Studi biblici/Matteo 5:17-20

Da Tempo di Riforma.

La legge morale - dalla prospettiva di Gesù

Sintesi
Mentre molti oggi sono “allergici” a qualsiasi legge che venga loro “imposta” e, sfuggendovi, cercano di giustificarsi in vario modo sulla base di personalissimi criteri di giudizio, altri sono estremamente zelanti nell’osservanza di quelle leggi che considerano impartire loro la rettitudine alla quale aspirano. Il Signore Gesù Cristo, però, non prende le parti né degli uni né degli altri. Il testo biblico proposto oggi alla nostra attenzione (Matteo 5:17-20) ci parla del modo in cui Gesù considera la Legge alla quale Dio ha sottoposto le creature umane, indicandoci il modo in cui Egli l’ha adempiuta e autorevolmente la intende..

Quando si cade negli estremi

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Come reagite voi, di fronte alla legge, una qualsiasi legge, in generale? Sono stati essenzialmente definiti due modi di rapportarsi alla legge, assunti persino a “caratteristiche nazionali” per certi popoli. Il primo atteggiamento descrive chi è, per così dire “allergico alle leggi”: A questo riguardo ho trovato scritto in un forum: “Gli italiani hanno un modo tutto loro di ragionare. Viene introdotta una legge contro gli ubriachi al volante? Reazione: ah, ma io guido anche dopo aver bevuto e non ho mai investito nessuno. Viene introdotta una legge contro il fumo passivo? Reazione: ah, ma mio nonno ha fumato fino a 80 anni e sta ancora benissimo. Viene messa una legge che obbliga a indossare la cintura di sicurezza? Reazione: ah, ma io guido senza cintura e non mi è mai successo niente. Viene introdotta la legge che obbliga i cani pericolosi a mettere la museruola? Reazione: ah, ma il mio pitbull è dolcissimo e non ha mai fatto male a una mosca. E' interessante, il popolo italiano. Pur di eludere la legge, riesce a negare qualsiasi evidenza”[1]. A tutto questo viene contrapposto lo spirito di altri paesi dove “le leggi sono prese in modo serio”[2], come ad esempio i paesi germanici, dove la scrupolosa osservanza delle leggi talvolta sembra quasi un’ossessione.

Si tratta probabilmente di superficiali generalizzazioni, ma la cosa è stata assunta anche a “sistema di pensiero”. L’antinomismo [3] è l'idea che i membri di una particolare comunità religiosa non siano obbligati ad obbedire a precetti etici o morali codificati, mentre il legalismo [4], in generale, è la dottrina per cui l'obbedienza ad un codice di precetti religiosi porti alla salvezza.

Va da sé che ogni cosa, per “funzionare” in modo corretto ed armonioso deve farlo in conformità alle “leggi” del suo corretto funzionamento, quelle stabilite dal suo costruttore. Se per qualche motivo esse non sono osservate, si va incontro alla disfunzione ed al blocco dell’apparato o, in altri ambiti, alla disfunzione, al disordine, al caos, ed alla morte. Quando Dio ha creato l’universo, Egli l’ha sottoposto a precise leggi, quelle rilevate chiaramente dalla ricerca scientifica. Allo stesso modo, il dovere che Dio richiede dalla creatura umana è l'ubbidienza alla Sua volontà rivelata [5]. Questa Sua volontà volontà Egli l’ha impressa prima nel cuore umano al momento della Creazione e poi l’ha specificata nella Legge morale [6], quella che Egli ha voluto fosse riportata nelle Sacre Scritture ed è riassunta nei Dieci Comandamenti. In che modo il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo si rapporta alla Legge morale? Che cosa si insegna al riguardo? Nel corso della storia Egli è stato regolarmente “trascinato per la veste” sia dagli antinomisti che dai legalisti per sostenere le loro rispettive posizioni. Si tratta, però, di abusi: né gli uni né gli altri sono giustificati nel farlo.

Il testo biblico

Il testo biblico che è proposto oggi alla nostra attenzione ci parla della Sua posizione al riguardo della Legge morale alla quale Dio ha sottoposto le creature umane. Si trova nel quinto capitolo del vangelo secondo Matteo nell’ambito di quello che è stato definito “il Sermone sul Monte” e viene subito dopo, come una parentesi, alle famose “beatitudini”. Eccolo:

“«Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Matteo 5:17-20).

Gesù nasce, come dice la Scrittura, “sotto la legge” [7], nell’ambito di un popolo, quello Israelita che dà importanza fondamentale alla Legge che caratterizza il Patto che lo lega a Dio. Gran parte della popolazione viveva in maggiore o minore coerenza con questa legge. Vi era, però, una categoria di persone che vantava di essere particolarmente diligenti nel seguire detta legge, identificate come “gli scribi ed i farisei”. Gesù non apparteneva a questa tendenza religiosa. Molto probabilmente sono loro che, dopo averlo ascoltato predicare, accusano Gesù di essere una sorta di “antinomista”, un ribelle che “non segue” la Legge ed insegna i suoi discepoli a relativizzarla o peggio, a negarla del tutto. Gesù, però, risponde a queste critiche mostrando quanto esse fossero infondate. Gesù non si opponeva alla Legge mosaica, ma all’interpretazione che essi le davano. Le due cose dovevano essere ben distinte! Gesù, distanziandosi sia dagli antinomisti che dai legalisti, espone autorevolmente, come deve essere interpretata e vissuta. Non c'è nessuno meglio di Lui che possa farlo! Egli dice ai Suoi discepoli, infatti, "Io vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio" (Giovanni 15:15).

Gesù conferma ed adempie la Legge biblica

“Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (17). L’espressione “La legge ed i profeti” si riferisce a due delle tre maggiori divisioni della Bibbia ebraica. La terza erano “i Salmi” [8]. Questo era il modo più comune ai tempi di Gesù per riferirsi all’Antico Testamento [9], chiamato così solo dai cristiani a partire dal secondo secolo [10]. “La legge ed i profeti” era sinonimo di “quanto Dio prescrive” come regola della fede e della condotta.

In primo luogo dev’essere inequivocabilmente chiaro per tutti che Gesù non è venuto per abolire, annullare, cassare, abrogare, revocare la Legge morale che Dio ha promulgato. Egli non intende minimamente toglierle autorità o effetto, o distogliere alcuno dal farne uso. Egli non è venuto per sovvertirla, per distruggerla. Egli non l’ha nemmeno sostituita con una nuova, la Sua[11]. Gesù non ci ha sciolti, liberati, dall’osservanza della Legge di Dio come se non fosse più valida per noi. Egli non è venuto per renderci legge a noi stessi, autorizzandoci magari a decidere noi che fare in ogni circostanza secondo i nostri propri criteri o impulsi del momento. Gesù non è venuto per liberarci da quelle norme codificate lasciandoci (come pure si sente oggi spesso dire) al nostro “senso di responsabilità”, quasi che Egli ci avesse insegnato solo principi generali ed astratti (come “amore” o “giustizia”). Dio ha pubblicato la Sua Legge e l’ha resa esecutiva una volta per sempre come regola della fede e della condotta umana. La legge morale di Dio, per il Signore Gesù, rimane in vigore. Non potrebbe essere altrimenti: la Legge morale è manifestazione degli attributi stessi di Dio, del Suo amore e della Sua giustizia. Gesù, "splendore della sua gloria e impronta della sua essenza" [12] non può che glorificarla.

Se Gesù non è venuto per abolire la legge, che cos’ha fatto con essa? Qual è stata la funzione di Gesù, il Cristo, nei suoi riguardi e rispetto ad altrii? Che cos’ha fatto Gesù “di nuovo” che altri non abbiano fatto? Alcuni ipotizzano che Gesù significasse d'essere venuto per estendere ulteriormente ciò che esige la Legge [13]. Questo è improbabile perchè l'estensione della legge non trova il suo corrispettivo, in ciò che qui dice Gesù, nell'abolizione della Legge.

Gesù è venuto per “portare a compimento” la Legge ed i Profeti. Che vuol dire? Altre versioni della Bibbia traducono il verbo greco qui usato come: dare compimento, dare pieno compimento, adempiere, adempiere in modo perfetto. "Adempiere" significa: eseguire pienamente, compiere, mandare ad effetto, mandare completamente a effetto, realizzare il proposito. “Adempiere”, quindi, qui ha due significati: (1) il concetto di ubbidirvi pienamente in prima persona (cosa che altri non hanno fatto); (2) il chiarire, il rendere noto, quale sia il fine ultimo, il proposito della Legge di Dio, il motivo per cui ci è stata data (cosa che era sfuggita largamente, nel caso particolare, ai Suoi contemporanei). L’idea, quindi, è che Gesù sia venuto per prestare perfetta ubbidienza a tutto ciò che la Legge comanda; Egli l’ha “finalizzata” nella Sua Persona vivendo Egli stesso in perfetta conformità ed armonia con Dio, come era stato inteso sin dall’inizio che l’essere umano dovesse fare; Egli è “l’avveramento vivente” della Legge". Inoltre, nel Suo insegnamento (dottrina), Gesù ha dato, della Legge, il vero senso e significato.

Gesù autentica, così, l’Antico Testamento come Parola di Dio ispirata: realizza ciò che i profeti avevano annunciato al riguardo del Messia; la Sua vita, morte e risurrezione realizza ciò che le leggi cerimoniali dell’Antico Testamento prefiguravano; incarna nella Sua vita piena conformità alla Legge morale, e la insegna affinché i Suoi discepoli la intendano e la vivano come si conviene, nel giusto spirito. Da notare come Gesù insegni tutto questo senza mai citare o appoggiare quel che dice con altre autorità o commentatori, se non gli scrittori biblici ispirati, come i profeti canonici, infatti, "...egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (Matteo 7:29). Gesù insegna con l’autorità stessa di Dio, contrapponendosi alle interpretazioni errate della legge e soprattutto alla tradizione orale, che allora veniva considerata alla stessa stregua della Legge scritta.

Gesù dichiara la piena autorità di tutta la Legge biblica

L’autorevolezza e l’importanza di quanto Gesù qui afferma è ulteriormente evidenziata dall’espressione “In verità vi dico” nell’espressione che segue. A scanso, infatti, di qualsiasi equivoco, Egli ribadisce il concetto già espresso dicendo: “Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto” (18).

La frase “ in verità vi dico” manifesta chiaramente la suprema autorità legislativa di Gesù Cristo, ed è nel medesimo tempo una prova della divina autorità della legge. Ogni qual volta Gesù pronuncia nei vangeli questa frase, infatti, egli intende rammentare ai suoi uditori la loro posizione davanti a Lui, come se egli dicesse: “Io, Figlio di Dio, il Signore, sovranamente vi dico…”, attendendosi da noi la dovuta ubbidienza.

“Finché non siano passati il cielo e la terra”, significa che fintanto che questo mondo durerà, neppure uno iota, vale a dire, nemmeno la lettera più piccola, il segno più minuto che compare nella Scrittura, “passerà senza che tutto sia adempiuto”, fintanto che tutto avrà svolto la funzione per la quale è stato dato. Ecco così che qui Gesù appone, per così dire, il Suo sigillo reale, afferma in modo inequivocabile, la verità che tutto ciò che la Scrittura contiene è verbalmente ispirato. Ogni parola ed ogni singola lettera dei testi originali, ha importanza e verrà adempiuta. L’ispirazione divina è affermata da Gesù stesso estendersi ad ogni parte dell’Antico Testamento, non solo la Legge mosaica o il Pentateuco. Lo stesso Egli farà per quanto avrebbero scritto, dopo di Lui, i Suoi discepoli ed apostoli per questo autorizzati ed ispirati. In tutto questo, Dio considera la Sua legge vincolante. Quanto essa contiene verrà preservato fintanto che tutto si realizzi esattamente come era stato preannunciato.

L’immutabilità della legge di Dio è contrapposta alla caducità delle cose più stabili del mondo. Benché l'Antico Testamento annunzi certo che i cieli e della terra passeranno, per far meglio comprendere l'immutabilità di Dio[14], le Scritture parlano ordinariamente del cielo e della terra come delle cose più stabili dell'universo perché preservate da Dio stesso. Il Signore esprime così la stabilità delle grandi verità contenute nel Testamento Antico. Anche il minimo elemento di santità contenuto nella legge ha maggior realtà e durevolezza dell'intero universo visibile.

La Legge cerimoniale non è più da considerarsi vincolante per il cristiano per il solo fatto che si è avverato tutto ciò che essa rappresentava di Cristo e della Sua opera redentrice. In questo essa si è compiuta. Essa rimane Parola di Dio non in quanto le cerimonie che essa prescriveva siano oggi da eseguire, ma perché il suo studio serve per glorificare Cristo e la Sua opera. Non così la Legge morale. Compiuta in Cristo, essa non ha esaurito la Sua funzione, continuando ad avere la funzione che Cristo stesso ha voluto che per noi avesse. Di questo il nostro testo rende testimonianza.

L’affermazione che Gesù fa nel nostro testo è della massima importanza, perché il razionalismo, che travaglia la Chiesa, disprezza o relativizza l’Antico Testamento ed il suo contenuto, negandone la verità storica, la teocrazia che egli ci rivela, le profezie ed i tipi che si riferiscono al Messia. Se fosse così, Gesù Cristo non avrebbe avuto nulla da compiere, ma era, secondo molti oggi, semplicemente un maestro popolare ed un martire; ed in tal modo la via è preparata per rigettare egualmente il Nuovo Testamento.

Gesù rende la Legge biblica un programma di insegnamento

Il Signore Gesù ribadisce l’autorità dell’Antico Testamento, afferma di aver compiuto pienamente ciò che esso annuncia, ma affida espressamente alle generazioni che verranno di insegnare loro l’intero contenuto della legge morale, in Suo nome, attraverso il loro esempio e parola: Dice: “Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli” (19).

Gli esperti della legge di Israele avevano fatto una graduatoria dei comandamenti dell’Antico Testamento a seconda di quelli che ritenevano più autorevoli e quali meno, quelli più “pesanti” e quelli più “leggeri”[15]. Per questo privilegiavano la Legge cerimoniale e relativizzavano quella morale. La Legge di Dio, però, è ugualmente importante, in tutti i dieci punti che la caratterizzano. Tutti sono ugualmente autorevoli. Una volta "I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?». Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»" (Matteo 18:34-40). Gesù qui non privilegia un comandamento a scapito degli altri, ma mette in evidenza quale sia il comandamento che ulteriormente li riassuma. Tutti i comandamenti della Bibbia sono riassunti nel Decalogo ed il Decalogo è riassunto nel comandamento dell’amore verso Dio. Un “riassunto” non abolisce il testo più vasto, ma lo comprende in breve. Tutti, però, sono importanti, tanto che, come dice l’apostolo Giacomo, “Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: «Non commettere adulterio», ha detto anche: «Non uccidere». Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge” (Giacomo 2:10-11). Chi trasgredisce un solo comandamento non può giustificarsi, perché la sua trasgressione, per effetto domino [16] coinvolgerà tutti gli altri.

La “grandezza” nel regno di Dio dipende dal mantenere una concezione elevata delle Scritture, prenderle sul serio, nella loro interezza, come autorevole Parola di Dio. Vi sono persone che nella stessa chiesa, all’ingresso del Regno, si presenteranno con una concezione diversa delle Scritture. Benché uomini e donne di fede si rivelerà diverso il loro grado di obbedienza ed il loro atteggiamento verso le Scritture. Un’ubbidienza selettiva non dimostra un giusto atteggiamento verso Dio ed anche fra i salvati alcuni risplenderanno di maggiore gloria di altri. Altri dovranno rispondere del fatto di non avere onorato tutta la Parola di Dio come si conveniva, anzi, di non avere ubbidito completamente al Suo Grande Mandato che implica di :”insegnare a osservare tutte quante le cose che Gesù ha comandate" (Matteo 28:18-20).

Gesù promuove completa rettitudine

L’ultima frase di Gesù in questo nostro testo risulta particolarmente sconcertante. Egli dice: "Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli” (20).

Gli scribi ed i farisei vantavano una rettitudine superiore a tutti gli altri, perché si impegnavano ad un’ubbidienza scrupolosa della Legge di Dio, a mettere in pratica diligentemente quelli che, secondo loro, erano i comandamenti più importanti. Essi credevano che così essi sarebbero “entrati nel Regno di Dio”. Gesù però dice che la loro rettitudine non era ancora adeguata per entrarvi veramente, che sarebbe stato necessario per loro, e per chiunque altro, molto più che quello! Forse che Gesù, così dicendo, proponeva un atteggiamento che potremmo chiamare “iper-farisaico”, estremizzando “l’impegno religioso” fino a proporre quella che giustamente oggi considereremmo la follia alienante della pratica di certi ordini monastici cattolici-romani oppure di gruppi settari ultra-legalisti? In effetti questo è ciò che insegnano questi gruppi, ma non è così.

Gesù non sta qui “esagerando” per promuovere una religiosità “alienante”. Mettendo in evidenza la perfetta rettitudine che Dio esige da chiunque voglia entrare nel Suo regno alla Sua presenza, Egli vuole farci prendere coscienza di quanto radicale sia il nostro peccato, di quanto illusoria sia anche la religiosità più impegnata, inclusa quella praticata con sincerità. Gesù ci vuole far prendere coscienza che accedere a Dio, per tutti noi, è impossibile ...così come siamo.

Gesù qui “radicalizza” per indicare quale sia “la radice” del problema che noi tutti abbiamo. Questo non è il solo caso. Di fronte alle condizioni estremamente esigenti che Gesù aveva loro presentato per essere salvati, una volta persino i Suoi discepoli erano rimasti del tutto allibiti, profondamente turbati alla Sua risposta. Ascoltate: "I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile»" (Matteo 19:25-26). Ques’ultima frase è particolarmente significativa.

Gli scribi ed i farisei mettevano diligentemente in pratica quella che consideravano la parte più importante della legge, vale a dire la Legge cerimoniale[17] che prescriveva le “pratiche religiose” da adempiere fino nei più minuti dettagli della vita quotidiana. Gesù, però, afferma che tutto quello “non basta” perché si trattava essenzialmente di cose esteriori, di una formalità. Essi trascuravano l’interiore, la condizione del loro “cuore”, che rimaneva estremamente carente, anzi, corrotto. L’ingresso nel Regno di Dio, Egli dice, è consentito solo a chi possiede perfetta rettitudine, una rettitudine completa, interiore prima (che è la cosa più importante) e poi anche esteriore (quando è eseguita nel giusto spirito). Gesù quindi, insiste sul fatto che questa completa rettitudine, questa “perfetta giustizia” sia impossibile da conseguire per l’essere umano così come sta, perché radicalmente contaminato e corrotto dal peccato. Anche i migliori sforzi e l’impegno più diligente è del tutto futile!

Nessuno, quindi, sarebbe in condizione di entrare nel Regno di Dio, perché tutti sono peccatori, nemmeno coloro che fra gli israeliti vantavano la propria rettitudine. L’apostolo Paolo afferma: "Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato" (Romani 1:19-20).

Se la rettitudine autentica è impossibile, ed è impossibile, a Dio, però, ogni cosa è possibile. Solo uno, il Cristo, adempie la legge. Egli è Colui che compie “ogni giustizia”, come Gesù aveva dichiarato presentandosi al battesimo di Giovanni[18]. Al peccatore che riconosce la propria completa inadeguatezza per entrare nel regno di Dio, la futilità di ogni suo sforzo, la propria peccaminosità e, ravvedendosene, si affida alla Persona ed opera di Gesù, gli viene accreditata, per grazia di Dio, la perfetta rettitudine di Cristo. Solo su quella base (“la rettitudine di un altro” e non la propria) potrà entrare nel Regno di Dio. Qui sta il punto della questione!

L'Apostolo Paolo, rinunciando alle pretese dei farisei, dei quali pure faceva parte, scrive: "A dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede" (Filippesi 3:8-9). Al tempo stesso egli scrive: "Che diremo dunque? Che la Legge è peccato? No, certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non mediante la Legge. (...) Il comandamento, che doveva servire per la vita, è divenuto per me motivo di morte. Il peccato infatti, presa l'occasione, mediante il comandamento mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. Così la Legge è santa, e santo, giusto e buono è il comandamento. Ciò che è bene allora è diventato morte per me? No davvero! Ma il peccato, per rivelarsi peccato, mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato risultasse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento" (Romani 7:7-13 CEI 2008).

Conclusione

Abbiamo considerato all’inizio il fatto che mentre molti oggi sono “allergici” a qualsiasi legge che venga loro “imposta” e, sfuggendovi, cercano di giustificarsi in vario modo sulla base di personalissimi criteri di giudizio, altri sono estremamente zelanti nell’osservanza di quelle leggi che considerano impartire loro la rettitudine alla quale aspirano. Il Signore Gesù Cristo, però, non prende le parti né degli uni né degli altri. Il testo biblico proposto oggi alla nostra attenzione ci ha parlato del modo in cui Egli considera la Legge alla quale Dio ha sottoposto le creature umane.

  • In primo luogo Gesù conferma la Legge dell’Antico Testamento considerandola inrquivocabilmente Parola di Dio e adempiendola completamente.
  • In secondo luogo, Egli ribadisce la la piena autorità di tutta la Legge biblica in ogni suo dettaglio su ogni creatura umana, della cui ubbidienza tutti sono responsabili.
  • In terzo luogo Egli rende la Legge biblica un programma di insegnamento per i Suoi discepoli da diffondere in tutto il mondo secondo la Sua autorevole interpretazione.
  • In quarto luogo, infine, Gesù promuove completa rettitudine allorché, tramite la Sua opera, Egli rigenera il cuore di coloro che Gli si affidano affinché giustificati per grazia attraverso la fede in Lui, essi siano rigenerati spiritualmente. È così che potranno finalmente entrare nel Regno di Dio, alla Sua presenza.

Cercate personale rettitudine? La potrete trovare in Gesù e con Gesù apprezzando il dono della Legge, dalla Sua prospettiva.

Paolo Castellina, 7 febbraio 2014.

Addenda

Note