Studi biblici/Matteo 21:28-32

Da Tempo di Riforma.

La chiesa: comunità di pentìti

Sintesi
Quando si sente parlare del termine “i pentiti”, si pensa generalmente ai “pentiti di mafia” o “collaboratori di giustizia”. Indipendentemente dal valore dato al fenomeno del “pentitismo” bisogna rilevare come di pentimento e di ravvedimento si parli sempre meno anche nelle chiese, dove pure il concetto di giustizia di Dio e di peccato è stato notevolmente annacquato da una sempre più malitesa “grazia” ed “amore di Dio”. Il ravvedimento, però, fa parte integrante dei risultati dell’annuncio genuino dell’Evangelo, tanto che si potrebbe parlare della chiesa stessa come “la comunità dei pentiti”. Il tema del ravvedimento è quello che viene messo in evidenza nel testo biblico e nella predicazione di questa settimana, Matteo 21:28-32.

I pentìti

Chi sono “i pentiti”? Molto probabilmente, quando ascoltiamo il termine “pentito”, la prima cosa che ci viene in mente nel contesto italiano d’oggi, è il membro di un’organizzazione criminale che decide di rilasciare alla magistratura, dopo la sua cattura, confessioni e dichiarazioni tali da permetterle di prendere misure adeguate per combattere o debellare quelle stesse organizzazioni. In cambio, il pentito (secondo specifiche disposizioni di legge) ottiene delle riduzioni di pena. Tale individuo viene spesso definito come “collaboratore di giustizia”. Normalmente noi supponiamo che il “pentito” sia una persona ch’abbia compreso il male e la gravità dei suoi crimini, se ne ravveda e s’impegni a cambiar vita, ma la legge non lo prevede, basta che collabori con confessioni e delazioni. Di fatto, i motivi per cui “il pentito” collabora possono essere diversi. Si conoscono pure casi di falso pentitismo, in particolare nelle situazioni di origine mafiosa. In questi casi, alcuni soggetti rilasciano confessioni fasulle che complicano le indagini, coinvolgendo persone innocenti e riuscendo persino a indebolire le testimonianze dei veri collaboratori di giustizia.

Oggi, però, non intendiamo occuparci tanto del fenomeno del pentitismo rispetto alle leggi dello stato, ma dei pentìti rispetto all’infrazione delle leggi di Dio. Di questo oggi non se ne sente quasi più parlare, nemmeno nelle chiese. La grazia di Dio proclamata nell’Evangelo di Gesù Cristo è infatti sempre di più considerata come un qualcosa a buon mercato e l’appello al ravvedimento, componente essenziale dell’autentico Evangelo, viene sempre di più banalizzato. Riconoscendo magari solo di essere, “genericamente peccatore”, il tipico cristiano moderno di fatto non ha mai udito la proclamazione della Legge di Dio e dell’inesorabile condanna che pende sulla sua testa. Gli si propone ed è disposto ad accogliere l’amore, la grazia ed il perdono di Dio in Cristo (o peggio, lo presume scontato) senza essere veramente mai caduto in ginocchio davanti a Dio, consapevole di averlo gravemente offeso e di meritare la massima condanna, per implorare il Suo perdono in Cristo.

Di fatto “il pentito” dovrebbe essere sinonimo di “il cristiano”, ma dove non si predica la legge di Dio, dove si relativizza il peccato, dove si banalizza il ravvedimento e la stessa grazia, dove non c’è un effettivo e controllabile impegno ad una vita conforme all’insegnamento della Parola di Dio, potremmo ancora dire di essere in presenza dell’autentico annuncio dell’Evangelo di Gesù Cristo, di una vera chiesa, di un vero cristiano? Difficilmente, e questo è preoccupante.

È per questo motivo che dobbiamo essere riconoscenti per i testi biblici che in modo sistematico ci vengono proposti domenica dopo domenica, esaminarli con attenzione e prenderli molto sul serio senza evadere le questioni in gioco con spiegazioni (ed altrettante applicazioni), piene di banalità e luoghi comuni che si trasformano in generici appelli che non cambiano, di fatto, niente e nessuno.

La parabola dei due figli

Il testo del vangelo di quest’oggi, tutt’incentrato nell’urgenza di un autentico ravvedimento, era tale da scuotere fortemente i primi suoi uditori ed ancora deve scuotere oggi. Se non lo presentassimo in modo tale da scuotere anche il nostro uditorio, ci riveleremmo solo dei traditori e non dei traduttori dell’Evangelo. Pentiti e “collaboratori di giustizia” (quella di Dio) dobbiamo diventarlo noi dopo aver ricevuto e compreso testi come questo.

“(28) «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". (29) Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. (30) Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. (31) Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. (32) Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui” (Matteo 21:28-32).

Un appello generalizzato

L'appello che Dio fa alle creature umane affinché si ravvedano è motivo conduttore di tutto il messaggio biblico. L'appello al ravvedimento è rivolto veramente a tutti, non solo al peccatore e bestemmiatore incallito (la persona che secondo noi si macchia di “peccati gravi”), ma ad ogni peccatore. Non solo, poi, questo appello è rivolto ad ogni peccatore, ma anche, in particolari situazioni, a coloro che Dio ha redento e che fanno parte del Suo popolo. Il messaggio dello stesso Gesù, fin dall'inizio, può essere riassunto nelle parole: "Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Matteo 4:17). Si tratta dello stesso di Giovanni Battista, il Suo precursore: "Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Matteo 3:2). Identica era stata la risposta dell'apostolo Pietro al popolo, quando essi si erano resi conto che Colui che avevano fatto crocifiggere era il loro stesso Salvatore e Messia, ora risorto dai morti. Coloro che avevano udito la predicazione di Pietro, quel giorno, da quel messaggio erano stati profondamente impressionati, ed avevano gridato: "Fratelli, che dobbiamo fare?". E Pietro a loro: "Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati e voi riceverete il dono dello Spirito Santo" (Atti 2:38).

Il ravvedimento può essere inteso come la chiave stessa che ci apre le porte delle benedizioni dell'Evangelo e il punto stesso da cui la vita cristiana veramente può cominciare “a funzionare”!

È importante sottolineare come il ravvedimento riguardi non solo i perduti e i senza Dio, ma anche i cristiani. Quando nei primi capitoli del libro dell'Apocalisse il Signore risorto manda, attraverso l'apostolo Giovanni, il Suo messaggio a sette tipiche chiese dei suoi tempi, a cinque chiese su sette Egli dice: "Ravvediti" [1]. C'era molto che il Signore approvava in quelle chiese, ma cinque volte su sette Egli aveva verso di loro motivi di rimprovero. Per questo le chiama non a fare qualche sforzo in più..., né a fare promesse..., né ad essere più devote..., ma a ravvedersi. Nonostanze queste chiare evidenze, non sono pochi quelli che ancora credono che la questione del ravvedimento non riguardi "i bravi cristiani". Qui però è altrimenti. Anche una chiesa è chiamata a ravvedersi ed a compiere le opere che ha smesso di compiere allorché sia caduta nell’indolenza, nell’infedeltà e nell’apostasia (perché anche questo è pure possibile). In uno dei casi menzionati dall’Apocalisse, avevano "abbandonato il primo amore", avevano cessato di fare le opere per cui un tempo erano stati lodati.

Ad un'altra di queste chiese il messaggio era: "sii dunque zelante e ravvediti". Noi tutti riteniamo appropriato che i cristiani siano zelanti: zelanti nella preghiera, zelanti nel testimoniare della propria fede, nel conquistare anime, nel lavoro della chiesa. Gesù però ci direbbe: "In tutto il vostro zelo, prima di tutto siate zelanti nel ravvedimento"!

Che cos'è il ravvedimento?

Che cosa significa la parola "ravvedimento"? Ciò che le nostre bibbie traducono come "ravvedimento", nell'originale greco è una parola che corrisponde al nostro “cambiare il modo di vedere le cose”, "cambiare idea", cambiare l’atteggiamento di fondo del proprio cuore e della propria mente, Questo lo vediamo nel testo che abbiamo letto all'inizio, la parabola che Gesù racconta a proposito di quei due figli che il padre manda a lavorare nella sua vigna. Uno di loro si impunta, si intestardisce, e dice: "Non ne ho voglia", ma poi pentitosi, vi andò. In altre parole, aveva cambiato idea, aveva cambiato il suo atteggiamento riconoscendo di aver sbagliato.

Questo testo stabilisce una volta per sempre il significato di questa parola: ravvedersi, pentirsi, che significa fondamentalmente "cambiare idea su qualcosa". Il concetto si può tradurre in altri modi, ad es. "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" [2], oppure "Pentitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare..." [3].

Visto che il concetto di ravvedimento è così vitale per la fede cristiana, comprenderne bene il significato è essenziale. Che non si tratti di cosa irrilevante lo dimostra il fatto che aver tradotto in modo sbagliato questa parola ha prodotto secoli di errori nella storia della chiesa, tanto da causare la necessità della stessa Riforma protestante! Fino al quindicesimo secolo era comune tradurre "ravvedetevi" con "fate penitenza". "Fate penitenza perché il regno dei cieli è vicino"! Che cosa comprendevano con questo i cristiani devoti? Che per ottenere il perdono dei propri peccati fosse necessario appunto "fare penitenza", frustarsi a sangue, fare digiuni, sacrifici, pellegrinaggi, procedere in ginocchio verso un certo santuario, torturarsi per "mortificare la carne"... Per questo ancora noi abbiamo il termine “i penitenti”, vale a dire tutti quei gruppi e quegli individui singoli, all'inizio laici, che nel medioevo per devozione verso la fede cristiana si erano dati a praticare rinunce corporali e materiali. Intendevano in tutti i modi “mortificare la carne” per potersi elevare verso Dio e guadagnare la Sua approvazione [4]. Il monaco Martin Lutero aveva fatto tutte queste cose diligentemente ma senza ottenerne mai pace, fintanto che non scopre che la traduzione era sbagliata: non "fate penitenza", ma "cambiate modo di pensare e di vivere"!

La salvezza presso Dio non si ottiene, infatti, "facendo penitenza", cercando di castigarci abbastanza per pagare il prezzo dei nostri peccati, no, ma rinunciando all'idea che noi si possa da soli conquistarci la salvezza e dichiarando il nostro consenso con Dio che il castigo per i nostri peccati è stato completamente espiato da Cristo per noi in croce. L'unica necessaria precondizione per esercitare fede salvifica in Cristo è cambiare le nostre idee su noi stessi e sulle nostre possibilità e accettare ciò che Dio afferma nella Sua Parola, e questo è frutto dell’opera dello Spirito Santo quando sovranamente sospinge chi ode l’Evangelo verso il ravvedimento e la fede in Cristo. Dio ci chiede prima di tutto di cambiare mentalità, di accettare con fiducia e con ubbidienza ciò che Egli afferma nella Sua Parola, di cambiare strada, non di ...fare penitenza!

Giusti ai nostri occhi?

Ravvedersi, quindi, fondamentalmente significa cambiare modo di pensare: il concetto potrebbe essere applicato a qualsiasi cosa. Quando però si tratta del rapporto della creatura umana con Dio, esso significa cambiare le nostre idee su una cosa sola: sulla nostra presunta giustizia, sul fatto di "crederci a posto".

Ogni essere umano, religioso o irreligioso che sia, è un essere morale. Non ne può fare a meno: le questioni su ciò che è giusto o sbagliato sono radicate in lui profondamente. I criteri per cui uno ritenga una cosa giusta oppure sbagliata possono variare da persona a persona: in ogni caso noi giudichiamo gli altri con dei precisi criteri. Nulla ci offende maggiormente che qualcuno ci accusi di essere in errore quando noi riteniamo di non esserlo. Nessuno dice: "Essere nel giusto o nel torto è cosa che non mi interessa...": in qualche modo vogliamo essere accettabili per gli altri, a meno che non siamo agli ultimi gradini del nostro deterioramento morale.

Ci giustifichiamo, ci creiamo degli alibi per il nostro comportamento, o almeno facciamo appello a circostanze attenuanti. La prostituta più moralmente indurita non potrebbe vivere con sé stessa se, per il suo comportamento, non producesse razionalizzazioni o scusanti - anche solo dire che si tratta della più antica professione al mondo! Perché questo? Lo dice la Bibbia:"Tutte le vie dell'uomo gli sembrano rette", ciascuno si ritiene giusto ai propri occhi (7).

Questo è l'atteggiamento di base di ciascuno di noi e qui è proprio dove Dio deve cominciare ad operare. La Parola di Dio ci dice che noi siamo peccatori e precisa esattamente dove noi sbagliamo. Questo però non ci piace: ai nostri occhi siamo nel giusto, e quindi facciamo come i farisei e i dottori della legge che "hanno respinto la volontà di Dio per loro" (Luca 7:30). Immediatamente così ci troviamo in un rapporto sbagliato con Dio, perché in effetti è come se dessimo del bugiardo a Dio ("Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo e la sua parola non è in noi" 1 Giovanni 8:10). Il nostro rapporto con Dio, quindi, in realtà, è uno di inimicizia e di ostilità perché non siamo disposti a riconoscere di essere i peccatori che siamo. La reazione di auto-giustificazione ci è automatica. Basta solo che qualcuno suggerisca che potremmo essere in errore che insistiamo di aver ragione noi, contro Dio o chiunque altro.

Ecco esattamente il punto dove dobbiamo ravvederci, il punto dove Dio batte e ribatte, e spesso anche in modo molto duro, affinché noi cambiamo idea al riguardo. Allora lottiamo con Dio, come Giacobbe aveva lottato con l'angelo, qualche volta per tutta una notte, fintanto che non diciamo in tutta sincerità "O Dio, Tu hai ragione e io ho torto". E' assolutamente necessario per noi tutto questo. Noi lo chiamiamo "spezzare noi stessi". Non è tanto questione di lacrime ed emozioni, ma semplicemente di volontà - dobbiamo essere disposti a riconoscerci i peccatori che siamo ed ammettere di aver torto marcio su noi stessi. Che cambiamento di idee, non è vero? E questo sulla cosa più profonda della nostra vita, il nostro 'essere giusti', il nostro presumere di "essere a posto": dobbiamo abbandonare quest'idea, prendere la posizione del peccatore. Quando Gesù occupa lo stesso posto che avrebbe dovuto essere il mio: "spogliò sé stesso" (8), letteralmente "perse ogni reputazione". Non ci deve quindi sorprendere come, in un certo senso, questa "reputazione" la si debba perdere anche noi...

Se però nel ravvedermi io "perdo ogni reputazione", io guadagno Cristo in un nuovo modo. L'apostolo Paolo si era ritrovato come uno che, così facendo, aveva veramente "guadagnato". Dice: "...ho rinunciato a tutto ...al fine di guadagnare Cristo e di essere ritrovato non con una giustizia mia... ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede" (9). Il cristiano è colui che abbandona ogni propria pretesa di giustizia per ricevere in fede la giustizia completa vissuta da Cristo e della quale si è spogliato affinché diventasse nostra.

Questo è null'altro che questo è il ravvedimento. Così si adempiono le parole della confessione di Davide: "Perciò sei giusto quando parli ed irreprensibile quando giudichi" (Salmo 51:4). Dio ha ragione quando considera la condizione del genere umano e mia come quella di peccatori condannati, e con la nostra confessione e il nostro ravvedimento noi dichiariamo che Lui ha ragione e noi torto. Gli antichi leviti pregavano così: "Tu sei stato giusto in tutto quel che ci è accaduto, poiché tu hai agito fedelmente, mentre noi abbiamo agito da malvagi" (Ne. 9:33).

Tutto ciò per noi è indubbiamente umiliante.

Ecco perché l'Antico Testamento, invece che 'ravvedimento' usa l'espressione dal senso molto più completo "umilia te stesso". In un'epoca come la nostra dove si promuove un'alta concezione di noi stessi e la "dignità" dell'uomo, l'appello ad umiliarsi è considerato inaccettabile ed un'offesa. Eppure proprio da qui parte la redenzione umana. La Scrittura dice:"Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo" (1 Pietro 5:6). Questo è esattamente ciò che il Signore Gesù ha fatto non solo per la nostra salvezza, ma pure per darci un esempio: "...trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce" (Filippesi. 2:8).

I "figli" del ravvedimento

Il quadro che stiamo dipingendo, però, non è ancora completo. Il ravvedimento - come abbiamo osservato - significa cambiare atteggiamento. L'atteggiamento, però, non lo si può vedere ed udire fintanto che non lo si esprime, con parole e con fatti. Potremmo dire che il ravvedimento abbia "due figli".

Confessione. Il primo è la confessione di peccato. Una volta che si è disposti a cambiare idea e ad ammettere di essere in errore, bisogna confessare questo peccato a Dio. Dio reputa assolutamente essenziale dare parola al proprio ravvedimento nella confessione aperta. Mi potreste dire: "Perché lo debbo fare, certo Egli già lo sa senza che lo debba anche dire". La Scrittura però ci dice: "Preparatevi delle parole e tornate al Signore" (Osea 14:2). Io non so perché, ma Egli ci chiede di farlo. Forse Egli sa che non potrà che solo farci del bene udire noi stessi mentre confessiamo i nostri peccati con parole. Se questo è il caso, non pensiamo solo la preghiera, ma pronunciamola, anche quando siamo soli!

E' stato scritto: "L'inclinazione protestante a privatizzare la propria fede ed a relegare la confessione ad una transazione individuale fra quella persona e Dio, è risultata nella perdita del senso di dover rendere seriamente conto di sé stessi a qualcuno. ...chiunque può borbottare una silenziosa preghiera che non è più che un 'Scusami Dio" e presumere di continuare la vita come se nulla fosse. Se le cose debbono essere così private e 'sotto il tavolo' come può sapere il peccatore e colui contro il quale si è peccato, se vi è stata genuina contrizione e cambiamento di cuore?".

Restituzione. Il secondo "figlio" del ravvedimento è restituire il mal tolto, ripagare il danno e l'offesa fatta. Zaccheo era stato perdonato dai suoi abusi come corrotto esattore delle tasse quando aveva ricevuto Gesù in casa propria. Come tutta risposta, però, gioiosamente aveva restituito il maltolto a coloro che aveva defraudato. Anzi, l'aveva restituito con gli interessi del 400%. Certamente, così facendo, nessuno avrebbe più messo in dubbio la sincerità del suo ravvedimento. Anche qui abbiamo bisogno della guida di Dio e del consiglio di un saggio amico cristiano per risolvere certi difficili problemi di restituzione. Se però la confessione è ravvedimento con parole, la restituzione è ravvedimento nei fatti!

Forse il ravvedimento ha altri figli. La Scrittura li chiama "frutti degni di ravvedimento", ma non abbiamo tempo qui di enumerarli. Ciò che però dobbiamo fare è chiaro: (1) Accertiamoci di esserci davvero ravveduti di fronte a Dio, che siamo colpevoli, senza tirare fuori scuse o attenuanti: (2) ancora più: accertiamoci di aver fatto nostro il perdono per la grazia ed il sangue di Cristo. Poi (3) facciamone seguire la confessione e la restituzione, come conseguenze del nostro ravvedimento.

Confessare la nostra vuotezza

Vorrei infine toccare qualcosa che mi sembra altresì molto importante e che io stesso ho trovato utile. Se siamo consapevoli che nella nostra vita cristiana ci manca qualche speciale qualità che sappiamo dovremmo avere, la cosa piò ovvia da fare sarebbe chiedere a Dio che ce la supplisca. "Se poi qualcuno di voi manca di saggezza (o di qualunque altra cosa), la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare" (Giacomo 1:5). Se chiedo a Dio qualcosa, questo implica che io non ce l'abbia. Allora perché non cominciare a confessare a Dio questo stesso fatto?

La maggior parte del nostro chiedere è proprio confessare di non avere, e farlo senza darci pace, intensamente. In questo modo io presento a Dio la mia vuotezza, e questo è esattamente ciò che Egli vuole, perché la via verso la pienezza è confessare la propria vuotezza. E' così che divento candidato per la grazia: ammettendo le mie carenze. Entro nel positivo confessando il negativo. E' ciò che qualcuno ha definito entrare dalla porta di dietro, quella dei mendicanti. Ogni qual volta infatti ci mettiamo nella posizione dei mendicanti, la grazia ci dà il suo benvenuto e si rallegra di darci ciò che abbiamo confessato di non avere.

Questo vale per un mucchio di cose: se mancate di amore per una persona difficile, non chiedete solo di poterla amare, ma ravvedetevi della vostra mancanza di amore (o odio) per essa. Allora non solo vi sarà perdonato l'odio, ma vi sarà dato l'amore, l'amore di Dio. Dio si rallegra di mettere in noi ciò che desidera che noi manifestiamo, ma deve essere ciò che confessiamo non essere in noi. Se mancate di coraggio, non chiedete per prima cosa di avere coraggio, ma andate più a fondo, ravvedetevi di aver avuto paura, e con il perdono di Dio per il peccato della paura, vi sarà dato coraggio, il Suo coraggio. Se mancate di pace nel vostro cuore, non chiedete solo la pace, ma ravvedetevi della preoccupazione e dell'incredulità, guardate alla loro peccaminosità, e con il perdono vi sarà data pace. Se mancate della pienezza dello Spirito Santo, confessate a Dio questa carenza in voi, diteglielo francamente. Qualche volta prima di predicare dico: "Signore, una cosa è certa in questo momento per me: non sono ripieno del Tuo Spirito, eppure fra poco dovrò predicare...". Non chiediamo questa pienezza, confessiamo la nostra vuotezza, e tanto sicuramente come la grazia è grazia saremo riempiti e unti dal Suo Spirito. Confessare la propria vuotezza è la via verso la pienezza. Lo Spirito Santo non è il premio della nostra fedeltà, ma il dono che Dio provvede alla nostra debolezza, e in abbondanza. E' così che entriamo nel positivo attraverso il negativo, cioè per mezzo del sangue di Cristo, poiché è per fede in quel Sangue soltanto che abbiamo l'audacia di accostarci a un Dio di grazia (9).

Conclusione

In questa nostra epoca così superficiale dove ai problemi si cercano le “soluzioni” più facili e più comode, si sente sempre meno parlare di ravvedimento e di pentimento. Così, anche l’Evangelo che viene annunciato negli ambienti cristiani di ogni tendenza, diventa un vangelo “a buon mercato” dove si predica la grazia e l’amore di Dio, ma si minimizza il peccato ed il ravvedimento, o lo si accantona del tutto. Ravvedimento e fede, però, fanno parte “dello stesso pacchetto” così come sono inscindibili “giustizia e grazia” e “amore e ira di Dio”: non si può prendere l’uno e tralasciare l’altro. L’apostolo Pietro lo predicava così: "Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti» (At. 17:30,31).

Il ravvedimento non riguarda solo “i pentiti di mafia” o qualche altro peccato che la cultura contemporanea ritiene particolarmente rilevante. Tutta la legge morale di Dio dev’essere proclamata, l’intero consiglio di Dio, l’intera Sua volontà rivelata. Di fronte ad essa siamo tutti in difetto ed il ravvedimento non è un optional che si possa prendere alla leggera o persino ignorare. Senza il ravvedimento non esiste autentico Evangelo e la stessa salvezza diventa una pia illusione.

Umiliati ai piedi di Dio dobbiamo riconoscere la nostra miseria e vuotezza, le nostre specifiche mancanze e peccati, senza giustificarci né sottovalutandoli. Facendo appello alla grazia di Dio nel sacrificio di Cristo otterremo il perdono. Deve essere però una confessione aperta ed a tutta voce, seguita dalla restituzione del "maltolto" e dalla testimonianza di una vita che, con l'aiuto di Dio, manifesta la novità e la giustizia della conformità alla volontà rivelata di Dio.

La domanda “Che ve ne pare?” che Gesù aveva rivolto ai Suoi contemporanei che si ritenevano “a posto” nella loro religiosità, attraverso la parabola su quei due figli, è pure rivolta a noi. Anche per noi porta all’altra Sua domanda: “Quale dei due fece la volontà del padre?” e la risposta è: colui che si è reso conto della sua inadempienza e se ne è ravveduto per poi diventare “collaboratore di giustizia” camminando sulla via della giustizia, vale a dire dell’ubbidienza.

Quando Giovanni Battista aveva predicato e fatto appello al ravvedimento, molti pubblicani e prostitute gli avevano creduto e si erano ravveduti. Altri, non considerandosi tali e quindi di non avere bisogno di ravvedimento, avevano creduto che il suo messaggio non fosse per loro. Come molti nostri contemporanei, essi coltivavano un concetto di peccato inadeguato e conveniente, e non vedevano quanto ne fossero coinvolti e, quel che più conta, offendessero Dio. Un’antica preghiera cristiana si esprime nel seguente modo. Facciamola nostra: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami».

Paolo Castellina, 24 settembre 2014, rielaborazione della predicazione del 15 settembre 1996. Riflessioni ispirate da: Roy Hession, Good News for Bad People, Fort Washington, PA, Christian Literature Crusade, 1990, cap. 9, "Repentance", p. 157ss. Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte dalla Versione Nuova Riveduta, società Biblica di Ginevra, 1994.

Note