Studi biblici/Giovanni 1:1-5

Da Tempo di Riforma.

Se comprendiamo chi è, sappiamo perché non potrà mai essere sconfitto!

Sintesi
Gesù di Nazareth era indubbiamente “un talento naturale”, si direbbe oggi, quello di una persona veramente eccezionale, “come talvolta capita”. Forse che l’eccezionalità di Gesù poteva trovare una spiegazione esclusivamente naturalistica? Molti “moderni” non esiterebbero a spiegare “il fenomeno Gesù” da una prospettiva semplicemente terrena, o persino considerarlo un personaggio di fantasia! Il fatto è che la più gran parte delle persone, incallite nel loro scetticismo e conveniente incredulità, non vedono chiaramente e equivocano quello che sta anche solo a pochi centimetri dal loro naso… In modo esplicito e solenne, i primi cinque versetti del vangelo secondo Giovanni (quelli presentati alla nostra attenzione questa settimana) presentano la rivelazione dell’identità prima e ultima di Gesù, per tutti coloro che hanno orecchie in grado di udire. Quando si capisce “chi veramente sia Gesù”, allora si sa perché destinati al fallimento e patetici siano tutti i tentativi di opporsi al suo movimento con la violenza oppure falsificandolo. La vittoria ineluttabile di Cristo ispira la nostra determinazione incrollabile di cristiani.

Un personaggio eccezionale

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In un episodio narrato dai vangeli, troviamo Gesù che, all’inizio del Suo ministero, un sabato, insegna nella sinagoga della cittadina di Capernaum. È il testo biblico che abbiamo letto e commentato la scorsa settimana. La reazione dell’uditorio è significativa: “Essi si stupivano del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Marco 1:22). Pure l’evangelista Luca rileva l’ammissione della gente che Gesù parlasse “con autorità” (Luca 4:32), vale a dire senza citare altre autorità in appoggio alle sue tesi, come facevano i rabbini, ma in forza della propria autorità. Non aveva bisogno, quando parlava, di erudite citazioni, se non quelle tratte dalle Sacre Scritture. Questo lo esponeva all’accusa di “presunzione” da parte dei Suoi avversari. Il Suo parlare dimostrava forza e certezza, mai dubbio o perplessità. Da ogni dove accorrevano folle di persone solo per sentirlo. Ad attirarle non erano solo le sue capacità retoriche, perché anche in esse Egli eccelleva: sapeva infatti raccontare come nessun altro, tenendo il suo uditorio così attento ed interessato che esso si dimenticava persino di andare a mangiare o di ritirarsi la sera. Era la Sua conoscenza ad essere straordinaria, così come la Sua competenza nell’arte del vivere. Non per nulla tutti, anche i Suoi avversari, Gli riconoscevano l’appellativo di Maestro. Dimostrava di conoscere Dio come di prima mano. La cosa che maggiormente sorprendeva era che Gesù non era un “professionista della religione” e nemmeno un adepto di una qualche scuola filosofica. Si sarebbe potuto dire che Egli fosse un eccezionale “autodidatta”.

Gesù di Nazareth era indubbiamente “un talento naturale”, si direbbe oggi, quello di una persona veramente eccezionale, “come talvolta capita”. Forse che l’eccezionalità di Gesù poteva trovare una spiegazione esclusivamente naturalistica? Molti “moderni” non esiterebbero a spiegare “il fenomeno Gesù” da una prospettiva semplicemente terrena, non tenendo neppure in considerazione spiegazioni sovrannaturali. Non raramente, nella smania di opporsi alla fede cristiana, i suoi avversari giungono persino a dire che Gesù, o “quel Gesù” sia un personaggio di fantasia abilmente inventato!

Il fatto è che la più gran parte delle persone, incallite nel loro scetticismo e conveniente incredulità, non vedono chiaramente e equivocano quello che sta anche solo a pochi centimetri dal loro naso... Spesso si vantano di vederci chiaro, ma sono nella nebbia, anzi, nelle tenebre. Solo pochi sono in grado di vedere le cose come veramente stanno perché si sono arresi davanti a Lui, “deponendo le armi”, sono caduti i loro pregiudizi, si è dissolta la nebbia che avevano davanti a sé e, per i loro occhi, hanno ricevuto delle lenti correttive.

Un giorno Gesù pone ai Suoi discepoli la domanda: “Chi dite voi che io sia” e Simon Pietro risponde “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:15). Com’è giunto a quella conclusione differenziandosi dalle opinioni di tutti gli altri? Gesù stesso dice: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli” (Matteo 16:16). Sì, la grazia di Dio aveva aperto la mente di Pietro per poter intendere la verità su chi fosse Gesù. Gesù non era “un fenomeno naturale”, ma Dio che entra nella condizione umana, con tutta la Sua infinita sapienza e maestria, Dio che viene in mezzo a noi, in modo unico ed irripetibile, nella persona di Gesù non solo per essere il migliore maestro di vita, ma anche Colui che rigenera e riabilita davanti a Dio coloro che si affidano a Lui.

L’identità sovrannaturale di Gesù è quella stessa che Giovanni, “senza tanti preamboli”, e persino “sfacciatamente”, proclama fin dalle prime parole del suo vangelo. Quelle parole diventano “per chi ha orecchi da udire” e non ha pregiudizi, parole di immediata rivelazione. Sono quelle stesse che vogliamo leggere e commentare quest’oggi: i famosi primi cinque versetti del primo capitolo del vangelo secondo Giovanni.

Il testo biblico

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta” (Giovanni 1:1-5).

Qualsiasi opera letteraria è strumento per comunicare un particolare messaggio. Essa è sempre impostata secondo una struttura ordinata, funzionale a quella che l’autore reputa la migliore comunicazione di quel messaggio e delle finalità che si propone. Uno schema tipico è introduzione - svolgimento - conclusione riassuntiva.

Ciascuno dei vangeli inizia con un’introduzione che inquadra Gesù nel contesto storico del Suo ministero terreno. Ciascun evangelista guarda a Gesù da una prospettiva diversa, evidenziando ciò che ritiene di maggior importanza per le finalità particolari che si pone con il suo vangelo. Matteo collega Gesù con Davide ed Abraamo; Marco Lo associa direttamente a Giovanni il battezzatore; Luca riporta le predizioni della Sua nascita. Giovanni, fin dall’inizio, dichiara esplicitamente che Gesù è l’incarnazione, unica e irripetibile, dell’eterno Figlio di Dio. L’introduzione del vangelo secondo Giovanni contiene pure termini chiave che ricorrono poi nel resto del libro. Vi troviamo, ad esempio, “luce e vita”, “tenebre”, “testimonianza”, “vero”, e “mondo”. “Parola” (che è un titolo cristologico) e “grazia”, ricorrono però solo nel prologo. Giovanni ci parla dell’origine di Gesù dall’eternità. In termini tecnici, abbiamo qui un’eziologia, una descrizione delle origini prime di Gesù. Sono molti i testi della Bibbia che parlano di “inizi”, di come qualcosa sia cominciata, abbia avuto un principio. Lo stesso libro della Genesi potrebbe pure intitolarsi “libro degli inizi” (ad esempio, del mondo, del peccato, dell’opera di salvezza, del popolo di Dio)[1]. In modo esplicito e solenne, così, il prologo del vangelo secondo Giovanni riassume come “la Parola” che da sempre era con Dio, e in particolare, sin dall’inizio nell’opera della creazione, sia entrata nella sfera del tempo creato, della storia e della materialità - in altre parole, come l’eterno Figlio di Dio sia stato mandato nel mondo per diventare il Gesù della storia, affinché la gloria e la grazia di Dio si manifestassero in modo unico e perfetto. Il resto dell’opera espone e sviluppa questo tema. Giovanni inizia il suo vangelo localizzando, così, Gesù di Nazareth prima dell’inizio del Suo ministero, prima della suo stesso concepimento in Maria, e persino prima della Creazione. Egli identifica Gesù come Colui che co-esisteva con Dio Padre e che è il supremo agente del Padre per l’opera della creazione e della salvezza.

Esame dei concetti

Il principio

La ricerca della “sostanza di base” dalla quale ogni cosa è proceduta è una delle più antiche nella filosofia greca. Era accompagnata dalla questione annessa “Qual è il processo mediante il quale le cose secondarie sono procedute da quella (o quelle) primarie?”, oppure, in termini aristotelici: “Qual è il principio [la parola stessa usata da GIovanni 1:1] e qual’è l’origine delle cose che sono state fatte?”. La scienza moderna è alla spasmodica ricerca di ciò che ha dato origine al tutto, ed architetta le sue teorie. Qualche scienziato arriva persino ad affermare che in un passato di mirabolante lontananza “il nulla” ha “dato origine” a “qualcosa”. Come questo sia possibile lo stanno cercando di capire con formule sempre più complesse... Davvero, come dice la Scrittura: “...si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1:21-22).

Nel Nuovo Testamento questo termine, “principio” di solito comporta un senso temporale, ma il senso qui sembra essere più quello di “causa prima”. Il riferimento al racconto della Genesi in questo testo è evidente: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1) ricorrendovi pure concetti annessi come “vita”, “luce” e “tenebre”. Il vangelo di Giovanni mette in evidenza come in Gesù e con Gesù Dio, la causa prima, l’agente primario, torna a creare, a ricreare, a rigenerare, a trasformare la realtà, cosa che ci viene ampiamente presentata allorché, durante la sua vita terrena, Gesù agisce con potenza sulla realtà. rigenerando, non solo moralmente e spiritualmente, ma anche fisicamente.

Dio è la “causa prima” di ogni cosa ed Egli lo fa “esprimendosi”. È il “Dio disse” della Genesi, e quando “Dio dice” non sono mai “parole al vento” o “oziose”, ma parole mirate, parole significative, parole “produttive” che trasformano la realtà. Nel vangelo di Giovanni, però, la Sua Parola non è semplicemente vibrazioni ed energia ma, per quanto noi si possa mai immaginare un concetto del genere, una realtà personale e soggettiva nell’ambito dell’Essere stesso di Dio.

La personalità della Parola

L’annuncio più stupefacente che fa questo vangelo è che la Parola che Dio esprime, la Parola che Dio genera, è un’entità personale che procede da Lui e che, seppure in totale armonia e mai in contraddizione, ha una propria personalità. La Parola è Dio che si esprime, ma quella stessa Parola è “con Dio”, da sempre e per sempre accanto a Lui. Quel “con Dio” implica non solo prossimità ma anche un rapporto personale intimo. Si tratta di una delle tante indicazioni (rivelazioni) che le Scritture danno che, pur essendo Dio uno, Egli è una realtà complessa (sicuramente ben al di là della nostra capacità di comprenderla), ma che comporta tre personalità distinte e in completa armonia. La riflessione teologica della chiesa cristiana chiama questa realtà “la Santa Trinità” e identifica le Persone al Suo interno, come: Dio Padre, Dio il Figlio (la Parola), e Dio lo Spirito Santo.

Le Scritture cristiane annunciano che Dio non è “un’entità solitaria” ma che in Lui vivono ed interagiscono tre realtà personali: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Prima, dunque, che iniziasse l’opera della Creazione, “la Parola” era presente in Dio come componente della Sua Essenza. Essa è stata l’Agente della creazione stessa ed è l’artefice della vita, Colei che illumina le tenebre e che mette ordine al caos. Essa è quella stessa che mette le basi, rende possibile, la salvezza dei peccatori a cui Dio concede la grazia attraverso la loro rigenerazione.

La Parola (il Logos) non è un “essere subordinato” o una divinità creata sussidiaria (come affermano gruppi devianti), ma componente essenziale di Dio, che fa parte della Sua natura, un’espressione di Dio. Una parola pronunciata o scritta esprime ciò che sta nella mente di chi parla o scrive. Allo stesso modo Gesù, che è la Parola, il Cristo, non solo è Dio, ma anche espressione di Dio verso l’umanità. La vita ed il ministero terreno di Gesù comunicano alle creature umane ciò che Dio vuole che noi conosciamo[2]. Nel definire il Signore Gesù Cristo come la Parola di Dio per eccellenza, Giovanni comunica agli Ebrei come essa fosse espressione della personalità di Dio, e comunica ai Greci, che pure avevano un concetto simile, che il Signore Gesù Cristo corrisponde alla mente razionale che governa l’universo. In Gesù troviamo così la massima espressione della rivelazione che Dio dà di Sé stesso.

L’espressione: “Essa era nel principio con Dio” chiarifica ulteriormente che Gesù era con Dio prima della creazione dell’universo. È un’ulteriore affermazione della divinità di Gesù. Non è “venuto all’esistenza”, ma è sempre esistito. Inoltre, Gesù non è “diventato divino”, ma è sempre stato divino. In “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta”, Giovanni dichiara esplicitamente ciò che era implicito nell’uso veterotestamentario del termine “parola”. Gesù era l’agente di Dio nel creare tutto ciò che è venuto all’esistenza.

Non solo vi è un’identificazione fra Dio e la Parola, ma anche una distinzione. Nell’ambito dell’Essere di Dio vi sono tre sotto-essenze dalle caratteristiche distinte. Il Cristo non è meno Dio che il Padre e lo Spirito Santo. È pienamente Dio ma comporta caratteristiche peculiari a Lui solo. È così che Giovanni esprime una fra le più grandi affermazioni trinitarie che troviamo nelle Scritture. L’eterno Figlio di Dio, il Cristo, incarnatosi come Gesù di Nazareth, è presente come persona distinta nell’ambito dell’essenza di Dio. Nel mondo naturale non esiste un’illustrazione adeguata della Trinità.

Avvenimenti nel tempo eterno

Il tempo, lo scorrere del tempo, di cui noi tutti abbiamo esperienza è una realtà insita nella natura stessa del creato. Tutto ciò che è stato creato ha un inizio, una sua estensione ed una fine. Il tempo del cosmo è esso stesso una realtà creata, così come lo spazio che noi abitiamo. Esiste però anche “un tempo prima del tempo”, un tempo di diversa natura e che riguarda Dio e le interazioni che avvengono in Lui. Il tempo è il modo in cui Dio misura il rapporto che intercorre fra un avvenimento e l’altro. Esiste il tempo che misura la successione degli avvenimenti nell’ambito del creato[3], che è partito dal primo atto creativo di Dio e si concluderà quando i propositi di Dio con questa creazione saranno del tutto compiuti. Il tempo, però, misura anche la successione degli avvenimenti occorsi prima della Creazione nell’ambito dell’Essenza trinitaria di Dio, ciò che chiamiamo “eternità” e di esso la Rivelazione biblica ce ne dà alcuni elementi (non tutti, ma quelli che Dio ha ritenuto che noi dovessimo conoscere).

Quel tempo riguarda ciò che è intercorso ed occorre fra Dio Padre, Dio il Figlio e Dio lo Spirito Santo. Quello è il tempo precedente alla Creazione a cui Giovanni si riferisce quando parla del “principio”. È là dove è stato stabilito un patto (si potrebbe dire la “suddivisione di compiti”) fra le tre Persone dell’Essenza divina. È là dove sono stati stabiliti i propositi di Dio per l’intero creato. È là dove è stato deciso il modo in cui questa salvezza sarebbe avvenuta, vale a dire in Cristo. Si tratta del “patto di grazia”.

Il "patto di grazia" è stato stipulato all'interno della stessa santa Trinità e nell'eternità, prima della creazione del mondo, fra Dio Padre e Dio il Figlio. Difatti, come scrive l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso: "In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui" (Efesini 1:4). La prima volta in cui il "patto di grazia" è stato rivelato al genere umano risale a immediatamente dopo la Caduta, nelle parole stesse rivolte da Dio al serpente: "Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno" (Genesi 3:15). Qui Dio promette che "la progenie della donna", cioè Cristo, avrebbe finalmente distrutto il serpente, vale a dire Satana ed il regno di Satana.

Nella lettera agli Ebrei, per esempio, troviamo l’eterno Figlio di Dio, il Cristo, che, “...entrando nel mondo, disse: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, vengo" (nel rotolo del libro è scritto di me) "per fare, o Dio, la tua volontà"»" (Ebrei 10:5-6).

L’eternità, il tempo pre-creazione, è là dove Dio ha pure deciso chi sarebbe stato oggetto della grazia della salvezza, resa possibile dal ministero e dall’opera di Gesù in cui è incarnato l’eterno Figlio di Dio, ed applicata agli eletti dall’opera dello Spirito Santo. È in questo contesto che possiamo comprendere come sia avvenuta la “suddivisione dei compiti” nell’ambito della Santa Trinità fra Dio Padre che dispone, Dio il Figlio che realizza e Dio lo Spirito Santo che applica efficacemente questa grazia rigenerando i peccatori eletti e portandoli al ravvedimento ed alla fede in Cristo.

La sorgente della vita

Corollario implicito a quanto fin ora affermato lo troviamo al verso 4:“In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (4). La Scrittura descrive Dio come “il Dio vivente”: Egli è vita e trasmette la vita alle Sue creature. Egli non crea oggetti inanimati, pur in movimento, ma crea esseri che in sé portano la vita, la Sua vita. L’Agente personale della Creazione, la Parola, condivide la vita di Dio Padre e, in modo conseguente, quando l’eterna Parola creatrice entra in questo mondo nella Persona di Gesù di Nazareth, essa è portatrice di vita, anche in quanto uomo. Nello stesso vangelo secondo Giovanni troviamo scritto:

“‘Il Padre mio opera fino ad ora, e anch'io opero’. Per questo i Giudei più che mai cercavano d'ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente.(...) Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole. Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: l'ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l'avranno udita, vivranno. erché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso (...) Non vi meravigliate di questo; perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio. Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Giovanni 5:17-30).

“Vita” è uno dei termini più caratteristici del vangelo secondo Giovanni: ne fa uso 36 volte, più di tutti gli altri scritti del Nuovo Testamento. Gesù e moltro di più di un profeta, molto di più di un sacerdote, molto di più di un re, molto di più di un maestro: Gesù è datore di vita. Uomini e donne possono procreare, ma solo Gesù può creare vita e dare vita. Come Lui ha impartito il soffio della vita alle creature animali ed all’essere umano, così Lui ha la capacità di rigenerare e risuscitare nel modo che nessun altro al mondo ha mai potuto né potrà mai fare. Egli solo ha la capacità di trasformare un incallito peccatore in una nuova creatura che ama e serve Dio. Come Lui ha impartito vita alle cose che ha creato, ed ogni cosa vivente deve la Sua vita al Creatore, Gesù è la causa efficente della rigenerazione morale e spirituale dei peccatori che Dio ha eletto a salvezza.

Quella che Gesù impartisce ai Suoi discepoli e che essi sono chiamati a testimoniare è “cultura della vita” ed in questo si distinguono da questo mondo corrotto dal peccato, che costantemente testimonia di essere “cultura della morte”. Non può essere diversamente per chi sta lontano da Dio ed è sottomesso a quello che le Scritture chiamano “l’angelo della morte”. Gesù una volta dice a coloro che tramavano per eliminarlo: “Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).

In che modo i cristiani testimoniano di vivere una cultura della vita in contrapposizione alla cultura della morte che prevale in questo mondo? Una cultura della morte è una cultura tenebrosa, ma quella che Gesù impartisce è luce: “la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre”.

La presenza di Dio in Gesù dissipa le tenebre dell’ignoranza ed del peccato provvedendo rivelazione e sallvezza. È ciò che compie l’eterno Figlio di Dio, la Parola, incarnandosi in Gesù di Nazareth. È per questo che i vangeli annunciano il compimento della Scrittura profetica che dice: “Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell'ombra della morte, la luce risplende.” (Isaia 9:1).

Una luce che nessuno può sperare di estinguere

Il versetto 5 del nostro testo dice: “La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta” (5).

Fino a questo punto l’autore del vangelo si è espresso con verbi al passato, ora però passa al presente indicativo continuo, letteralmente “la luce continua a splendere”. Esprime la verità immutabile la luce del mondo, Cristo, non cesserà mai di brillare. Il punto che l’evangelista vuole evidenziare è generale: è nella natura stessa della luce quella di splendere.

Se però le luci di questo mondo possono essere sopraffatte dalle tenebre, non così la luce di Cristo che nessuno potrà mai anche solo sperare che si spenga. Nel corso della storia ed a tutt’oggi innumerevoli sono i nemici del Cristo e della verità biblica che hanno tentato di spegnere quella luce, ma non ci sono mai riusciti. Non ci sono riusciti mettendo in croce Cristo, non ci sono riusciti e non ci riusciranno mettendo in croce ed uccidendo i cristiani. Che illuso è ogni avversario di Cristo che sorge sulla scena di questo mondo! Non imparerà mai la lezione, anzi, la imparerà solo a proprio danno: la luce di Cristo non la si può sopraffare. Opposizione diretta o indiretta, creazione di ingannevoli false alternative, complotti e trucchi di ogni genere: tutti e tutto falliranno: Cristo trionfa e trionferà.

Gli anticristi della storia e l’Anticristo degli ultimi tempi non potranno sopraffarla, qualunque cosa possano escogitare. Cristo Gesù prevale, vince, trionfa! I Suoi oppositori verranno giudicati e condannati da quella luce: “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Giovanni 3:19).

Coloro che seguono Cristo non stanno camminando al buio: “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8:12). Essi devono camminare “mentre hanno la luce”: “La luce è ancora per poco tempo tra di voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre, non sa dove va” (Giovanni 12:35). Per l’evangelista le tenebre sono le forze del male che cercano di sopraffare la luce del Cristo. Non ci riusciranno.

Giovanni non vede la scena di questo mondo come un’arena dove si contrappongono costantemente due forze di uguale entità. Non era un filosofo dualista. Egli vedeva Gesù come superiore alle forze delle tenebre che cercano di vincerlo, ma inutilmente. Per il popolo di Dio, per i discepoli di cristo questo è fonte di grande speranza, ma anche di determinazione nelle loro lotte. Il popolo cristiano non può essere un popolo che si scoraggia, perché sa che Cristo ineluttabilmente trionferà, non i suoi avversari, tentino quel che vogliono. Questo conflitto fra luce e tenebre e la vittoria della luce, è rappresento per tutto questo vangelo e pervade tutto il resto del Nuovo Testamento. Le tenebre dell’ignoranza e del peccato non prevarranno.

Che cosa dovrebbe ispirare tutto questo a quei cristiani moderni che allargano fatalisticamente braccia impotenti e si scoraggiano di fronte alla forza e l’arroganza degli avversari e dei falsi amici del Cristo?

Conclusione

Era davvero “un personaggio eccezionale” quello che si era presentato in Gesù di Nazareth nella Palestina di quello che noi oggi consideriamo “il primo secolo”. Gesù era inimitabile e sfidava qualsiasi tentativo di classificazione ed imitazione. Solo relativamente pochi, quelli ai quali era stato dato, avrebbero inteso “il Suo segreto”, ne sarebbero stati trasformati ed avrebbero agito su quella base e nella Sua linea. L’evangelista GIovanni, nelle prime stesse parole del suo vangelo ci rivela l’identità di Gesù, radicata nella stessa eterna natura di Dio e da Lui proveniente. Egli condivide la natura stessa di Dio come “causa prima” della creazione e della nuova creazione, della vita com’era sorta fin dall’inizio e come essa si ripropone in Cristo fino a tutt’oggi. L’avvenimento di Cristo e il movimento di Cristo nella storia e a tutt’oggi trova le sue origini nel tempo eterno della vita intratrinitaria di Dio, i Suoi propositi e decisioni, quelle che per noi si realizzano e si realizzeranno esattamente come sono stati pianificati. Gesù, il Cristo, la Parola vivente di Dio, così come le Scritture ce lo presentano, è la sorgente della vita e di ogni vita. Nessuno è come Lui e nessuno è pari a Lui, maggiore di qualsiasi profeta, re e sacerdote, maggiore di qualsiasi uomo santo del passato e del presente, maggiore di qualsiasi maestro di vita e filosofo. Gesù non è il prodotto dell’umanità e dei suoi sforzi ed inventiva. È per questo che non sarà mai destinato al fallimento. Fonte di vita e di rigenerazione, Egli è una luce che non si potrà mai sperare di estinguere. Non potrà quindi che essere vittorioso. Come dice il Salmo 2, che val la pena citare per intero:

:“Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il SIGNORE e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro. Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti: «Sono io», dirà, «che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo». Io annuncerò il decreto: Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t'ho generato. Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d'argilla». Ora, o re, siate saggi; lasciatevi correggere, o giudici della terra. Servite il SIGNORE con timore, e gioite con tremore. Rendete omaggio al figlio, affinché il SIGNORE non si adiri e voi non periate nella vostra via, perché improvvisa l'ira sua potrebbedivampare. Beati tutti quelli che confidano in lui!” (Salmo 2).

Paolo Castellina, 6 febbraio 2015.

Note

  • [1] In termini tecnici si parla di "eziologìa" (o etiologìa) [dal gr. αἰτιολογία, comp. di αἰτιο- «ezio-» e -λογία «-logia»; lat. tardo aetiologĭa]. In generale, l'eziologia è parte di una scienza che indaga le cause di una determinata classe di fenomeni, o le origini di qualche fatto o manifestazione. In medicina, lo studio delle cause, sia esterne sia insite nell’organismo, delle malattie; correntemente, il termine è esteso a indicare la causa stessa di una malattia e il meccanismo con cui essa opera (con sign. quindi affine a patogenesi): affezione, malattia ad esempio sconosciuta.
  • [2] Cfr. Ebrei 1:1-2.