà rivelata di Dio, in certe circostanze potrebbe pure essere nostro dovere l’opporre resistenza a tali autorità e ribellarvisici, ma sempre dopo attenta riflessione e con la migliore strategia, quella stabilita assieme come popolo di Dio, nei limiti imposti dalla nostra professione di fede.

Paolo Castellina, 16 ottobre 2014

Note

  • [1] http://www.lindipendenzanuova.com/tasse-432-crollo-entrate-certificato-pompe-funebri/
  • [2] Esodo 12:3-6.
  • [3] L'importo globale che ogni comunità doveva al signore del luogo era normalmente definito durante una funzione religiosa importante nella quale il sacerdote dal pulpito poteva contare le teste che vedeva nella chiesa, essendovi l'obbligo di partecipare ai riti religiosi.
  • [4] Essa fu utilizzata dopo il 1369 da Edoardo III d'Inghilterra per sostenere gli elevatissimi costi derivanti dalla conduzione delle campagne militari della Guerra dei cent'anni. Nel 1381 la poll tax (questo il nome inglese del testatico) fu imposta in Inghilterra a tutti gli abitanti di età superiore ai 15 anni, indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza. Ciò provocò una violenta rivolta da parte della classe contadina. A capo degli insorti vi furono Wat Tyler e John Ball, un appassionato frate predicatore che propagandava l'uguaglianza sociale denunciando lo sfruttamento signorile.
  • [5] Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, 2.117-18; Ant. 18.4-10
  • [6] http://it.wikipedia.org/wiki/Denario
  • [7] ἔξεστιν δοῦναι κῆνσον Καίσαρι ἢ οὔ?
  • [8] ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ θεοῦ τῷ θεῷ.
  • [9] "Per mio mezzo regnano i re, e i prìncipi decretano ciò che è giusto" (Proverbi 8:15); "Egli alterna i tempi e le stagioni; depone i re e li innalza, dà la saggezza ai saggi e il sapere agli intelligenti" (Daniele 1:21); "Tu, o re, sei il re dei re, a cui il Dio del cielo ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria; e ha messo nelle tue mani tutti i luoghi in cui abitano gli uomini, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e ti ha fatto dominare sopra tutti loro: la testa d'oro sei tu" (Daniele 2:47-38; cfr. Romani 13:1-7; 1 Pietro 2:13-17).
  • [10] Romani 13:1; Giovanni 19:11.
  • [11] "E quando si insedierà sul suo trono reale, scriverà per suo uso, in un libro, una copia di questa legge secondo l'esemplare dei sacerdoti levitici. Terrà il libro presso di sé e lo leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il SIGNORE, il suo Dio, a mettere diligentemente in pratica tutte le parole di questa legge e tutte queste prescrizioni, affinché il suo cuore non si elevi al di sopra dei suoi fratelli ed egli non devii da questi comandamenti né a destra né a sinistra. Così prolungherà i suoi giorni nel suo regno, egli con i suoi figli, in mezzo a Israele" (Deuteronomio 17:18-20).
  • [12] “Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi è dovuta l'imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore” (Romani 13:7).
  • [13] “Il trono dell'ingiustizia ti avrà forse come complice? Esso, che trama oppressioni in nome della legge?” (Salmo 94:20); “forma iniquità” (Diodati), “trama angherie” (NF).
  • [14] “...ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dare lode a quelli che fanno il bene” (1 Pietro 2:14).