Culto/Dovere morale: differenze tra le versioni

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E' nostro dovere morale partecipare al culto domenicale?

di Greg L. Bahnsen

Andare in chiesa la domenica è lungi dall'essere l'attività domenicale favorita dalla maggior parte delle persone nella nostra cultura. Questo non dovrebbe sorprenderci, naturalmente, quando coloro che dormono fino a tardi, o lavorano, o trovano altre attività ricreative, non sono credenti. I cuori irrigenerati non cercano Dio né trovano piacere nel rendergli il culto. Ciò che sorprende (e rattrista) è che oggi pure molti credenti professanti trascurano il culto pubblico di Dio.

Perché accade questo? Da un lato, alcuni cristiani considerano la chiesa come solo una delle possibili opzioni domenicali come la scampagnata, lo sport ecc. Dall'altro, alcuni cristiani considerano come le riunioni informali di gruppo o gli studi biblici siano un'alternativa adeguata alla partecipazione al culto. Tutti i cristiani, però, dovrebbero essere aperti verso l'insegnamento impartito dalla santa Parola di Dio, ed è solo a questo modello che ci rivolgeremo per dare risposta alla nostra domanda originale.

La Legge, la pietà ed i profeti dell'Antico Testamento

La legge dell'Antico Testamento comandava al popolo di Dio di riunirsi per il culto pubblico e l'ascolto della Parola di Dio (es. De. 12:5-12; 31:11,12). Senza alcun dubbio la legge di Dio richiedeva che il Sabato settimanale in particolare dovesse contenere una "santa convocazione" (Le 23:3). Indipendentemente dalle circostanze esteriori (ad es. il Sabato settimanale, un santuario localizzato centrale), il culto richiesto dalla legge dell'Antico Testamento implicava l'elemento morale di base di radunarsi come popolo di Dio per udire la Sua Parola e lodare il Suo nome.

La pietà religiosa dei santi dell'Antico Testamento era evidente nel loro desiderio di "dare al Signore la gloria dovuta al suo nome, portargli offerte e venire in sua presenza. Prostrarsi davanti al Signore vestiti di sacri ornamenti" (1 Cr. 16:29; cfr. Sl. 96:8,9). Il credente non vede l'ora di rendere culto a Dio nel mezzo del popolo riunito di Dio. Davide, il Salmista, scriveva: "Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea" (Sl. 22:22). "Io ti celebrerò nella grande assemblea, ti loderò in mezzo ad un popolo numeroso" (Sl. 35:18, cfr. 116:12-17). Molti dei Salmi mettono in rilievo il fatto che Davide rendesse culto a Dio insieme all'assemblea dei credenti (ad es. Sl. 42:4; 55:14; 122:1; 132:7). La testimonianza ispirata di Davide mostra come il suo desiderio del culto comunitario fosse normativo per tutto il popolo di Dio. Egli dichiarava ad ogni credente: "Venite, adoriamo ed inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha fatti" (Sl. 95:6). "Servite il Signore con letizia, presentatevi gioiosi a lui... entrate nelle sue porte con ringraziamento, nei suoi cortili con lode" (Sl 100:2,4). "Lo esaltino nell'assemblea del popolo, e lo lodino nel consiglio degli anziani" (Sl. 107:32). "Alleluia. Cantate al Signore un cantico nuovo, cantate la sua lode nell'assemblea dei fedeli" (Sl. 149:1).

La profezia dell'Antico Testamento, allo stesso modo, ci mostra come coloro che sono veri credenti desiderano riunirsi col popolo di Dio per udire la Sua Parola e lodare il Suo nome nel contesto del culto comunitario. Per esempio, il profeta Isaia indicava come i convertiti del Signore si unissero al culto comunitario del popolo di Dio nella "casa di preghiera" di Dio (Is. 56:6,7; citata da Gesù in Marco 11:17). Una delle preoccupazioni delle profezia di Malachia era la corruzione del culto fra i Giudei del suo tempo e l'ardente attesa del giorno in cui l'intervento di Dio avrebbe stabilito un culto puro fra i Gentili di ogni luogo (Ml. 1:11; 3:3,4).

La legge, la pietà e la profezia dell'Antico Testamento, quindi concordano tutte nell'indicarci quanto sia un obbligo morale per noi raccoglierci per il culto insieme al popolo di Dio.

Qualcuno però potrebbe protestare dicendo: "Tutto questo, però, avveniva nell'Antico Testamento, con il suo tempio a Gerusalemme ed il suo Sabato del settimo giorno". Questa protesta, però, diminuisce la piena autorità della Parola ispirata di Dio. Paolo insegnava che: "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile... a educare alla giustizia" (2 Ti.3:16). Naturalmente è necessario riconoscere dei cambiamenti nella ministrazione del patto ed il fatto che l'Antico Testamento prefiguri le realtà re-dentive del Nuovo Testamento (gran parte del libro di Ebrei serve a questo stesso proposito).

Ciononostante, Gesù ci obbliga a sottometterci alla validità continua di ogni "iota ed apice" dell'Antico Testamento (Mt. 5:17-19), e Paolo insegna che l'Antico Testamento "fu scritto per nostra istruzione" (Ro. 15:4). In quella luce, noi naturalmente ci aspetteremmo che l'obbligo morale del culto pubblico insegnato nell'Antico Testamento, continuasse nel Nuovo. Dio continua a chiamare un popolo per Sé stesso nel Nuovo Testamento, e Dio certamente continua ad essere degno della nostra lode.

L'esempio normativo del Nuovo Testamento

Al riguardo del Sabato dell'Antico Testamento, i credenti del Nuovo Testamento confessano che Gesù Cristo è "Signore del Sabato" (Mr. 2:28). Nell'era del Nuovo Testamento, esso è propriamente chiamato "il giorno del Signore" (Ap. 1:10). La Scrittura mostra che dal tempo della risurrezione di Cristo, questo giorno è stato spostato al primo giorno della settimana (la Domenica).

Al riguardo del tempio dell'Antico Testamento, i credenti del Nuovo Testamento confessano che ora essi stessi costituiscono "il tempio di Dio" in cui dimora lo Spirito di Dio (1 Co. 3:16,17; Ef. 2:20-22; 1 Pi. 2:5). Le pratiche esteriori del culto nell'Antico Patto sono state mutate nei giorni del Nuovo Patto. L'obbligo morale della "santa convocazione", però, non è mutato.

La chiesa di Gesù Cristo delle origini si radunava regolarmente insieme come "tempio del Signore" per il culto pubblico, dapprima quotidianamente (At. 2:46) e poi settimanalmente il primo giorno della settimana (Atti 20:7, 1 Co. 16:2), il "giorno del Signore". La chiesa delle origini non aveva rotto con l'antica ordinanza, rivelata precedentemente nella Parola di Dio, rivolta ai credenti, di partecipare alle assemblee di culto - anche quando consideravano la loro pratica del Nuovo Patto (mutata esteriormente) sullo sfondo del modello dell'Antico Patto.

Il rituale sacerdotale del tempio era certo cessato; ciononostante il popolo di Dio del Nuovo Patto considerava la sua pratica cultuale alla luce di quello. Per esempio, "...per mezzo di Gesù, quindi, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode; cioè il frutto di labbra che confessano il Suo nome" (Eb. 13:15).

Da diverse indicazioni nel Nuovo Testamento apprendiamo ciò che costituisce il culto comunitario del popolo di Dio sotto il Nuovo Patto. Esso include almeno i seguenti elementi:

  • 1. Lode a Dio (Eb. 13:15; 1 Pi. 2:9 [Is. 43:21]).
  • 2. Preghiera comunitaria (1 Ti. 2:8; cfr. Fl. 4:6), con amen della comunità (1 Co. 14:16).
  • 3. Inni (Cl. 3:16; 1 Ts. 5:27; 1 Ti. 4:13).
  • 4. Letture bibliche (Cl. 4:16; 1 Ts. 5:27; 1 Ti. 4:13).
  • 5. Predicazione (1 Ti. 4:6-16; 2 Ti. 4:2; At. 20:7-9).
  • 6. La Cena del Signore (At. 2:42; 20:7; cfr. 1 Co. 11:20).

Dovremmo rammentarci che per noi la Parola di Dio è normativa; è legge, anche se non porta la formula a mo' di premessa: "Tu dovrei...". Per cui, ciò che noi troviamo nella pratica cultuale del Nuovo Testamento, è il modello di culto a cui dovremmo aderire.

Il culto viene definito non dai capricci personali o dall'immaginazione religiosa, ma soltanto dalla Parola rivelata di Dio (cfr. Cl. 2:23). Il secondo comandamento, così, ci proibisce di inventarci, usare, o approvare qualsiasi culto religioso che non sia stato stabilito da Dio stesso - come pure ci proibisce di trascurare, o sottrarre, da quel culto che Dio ha stabilito (Es. 20:4-6; cfr. Le. 10:1; De. 4:2; 32:46; Mt. 15:9; 28:20).

Il nostro obbligo di raccoglierci per il culto con il popolo di Dio, quindi, deve essere compreso e misurato dagli elementi del culto del Nuovo Testamento delineati più sopra. Se noi facciamo ciò che Dio richiede al Suo popolo, noi ci impegneremo in assemblee cultuali caratterizzate da lode, preghiera comunitaria, inni, letture bibliche, predicazione autorevole, e i sacramenti.

Le assemblee cultuali non sono solo riunioni di credenti

Nel Nuovo Testamento, quelle assemblee che costituiscono il culto pubblico di Dio erano comprese come qualcosa di chiaramente distinto dagli incontri domestici informali e dai pasti in comune, anche se l'assemblea di culto poteva aver luogo in una normale casa. Paolo fa una distinzione fra "la Cena del Signore" all'assemblea e i pasti ordinari in casa propria (1 Co. 11:20,22).

Essere "in chiesa" al culto, quindi, è qualcosa di più di un normale incontro con gli altri credenti - anche se in questi incontri si mangia, si canta, e si prega. Questo fatto è evidente dal modo in cui Paolo parla, per esempio, in 1 Co. 14:35. Egli fa una differenza nella situazione in cui una donna pone una domanda "in chiesa" oppure "a casa".

Inoltre, nonostante il fatto che "la chiesa" sia il corpo dei credenti (cioè il popolo), Paolo usa le seguenti espressioni: "è vergognoso per una donna parlare in assemblea". L'espressione "in assemblea" non può significare un qualunque incontro di credenti, altrimenti alle donne sarebbe stato sempre proibito di parlare quando altri cristiani fossero stati presenti! "In assemblea" indica ovviamente l'assemblea dei credenti con lo speciale proposito del culto ordinato.

Le assemblee di culto, per i cristiani, devono essere caratterizzate da un buon ordine, non da confusione (1 Co. 14:26,33,40). Il culto comunitario nel Nuovo Testamento, quindi, è condotto e governato da sovrintendenti (anziani che "hanno cura della chiesa di Dio" 1 Ti. 3:4,5). Che questa sia la regola per il culto del Nuovo Testamento è illustrato dal fatto che Paolo stesse formulando indicazioni per la vita della chiesa, inclusi i servizi di culto comunitario, a pastori come Timoteo (ad es. 1 Ti. 2:1,8,11; 4:13; 2 Ti. 4:2).

Queste lettere pastorali avevano come scopo primario questo: "affinché tu sappia... come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente" (1 Ti. 3:15). In breve, l'assemblea del gregge di Dio avviene sotto la so-vraintendenza dei pastori (1 Pi. 5:1,2), i quali "presiedono" su di esso in ogni situazione, incluso il culto (1 Ts. 5:12,13; At. 20:28).

Il riunirsi ed il partecipare al culto è espressamente richiesto

Il modello normativo del Nuovo Testamento, quindi, è per il popolo di Dio il raccogliersi insieme nel giorno del Signore come "chiesa" per lo scopo specifico del culto come viene definito dalla Parola di Dio (lode, preghiera comunitaria, inni, letture bibliche, predicazione autorevole, e Cena del Signore), sotto la sovraintendenza degli anziani.

Non è nulla di meno che un obbligo morale per i credenti quello di partecipare a queste assemblee di culto e non permettere che nessun altro interesse o attività abbia priorità su di esse - precisamente perché l'assemblea di culto è una questione di ubbidienza alla Parola di Dio, piuttosto che una questione di scelta personale.

Il Nuovo Testamento, non meno che l'Antico, esige che noi ci raccogliamo per il culto. Questo era il modello apostolico, come vediamo da queste parole: "Quando dunque tutta la chiesa si riunisce... adorerà Dio proclamando che Dio è veramente tra di voi" (1 Co. 14:23-25). Il Nuovo Testamento esplicitamente comanda che giammai noi volontariamente ci si assenti dalle assemblee stabilite per il culto della comunità: "Facciamo attenzione gli uni gli altri per incitarci all'amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda" (Eb. 10:24,25).

Quando manchiamo di partecipare al culto comunitario o non partecipiamo alle sue attività, non disubbidiamo al comandamento scritturale di stare insieme nel culto: "affinché di un solo animo e di una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del Signor nostro Gesù Cristo" (Ro. 15:6; cfr. Ef. 5:19-21). Ci si attende che i credenti partecipino regolarmente alla Cena del Signore (Gv. 6:53; 1 Co. 10:17; 11:24-26), e quando essa viene servita, il Nuovo Testamento esorta i credenti a (esaminare sé stessi e quindi) di fatto partecipare al mangiare ed al bere (1 Co. 11:27,28).

Concludiamo quindi, osservando come il culto comunitario non sia questione di intrattenimento e di discrezione personale (ad es. "Domani mattina andiamo a fare una scampagnata oppure in chiesa?"). Non si tratta nemmeno di un'occasione per socializzare con altri amici cristiani e fare qualche attività cultuale (ad es. "ci siamo trovati a casa loro, poi abbiamo cantato e pregato"). La Parola santa ed autorevole di Dio dice di più.

La Scrittura dichiara che è nostro obbligo morale non trascurare di riunirci con il gregge riunito di Dio come "chiesa" con lo scopo specifico del culto comunitario, come definito dal Signore, sotto la sovraintendenza dei pastori. Se noi professiamo di ubbidirGli in ogni cosa, non trascuriamo questo punto importante né pretendiamo di fare altrimenti. E' il privilegio più alto del cristiano quello di stare insieme con gli altri credenti come il popolo che Dio ha redento, nella Sua presenta, per renderGli la lode, l'adorazione, e il culto che è dovuto al Suo santo nome. Non è altro che una preparazione per l'eternità.