Studi biblici/Matteo 5:21-26

Da Tempo di Riforma.

Il rispetto della vita: una questione di cuore

Sintesi
Il Signore Gesù nel Sermone sul monte, notoriamente culmine della spiritualità cristiana, parla ampiamente della Legge morale come cosa che Gesù stesso, lungi dall’essere venuto per relativizzare ed abolire, espressamente conferma prendendola molto sul serio. Prescritta da Dio a tutte le creature umane, essa è e rimane il criterio di giustizia che definisce quali siano i nostri diritti ed i nostri doveri non negoziabili. Gesù evidenzia come essa debba essere stabilita prima di tutto nel nostro cuore. Quella è l’opera dell’Evangelo in tutti coloro che lo accolgono. Nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione (Matteo 5:21-26) Gesù ci parla, sulla scorta del Sesto Comandamento, il “Non uccidere”, di come sia volontà di Dio che la vita, di cui Dio è l’unico a poterne disporre, vada protetta e promossa in ogni sua espressione.

Alla fonte della diritto

La militante promozione e difesa dei diritti umani[1] è una delle caratteristiche principali dell’umanesimo del nostro tempo e la loro definizione è considerata fra le maggiori conquiste della civiltà. Tra i diritti fondamentali dell'essere umano si possono ricordare il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto all'autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un'esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa. Esiste il diritto di vivere, ma ci si chiede anche se esista anche il diritto di morire. Esiste il diritto di vivere, ma esiste anche il diritto di nascere quando si è stati concepiti? Esiste, poi, il diritto di porre termine ad una vita quando non la si ritiene più utile? E quali sono i criteri per poterlo determinare? Queste sono alcune fra le domande che ci si pone oggi nel campo dell’etica. La domanda di fondo, però, rimane: chi definisce quali siano i diritti umani?

Dopo gli orrori della II guerra mondiale, i diritti umani sono stati definiti nel 1948 dalla “Dichiarazione universale dei diritti umani”[2] e da molti trattati susseguenti. I trattati internazionali, però, sono forse essi la fonte ultima dei diritti umani? I diritti umani sono quelli definiti dalle convenzioni, dagli accordi, da un contratto, "il più largo possibile", nell’ambito dell’umanità? I nostri diritti sorgono forse dal "processo democratico" di un'azione politica dove siamo noi a decidere autonomamente ciò che di volta in volta è da ritenersi più utile o conveniente, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Siamo noi a definire le nostre verità e ciò che sia da considerarsi morale? Oppure, i diritti sono innati, degli assoluti che fanno parte della natura stessa di una persona, che sono profondamente radicati in essa? Ma che cos’è una persona e quali sono esattamente questi diritti? Perché, su quale base, dobbiamo difendere la vita ed il benessere di ogni creatura umana? Su che cosa si basa la dignità umana? Tutti i trattati e le convenzioni, di fatto, ignorano o eludono, ritenendolo forse più conveniente non precisarla, l’intera questione della fonte ultima dei diritti umani. Questo, di fatto, li relativizza e li indebolisce, perché così non hanno una base stabile su cui fondarsi e che effettivamente li garantisca.

I diritti dell’essere umano (questa è l’affermazione di base della fede ebraica e cristiana) si fondano su Dio, Colui che ha creato l’essere umano e che ne definisce l’identità e per il quale, con la Sua Legge, ne ha stabilito i diritti ed i doveri. È solo il rispetto della Legge di Dio, nell'ambito del Patto che ci lega a Lui, ciò che può garantirci quella vita giusta dove i diritti di tutti sono rispettati nell’ambito di una pure precisa definizione dei nostri doveri. Gli atei sostengono che un Dio sovrano sugli affari umani sia una minaccia alla libertà ed alla responsabilità umana. Noi riteniamo, al contrario, che Dio e la Sua legge oggettiva ed assoluta, ne sia l'unica garanzia, perché è l'unica salvaguardia contro l'incertezza del relativismo e le definizioni arbitrarie e soggettive di ciò che è giusto e sbagliato.

Il testo biblico

Nel Sermone sul monte, il Signore Gesù, rispondendo alle critiche di coloro che lo accusavano di trattare alla leggera, o persino di negare l’importanza della Legge che Dio ha dato al Suo popolo come regola di fede e di comportamento, risponde chiaramente dicendo: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (Matteo 5:17). Gesù riafferma così il valore universale e vincolante della Legge di Dio per ogni creatura umana, fondamento di ogni autentica umana beatitudine. Egli l’adempie fedelmente nella Sua vita e ne dà l’interpretazione autentica. Di questa Sua interpretazione autorevole della Legge di Dio, troviamo, nel Sermone sul monte, diversi esempi. Oggi ne esaminiamo il primo, dal versetto 21 al 26. Riguarda il Sesto Comandamento, vale a dire quello del “Non uccidere”. Leggiamolo ed esaminiamolo con attenzione, anche se non ci sarà possibile in questa occasione, esaminarne tutte le implicazioni.

"«Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale"; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: "Raca" sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: "Pazzo!" sarà condannato alla geenna del fuoco. Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all'altare, e va' prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta. Fa' presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione. Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l'ultimo centesimo” (Matteo 5:21-26).

Un’applicazione più estesa

Menzionando sei casi di diffuse interpretazioni dell’Antico Testamento, com’erano insegnate allora, Gesù fa precedere ciascuna dall’espressione: “Voi avete udito che fu detto agli antichi”. È la stessa espressione che usavano i rabbini per riferirsi alle Sacre Scritture. “Gli antichi” equivale a “i nostri progenitori”, quelli che ci hanno preceduti nella fede, ai quali è stata rivolta la Parola di Dio, Parola che essi hanno ricevuto volentieri, registrato, vissuta, insegnata e trasmessa..

Gesù cita il Sesto Comandamento: “Non uccidere” (Esodo 20:13) evidenziando come il suo trasgressore dovesse essere giudicato da un tribunale legittimo e condannato secondo la stessa Legge di Dio[3]. L’illegittima sottrazione della vita ad una persona, però, per Gesù, a differenza di quanto allora si riteneva ed insegnava, non copre tutto il raggio applicativo di questa legge.

Gesù, infatti, aggiunge: “Ma io vi dico…”. Gesù dichiara inadeguata l’interpretazione allora corrente di questo Comandamento. Neanche a noi, lettori moderni, sfugge “la pretesa” espressa qui da Gesù ...se Egli fosse stata “una persona qualunque”. Una simile affermazione, “Ma io vi dico…”, infatti, normalmente sarebbe da considerare qualcosa di piuttosto arrogante, tanto da suscitare la reazione: ”...ma chi ti credi di essere?”. Di fatto, Gesù era solito sorprendere tutti perché, come rilevano gli stessi vangeli, Egli “insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (7:29). E’ così che Gesù stabilisce il significato autentico dei testi biblici ai quali si riferisce.

Gesù parlava ed agiva in nome di nessun altro se non Sé stesso: in questo consisteva la sua “arroganza”! Così facendo, Gesù affermava, di fatto, di avere diritti che appartengono a Dio soltanto! Egli affermava di avere: il diritto di giudicare; il diritto di perdonare i peccati e il diritto di conferire vita eterna. Egli dichiarava che la Sua presenza era la presenza di Dio stesso e del Suo Regno, e che l’atteggiamento che si assume verso di Lui avrebbe determinato il proprio destino eterno. Inoltre: Egli identificava le sue azioni con le azioni di Dio; insegnava la verità sulla base della Sua propria autorità come pure operava miracoli sulla base della propria autorità. Poi, Egli permetteva che Gli si attribuisse onore e culto; presumeva che la Sua vita fosse un modello per altri, “una forma di vita autorevolmente divina”. Infine, Egli applicava a Sé stesso testi dell’Antico Testamento che descrivono Dio e in diverse Sue parabole, Egli indirettamente identificava Sé stesso con un padre o re che rappresenta Dio. Non sorprende che molti Suoi contemporanei considerassero tutto questo, da parte Sua, “pura follia”, peggio, vile bestemmia.

Il rispetto e la protezione di ogni vita

Il Signore Gesù, così, afferma che quando Dio aveva stabilito il Sesto Comandamento, “Non uccidere”, Egli non intendeva solo non essere lecito (privatamente) di togliere la vita a qualcuno, commettere un omicidio, farsi privatamente vendetta, ma anche proibiva quell’odio, quell’ira che potrebbe conduce all’omicidio o quella che comunque ferisce psicologicamente una persona, svilendola nella sua dignità. L’omicidio, come ogni altro peccato manifesto, Gesù lo considerava solo la manifestazione esterna di un problema interiore. Gli scribi ed i farisei erano interessati solo a proibire oppure a promuovere atti esterni. Così pure facciamo noi. Gesù mostra, però, come Dio consideri le cose molto più in profondità. A rendere una persona retta, giusta, di fronte a Dio non basta, infatti, astenersi dall’uccidere, come chi oggi, per giustificarsi, dice: “Io non ho mai ucciso nessuno”. Nel tribunale celeste è considerato illecita e colpevole anche l’ira inappropriata e il nostro più o meno malcelato disprezzo per un’altra persona. Davanti a Dio noi siamo responsabili anche per “i pensieri del cuore”, cosa di cui i tribunali umani normalmente non si occupano e riteniamo di poter coltivare impunemente.

Gesù dice: “chi avrà detto a suo fratello: "Raca" sarà sottoposto al sinedrio”. Gesù spesso usava il termine “fratello”, fra i Suoi seguaci, nel senso di condiscepolo. L’idea estende il fatto che Dio sia Padre dei credenti e discepoli di Gesù. Tutti i cristiani sono quindi fratelli in senso spirituale e questo era l’uso che ne faceva la chiesa primitiva. Il modo in cui consideriamo e ci rapportiamo ai nostri fratelli in fede, anzi, ad ogni creatura, è questione rilevante della quale Dio ci considera responsabili.

Il termine “raca” è la translitterazione dell’aramaico “reka”. Significa “imbecille”, “testa vuota” o “testa di legno”, termini offensivi resi in italiano in modo vario a seconda delle regioni, ad esempio, con “carciofo, gnocco, pistola”, appellativi più o meno “scherzosi”. Certo, csì dicendo, noi diciamo, magari, di “scherzare”, ma si tratta di appellativi umilianti per chi li riceve e non privi di conseguenze psicologiche. Il Sinedrio (o “corte suprema”), probabilmente, nel contesto, era la corte superiore di Israele che allora si occupava prevalentemente di trasgressioni religiose, tribunale che non avrebbe voluto trattare di dispute a livello personale. Esso, però, qui è simbolo del Giudizio ultimo di Dio, di fronte al quale dovremo rendere conto anche delle nostre parole![4]

“Pazzo!” è un altro termine che una persona infuriata potrebbe usare contro un’altra. Anche chi facesse uso di questo termine come insulto, afferma Gesù, sarebbe in pericolo d’essere sottoposto al giudizio di Dio. Gesù dice che chi dice così, chi così svilisce e disprezza il suo prossimo, sarebbe degno di soffrire le pene eterne. “Eh, addirittura!”, direbbero oggi tante persone superficiali che non conoscono o relativizzano la giustizia di Dio. Eppure...

Qualcuno vede qui una sorta di “gradazione della pena”, ma Gesù soltanto presenta tre casi in cui l’esplosione della rabbia o dell’impazienza conduce ad esprimere la squalifica di una persona. In ogni caso si tratta della violazione della volontà di Dio che potrebbe far incorrere, da parte di Dio, al castigo più severo[5].

La “Geenna del fuoco” è una translitterazione dell’ebraico “Ge Hinnom” o “Valle di Hinnom”, una valle a sud di Gerusalemme usata come discarica di rifiuti, dove il fuoco bruciava costantemente. Questo potrebbe rammentare l'attuale "Terra dei fuochi", locuzione indicante una vasta area situata nell'Italia meridionale, tra le province di Napoli e di Caserta, caratterizzata dalla presenza di roghi illegali di rifiuti, donde l'appellativo[6]. Il termine “Geenna del fuoco” era diventato un’illustrazione del luogo dove gli empi soffriranno l’eterno tormento, “il fuoco dell’inferno”, citato da Gesù nel vangelo secondo Matteo, undici volte, concetto, secondo molti moderni, “indegno” di un Dio d’amore. Si riferiscono, però, al dio della loro fantasia, non quello di Gesù.

Valori da preservare

Da rilevare pure come qui Gesù non condanni ogni manifestazione di ira, ma solo l’ira inappropriata. La Bibbia parla della legittima e giustificata espressione dell’ira di Dio. Quella di Dio è sempre giusta, a differenza dall’ira che sorge da un odio ingiustificato. E’ certo ammissibile, a livello umano, indignarsi per l’ingiustizia, adirarsi e, così facendo, non peccare. L’Apostolo, infatti, scrive: "Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira" (Efesini 4:26). Qui Gesù si riferisce soprattutto all’ira ingiustificabile che potrebbe condurre all’omicidio, o comunque quella che ferisce e svilisce uina persona. L'Apostolo Paolo non si contraddice quando scrive: "Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene" (Colossesi 3:8). Gesù dà due illustrazioni dell’ira, una che implica il culto nel tempio (23-24) e l’altra un procedimento legale (25-26). In entrambi i casi si tratta di situazioni in cui l’uditore, notate bene, è causa dell’ira altrui e non tanto la parte offesa! Perché Gesù gira le cose in questo modo? Forse perché ci ricordiamo meglio situazioni in cui noi avevamo da lamentarci di altri più di quelle in cui noi eravamo causa delle lamentele altrui. Non è forse vero che siamo molto “sensibili” alle offese che altri ci fanno ed “invochiamo vendetta”, ma siamo molto tolleranti verso le offese che noi facciamo, facilmente pronti a giustificarci quando siamo noi a causare la giusta irta di altri! I discepoli di Gesù dovrebbero essere consapevoli di quando siamo noi a causare l’ira e l’odio altrui.

Allora, l’offerente presentava la sua offerta all’altare di rame nel cortile del tempio come espressione del proprio culto verso Dio. Per Gesù, però, è più importante sollevare il fardello di odio dal cuore di un fratello che ingaggiarsi in un atto di culto formale. Gli atti formali di culto erano molto importanti in particolare per gli scribi ed i farisei, ma Gesù considera più importante la propria purezza interiore, anzi, la purezza interiore di un’altra persona che deve essere liberata da ogni causa di amarezza! Gesù qui insegna a prendersi cura degli altri anche a livello psicologico!

Ricordate la scelta da parte di Dio di Davide come re di Israele. Non era una persona di grande apparenza esteriore, ma “Il Signore disse a Samuele: «Non badare al suo aspetto né alla sua statura, perché io l'ho scartato; infatti il SIGNORE non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma il SIGNORE guarda al cuore” (1 Samuele 16:7). In ogni caso, la riconciliazione fra fratelli è persino più importante di una formale pratica di culto: essa deve venire prima.

La seconda illustrazione rileva l’importanza di risolvere le dispute in fretta. Due uomini che si avviano verso il tribunale che dovrà giudicare loro disputa. Gesù raccomanda di mettersi d’accordo prima di giungere al tribunale[7], di “non adire a vie legali”. Colui che ha causato il danno dovrebbe rimuovere l’occasione dell’ira dell’altro uomo in fretta, altrimenti il giudice potrebbe rendere le cose più difficili per entrambi. Molto meglio non giungere a dover utilizzare strumenti giuridici per la risoluzione delle dispute, si a livello civile che nella chiesa. L’applicazione della disciplina civile o di chiesa è sgradevole e comporta conseguenze spiacevoli. Le conseguenze negative, nel caso particolare, sono indicate dall’essere consegnato alle guardie ed al carcere. Allo stesso modo Dio renderà difficili le cose sia per quelli che odiano che per quelli che causano l’ira altrui, se essi si presenteranno di fronte a Lui senza aver risolto i propri disaccordi personali. L’ira cattiva è male e il giudizio di Dio è certo. I discepoli, quindi, devono fare tutto il possibile per porre termina in fretta ad un’ira inappropriata [8].

L’estensione del Sesto Comandamento

Come ogni comandamento presente nel Decalogo, anche il Sesto, quello del “Non uccidere” deve essere applicato ad un ampio raggio di situazioni che vanno al di là del letterale “togliere la vita” ad una persona. Esso implica molti altri tipi di attentato alla vita umana che il Signore Gesù sovranamente non manca di rilevare. In questo, il Signore Gesù ci invita a considerare l’intero complesso dell’insegnamento biblico sulla vita, e, in particolare, a prenderci cura del nostro atteggiamento interiore, perché “è dal cuore” che sorgono le manifestazioni visibili del peccato.

Come ogni altro comandamento, anche il sesto, prima di proibire, prescrive. Esso ci conduce ad adoperarsi con ogni impegno diligente, amorevole, attento, sollecito, e premuroso, nel promuovere la vita e la sua qualità, in noi stessi e negli altri. Questo la Legge di Dio ci porta a fare resistendo ad ogni pensiero e proposito che tenda a sottrarre ingiustamente la vita altrui. Esso ci porta, per così dire a “soggiogare le nostre passioni” insane, evitando consapevolmente ogni occasione, tentazione e pratica volta a quel fine. Questo comandamento ci porta a difendere giustamente la vita nostra ed altrui da ogni violenza, ma anche, nelle nostre personali afflizioni, a sopportare pazientemente quanto Dio manda sul nostro cammino per disciplinarci e per farci crescere, e questo con tranquillità d'animo e prontezza nel fare ciò che è bene.Esso ci porta, inoltre, a fare uso in modo sobrio di cibo, bevanda, medicamenti, sonno, lavoro e ricreazione, affinché la nostra salute psicofisica sia preservata, come pure ad intrattenere in noi stessi pensieri benigni, di amore, misericordia, mansuetudine, mitezza, moderazione, e benignità. Questo implica vigilare sul nostro modo di parlare per manifestare sempre un comportamento cortese, placido, mite, gentile, affabile. A sua volta questo deve portarci ad essere longanimi e disponibili alla riconciliazione, sopportando pazientemente e perdonando le ingiurie che riceviamo, retribuendo il male con il bene, anche se questo va contro la nostra natura vendicativa. Infine, il Sesto Comandamento ci prescrive di confortare e soccorrere gli afflitti e di proteggere e difendere gli innocenti.

Negativamente, i peccati proibiti nel Sesto Comandamento sono essenzialmente legati ad ogni illegittima sottrazione, privazione, espropriazione, confisca, della vita di noi stessi o degli altri. Da notare che il Comandamento parla della sottrazione “illegittima” della vita, perché Dio stesso, nella Sua Legge, prescrive organismi giuridici legittimi che potrebbero, in certi casi, anche sanzionare la pena di morte. Nella stessa Legge di Dio è pure autorizzata la legittima difesa, come pure la guerra legittima. Quando è Dio stesso che commina la morte per mano di autorità legittime e con giusta procedura, non si tratta di infrazione al Comandamento, anzi, è colpevole non avvalersene![9] Il Sesto comandamento, inoltre, condanna ogni negligenza o sottrazione ad altri dei legittimi e necessari mezzi della loro sussistenza e preservazione della loro vita. Esso proscrive l’ira peccaminosa e malvagia e coltivare odio per una o più persone, tanto che il Nuovo Testamento afferma: "Chiunque odia suo fratello è omicida; e voi sapete che nessun omicida possiede in sé stesso la vita eterna" (1 Giovanni 3:15). Esso condanna l’invidia come “la carie delle ossa" (Proverbi 14:30). Questo comandamento, altresì, condanna ogni desiderio o brama di vendetta. La Scrittura afferma, infatti, "Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: ‘A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore’" (Romani 12:19).

Il Sesto Comandamento si occupa anche dei nostri sentimenti quando ci mette in guardia contro ogni passione eccessiva (eccesso di passioni, quella forte emozione che alimenta sé stessa), cosa riflessa dalla Scrittura quando afferma: "Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria!" (Efesini 4:31). Lo stesso vale per ogni sollecitudine ansiosa, quell'ansia irrazionale ed incredula contro cui Gesù stesso ci avverte dicendo: "Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. (...) Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno" (Matteo 6:31-34). Allo stesso modo ci invita a vigilare contro ogni uso immoderato di cibo, bevanda, lavoro e ricreazione: tutte cose che danneggiano la nostra salute: Gesù disse: "Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita e che quel giorno non vi venga addosso all'improvviso come un laccio" (Luca 21:34).

Che dire, poi, di ogni espressione, parole, provocanti ed offensive? Le parole sono spesso armi taglienti che feriscono, umiliano, fanno del male: "C'è chi, parlando senza riflettere, trafigge come spada, ma la lingua dei saggi procura guarigione" (Proverbi 12:18). Rilevante in questo comandamento è pure la condanna dell’oppressione, come quella degli israeliti in Egitto: "Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d'argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza" (Esodo 1:14).

Compreso in questo comandamento, infine, sono pure i litigi e le controversie futili: "Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri" (Galati 5:15). Esse, infatti, consumano lo spirito, causano amarezza, afflizione. Va da sé che riprovate vi siano pure percosse e lesioni [10].Tutto questo è particolarmente evidente oggi nei casi frequenti di violenza verso le donne, i bambini, i deboli in genere.

Conclusione

Diritti e doveri, nella prospettiva cristiana, non sono quindi concetti relativi ed arbitrari, lasciati al “contratto sociale” e dipendenti da interessi, convenienze o circostanze. Sono degli assoluti specificati esattamente nell’intero complesso della rivelazione biblica della Legge morale di Dio, quella che Gesù riconferma, interpretandola sovranamente nella Sua Parola. Di fronte a tutto ciò che Dio si aspetta da noi nella Sua Legge noi non possiamo che impallidire confessando la nostra più completa inadeguatezza e ritrovandoci inesorabilmente condannati ed inescusabili. Ecco perché abbiamo bisogno della grazia di Dio in Gesù Cristo. Essa non ci solleva a buon mercato dal dovere assolvere ai nostri precisi doveri, ma, rigenerandoci spiritualmente, tocca e trasforma il nostro cuore per poter onorare la giustizia di Dio con un moto riconoscente e spontaneo. Non è cosa facile ed immediata. Questo non potrà che essere il cammino del discepolato di Cristo che continua in tutta la nostra vita terrena, per giungere a compimento, sempre per grazia di Dio, un giorno, quando compariremo alla Sua Presenza nel Suo nuovo cielo e nuova terra, “gloriosi, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santi e irreprensibili” (Efesini 5:27).

Paolo Castellina, 14 febbraio 2014

Note

  • [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani
  • [2] https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_universale_dei_diritti_umani
  • [3] "gli anziani della sua città lo manderanno a prendere di là e lo daranno nelle mani del vendicatore del sangue affinché sia messo a morte" (Deuteronomio 19:12).
  • [4] “Io vi dico che di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Matteo12:36).
  • [5] "Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile" (Matteo 3:12).
  • [6] Essa venne utilizzata per la prima volta nel 2003 nel Rapporto Ecomafie 2003 curato da Legambiente. Successivamente venne utilizzata da Roberto Saviano nel libro Gomorra, come titolo dell'XI ed ultimo capitolo. Si caratterizza per lo sversamento illegale di rifiuti, anche tossici, da parte di organizzazioni criminali. In molti casi, i cumuli di rifiuti, illegalmente riversati nelle campagne, o ai margini delle strade, vengono incendiati dando luogo a roghi i cui fumi diffondono nell'atmosfera e nelle terre circostanti sostanze tossiche, tra cui diossina. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Terra_dei_fuochi
  • [7] Cfr. 1 Corinzi 6:1-11.
  • [8] Cfr. Efesini 4:26.
  • [9] "Non contaminerete il paese dove sarete, perché il sangue contamina il paese; non si potrà fare per il paese alcuna espiazione del sangue che vi sarà stato sparso, se non mediante il sangue di colui che l'avrà sparso" (Numeri 35:33); anche la guerra può essere legittima, come pure la legittima difesa di noi stessi e di ciò che ci appartiene: "Se il ladro, colto nell'atto di fare uno scasso, viene percosso e muore, non vi è delitto di omicidio. Se il sole è già sorto quando avviene il fatto, vi sarà delitto di omicidio. Il ladro dovrà risarcire il furto. Se non può farlo, sarà venduto per pagare ciò che ha rubato" (Esodo 22:2-3).
  • [10] "...o lo colpisce per inimicizia con la mano, in modo che quello muoia, colui che ha colpito dovrà essere punito con la morte: è un omicida; il vendicatore del sangue ucciderà l'omicida quando lo incontrerà" (Numeri 35:21).