Studi biblici/Romani 14:1-12

Da Tempo di Riforma.

Come gestire polemiche e divisioni fra i cristiani?

Sintesi: Polemiche e discordie nelle comunità cristiane sono inevitabili perché la chiesa cristiana è “l’officina di riparazione” di quei peccatori che Cristo ha redento in cui tutto è “lavori in corso”, come pure “il banco di prova” di un nuovo stile di vita. Le “vetture” di questa officina sono di marca, produzione e condizione diversa e ci vuole tempo per ripararle. Nell’officina il “rumore” può essere molto forte. Il problema non è che queste differenze e situazioni esistano, ma “come gestirle”. Ce ne parla l’Apostolo in Romani 14:1-12 il cui insegnamento è da analizzare attentamente.

L’inevitabilità dei lavori in corso

Quando ci lamentiamo oggi del problema delle discordie e delle polemiche fra cristiani, cosa che indubbiamente ne pregiudica la necessaria unità e buona testimonianza, “è consolante”, se si può dire così, rendersi conto che ce ne sono sempre state, persino nel tempo in cui è stato scritto il Nuovo Testamento. Le lettere degli apostoli, infatti, sono state scritte in larga parte per gestire costruttivamente e risolvere discordie e polemiche che potremmo considerare in qualche modo “normali” ed “inevitabili”. Perché? Perché la chiesa cristiana, fintanto che non tornerà il Signore Gesù, si può considerare sempre “lavori in corso” come la manutenzione delle nostre strade. La consunzione e la qualità delle strade e dei ponti, il formarsi di buche pericolose ecc. richiedono costante manutenzione. Quando così arrivano gli addetti ai lavori le strade vengono parzialmente ostruite, vi sono deviazioni, colonne, nuovi semafori, perdite di tempo, nervosismo ecc. Per quanto si debbano organizzare questi lavori nel modo migliore creando il minor numero di disagi, i lavori di manutenzione sono inevitabili, “normali”. Lo stesso è per le persone che, redente da Cristo, fanno ora parte della chiesa: la loro costituzione umana “quaggiù” non sarà mai ottimale. Sono peccatori come tutti, graziati e salvati, ma sicuramente “difettosi” e sottoposti ad un naturale logorio. Attraverso i mezzi della grazia, Dio, però, sta operando la loro santificazione, ed anche l’interazione costruttiva tra noi cristiani è importante. I “lavori in corso” a cui sono sottoposti, però, implicano disagi più o meno gravi che devono essere pure sopportati.

Da qui le polemiche e le discordie che pure devono essere “gestite” secondo i principi che ci dà la stessa Parola di Dio, regola della nostra fede e della nostra pratica. Di solito si affrontano polemiche e discordie in due modi opposti: o in modo autoritario e con la forza (come fanno chiese e gruppi che potremmo definire “dittatoriali”) o ...non facendo nulla e lasciando che anarchia, dispute e divisioni si manifestino liberamente, risultandone evidentemente nel caos e nel pregiudizio dell’opera e della testimonianza della chiesa. C’è però “la via per eccellenza”, una via migliore di tutte, “una via ancora più alta”, “una via eccellentissima” (così si esprime la Scrittura), che coniuga disciplina ad amore.

La tolleranza cristiana

In che modo la Parola di Dio ci insegna a “gestire” le differenze nell’ambito della comunità cristiana? Ce ne parla l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani, ed è necessario studiare questo testo con grande attenzione.

“Esortazione alla tolleranza. “Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli. Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia verdure. Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi. Uno stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio. Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi. Ma tu, perché giudichi tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto: «Come è vero che vivo», dice il Signore, «ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua darà gloria a Dio». Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.” (Romani 14:1–12).

Il contesto della lettera ai cristiani di Roma

La lettera ai cristiani di Roma, da cui è tratto il testo che consideriamo quest’oggi, è uno fra i testi fondamentali della fede cristiana. Esso ci parla della giustizia, prima quella che caratterizza Dio, e poi quella, tragicamente mancante, che caratterizza la creatura umana.

La creatura umana, così come attualmente si trova, non è “giusta”, non è più come dovrebbe essere. La creatura umana è oggi una creatura decaduta, condannata e perduta. Dio, però, concede la grazia della salvezza mediante la fede in Cristo, la riabilitazione, ad un certo (grande) numero di persone, attribuendo loro la giustizia di Cristo, dichiarandole giuste in Cristo, ed operando su di loro un processo di “riparazione” e rinnovamento radicale.

La comunità cristiana, secondo l’insegnamento biblico, è “l’officina” nella quale, attraverso i mezzi della grazia, si svolge la loro “riparazione” e recupero. Questa “officina” può essere un ambiente anche molto “rumoroso” e problematico, dove le persone “in riparazione” si trovano assieme e devono imparare a stare assieme. Ciascuna di esse è “difettosa” e si trova ad uno stadio diverso di riparazione e non di infrequente si devono “sopportare”. Il fatto però che stiano assieme non è circostanziale. Di fatto, come l’opera di Dio in Cristo è la nostra riconciliazione con Dio e comunione con Lui (cosa pure da imparare) anche lo stare insieme come chiesa, come corpo di Cristo è cosa da imparare. Come dobbiamo imparare ad amare Dio, così dobbiamo imparare ad amare i nostri fratelli e sorelle in fede, coloro con i quali Dio ci ha posto. Lo scopo dell’apostolo Paolo nei capitoli 14 e 15 di Romani è quello di aiutare la chiesa a comprendere come esprimere, come vivere l’Evangelo nei propri rapporti con gli altri nella chiesa, “altri” che sono spesso diversi da noi, con i loro problemi, carattere, fisime, idee fisse, ed opinioni divergenti. Egli li vuole aiutare a vedere come l’Evangelo non solo abbia a che fare con i loro rapporti con Dio, ma anche con gli altri nella chiesa, da cui la capacità di gestire i disaccordi.

Il versetto-chiave si trova in Romani 15:5-7 “Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”

Per aiutarci, Paolo in questi due capitoli fa riferimento a tre temi chiave: (1) Le differenze non hanno bisogno di creare divisioni (14:1-2); (2) le differenze possono essere gestite attraverso l’amore vicendevole (14:13-23); (3) La somiglianza con Cristo crea unità nella diversità (15:1-13). Fintanto che la chiesa sarà piena di persone che provengono da contesti diversi, esperienze e storie, vi saranno inevitabilmente dei disaccordi. Eppure, vale la pena di impegnarsi ad avere, come popolo di Dio, una sola voce nel culto. Un’armonia che abbia per centro l’Evangelo, seppure è difficile e confusa, ne vale la pena. Come Cristo ci ha accolto, anche noi dobbiamo accoglierci per la gloria di Dio (Romani 15:7). Come farlo?

Accogliersi l’un l’altro nonostante le divergenze

Il vers. 1 serve non solo come inizio dell'argomentazione di Paolo ma anche come il tema centrale dei capitoli Romani 14-15. Notate come il tema dell'accoglienza appaia in 14:1 e in 15:7

“Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli” (Romani 14:1); “Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Romani 15:7).

Il termine “accogliere” significa più che semplice amichevole benevolenza, accettazione, o tolleranza. Denota il rapporto per il quale una persona è ricevuta in comunione con noi e nel nostro cuore; implica quel calore e quella gentilezza associata con un amore genuino, di tutto cuore. Accogliere è come un abbraccio amorevole. Gesù usa lo stesso termine in Giovanni 14:3 “Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”. Il termine “accogliere” significa così qualcosa di speciale. È l’espressione esterna dell’amore verso un’altra persona, quello che vorreste avere per un familiare o un amico di lunga data. Che cos’è che rende questo rapporto unico nel suo genere? È il fatto che vi sia qualcosa di più fondamentale che le circostanze, la collocazione, le inconvenienze, le idiosincrasie e le differenze. In questa prospettiva tutto ciò che ci potrebbe tenere lontani è visto alla luce di una realtà più grande di quella della famiglia o dell’amicizia di lunga data. Vi è un legame unico e speciale che ci lega l’uno all’altro. Il corpo di Cristo deve essere caratterizzato da un amore unico nel suo genere a causa del comune rapporto che intratteniamo con Gesù Cristo. A causa della nostra esperienza dell’Evangelo e dell’adesione condivisa a Cristo, siamo fratelli e sorelle nella famiglia di Dio. Vi è qualcosa che travalica le nostre differenze: l’Evangelo.

Le differenze possono condurre a discordie e queste a divisione. Mancanza d’amore può condurre le persone a non accogliersi più l’una con l’altra, e quando questo accade, il messaggio dell’Evangelo ne soffre. È così che questi capitoli sono più che un aiuto ad andare d’accordo: sono sulla bellezza e credibilità dell’Evangelo.

Rammentatene la prossima volta che sorge un conflitto fra voi ed un vostro fratello o sorella in fede. Rammentatevene la prossima volta che siete tentati di essere ipercritici, sulla difesa o che vogliate giudicarli. Rammentate che al di sotto di ogni differenza c’è l’Evangelo e l’appello ad amare. Rammentatevi che come trattate le persone in presenza di disaccordo o di differenza, state dicendo qualcosa sull’Evangelo. “Accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Romani 15:7).

Il problema: rispondere in maniera errata

Accogliersi l’un l’altro è l’obiettivo, ma il problema ha a che fare con tre questioni: 1) una persona che è debole nella fede; 2) disputare su opinioni; 3) le risposte peccaminose di entrambe le parti.

Che cosa significa essere “deboli nella fede”? Si tratta di una questione importante perché ad essa, nei vv. 13-23 Paolo risponde con soluzioni specifiche e in qualche modo radicali. Se non si comprende questa questione, qualcuno potrebbe utilizzare l’argomento dello “scandalo” per stringere troppo le legittime libertà di alcuni cristiani in questioni che Paolo non avrebbe mai inteso.

Che cosa accadeva nella chiesa di Roma? Secondo i vv. 2 e 5 le questioni che erano sorte avevano a che fare con restrizioni dietarie e l'osservanza di certi giorni di festa. In quella chiesa alcuni avevano deciso di non mangiar carne o bere vino, ed altri non vedevano problema alcuno nel mangiare carne o nel bere vino. Paolo chiama coloro che non mangiano carne e non bevono vino “deboli”, e quelli che non hanno problemi con la carne ed il vino “forti”. Queste questioni sono classificate da Paolo come “opinioni” e non come una questione essenziale, dato che di entrambi i gruppi è detto che in quel che fanno onorano il Signore: “Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio”. Non si tratta quindi di una questione che riguardi il peccato. Potrebbe riguardare il peccato[1], ma feste, carne e vino non erano necessariamente cose sbagliate. Le motivazioni di entrambi i gruppo erano ugualmente lodevoli, encomiabili.

Dato il tono che usa Paolo verso entrambe le parti, è chiaro che non stiamo parlando di un problema di legalismo come quello a cui si riferisce in Galati 1:6-9 e 5:1-3. La questione qui non ha valenza di aperta distorsione dell’Evangelo stesso. Quando è in gioco la verità dell’Evangelo, quando qualcuno distorce od altera l’Evangelo, Paolo non è disposto a fare compromesso alcuno e non dice “pazienza”: condanna recisamente e persino maledice, senza appello.

La questione è un po’ diversa da quella a cui Paolo si rivolge in 1 Corinzi 8 e 10, dove la chiesa doveva decidere che fare con la carne che era stata offerta ad idoli. Lì Paolo fa uso degli stessi principi che esprime in Romani 14-15, ma la questione è diversa. Dobbiamo qui notare bene in che modo l’apostolo applica il principio, perché è questo che ci è utile per poterlo trasporre alle nostre situazioni.

Se mettiamo tutto questo insieme, pare che il “fratello debole” verosimilmente fosse un giudeo-cristiano che ancora sceglieva di evitare certi cibi e che osservava certe feste per rimanere fedele alla legge mosaica ed al suo retaggio religioso. Il fratello debole è “debole nella fede”, vale a dire, c’è qualcosa al riguardo della sua fede che ancora deve essere sviluppato. Pare che pensasse ancora che “essere giusti” (la giustizia) fosse in qualche modo connessa a cibi considerati puri o impuri. Il fratello debole ancora ha difficoltà a pensare all’ubbidienza dalla prospettiva dell’Evangelo, e quella questione “lo turba”, ne è contristato, infastidito nel profondo (Romani 14:15). La persona debole sembra porre un accento troppo forte su cibi e festività. Compassionevolmente e gentilmente, Paolo vuole che il fratello debole si renda conto che “si tratta solo di cibo”. Vuole che egli non ne faccia una questione più grande di quella che è. Paolo dirà la stessa cosa ai “forti”, ma per ragioni diverse. Egli mette in guardia “i forti” di non essere irrispettosi nella loro libertà, rammentando pure a loro che “si tratta solo di cibo”.

In questo come in altri testi, Paolo stabilisce un modello molto critico di saggezza evangelica. Si tratta di un esercizio di selezione teologica, di valutazione critica, un triage, un esercizio nel quale egli aiuta la gente a vedere come non tutte le questioni abbiano la stessa importanza. Di fatto, amare tuo fratello è più importante della tua libertà. L’anima di tuo fratello è più importante della carne, del vino o delle festività. Ed egli tratta con delicatezza il fratello più debole, onorandolo e riconoscendo che sicuramente le sue intenzioni sono buone, benché la sua fede col tempo dovrà diventare più forte.

La saggezza biblica è più che conoscere la verità; significa disporre le verità nel loro giusto ordine di importanza. Nella comunità cristiana coesistono diverse opinioni su una varietà di questioni, e noi dobbiamo comprendere come trattarle nel modo migliore. Dobbiamo tenere in equilibrio sia la purezza che l’unità della chiesa.

Distinzioni importanti

Potrebbe essere utile pensare a questo argomento secondo tre categorie, in cui ogni categoria è importante.

Gli assoluti sono quelli che definiscono l’essenza della vita cristiana. Per essere cristiano devi crederci. Un esempio di questi potrebbe essere la divinità di Cristo. Non puoi essere cristiano se non credi che Gesù è la seconda Persona della Trinità di Dio fattasi uomo.

Le persuasioni sono oggetto della propria fede basate sulla Scrittura che hanno un impatto significativo sulla salute e sull’efficacia di una chiesa. Le denominazioni ecclesiali e le affermazioni dottrinali di una chiesa locale includono sia gli assoluti che le persuasioni. Esempio di questo potrebbe essere il battesimo dei soli credenti (credo-battismo) contrapposto a quello dei figli piccoli dei credenti (pedobattismo).

Le preferenze sono questioni meno chiare che spesso sono applicazioni di brani biblici particolari. Ad esempio, in ordine sparso, che partito politico votare, come vestirsi, se fumare, andare al cinema o a ballare, come considerare il tatuaggio, come considerare il divorzio ed un nuovo matrimonio, le madri che lavorano fuori casa, il gioco d’azzardo, la contraccezione ecc.

Il liberalismo prende un assoluto e lo considera una preferenza, mentre il legalismo prende una preferenza e la considera un assoluto. La maggior parte sono terribili errori con conseguenze significative. La questione di cui Paolo parla in Romani 14-15 è un fratello debole che ha a che fare con la tensione di vedere una persuasione radicata trattata come preferenza. Sta elaborando le sfide emotive e spirituali di vedere qualcosa che un tempo definiva lui e la sua comunità come qualcosa di meno importante. Riorganizzare le proprie categorie può essere traumatico e doloroso ed è ingombro di potenziali peccati.

Le questioni più comuni che hanno a che fare con il peccato sono identificate per noi nel versetto 3. I deboli ed i forti sono sottoposti a tentazioni di tipo diverso.

Quando differenze legittime diventano peccato

“Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto” (Romani 14:3). Qui i peccati sono il disprezzo ed il giudizio. Entrambi sono radicati nell’orgoglio. Il fratello forte, che è meno restrittivo nel suo agire, può essere tentato a disprezzare, a guardare dall’alto in basso colui che si astiene da certi cibi o bevande. Potrebbe considerare il fratello debole come moralmente inferiore, disinformato, bloccato nelle sue vecchie vie. Lo potrebbe guardare con disprezzo e sdegno invece che con pazienza e compassione.

Il fratello più debole, che è più restrittivo nel suo modo di fare, può essere ugualmente tentato. Si presta di più a rendersi colpevole di un atteggiamento moralistico e sputasentenze, di avere atteggiamenti di pregiudizio ed essere sempre pronto a dare giudizi, considerandosi magari superiore o più spirituale a causa del suo stile di vita più restrittivo. Il fratello più debole potrebbe essere tentato di trattare il fratello più forte come se fosse spiritualmente negligente, privo della necessaria saggezza o semplicemente “mondano” o peggio “carnale”. Il fratello più debole potrebbe usare le sue restrizioni come indicatore che lui è “più spirituale” di altri.

Potete così vedere come questo orgoglio possa essere avventato, devastante e comune. Quanto spesso il nemico ha fatto uso di queste questioni secondarie e d’opinione per dividere la chiesa, distruggere l’unità ed infrangere i legami d’amore fra coloro che sono impegnati per l’Evangelo. Al contrario, Paolo vuole rammentare loro della centralità dell’Evangelo e dell’appello ad amarsi l’un l’altro.

Il teologo luterano Ruperto Meldenio (1618-1648) ha riassunto il cuore di Romani 14-15 con il motto: “Unità nelle cose necessarie (o essenziali), libertà in quelle dubbie (o non essenziali), carità (amore) in tutte”[2].

Cinque ragioni per accoglierci l’un l’altro

Con l’obiettivo di accoglierci l’un l’altro con amore e comprendendo le questioni in gioco che potrebbero potenzialmente diventare peccati, Paolo fornisce il fondamento, la base, per la quale i seguaci di Gesù dovrebbero vivere in quel modo. Egli non dice soltanto: “È solo cibo … è tuo fratello in Cristo … basta peccati”. Paolo di fatto fornisce delle ragioni bibliche e teologiche per aggiungere del peso a quello che sta dicendo. Egli supera le emozioni che sono prevalenti in situazioni come queste e fornisce una forte direzione biblica che dovrebbe informare il nostro pensiero ed azioni. In altre parole, di fronte ad un disaccordo, e quando il peccato sta per emergere, rammentatevi di questo:

Gesù è il Signore, non te (v. 4)

Il primo punto teologico è semplicemente ti rammenta che la persona che stai giudicando è un servo di Gesù Cristo. Im positivo, questo significa che la signoria di Cristo ci libera dalla necessità che sentiamo che spetti a noi determinare ciò che altri possano o non possano fare. Questo compito appartiene a Gesù perché egli è il Signore. In negativo, questo significa che dobbiamo rammentare chi siamo e non cercare di impossessarci di un’autorità che non ci appartiene.

Oltretutto, Paolo rammenta ai fratelli deboli che i fratelli forti non saranno loro a comparirgli di fronte nel Giorno del Giudizio. Essi staranno di fronte a Cristo. La responsabilità finale delle nostre azioni, quindi, è una questione che spetta solo a Dio di appianare e determinare, ed è grazie alla potenza di Gesù che essi staranno in piedi di fronte a lui. “Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi” (Romani 14:4).

Essere pienamente convinti è una questione personale (v. 5)

Il versetto 5 identifica come due persone possano considerare una questione in maniera molto diversa. “Uno stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali” - questo è il problema. Chi ha ragione? La risposta è “Dipende”. La questione è più grande dello stabilire quali giorni o l’accordo. Questa questione, a differenza di quelle chiaramente morali, si poggia sulla propria coscienza. In altre parole, l’ubbidienza a certe cose non è solo questione di giusto o sbagliato basato su un codice di condotta esterno. Ecco perché Paolo dice: “sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente” (v. 5b). Essere pienamente convinti è una questione personale.

= Entrambe le parti onorano Dio (v. 6)

La ragione di questo è molto bella. Paolo vuole che il debole ed il forte sappiano che entrambi onorano il Signore. In questo modo di nessuno si può dire che commetta un peccato da quel che fa mangiando o non mangiando oppure onorando una festività o non onorandola. Diventa però peccaminoso, e velocemente il modo in cui trattiamo gli altri.

Le due diverse posizioni hanno in comune il fatto che entrambe onorano il Signore. Questo mette in evidenza un importante test al riguardo a questioni di coscienza: Posso ringraziare Dio per questo? Posso farlo per il Signore? Paolo usa lo stesso test in 1 Corinzi 10:30-31. “Se io mangio di una cosa con rendimento di grazie, perché sarei biasimato per quello di cui io rendo grazie? Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio” (1 Corinzi 10:30-31).

La chiave è rendersi conto che due persone possono vedere una questione diversamente. Entrambe onorano Dio e lo ringraziano, eppure esse differiscono se essi possono partecipare ed onorare Dio. Questo è utile quando si incontrano cose che si mettono in questione. Chiediti: “Posso per questo ringraziarne Dio? posso glorificarlo mentre lo faccio?”.

Noi tutti apparteniamo a Gesù e viviamo per lui (vv. 7-9)

Noi tutti che ci siamo affidati a Cristo come nostro Signore e Salvatore apparteniamo a lui e viviamo per lui (vv. 8-9). Nei vv. 7-9 Paolo congiunge come viviamo al fatto che i cristiani appartengono a Gesù. Paolo cerca di aiutarci ad evitare di staccare l’Evangelo e la vittoria di Cristo dal vivere in libertà ogni giorno. Uno dei modi in cui la libertà evangelica può essere compromessa e diminuita è la consapevolezza di essere giudicati dagli altri. Non è difficile essere motivati più da quello che gli altri pensano di noi piuttosto che da quello che Gesù pensa di noi. “Questioni di opinione” creano la situazione più adatta a dimenticarsi che Gesù ci ha acquistato la libertà non solo per il futuro, ma anche per il presente.

Paolo ci dà una prospettiva più ampia su come guardiamo alla nostra vita quotidiana. Nel vers. 7-8 dice “Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore”. Nel come viviamo vi è implicato qualcosa o qualcuno più grande di noi stessi, e quello è Gesù. Viviamo e moriamo per il Signore perché apparteniamo al Signore. Poi il vers. 9 radica tutto questo nel proposito stesso della morte e risurrezione di Cristo: “Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi. In altre parole: la fede cristiana non riguarda solo il futuro ma anche come viviamo oggi. Apparteniamo e viviamo per Gesù ora.

Il giudizio finale appartiene solo a Dio (vv. 10-13)

Il nostro testo termina con un ammonimento finale sul giudicare un fratello quando alla fine egli starà di fronte a Dio e renderà conto a lui della sua vita. È interessante notare come ancora una volta Paolo parli sia al fratello debole che al forte. Egli chiede al debole: “Ma tu, perché giudichi tuo fratello?” e poi al forte: “E anche tu, perché disprezzi tuo fratello?”. Ad entrambe le parti viene indicato il giorno del futuro giudizio, e Paolo cita Isaia 45:23, che mette in rilievo l’ampiezza della giurisdizione di Dio: “ogni ginocchio … ogni lingua”. Nessuno ne sarà escluso. Ogni singola persona si troverà un giorno di fronte a Dio. Il vers. 12 lo afferma quando dichiara: “Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio”. La responsabilità delle scelte risiede fra un individuo e Dio.

Conseguenza di questo futuro giudizio e delle altre quattro ragioni è che i cristiani devono accogliersi l’un l’altro anche quando sono in disaccordo fra di loro. Essi possono trattarsi con grazia ed amore anche se hanno opinioni diverse caricate emotivamente. La bellezza dell’Evangelo è che il corpo di Cristo comprende persone che hanno fatto esperienza della grazia di Dio e che vedono tutto e tutti attraverso quella lente.

Conclusione

Dopo aver scavato in questo testo biblico e considerate le implicazioni come chiesa, alcuni pensieri pastorali sono necessari.

In primo luogo, sono da lodare ed imitare coloro che sanno vivere come chiesa assieme a persone che provengono da diversi contesti, esperienze di chiesa, storie e prospettive e si vogliono bene quand’anche avessero fra di loro differenze d’opinione. Questa è la via sulla quale la Parola di Dio ci esorta a camminare: l'accoglienza l’uno dell’altro.

In secondo luogo, l’esortazione che faccio è di essere bene attenti a comprendere ciò che Paolo ci insegna in Romani 14-15. Troppo spesso il termine “fratello più debole” diventa un modo “gentile” per definire chi riteniamo “troppo conservatore”, “troppo stretto” rispetto a noi che ci riteniamo, non senza una vena d’orgoglio, “più aperti”. Dobbiamo comprendere bene che in che cosa consista la debolezza di cui parla l’apostolo per non rischiare di usare termini biblici per nascondere il nostro giudizio gratuito e il nostro sdegno.

In terzo luogo, il modo in cui Paolo tratta tutto questo in Romani 14 e 1 Corinzi 8-10 è finalizzato a conservare centrale l’amore evangelico e fraterno valutando accuratamente al tempo stesso il peso di altre questioni. Questa valutazione richiede molta saggezza, tempo, e grande discernimento. Si tratta, però, di un duro lavoro che non mancherà di avere i suoi buoni frutti, perché, alla fin fine, la comunità cristiana può e deve diventare qualcosa di bello, di attraente, nonostante tutte le differenze che ci possono essere fra di noi. “...affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (Romani 15:6).

Accogliamoci l’un l’altro, perché Cristo ci ha accolti.

Paolo Castellina, 13 settembre 2017, adattamento di: “When Christians Disagree” di Mark Vroegop: http://www.yourchurch.com/sermon/when-christians-disagree/

Note