Studi biblici/Nessuno le rapirà dalla mia mano

Da Tempo di Riforma.

Nessuno le rapirà dalla mia mano!

Ansia da abbandono

Per un bambino, il senso di far parte di una famiglia è fonte di grande consolazione, perché sa di avere un padre ed una madre che si occupano di lui e lo proteggono. A volte, però, anche nelle situazioni normali ed ottimali, in certe circostanze, un bambino può cadere nell'angoscia e pensare che i suoi genitori lo abbiano abbandonato. Avete voi mai avuto, per esempio, l'esperienza, da bambini, di sentirvi abbandonati? Eravate con i vostri genitori e, per qualche motivo, magari perché la vostra attenzione era stata attratta da qualcosa, mettiamo una vetrina, vi siete fermati e poi vi siete girati e i vostri genitori, che provvedono per voi e vi proteggono, non erano più lì accanto a voi. Come vi siete sentiti?

Io mi ricordo qualcosa di simile. Avevo forse sette o otto anni. Ci eravamo da poco trasferiti dal Canavese alla città di Cuneo, grandissima e sconosciuta (almeno agli occhi di un bambino). Eravamo andati una domenica nella piazza centrale, piazza Galimberti, dove erano arrivate "le giostre" (un'autopista ed alcuni altri divertimenti per bambini). Quell'autoscontro aveva attirato la mia attenzione: l'azione e gli scontri di quelle automobiline, la musica, tanta gente... Dopo un po', però, pensando magari di proseguire e vedere altre cose, mi volto e i miei genitori, che mi ci avevano accompagnato, sembravano scomparsi, e con loro la certezza di essere protetto ed accudito. Dov'erano finiti? Che mi avessero abbandonato? Come avrei potuto ritrovare la via di casa in mezzo a quelle cose, a quella folla che improvvisamente da affascinante si era trasformata in minacciosa? Mi ricordo di essermi messo a piangere forte e a chiamare mia madre e mio padre. Me lo ricordo come se fosse ieri. No, non erano scomparsi e non mi avevano abbandonato, ma si erano solo di poco allontanati (pur continuando a tenermi d'occhio) magari per parlare con qualcuno che conoscevano e la folla me li aveva nascosti alla vista. Nonostante il rumore loro avevano udito il mio pianto e le mie invocazioni, mi hanno chiamato ed io ho riconosciuto la loro voce fra tante. Mi ricordo però solo i loro rimproveri quasi che la mia fosse stata una reazione stupida, sconsiderata. Pensare di essere stato abbandonato? Impossibile! Non l'avrebbero mai fatto. Non dovevo dubitare ed avere paura. Ero loro figlio, parte importante della loro famiglia, ed essi avrebbero continuato a provvedere per me. Non dovevo temere.

Parole di conforto

Perché vi dico tutto questo? Perché il testo biblico scelto per la nostra riflessione quest'oggi è una delle molte parole di conforto e di consolazione che Gesù rivolge ai Suoi, coloro che Dio Padre Gli ha affidato, affinché ricevano la grazia della salvezza. E' la consolazione di appartenere al "gregge" di Cristo: Egli si prende cura di noi che Lo seguiamo come nostro Signore e Salvatore, e ci protegge: per il tempo e l'eternità siamo Suoi. Il testo dice:

"Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre" (Giovanni 10:28-29)

Cerchiamo di comprendere queste parole nel contesto originale in cui sono state pronunciate da Gesù. Leggiamo Giovanni 10:22-42.

Gesù è quello che li interpella e mette in crisi

Il contesto in cui Gesù dice queste parole è quello della festa ebraica invernale detta della "Dedicazione", in ebraico Chanukkah o "Festa delle Luci".[1] Era la festa che celebrava la consacrazione del nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo che il popolo di Israele aveva riconquistato la libertà dalla dominazione greca sulla Palestina nel secondo secolo a. C. Tale dominazione avrebbe voluto distogliere gli israeliti dall'osservanza della Legge mosaica corrompendone gli usi ed i costumi. Una rivolta armata guidata da Mattatia, però, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei[2], aveva permesso, la vittoria dello spirito su quelle forze che minacciavano l'identità stessa Israele come popolo consacrato al Dio vero e vivente. Si narra che, dopo aver ripulito il Tempio da tutte le statue pagane che erano state proditoriamente introdotte, gli israeliti avessero ripristinato il Candelabro d'oro ma non avevano olio per accenderlo. La sola boccetta d'olio ritrovata, secondo la tradizione talmudica, doveva poter durare un solo giorno ed invece durò gli otto giorni necessari affinché del nuovo olio Kasher fosse preparato. Lo storico Giuseppe Flavio, a quel proposito, scrive: "Provarono così tanta gioia nella ripresa delle loro consuetudini e nella inaspettata conquista del diritto all'esercizio della propria religione, dopo un così lungo tempo, che imposero con legge ai loro discendenti di festeggiare per otto giorni la restaurazione del servizio del tempio; e da allora fino al presente, noi osserviamo questa festa che chiamiamo 'festa delle luci'. Questo nome fu dato,io penso, perché l'autorità di esercitare il nostro culto ci apparve in un periodo nel quale difficilmente si osava sperarlo" (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, Libro XII, 324)[3].

La fama di Gesù si era già sparsa per tutto il paese ed erano molti a chiedersi perplessi se quel Gesù avrebbe potuto essere davvero l'atteso Messia, il Cristo, Colui di cui Dio aveva preannunciato la venuta, il Salvatore del mondo. Così le autorità giudaiche, trovando Gesù a Gerusalemme nell'area del tempio, ne profittano per fargli direttamente la domanda: «Fino a quando terrai sospeso l'animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente» (24), cioè pubblicamente, in modo da non lasciarne più dubbi.

C'era sempre stata, è vero, una certa qual misura di voluta ambiguità in Gesù sulla Sua identità. Era forse, quella delle autorità religiose, la naturale e giustificabile incertezza che caratterizza chi in buona fede vorrebbe "ulteriori prove" per comprendere meglio ed evitare inganni? No, la risposta che Gesù dà loro mette in rilievo come le loro domande non fossero in buona fede. Essi, infatti, cercavano solo pretesti per negarlo perché, in fondo, che Gesù fosse davvero il Messia, a causa della loro posizione e privilegi, la cosa non conveniva loro, era scomoda! Li avrebbe, infatti, troppo impegnati, troppo costretti a cambiare - se davvero fosse stato il Messia! Già, erano troppo bene "sistemati" in quel tipo di società per volere davvero un cambiamento. Erano conniventi e "bene ricompensati" dalla casta dei "potenti" per potere e volere condividere le aspirazioni ed attese del popolo oppresso alla trasformazione che il Messia avrebbe operato.

Così Gesù risponde: "Ve l'ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me" (25). Giovanni, il Battista, aveva fatto la stessa domanda a Gesù e ne aveva ricevuto una risposta simile. Questo lo aveva soddisfatto ed avrebbe potuto morire in pace, sicuro che la sua missione di precursore di Cristo era stata compiuta con successo e poteva così affidarsi fiduciosamente nelle mani di Dio. Non così, però, i capi e rappresentanti ufficiali del popolo di Israele: non potevano, anzi, non volevano credere che Gesù fosse l'atteso Messia. Gesù, così, prosegue e dice loro, utilizzando un'immagine, qualcosa di apparentemente enigmatico: "...ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore" (26)

La questione sull'identità di Gesù e la fede in Lui, si giocava, infatti, su un livello diverso. La vera questione era su come essi di fatto si ponessero, dove si trovavano, "per chi giocavano", chi sostenevano, nella grande "partita" che contrappone in questo mondo "due squadre": quella di Dio e quella del Suo avversario. La vera domanda che dovevano porsi, infatti, non era: "Sei tu il Messia atteso?", ma: "A chi apparteniamo?", "In quale campo ci troviamo?", "Per chi stiamo giocando?", "Quale squadra stiamo di fatto sostenendo?". La "squadra di Dio", infatti, riconosce il suo capitano!

Ecco così la vera questione fosse fondamentalmente del "gregge" a cui appartenevano: quello dell'umanità ribelle ed ostile a Dio che vuole essere signora e padrona di sé stessa, dio e legge a sé stessa, ed il "gregge" di Dio, coloro che sono in armonia e in sintonia con Lui e che con gioia desiderano servire la Sua causa. Se, infatti, fossero appartenuti al "gregge di Dio", avrebbero subito riconosciuto "la voce del padrone", o meglio, la voce del padre della famiglia alla quale appartengono. E' per questo che Gesù dice: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono" (27). Essi stavano celebrando "la festa delle luci", ma se fossero vissuti nel II secolo a. C. molto probabilmente sarebbero stati dalla parte di coloro che avevano fatto compromessi con l'occupante ellenico seguendone volentieri gli usi e costumi, che non dalla parte di Mattatia e degli insorti che lottavano per la purezza del culto e degli usi e costumi dell'Israele fedele a Dio. Quelle loro celebrazioni, di fatto, erano solo ipocrisia.

La stessa questione si pone oggi per noi, né più né meno: come ci poniamo noi nella grande partita che contrappone Dio e "la Sua squadra" a quella del Suo avversario? E' patetico fare finta di sostenere "la squadra di Dio", mentre in realtà, segretamente, siamo dalla parte dell'avversario e speriamo ...che lui vinca!

A quelli "della Sua squadra", quelli che Lo riconoscono come Dio con noi, loro Signore e Salvatore, Gesù così dice: "...e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno" (28-30). Questo è loro di grande consolazione e conforto. Così come il Signore Gesù Cristo è "una sola cosa" con Dio Padre, benché nell'Essenza divina Padre e Figlio siano distinti, essi sono tuttavia in perfetta comunione di sostanza ed intenti. Un po' allo stesso modo il Signore Gesù Cristo è una cosa sola con il Suo corpo, la Chiesa, coloro che Gli appartengono, coloro che Dio Padre Gli ha affidato affinché, tramite Lui, ricevano la grazia della salvezza. Coloro che Dio Padre ha affidato a Cristo per la loro salvezza, sono conservati sicuramente nella Sua mano. Niente e nessuno potrebbe mai strapparli dalle Sue fedeli cure, perché Dio è più grande e più potente di qualunque avversario. Molte sono le minacce che un gregge di pecore deve affrontare, non ultimo quella dei lupi o degli orsi, che ne sono conveniente preda. Il pastore del gregge si adopera affinché le sue pecore non siano rubate o uccise, eppure talvolta fallisce nel suo compito. Non così Dio e il Suo Cristo per il Suo gregge: Egli non fallisce mai nel proteggere il Suo gregge, i Suoi, da qualsiasi tipo di aggressione, da qualsiasi cosa possa pregiudicare la sua integrità.

Rapire qui significa: portare via con la forza, strappare con la violenza derubando, come in "il lupo rapì due agnelli"; "il nibbio ha rapito un pulcino". Condurre via con sé una o più persone (specialmente donne o bambini) distaccandole dalla propria famiglia o comunità con la violenza o con inganni o con la seduzione, magari a scopo di estorsione. E' lo stesso di "sottrarre" come nell'espressione "la morte lo ha rapito all’affetto dei suoi cari". Sinonimi possono essere: afferrare, rubare, sottrarre, portare via, condurre via distaccando da, trascinare via, sequestrare, trarre a sé, affascinare; oppure come in: portare via con la forza, prendere a forza, trasferire improvvisamente, strappare con la violenza.

Gesù, così, rivela le vere intenzioni delle autorità di Israele che, non sorprendentemente: "...presero di nuovo delle pietre per lapidarlo" (31), prendendo magari a pretesto il fatto che Gesù avrebbe bestemmiato nel dire "Io e il Padre siamo uno". Difatti, "Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre mio; per quale di queste opere mi lapidate?» I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio»" (32-33). Gesù ribadisce poi, più avanti: "...ma se le faccio, anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e che io sono nel Padre»" (38).

No, questi personaggi, benché stimati e "religiosi", per quanto protestino e dicano di sì, non appartengono a Dio, "non giocano nella Sua squadra", non appartengono alla famiglia di Dio e non possono legittimamente chiamare Dio loro Padre. Come Gesù dirà loro in un'altra circostanza: "Perché non comprendete il mio parlare? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. A me, perché io dico la verità, voi non credete" (Giovanni 8:43-45).

Così "Essi cercavano nuovamente di arrestarlo; ma egli sfuggì loro dalle mani" (39) e "Gesù se ne andò di nuovo oltre il Giordano, dove Giovanni da principio battezzava, e là si trattenne" (40). Gesù lascia il "campo avversario e ritorna per un po' di tempo "fra i Suoi". Difatti: "Molti vennero a lui e dicevano: «Giovanni, è vero, non fece nessun segno miracoloso; ma tutto quello che Giovanni disse di quest'uomo, era vero». E là molti credettero in lui" (41-42)..

Parole plurivalenti

Ecco così come le parole del Salvatore che noi oggi abbiamo esaminato: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre" (Giovanni 10:28-29) sottolineano la consolazione di appartenere al gregge di Cristo: Egli si prende cura di noi che Lo seguiamo come nostro Signore e Salvatore, e ci protegge per il tempo e l'eternità: siamo Suoi. A chi oggi si rivolgono queste parole? Queste parole, di fatto, sono plurivalenti. Quando le ascoltiamo, esse sono un'ammonizione per coloro che presumono di essere ciò che non sono: quanti oggi si illudono della loro condizione davanti a Dio presumento validi i criteri di accettabilità che loro stessi immaginano come veri: sono però quelli di Dio? Non conta, infatti, quel che pensiamo noi: vale quello che Dio dichiara nella Sua Parola. In secondo luogo, queste parole sono un appello personale per chi le ascolta a seguire Cristo e far parte "dei Suoi". In terzo luogo, esse sono di grande consolazione per coloro che veramente appartengono a Lui.

Lo si vede molto bene nel contesto del vangelo di Giovanni in questo capitolo. Scorgete questo nel racconto? Durante una celebrazione della libertà del popolo di Dio dalle contaminazioni del paganesimo e di riaffermazione della loro identità unica e funzione, le autorità israelitiche chiedono a Gesù di dire loro apertamente se Egli fosse o no il Messia atteso, il Cristo. Se davvero, però, fossero appartenuti spiritualmente al popolo di Dio, al di là del formalismo delle loro celebrazioni, Lo avrebbero dovuto riconoscere. Essi, però, avevano già fatto la loro "scelta di campo". Erano compromessi col "sistema" e, di fatto, non avevano alcuna intenzione di riconoscere in Gesù il Cristo, qualunque prova avesse loro portato. Molti dichiarano di essere cristiani e portano avanti le cerimonie della tradizione cristiana, fanno parte "sociologicamente" di un gruppo cristiano, ma fanno veramente parte, spiritualmente parlando, del popolo di Dio? A chi appartengono di fatto? All'umanità ribelle ed ostile a Dio che vuole essere signora e padrona di sé stessa, dio e legge a sé stessa, oppure al "gregge" di Dio, coloro che sono in armonia e in sintonia con Lui e che con gioia desiderano servire la Sua causa?

Far parte del popolo di Dio non vuole dire solo aderire ad un'organizzazione ecclesiastica (benché questo abbia certamente, a certe condizioni, la sua legittima funzione). Far parte del popolo di Dio vuol dire essere stati coinvolti personalmente in un'esperienza di tangibile trasformazione interiore in seguito all'incontro con il Cristo proclamato dall'Evangelo. L'apostolo Paolo scrive della Sua originale conversione a Cristo. Egli incontra il Cristo risorto che l'aveva chiamato dicendogli: "...àlzati e sta' in piedi perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dalle nazioni, alle quali io ti mando per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati e la loro parte di eredità tra i santificati" (Atti 26:16-18).

Con altre parole, in un'altra circostanza, allo stesso modo egli dice: "...perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo" (2 Corinzi 4:6).

La realtà di questa conversione, in ogni autentico cristiano, è tale da renderlo significativamente differente da chi, per usare una terminologia biblica, 'appartiene a questo mondo': "...perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo" (2 Corinzi 4:6). Per questo motivo l'Apostolo esorta i cristiani dicendo loro: "Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?" (2 Corinzi 6:14), come pure: "...perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce" (Efesini 5:8). E' proprio in questo modo che potremo "verificare" di appartenere a Cristo e di essere ancora oggi i destinatari delle Sue parole di consolazione e conforto.

A tutto questo fa eco l'apostolo Pietro quando scrive: "Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa" (2 Pietro 2:9). Siete stati eletti da Dio per essere "sacerdoti" al Suo servizio? Possiamo dire di essere stati "acquistati" dal "mercato degli schiavi" di questo mondo per far parte di una "gente santa" spiritualmente differente? Viviamo per proclamare, con la parola e l'esempio, le le virtù di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa?

Che Dio vi dia di avere queste certezze fondate sulle promesse della Parola di Dio per potere affrontare con forza e coraggio qualsiasi sfida che incontriate in questo mondo.

(Paolo Castellina, 12 luglio 2013).

Note