Studi biblici/Michea 5:1-4

Da Tempo di Riforma.

Realisti e radicati nella storia

Sintesi. Non di rado i cristiani sono accusati di perdersi in miti, favole ed astrazioni che non ci permettono di essere realisti e di aver “i piedi piantati in terra”. Al contrario, la narrazione biblica è sommamente realista e radicata nella storia, come tutti i fatti che racconta e che riguardano il Cristo, il Signore della storia, da Lui iniziata, sostenuta e che in Lui avrà compimento. Attraverso la profezia di Michea, apprendiamo questa settimana altri preziosi dati che riguardano l’unico, solo e vero Salvatore del mondo.

Una parola radicata nella storia

Uno degli aspetti più significativi della fede cristiana è il suo radicamento nella concretezza della storia di questo mondo. Non si tratta di astrazioni filosofiche, né di miti che parlano di personaggi frutto della fantasia umana. Le cose astratte ed i miti sono indubbiamente “più belli” da presentare che esseri umani concreti, pieni, come sono, di contraddizioni e di ambiguità. La Bibbia, però, non mitologizza mai, tutto si radica nella storia concreta di un popolo, il popolo di Israele, popolo che non era affatto migliore di altri, né il più attraente, e la Bibbia non si vergogna di ammetterne gli errori e le evidenti “cadute di stile”. Eppure è il popolo che Dio, nella Sua grazia, ha eletto, il popolo che Dio ha scelto affinché attraverso la sua storia si preparasse l’avvento del Cristo, il Salvatore del mondo. Israele era indubbiamente un popolo privilegiato, ma il Signore Iddio stesso l’aveva avvertito che non gli sarebbero state risparmiate le conseguenze negative, anche gravi, della sua disubbidienza ed infedeltà. Al riguardo, vale la pena di rileggere questo testo tratto dal Deuteronomio:

“...infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d'Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica” (Deuteronomio 7:6-11).

Allo stesso modo i discepoli di Gesù di Nazareth non erano “super eroi”, ma uomini e donne fallibili di cui il Nuovo Testamento non teme di metterne in evidenza i difetti, le cadute e gli errori. Erano stati scelti dal Cristo non perché fossero più intelligenti, più morali, più forti, anzi. Alla comunità cristiana di Corinto, l’apostolo Paolo scrive: “Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»” (1 Corinzi 1:26-30).

È dunque attraverso la storia dell’antico popolo di Israele che si è preparato l’avvento del Messia, del Salvatore del mondo, così come è in un popolo concreto e la loro storia che Egli giunge fra noi umani. È questa storia che prima preannuncia e prepara, e poi è il contesto della Sua venuta. È così che gli antichi profeti di Israele parlavano dell’intervento di Dio nella loro storia, i cui elementi sarebbero stati prefigurazione della venuta, in Cristo Gesù, del Messia.

Un testo del profeta Michea

Oggi, così, consideriamo quanto aveva scritto anticamente il profeta Michea, parlando di avvenimenti del suo tempo, ma anche di avvenimenti futuri che si sarebbero realizzati per loro in un lontano futuro. Attraverso le sue parole il profeta parlava a loro e noi del Salvatore, della Sua persona ed opera. Leggiamo quanto ci dice nel capitolo cinque del suo libro.

“Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d'Israele». Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace. Quando l'Assiro verrà nel nostro paese e metterà piede nei nostri palazzi, noi gli opporremo sette pastori e otto prìncipi del popolo” (Michea 5:1-4).

Un re di valenza universale

L’annuncio del profeta Michea, pur avendo avuto un impatto sul tempo in cui egli viveva e parlando alla gente del suo tempo, si proietta in avanti fino a preannunciare, secoli prima, che con Gesù di Nazareh siamo di fronte all’avvento di una persona dalle caratteristiche regali e che è titolare di una sovranità universale.

Queste catteristiche, se applicate ad un qualsiasi dominatore politico della scena umana, sarebbero pretese assurde, arroganti ed inaccettabili. Chi, nella storia di questo mondo, l’ha preteso, ha finito solo e sempre per fare disastri e, in ogni caso, Dio non gli permette di realizzare le sue ambizioni. Michea, però, non stava parlando di condottieri e dominatori ordinari, ma di Colui che avrebbe influito e determinato la vita di milioni di creature umane in ogni luogo e tempo, Colui che Dio ha costituito nel mondo Re dei re e Signore dei signori, Re, Sovrano, Signore e Salvatore unico e definitivo.

Onorare Cristo, così, significa riconoscere la Sua autorità e sottomettersi ad essa. Seguiamo quanto dice il testo profetico.

Il Re promesso

“Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni” (1). Questo versetto esprime diverse verità.

Betlemme. Questo “dominatore”, o come traduce Diodati, “il Signore”, doveva nascere dal villaggio di Belemme, in Giudea. È curioso che qui si parli di un villaggio insignificante, quando sarebbe stata “ben più adatta” la gloriosa capitale, Gerusalemme. Betlemme, però, era stata anticamente, già il luogo di nascita del re Davide, un uomo “secondo il cuore di Dio” (1 Samuele 13:14), prefigurazione del Messia, del Salvatore che doveva giungere. Al tempo del profeta Michea, la dinastia davidica era temporaneamente cessata. Iddio, però, avrebbe fatto sorgere dalla discendenza fisica di Davide “un dominatore” che avrebbe regnato per sempre - Gesù Cristo stesso. Il nome Betlemme, poi, letteralmente significa “casa del pane”, “luogo dove può essere trovato nutrimento”. La cosa è indicativa soprattutto per chi avrebbe poi detto, essendovi nato, “Io sono il pane della vita”!

Precise promesse. Queste promesse profetiche rammentano quelle fatte, a suo tempo, all’antico Davide. Leggere, infatti, le vicende dell’antico re Davide, è particolarmente rilevante perché attraverso di esse troviamo prefigurata la storia di Gesù Cristo. Davide aveva ricevuto dal Signore promesse specifiche circa la sua discendenza: “La tua casa ed il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te ed il tuo trono sarà reso stabile per sempre” (2 Samuele 7:16). Di esse, Davide ne è consapevole persino nelle sue ultime parole, prima di morire, quando dice: “Non è così della mia casa davanti a Dio? Perché Egli ha stabilito con me un patto eterno, ben regolato in ogni punto e perfettamente sicuro. Non farà egli germogliare la mia completa salvezza e tutto ciò che io bramo?” (2 Samuele 23:5).

Il dominatore. Chi dovrà uscire, dunque, da Betlemme? Colui che, nella nostra traduzione, è definito come “dominatore”, o “Signore”. Significa “regnante” chi possiede il diritto, la facoltà ed ikl potere di regnare, il Re per eccellenza, l’autorità ultima sulla vita umana. Noi “moderni”, ma in fondo, da sempre, ogni essere umano decaduto, non vorremmo che nessuno “regnasse su di noi”, perché vorremmo fare solo e sempre ciò che più ci piace. Infatti, noi vogliamo essere re e dio a noi stessi. Questa, però, è solo la nostra arrogante presunzione: c’è qualcuno che ha pieno e legittimo diritto di regnare su di noi. Questo qualcuno è Dio stesso, il nostro Creatore, e lo vuole fare attraverso di Colui che ha stabilito: il Signore Gesù Cristo. Non c’è alcun accento negativo nel termine “dominatore”.

Che Gesù fosse davvero un “dominatore” lo vediamo chiaramente durante la Sua vita terreno. Non era forse un “dominatore in Israele” Colui al quale persino il vento ed il mare ubbidivano, e al quale legioni di démoni dovevano sottomettersi, e che comandava alle malattie di partirsene e che richiamava i morti alla vita? Di Lui la Scrittura dice: “Egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Matteo 7:29). Egli poteva perdonare i peccati: “...affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra l’autorità di perdonare i peccati, ‘Anzati,’ disse al paralitico, ‘prendi iol tuo letto e vattene a casa” (Matteo 9:6). Ancora leggiamo: “E tutti si stupirono e si domandavano tradi loro: ‘Che cos’è mai questo? È un nuovo insegnamento dato con autorità! Egli comanda persino agli spiriti immondi, ed essi gli ubbidiscono!’” (Marco 1:27). Di Sé stesso Gesù diceva: “...giacché gli hai dato autorità su ogni carne, perché egli dia vita eterna a tutti quelli che gli hai dati” (Giovanni 17:2).

Certo, quando parliamo di Gesù non intendiamo alcun dominio politico come normalmente lo si intende. Gesù non è e non ha mai voluto essere un dominatore politico come coloro che si fregiano o gli viene attribuita questa facoltà. Gesù regnava e regna oggi sul cuore, sulla mente e sulla coscienza del Suo popolo, dei Suoi discepoli. Gesù aveva sempre rifiutato cariche politiche, ed Egli non ha mai avuto successori, rappresentanti o vicari ai quali fosse concesso di averne. In questo senso, il Suo regno non è di questo mondo. Di fronte al governatore romano Pilato, Egli dice: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” (Giovanni 18:36-37).

È su un Israele spirituale che Egli regna, sui “figli della promessa”, su tutti coloro che calcano le orme del credente Abraamo e di Giacobbe. È nel cuore di questi che Egli regna con il Suo Spirito e la Sua grazia, come pure nella società di questi, la Chiesa, con le Sue parole ed ordinanze.

Le Sue origini. Se ci si chiede, poi, “da dove venga fuori” questa Sua autorità e potere, la risposta ce la dà il nostro testo: “...le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”, anche tradotto: “le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (CEI). Il Cristo non è “un oscuro e presuntuoso falegname palestinese, sicuramente pazzo” del primo secolo della nostra era, come suggerisce qualcuno. Egli è la manifestazione ultima dell’eterno Iddio, Egli è la Persona dell’eternamente generato Figlio di Dio, che da sempre era parte dell’essenza stessa di Dio. Gesù stesso dice: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono” (Giovanni 8:58). Gesù è Dio che entra sulla scena di questo mondo come uomo per realizzare il riscatto, la redenzione, la salvezza, di tutti coloro che si affidano a Lui, che la Scrittura chiama “il Suo popolo”. Tutto ciò che è Cristo e ciò che avrebbe fatto sulla terra, era stato predisposto dall’eternità. Questo è il mistero che Dio rivela al Suo popolo, come afferma la lettera agli Efesini: “In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra” (Efesini 1:7-10).

La raccolta di tutti i figli di Dio

Il secondo versetto del nostro testo si esprime in maniera più misteriosa, ma il significato è altrettanto chiaro: “Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d'Israele” (2).

Il suo significato immediato è che Israele rimarrà senza più un re davidico dalla caduta di Gerusalemme nel 596 a. C. fino all’avvento del Cristo. “Colei che deve partorire” è un riferimento a Maria, la madre di Gesù, che apparteneva al residuo fedele del popolo di Dio. “Il resto dei suoi fratelli” significa le migliaia di convertiti a Cristo dopo Pentecoste (Atti 2:41,47).

Anche allora l’essere uomini e donne di fede significava “essere in minoranza”. Molti possono dire di far parte del popolo di Dio, formalmente, ma è “un residuo fedele” che ne porta avanti la testimonianza.

“I nemici” è tutto ciò che depreda, sfrutta, distrugge e sottomette coloro che, allontanandosi da Dio, perdono, così, ciò che li protegge e li benedice. Avverrà (ed avviene) però, un miracolo. Il Cristo che viene, il Cristo che è innalzato nel mondo, agisce come un magnete che raccoglie attorno a sé gli eletti d’ogni tempo e paese.

Parlando della salvezza di tanti che pure appartenevano al paganesimo, l’apostolo Paolo scrive: “Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati” (Romani 11:25-27). Qui “la totalità degli stranieri” sono tutti coloro che Dio ha eletto a salvezza nell’ambito dei popoli pagani, mentre “tutto Israele” è la somma totale di coloro che Dio ha eletto a salvezza, sia dagli ebrei che dai pagani.

La comunità del buon Pastore

Il terzo versetto del nostro testo indica il modo in cui il Signore opererà, come pure il risultato della Sua opera. Usando espressioni tipiche del tempo, dice: “Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE, con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra” (3).

L’immagine della comunità dei credenti come di un gregge, e di Cristo come Pastore, è tipica delle Sacre Scritture. Non ha bisogno di essere ulteriormente spiegata. Basta citare il famoso testo dove Gesù parla di Sé come del Buon Pastore: “Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:11-16).

La pace, pace con Dio, pace fra l’umanità e pace con la natura, è indubbiamente un dono di Cristo, quando Egli è accolto con fiducia. Ai Suoi discepoli Gesù diceva: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).

Una comunità organizzata e spiritualmente forte

Il quarto ed ultimo versetto del nostro testo profetico, ribadendo che il dono del “dominatore”, il Cristo, è la pace, mette in evidenza come la comunità che si raccoglierà attorno al Cristo sarà pure una comunità bene organizzata e che, soprattutto, sarà forte nel resistere e nel vincere i suoi nemici: “Sarà lui che porterà la pace. Quando l'Assiro verrà nel nostro paese e metterà piede nei nostri palazzi, noi gli opporremo sette pastori e otto prìncipi del popolo” (4).

Al tempo di Michea, Israele doveva affrontare le minacce di una potenza aggressiva spaventosa: quella degli Assiri. Gliel’avrebbero fatta a resistere ed a sgominarli? Sì, se si fossero bene organizzati come popolo fedele a Dio e bene organizzato. “Sette” qui è il numero della perfezione. Allora vi sarà un numero sufficiente di leader per guidare un popolo indubbiamente grande e per espandere il regno di Cristo. La profezia si realizza per un popolo fedele a Dio. Il nemico potrà anche apparire spaventoso, ma la promessa di Dio è chiara.

A Pietro che confessa la sua fede in Cristo come una roccia inamovibile, Gesù dice: “E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere” (Matteo 16:18), vale a dire: Satana non potrà mai prevalere su di essa e sconfiggerla completamente.

Conclusione

Il Salvatore, Gesù Cristo, nasce in un preciso contesto storico e geografico, a Betlemme, “la casa del pane” perché è Lui quello che avrebbe nutrito la nostra vita di ciò che ci serve per essere uomini e donne integri. Egli è l’adempimento di precise promesse, stabilite profeticamente da secoli, perché il Dio vero e vivente è fedele. Egli è “il Dominatore” (il Signore) perché ha pieno titolo di esserlo e noi abbiamo bisogno della Sua conduzione. Egli non è “un prodotto della contingenza” e delle circostanze, ma la Sua opera è radicata nell’eternità. Egli è Colui che per grazia ci ha eletto, affinché in questa umanità condannata noi fossimo testimonianza vivente di ciò che significa essere in comunione con Dio. Egli è il Pastore supremo, e noi il gregge che Egli pasce, Colui che si prende cura di noi, ci guida e ci protegge. Siamo una comunità chiamata ad essere ben organizzata e militante nel promuovere la verità rivelata contro le vane pretese dei suoi avversari. Per tutto questo, accogliere il Signore e Salvatore Gesù Cristo nella nostra vita non è “un salto nel buio”, un perderci in miti, favole ed astrazioni irrealiste, ma l’unico modo per essere realmente radicati nella realtà e nella storia, quella della quale Egli è Signore e verso la quale tutto si ricapitola e che verso il quale irresistibilmente convergerà.

Paolo Castellina, 23 dicembre 2004, revisionata il 19 dicembre 2015.