Studi biblici/Romani 14:13-23

Da Tempo di Riforma.

Quando dobbiamo limitare la nostra libertà

Sintesi: La libertà è uno dei valori principi del messaggio evangelico e il dono che il Signore Gesù Cristo fa ai suoi discepoli. Essa, però, si differenzia dal concetto di libertà sostenuto oggi dal mondo secolarizzato, contrapponendosi sia al permissivismo che al rigorismo. Continuando a riflettere su quanto avevamo iniziato nella predicazione della scorsa settimana, impariamo oggi che cosa ci insegna la seconda parte del capitolo 14 della lettera ai Romani: quand’è che dobbiamo limitare volontariamente la nostra libertà e i nostri diritti?

Tra permissivismo e rigorismo

Benché oggi in campo morale sia molto più comune il lassismo, il permissivismo, la tolleranza relativista, “l’allergia” a princìpi e norme di comportamento fisse e certe, in non pochi ambienti religiosi tendenti al settarismo prevale ancora il rigorismo. Il vocabolario della lingua italiana definisce il rigorismo (dal latino rigor cioè rigidità) come: “La tendenza a comportarsi, a giudicare, a pensare con rigore, cioè con intransigenza; interpretazione e applicazione intransigente di una norma etica, di un regolamento; più genericamente, severità eccessiva (in quanto abituale). In teologia, è l’adesione severa a principî dottrinali e disciplinari che non autorizza a distaccarsi dalla legge in presenza di particolari condizioni che potrebbero consigliare un comportamento più libero rispetto ad essa. Capita anche che spesso il rigorismo sia ipocrita ed incoerente, mentre il liberalismo diventi intransigente nell’applicazione dei propri princìpi. La comunità cristiana è spesso oggi tirata da questi due estremi. Di fatto, è lo spirito evangelico, lo spirito del Signore e Salvatore Gesù Cristo, quello che sa coniugare nel modo migliore certezza di principi ed elasticità circostanziale.

Lo abbiamo visto la scorsa settimana quando abbiamo riflettuto su parte dell’insegnamento della lettera ai Romani al capitolo 14, dove l’Apostolo parla di come convivere nella stessa comunità cristiana fra i “credenti forti” che hanno fatta propria la libertà conquistataci da Cristo dal potere oppressivo e mortifero del legalismo, e i “credenti deboli” che ancora si facevano scrupolo di osservare le leggi cerimoniali mosaiche che avevano ricevuto dalla loro tradizione. È lì che l’Apostolo insegna ad accogliersi reciprocamente nonostante le differenze di opinione su punti non essenziali della fede, perché siamo chiamati ad essere un popolo che serve il comune Signore “d’un medesimo sentimento… affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (Romani 15:5,6). Da cui il principio della reciproca accoglienza: unità nell’essenziale ed accettazione delle differenze di interpretazione nelle cose secondarie. È l’esortazione a valutare attentamente ciò che è importante e ciò che è meno importante nei rapporti con altri cristiani per preservare l’unità alla quale ci chiama l'Evangelo.

Il testo biblico di oggi

La scorsa settimana, però, del capitolo 14 di Romani ci eravamo limitati ai versetti da 1 a 12, ma il discorso dell’apostolo prosegue dal 13 al 23. Esaminando oggi la seconda parte di quel capitolo ci permetterà di approfondire ulteriori aspetti della libertà evangelica, anzi, dell’amore evangelico, quello che ci porta a rinunciare volontariamente a qualche nostro diritto, a limitare volontariamente la nostra libertà, per prenderci cura dei nostri fratelli e sorelle in fede. Leggiamo prima di tutto il testo:

Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato”(Romani 14:13-23).

Il dovuto riguardo per la condizione spirituale di ciascuno

Il principio che ci insegna questo testo si trova versetti 13 e 20 ed è quello di considerare gli effetti delle nostre azioni sulla vita spirituale di un fratello o di una sorella in Cristo. Indubbiamente in questa sezione notiamo diverse ripetizioni, ma esse sono intese sia a sottolineare l’importanza del principio enunciato che per differenziarne le applicazioni. Dicono: “Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta” (Romans 14:13), e “Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio…” (Romani 14:20 a)

Entrambi questi versetti mettono in evidenza come l’accoglienza l’uno dell’altro sia di più che un orientamento del cuore, ma come implichi fare passi concreti nel decidere di non fare nulla che possa creare un problema spirituale per un altro cristiano. Paolo scoraggia azioni che possano “porre inciampo sulla via del fratello”[σκάνδαλον: ostacolo, scandalo] (v. 13) o che “distruggano l’opera di Dio” [che la disfano, vanificano, sovvertono] (v. 20). Nel vers. 15 l’Apostolo fa pure uso del verbo “turbare” [λυπεῖται, contristare, offendere, infastidire] per indicare ciò che dev’essere evitato.

Nel vers. 13 c’è un importante gioco di parole rilevato dalla versione Diodati con il termine “giudicare” che così lo rende: “non giudichiamo più gli uni gli altri; ma piuttosto giudicate questo, di non porre intoppo, o scandalo al fratello”. In altre parole: invece di giudicare gli altri sulla legittimità dei loro scrupoli, giudichiamo, esaminiamo noi stessi qualora, affermando la nostra libertà, corriamo il rischio - da evitare a tutti i costi - di danneggiare gli altri. Danneggiare gli altri non rientra nelle nostre libertàDobbiamo impegnarci a promuovere il benessere spirituale degli altri, fare bene attenzione non ad ostacolarlo.

È vero: Cristo ci libera dalla soggezione a quelle regole e cerimoniali che la religione tradizionale assolutizza, ma dobbiamo fare molta attenzione a come della nostra libertà ne facciamo uso: quando “crea scandalo” ai “deboli nella fede”, in essa ci dobbiamo limitare, perché la considerazione data al nostro fratello o sorella in fede è altrettanto se non più importante della nostra personale libertà. La libertà è importante, dice l’Apostolo, ma non ha valore ultimo: alla nostra libertà imponiamo dei limiti perché qui in gioco c’è qualcosa di più importante. Qualcuno ha osservato scherzosamente che il nostro diritto di agitare liberamente i nostri pugni in aria finisce laddove inizia il naso di un’altra persona... Per un cristiano il principio semplicemente è che il diritto che ho di esercitare la mia libertà finisce laddove essa crea un danno spirituale serio ad un mio fratello o sorella in Cristo.

Che cos’è “l’inciampo”, lo scandalo

Che cosa si intende per “danno spirituale”? Si tratta di una questione importante perché è di importanza critica per i limiti da imporre alla nostra libertà definire che cosa possa essere questa “pietra di inciampo” o “scandalo”, come pure è importante definire che cosa voglia dire “distruggere” l’opera di Dio.

In primo luogo, dobbiamo ritornare alla nostra definizione di “fratello più debole”. Nei capitoli 14 e 15 di Romani, “fratello più debole” è chi è giovane nella fede, chi ha spiritualmente bisogno di essere rafforzato, e che nella questione in esame, sbaglia, è in errore.

In secondo luogo, il fratello più debole è danneggiato in modo significativo dall’inciampo che trova davanti. L’Apostolo dice che quel fratello è turbato (v. 15 a) da ciò che vede mangiare da un altro cristiano, che per questo viene “perduto”, ne è “distrutto” (vv. 15 b, 20 a). Questi termini sono molto forti e indicano il pericolo che quel fratello ritorni alle sue vecchie vie o persino che respinga l’Evangelo. Un “inciampo” è quindi molto di più che il caso di qualcuno che si offenda o che sia in disaccordo con noi. Si tratta di un inciampo che crea una significativa devastazione spirituale.

In terzo luogo, questa situazione sembra implicare una pressione sociale. L’apostolo al vers. 22 raccomanda al riguardo una fede privata: “Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio”, mentre pure nel vers. 21 dice: “È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare”. L’inciampo, quindi, significa porre un fratello o una sorella in fede in una situazione tale da far loro sentire una pressione - implicita o diretta - a violare la loro coscienza. L’inciampo si applica allo scenario sociale, non-privato, che crea per il fratello più debole una questione di coscienza.

Si può quindi definire “l’inciampo” come il sottoporre un fratello ad una tale pressione sociale che lo spinga a fare ciò che egli sente essere un peccato. Si tratta della situazione in cui la fede di un fratello nell’Evangelo, oppure come l’Evangelo viene espresso in una chiesa attraverso i rapporti sociali, ha il potenziale di infliggere danni seri.

La preoccupazione dell’Apostolo qui è l’equilibrio da una parte di non permettere una limitazione non necessaria alla libertà e dall’altra il non permettere a che un fratello sia danneggiato in maniera non necessaria. La libertà deve essere sottoposta ad una valutazione critica nel contesto dell’amore che bisogna avere per i nostri fratelli o sorelle in fede. Accogliere un fratello significa ammettere quei casi dove è moralmente giusto limitare la propria libertà anche quando non sarebbe veramente una questione morale. In altre parole, si può peccare nel come si gestisce una questione che non sarebbe in sé stessa peccaminosa.

Cinque ragioni per dover limitare la nostra libertà

In che modo l’Apostolo gestisce questa situazione e che cosa possiamo imparare da questo per gestire a nostra volta le situazioni che incontriamo quand’anche non fossero esattamente le stesse? Alcune questioni etiche sono situazionali, dipendono dalla situazione in cui ci si trova (vv. 14, 20 b).

La prima cosa da considerare riguarda una comprensione basilare dell’etica e della morale. L’Apostolo identifica particolari scenari dove ciò che è giusto e ciò che è sbagliato dipende dal contesto.

1. Vi sono casi in cui l’etica è propriamente situazionale (14, 20)

Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura” (v. 14); “Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato” (v. 20).

Il cibo non è fondamentalmente una questione morale. L’Apostolo prende chiaramente le parti del fratello più forte: se si considera la pura moralità ha ragione. In gioco, qui, c’è qualcosa di più del cibo. Vi è qui un’ulteriore categoria morale: le decisioni morali non hanno sempre solo a che fare con la questione in esame. Vi è pure una dinamica contestuale da esaminare. Anche se tecnicamente nulla è impuro di per sé stesso, è sbagliato: (1) per colui che pensa essere sbagliato; (2) far inciampare qualcuno, scandalizzarlo.

L’unità della chiesa avviene nell’ambito di queste tensioni. La chiesa sarà sempre coinvolta in scenari di questo genere. L’Apostolo non elabora una lista esaustiva di casi affinché tutti vi si attengano, ma permette che vi sia una certa elasticità ispirata dall’amore.

2. La tua libertà è meno importante dell’anima di tuo fratello (15, 21)

In secondo luogo bisogna soppesare bene che cosa sia più importante: la propria libertà personale o l’anima di un fratello. L’Apostolo dà molto peso alla libertà che Cristo ci ha guadagnato e se ne rallegra grandemente. Giunge persino a dire: “Nulla è impuro in sé stesso” (14:14). Non si può quindi accusare Paolo di dire che la libertà non sia importante. Però, Paolo pone dei limiti alla libertà stabilendo che essa non ha maggior valore della salute spirituale di un fratello.

Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto!” (v. 15); “È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare” (v. 21).

Comportarsi con amore, non distruggere un fratello, e non far nulla che possa far inciampare o scandalizzare un fratello, è chiaramente più importante che l’espressione della propria libertà. Anche se tecnicamente hai ragione, puoi ancora avere torto. Ci sono quindi situazioni nelle quali non solo è saggio restringere la tua libertà, ma anche la cosa giusta da fare.

3. Non sacrificare la testimonianza dell’Evangelo (16-18)

L’amore verso un fratello o una sorella in fede non è qui la sola questione in gioco. È anche da considerarsi la testimonianza all’Evangelo, ciò che la gente pensa del regno di Dio.

“Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini” (16-18).

Che cos’è che è veramente importante? Emotivamente potremmo agire come se certe questioni o l’espressione delle nostre libertà siano più centrali di quello che dovrebbero essere. Così facendo, la bellezza dell’Evangelo potrebbe essere considerata un male. Il fratello più forte, nel modo in cui gestisce la propria libertà, rischia di far sì che la gente pensi male dell’Evangelo. Ancor più di questo, una comunità cristiana può essere conosciuta maggiormente per quello che pensa su questioni secondarie più di quanto sia considerata per la sua giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Non è insolito che una particolare comunità cristiana sia conosciuta nell’ambiente più per qualche controversia non necessaria in cui è stata coinvolta che per il messaggio dell’Evangelo che proclama e che vive. Nessuno ha voluto intenzionalmente che avvenisse, ma è accaduto quando quelle persone hanno perduto la prospettiva delle cose. Fa molto male a famiglie, chiese e denominazioni quando non si sa distinguere fra assoluti, convinzioni e preferenze. Il Nemico ci gioca molto su questo tipo di situazioni. Se però una comunità cristiana sa coniugare amore e libertà, essa può di fatto creare quel tipo di obbedienza che sia “gradita a Dio e approvata dagli uomini”. Sia Dio che l’umanità ne rimangono ammirati!

4. Dar valore all’unità (19)

La quarta cosa da considerare al riguardo è come questioni come queste influiscono sull’unità. L’Apostolo evidenzia molto il valore dell’unità del corpo di Cristo. In altre parole, se la libertà è cosa che ti appassiona, accertati di essere ugualmente appassionato dell’unità. “Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (v. 19). Il cristiano deve sempre perseguire la pace e la reciproca edificazione. Quando perseguiamo la libertà pure dobbiamo chiederci: “Creerà essa pace ed aiuterà gli altri a crescere spiritualmente? Oppure danneggerà spiritualmente altre persone?”.

Nella società occidentale in genere si dà più valore alla libertà dell’individuo e meno all’unità. Altre culture danno più valore al gruppo che all’individuo. Per noi, quindi, l’idea stessa di mettere dei limiti alla libertà non è cosa che ci piaccia molto. Si tratta di un discorso che “ci insospettisce”. Qui, però, c’è qualcosa di veramente importante da considerare.

5. Teniamo conto della coscienza (22-23).

L’ultima cosa da considerare al riguardo delle nostre libertà è l’obbedienza non è solo una questione su ciò che sia giusto o sbagliato in riferimento ad un codice esterno di condotta. L’obbedienza include pure una questione interiore perché riguarda la coscienza. Nella vita ci sono tante cose che non possono essere inquadrate bene in categorie chiare e coerenti. Per quelle situazioni abbiamo bisogno di attivare la nostra coscienza; sarà essa ad aiutarci a decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il problema qui, però, è che c’erano alcuni che avevano una coscienza debole. Chi una una coscienza debole fa fatica a decidere che fare e che cosa non fare.

“Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato” (22-23),

Qui ci sono due cose che l’apostolo dice al riguardo della coscienza. (1) Si tratta di una questione personale, qualcosa fra noi e Dio. In altre parole, vi deve essere un qualche livello di determinazione personale in quello che uno dovrebbe o non dovrebbe fare. Il criterio per il giusto e lo sbagliato proviene dal cuore - dal nostro cuore. (2) In secondo luogo, l'Apostolo dice che se una persona è interiormente convinta che qualcosa sia sbagliato, o se è turbata o nel dubbio che qualcosa è sbagliato, allora agire contro la sua coscienza sarebbe sbagliato. In altre parole, se la pressione dei nostri pari, l’accettazione sociale, o qualche altra motivazione ti porta a fare di più di ciò che proviene dalla sua fede in Dio, allora è sbagliata.

Noi non siamo sempre sicuri al 100% di tutto quel che facciamo. Alcuni sono spesso travagliati da dubbi su quel che fanno se sia giusto oppure no, o si sentono in colpa se non lo fanno. L’Apostolo ci guida qui a guardare nel nostro cuore ed a chiederci: “Che cos’è qui che mi sta motivando? Lo sto facendo per il Signore? Posso ringraziarne il Signore? Lo faccio perché proviene dalla fede? Paolo non vuole che un fratello faccia sì che un altro fratello violi la sua coscienza. Nel modo in cui noi consideriamo la libertà Paolo eleva il valore e l’importanza della coscienza.

Ulteriori applicazioni pastorali

Più riflettiamo su questo testo e più diventa applicabile. Possiamo così considerare diverse applicazioni personali ed ecclesiali.

Primo. Unità nella Diversità è uno dei nostri valori di base. Nel quadro chiaro e non equivoco della sana dottrina biblica di base, vi è spazio per diversità di persuasioni e di applicazioni con umiltà e spirito non divisivo. Questo vuol dire che valorizziamo la libertà di essere differenti, ma non in ogni cosa né in maniera da peccare contro Dio e contro i nostri fratelli e sorelle in fede. Dobbiamo accertarsi di essere disposti costantemente ad imparare, a riflettere ed ad amarci l’un l’altro.

Secondo, questo testo ci aiuta a considerare la nostra libertà e preferenze attraverso le lenti dell’amore l’uno per l’altro e per l’Evangelo. Dobbiamo stare attenti a non ostentare la nostra libertà e a non diventare troppo zelanti per la nostra libertà. Non dobbiamo far uso della nostra libertà come arma per svergognare altri. Nel tempo stesso dobbiamo stare attenti a che le nostre preferenze siano informate dalla Bibbia e che facciamo una differenza fra ciò che abbiamo scelto di fare e ciò che la Bibbia comanda a tutti di fare. Non dobbiamo usare le nostre preferenze come arma per far sentire altri inutilmente in colpa.

Terzo, dobbiamo rammentarci che le nostre decisioni avranno sempre un effetto su altri e che, per questo, dobbiamo valutarle bene. Questo dovrà sempre far parte della nostra riflessione e talvolta richiederà cambiare il nostro comportamento ed azioni. Ciò che facciamo privatamente è fra noi ed il Signore, ma ciò che facciamo socialmente e con altri è diverso. La nostra libertà non riguarda solo noi.

Infine, talvolta vi sono scenari che legittimamente ricadono nelle chiare classificazioni di Romani 14. Potremmo avere persuasioni molto forti su un certo argomento interpretativo ed avere ragione. Altri, però, potrebbero ancora non essere giunti alle stesse nostre conclusioni ed aver bisogno di tempo per poterlo fare approfondendo la questione e maturando. Non imporre le nostre persuasioni oppure essere impazienti e distruttivi, come pure amorevolmente lasciare tempo al tempo è la cosa cristiana da fare. D’altronde anche noi stessi, continuando a studiare, ad approfondire ed a maturare, potremmo ben rivedere alcune fra le nostre persuasioni e persino modificarle. Potremmo giungere a renderci conto che la nostra eccessiva rigidità e modo di fare era ingiusta e priva di misericordia evangelica, che non avevamo considerato altri aspetti della questione o che, non conoscendo a fondo la situazione altrui, eravamo giunti a conclusioni sbagliate. Insomma: coerenza, ma con umiltà e misericordia.

Che il Signore ci dia di allineare sempre meglio il nostro pensiero e condotta allo spirito del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. I suoi criteri sono unici e senza paralleli in questo mondo. Distinguiamocene imparando da Lui.

Paolo Castellina, 19 settembre 2017. Rielaborazione da: DON'T DESTROY THE WORK OF GOD, in: Mark Vroegop a: http://www.yourchurch.com/sermon/dont-destroy-the-work-of-god/

Note

La predicazione precedente è a questo indirizzo: http://riforma.net/index.php/Studi_biblici/Romani_14:1-12

  1. http://www.treccani.it/vocabolario/rigorismo/
  2. “Μηκέτι οὖν ἀλλήλους κρίνωμεν ἀλλὰ τοῦτο κρίνατε μᾶλλον, τὸ μὴ τιθέναι πρόσκομμα τῷ ἀδελφῷ ἢ σκάνδαλον”.
  3. “Non distruggere l'opera di Dio per una questione di cibo! Tutte le cose sono pure; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo” (CEI2008); “Non distruggere l'opera di Dio per una questione di cibi. Certo, ogni cibo può essere mangiato, ma se qualcuno, mangiando un determinato cibo, causa turbamento a un fratello, allora fa male” (TILC).