Studi biblici/Matteo 21:23-27

Da Tempo di Riforma.

L’unica autorità che serve è quella che serve

Sintesi. Si dice che il nostro tempo sia quello della “crisi di autorità”. Indubbiamente un sempre più grande individualismo anarchico, insofferente di ordine e disciplina responsabile è via sicura al disastro. Le “autorità costituite”, però, meritano la posizione che occupano? Il Signore Gesù contestava le autorità del suo tempo, non per scalzarle, ma per richiamarle alla loro funzione di servizio. “Offese” perché Gesù aveva osato contestarle, una volta gli chiedono: «Con quale autorità fai tu queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?» (Matteo 21:23-27). L’autorità di chi ha autentica autorità e che insegna come esercitarla. Vediamo,

Autorità in crisi

Si dice che il nostro tempo sia caratterizzato da una crisi di autorità, che le autorità costituite non siano più rispettate e che prevalga, in ogni ambito, una sorta di individualismo anarchico che alla lunga non potrà che portare la società al disastro. È vero questo? Potrebbe essere così, ma mettere in questione l’autorità, verificarne la legittimità e la reale competenza, può solo essere salutare, ma non è cosa che “le autorità costituite” abbiano tanto piacere che si faccia, loro che dalle posizioni acquisite non hanno alcuna intenzione di spostarsi. “Hic manemus optime” dicono per indicare la ferma volontà di non abbandonare la loro posizione di potere e di privilegio[1].

A mettere in questione le autorità costituite del suo tempo, la loro origine e competenza, era lo stesso Gesù di Nazareth, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Sono loro che, ad un certo punto, gli ribaltano  contro la domanda e gli dicono:  «Con quale autorità fai tu queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Essi intendevano “Come ti permetti di contrastare, di mettere in questione la nostra autorità e di affermare la tua?”. Gesù, l’eterno Figlio di Dio, che essi consideravano loro avversario e sgradito concorrente, era venuto non per scalzarli dalla loro posizione, ma per insegnare loro come avrebbero potuto esserne veramente degni, per riconfigurare, se si può dire così, quali siano i criteri che debbono caratterizzare la vera autorità. Questa esigenza rimane inalterata oggi più che mai quando coloro che “conquistano il potere”, in qualunque modo lo giustifichino, che abbiano ghermito il potere con la forza o siano stati eletti, sono spesso ben lungi dall’essere quel che dovrebbero essere, vale a dire all’autentico servizio della società umana. Gesù è unico, non solo perché, essendo quel che è, l’eterno Figlio di Dio venuto in mezzo a noi e che per questo si differenzia da chiunque altro in questo mondo, ma da come egli manifesta la sua autorità.

Il contestatore contestato?

L’identità e l’autorità di Gesù, il modo in cui essa si manifesta e ne diventa il modello, lo si riscontra, evidentemente, attraverso tutta la Bibbia, sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Essa, però, è in particolare rilievo nel capitolo 21 di Matteo, culminando proprio nella domanda che i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo rivolgono a Gesù sull’origine della sua autorità. Leggiamo questo testo per intero, dopodiché, nell’esposizione, lo inquadreremo nel suo contesto.

“Quando giunse nel tempio, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si accostarono a lui, mentre egli insegnava, e gli dissero: «Con quale autorità fai tu queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch'io vi farò una domanda; se voi mi rispondete, vi dirò anch'io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni, da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?» Ed essi ragionavano tra di loro: «Se diciamo: "dal cielo", egli ci dirà: "Perché dunque non gli credeste?" Se diciamo: "dagli uomini", temiamo la folla, perché tutti ritengono Giovanni un profeta». Risposero dunque a Gesù: «Non lo sappiamo». E anch'egli disse loro: «E neppure io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Matteo 21:23-27).

L’autorità di Gesù si poggia soltanto sul suo essere stato inviato da Dio Padre, in modo unico ed irripetibile. Gesù dice ripetutamente che la sua autorità viene da Yahweh, l’onnipotente Iddio, e non da sé stesso in quanto uomo. È dalle parole stesse di Gesù, infatti, che apprendiamo come Egli non fosse semplicemente un uomo, ma un uomo mandato da Dio. In Giovanni 5:30 Gesù dice: “Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. L’autorità di colui che è mandato non si poggia su colui che è stato mandato, ma in colui che l’ha mandato.

La Riforma protestante del XV e del XVI secolo, da cui abbiamo ricevuto la nostra eredità teologica, biblica ed ecclesiastica, ha riaffermato l’autorità suprema di Cristo e della sua Parola togliendola dalle mani di chi chiunque pretenda, con arroganza ed inganno, di esserne il portavoce in esclusiva e signore su di essa. Il Cristo che parla ed esercita la sua autorità oggi attraverso la sua parola scritta, è l’unico giudice e regola di tutto ciò che possa dirsi cristiano. La confessione di fede di Westminster, al primo capitolo, afferma: “Il giudice supremo al quale dovranno essere ­sottoposte per esservi giudicate tutte le controversie religiose, ogni decreto di concili, opinione di antichi scrittori, dottrine umane e spiriti privati, ed nelle cui sentenze dobbiamo­ trovare la nostra pace, non può essere altri che lo Spirito Santo che si esprime attraverso le Scritture” (CFW 1:10[2]). Il motto “Solus Cristus” (solo Cristo), che accompagna il “Sola Scriptura”, “Sola fide”, “Sola grazia” e “Soli Deo gloria” rimane il nostro motto identitario.

Oggi cercheremo il Cristo solo com’è rivelato nella Bibbia soltanto. Il “Solus Christus”, è esemplificato nella forza, maestà, gloria ed autorità di Dio soltanto. “Soli Deo Gloria”, per la sola gloria di Dio.

Esposizione

Nella prima parte del capitolo 21 di Matteo vediamo Gesù che entra trionfalmente in Gerusalemme seduto su un asinello, adempiendo così la profezia di Zaccaria che dice: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;

ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina” (Zaccaria 9:9).

È proprio a questo punto del ministero di Gesù, all’inizio della settimana di Passione, che vediamo il popolo dei discepoli di Gesù che saluta con entusiasmo l’adempimento in lui di ogni profezia messianica. Coloro che avevano seguito Gesù stavano cominciando a vedere in modo più chiaro come lui fosse l’atteso Messia. L’unico problema è che essi ancora non comprendevano che egli avrebbe sofferto e sarebbe morto al fine di regnare nel nostro cuore, nella nostra vita e nel Regno di Dio realizzato compiutamente solo un giorno. Sebbene l’espressione ultima dell’autorità di Cristo sarà vista in tutta la terra, il popolo che lo salutava come Re, gridando “Osanna!” (Signore salva!) pensava che lui avrebbe guidato un'insurrezione armata contro gli occupanti romani e le autorità compiacenti di Israele, ma non sarebbe stato quello il caso.

Il testo registra che all'ingresso di Gesù a Gerusalemme “tutta la città fu scossa” (v. 10), “messa in agitazione”. Questo ci dice molto sulla condizione umana, la condizione di degrado morale dell’umanità, dato che solo pochi giorni dopo, quella stessa folla che aveva salutato Gesù come Re osannandolo, avrebbe gridato, manipolata, “Sia crocifisso!”. Lunedì Gesù era stato salutato come Re e venerdì era stato inchiodato a morire su una croce con un cartello che diceva “Questo è il re dei Giudei”. Ci si può fidare della democrazia, quando il cuore umano è così capriccioso e corrotto?

Persino l’atto stesso di Gesù che entra a Gerusalemme cavalcando un asinello era simbolico della sua autorità. Fino a quel punto Gesù aveva proibito ai suoi discepoli di rivelare la sua vera natura, quella dell’eterno Figlio di Dio. Gesù sapeva che sarebbe giunto il tempo di rivelare completamente la sua autorità come Messia e, sapendo che sarebbe stato respinto dal suo popolo stesso e crocifisso dai Romani, egli aveva atteso fintanto che le cose che dovevano compiersi fossero compiute.

L'ingresso di Gesù in Gerusalemme cavalcando un asinello, non era solo un segno di umiltà, ma anche tradizionale cavalcatura nel Medioriente di re e ministri che così volevano significare che la loro autorità fosse finalizzata al servizio, non al dominio. Di Abdon, giudice d’Israele, è scritto: “Ebbe quaranta figli e trenta nipoti, i quali cavalcavano settanta asinelli. Fu giudice d'Israele per otto anni” (Giudici 12:14). È un fatto come l’autorità di Gesù sia radicalmente diversa da quella prevalente in questo mondo, anche fra inventori di religioni come l’Islam, dove Maometto si impone come orrido ed immorale massacratore. Gesù si manifesta come Re venuto per servire e morire per gli altri, e non per dominare con la violenza ed ammazzare. Egli dice: “Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10).

Rammentate che cosa aveva detto Gesù ai suoi discepoli che bisticciavano su chi fosse fra di loro il più importante? “Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve" (Luca 22:24-27). Il Messia come re guerriero che torna per giudicare le nazioni, come mostra il libro dell’Apocalisse, è riservato alla resa dei conti finale, non per l'oggi.

L’immagine di Gesù che entra in Gerusalemme cavalcando un asinello era stata chiaramente riconosciuta dagli israeliti, e certo dalle autorità di Gerusalemme. Nella sezione seguente del capitolo 21 vediamo un Gesù indignato che fa piazza pulita nel tempio dei cambiavalute corrotti con una frusta di cordicelle che si era fatto. Il loro peccato non era quello di fare i cambiamonete (perché nel tempio era consentito far uso solo di monete israelite, prive di simboli pagani), ma dei profitti personali che ne ricavavano senza ritegno. Gesù stava colpendo gli abusi e lo sfruttamento del culto per servire ad interessi privati, proprio come facevano i Sadducei ed i Farisei che non lesinavano in compromessi e corruzione pur di mantenere la loro posizione di potere.

I Farisei, inoltre, avevano trasformato la fede di Israele in una religione legalistica che non rifletteva un genuino amore per il Dio di grazia che avrebbero dovuto servire.

Gesù giunge a Gerusalemme cavalcando un asinello come Re di pace, che offre la sua vita stessa come prezzo di riscatto per i peccati di molti. Gesù giunge a Gerusalemme ben consapevole dell’agitazione che avrebbe causato il suo arrivo e, senza dubbio, come Figlio di Dio, Gesù era ben consapevole che il tempo era giunto per lui di offrire la sua vita in cambio della nostra. Era nell'offrire la possibilità del ravvedimento, nell’offrire il perdono, che Gesù aveva pienamente espresso la sua autorità.

Nel giardino del Getsemani, la sera prima dell’esecuzione, Gesù era stato catturato, e di fronte alla comprensibile reazione di legittima difesa di uno dei discepoli, disposto a “vendere cara la pelle” piuttosto che consegnarsi agli avversari, Gesù aveva detto: “Allora Gesù gli disse: «Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada. Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d'angeli? Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?»” (Matteo 26:52-54),

Nel suo primo avvento, durante il suo ministero terreno, Gesù esercita la sua autorità deponendola. Il Regno di Dio è un regno “all'incontrario”, un regno dove il Re di gloria offre la sua vita come prezzo del riscatto dei suoi sudditi. Il Regno dei cieli è un regno paradossale, dove è il Re che serve, piuttosto che essere servito.

Nel testo biblico di oggi vediamo i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo che esternano tutto il loro crescente non gradimento con il messaggio e i metodi di Gesù. Era venuto a Gerusalemme osannato come il Messia, aveva guarito ciechi e storpi nientemeno che nel Tempio, aveva minacciato la loro autorità proclamando la sua. Si erano sentiti minacciati da Gesù perché Gesù minacciava il loro potere.

Nel vers. 23 così chiedono: «Con quale autorità fai tu queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù, per rispondere loro usa un artificio retorico comune ai suoi giorni: risponde con un'altra domanda. Chiede loro da dove fosse venuto il battesimo impartito da Giovanni, con quale autorità Giovanni aveva amministrato il battesimo. Questo aveva messo in imbarazzo quella gente perché erano soliti fare le cose che la gente piaceva sentire e vedere: se il popolo credeva come credeva, che Giovanni fosse stato un vero profeta, non avrebbero certo contraddetto la gente. Ecco così che i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo rispondono a Gesù non sapere, perché se avessero detto che l’autorità di Giovanni era semplicemente umana, li avrebbe fatti arrabbiare, ma se essi avessero detto che il battesimo di Giovanni veniva da Dio, allora Gesù avrebbe potuto chiedergli perché mai non fossero disposti ad accettare la sua autorità, dato che Giovanni aveva ampiamente appoggiato il ministero di Gesù. Spesso è lo stesso oggi; vi sono molti che negano che Cristo possa avere autorità sulla loro vita per timore di quello che la gente potrebbe pensarne. Vi sono molti che in sé stessi elaborano giustificazioni razionali di un certo loro comportamento per timore di come potrebbe reagirne il mondo attorno a loro.

L'espressione ultima dell’autorità di Cristo nel Nuovo Testamento si trova nella parabola dei due figli, che troviamo subito dopo. Gesù dice ai capi del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi".  Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui” (28-32). Per Gesù essi sono come il primo di quei figli che aveva detto che sarebbe andato, che aveva detto le cose giuste, ma che non aveva poi fatto nulla per suo padre, mentre vi erano stati pubblicani e prostitute che, benché disprezzati dai “religiosi” e considerati reietti, avevano risposto alla predicazione di Giovanni e si erano ravveduti dai loro peccati, realizzando essi stessi la volontà del Padre, quello che “i religiosi” avrebbero dovuto fare e non l’avevano fatto.

Facendo uso dell’esempio dei pubblicani e delle prostitute, Gesù avrebbe certo, ancora una volta, “offeso” profondamente queste autorità del Tempio, che si ritenevano altamente religiosi e giusti. Metterli a confronto con pubblicani e prostitute e poi dire loro che quei peccatori erano più giusti di loro a causa del loro ravvedimento: più insultante di così Gesù non avrebbe potuto essere per loro! In Matteo 3:2 Giovanni Battista annuncia: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3:2): l’espressione ultima dell’autorità di Cristo si trova proprio nel suo appello al ravvedimento ed alla salvezza. Questo invito ha raggiunto anche noi oggi e rimane lo stesso: la volontà di Dio in Gesù Cristo deve essere ubbidita, per la sua gloria e per il nostro bene ultimo.

Conclusione

In che modo un’autorità merita essere tale? Ecco alcune riflessioni di un medico che possono trovare risposta proprio nello “stile d’autorità” che trova nel Signore e Salvatore Gesù Cristo la sua espressione ultima:

“Si dice e si vede molto bene come oggi l’autorità precostituita conti sempre di meno. A partire dai giovani che non temono più i professori e neanche i propri genitori. Questa nuova realtà mette a disagio insegnanti, padri e madri che non sanno più che pesci pigliare per essere presi sul serio e ascoltati. Una realtà questa che vale anche per  i medici; se una volta bastava essere dottori  per esercitare potere e autorità, non si spiegava nulla al paziente, si prescriveva dall’alto del sapere, se il paziente stava meglio era merito del dottore, se peggiorava era per cause superiori. Oggi per i giovani e per molti adulti evoluti, l’autorità non è più un fatto predeterminato da un ruolo: bisogna meritarsela…! (...) I giovani vogliono capire, molti adulti  invece preferiscono ancora che a capire siano gli altri. Non basta più dire ai ragazzi, “non voglio che bevi alcolici, che fumi e che ti droghi”! “Devi studiare, devi ascoltarmi, devi essere obbediente”…..perché vedete ormai non esiste più la minaccia della punizione ovvero la paura che prima teneva tutti e tutto sotto controllo. (...) 

Sono ben altre le argomentazioni che si devono usare per essere autorevoli: bisogna prima pensare, che non significa usare meccanicamente il cervello per fare ciò che apparentemente sembra più facile, comodo, e che fanno tutti. Oggi bisogna spiegarle le cose e spiegarle bene, sapendo cosa si sta dicendo e perché lo si sta dicendo non pretendendo che visto che lo diciamo noi che siamo adulti, sia così e basta!. (...) Siamo complicati e  la soluzione  del problema va affrontata con serietà. Non basta più dire solo che è colpa dell’artrosi, oppure dell’età. Non basta più solamente intervenire chirurgicamente o dare delle terapie, bisogna seguire il paziente e il suo recupero, e dare delle indicazioni motorie, posturali, oppure alimentari e quando necessarie anche psicologiche e comportamentali.(...) Chi vuole essere autorevole deve prima di tutto esserlo nei riguardi di se stesso, deve uscire dalla omologazione del pensiero di massa e creare e sviluppare un suo pensiero sui fatti  che lo circondano abitualmente. Deve per esempio egli  stesso studiare se vuole dire a suo figlio che lo studio è importante, non passare la domenica seduto sul divano a guardare la partita e poi sbraitare “hai fatto i compiti?”. Così come un medico dovrebbe egli stesso non fumare, praticare discipline e sport nel tempo libero e mangiare in modo controllato e sano. E certamente non  proporre interventi di infiltrazione cortisonica o chirurgici o trattamenti antibiotici che lui stesso non eseguirebbe mai sulla sua persona (...) Solo in questo modo si diventa autorevoli ovvero si guadagna e si merita il riconoscimento di un’autorità”[3].

Paolo Castellina, 26 settembre 2017, tratto da una predicazione di Chris Surber del 24 settembre 2008[4].


Note

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Hic_manebimus_optime e http://www.treccani.it/vocabolario/hic-manebimus-optime/ 

[2] https://sites.google.com/site/confessionidifede/cfw/cfw01 

[3] https://www.unoduetre.eu/2012/04/05/lautorita-esige-maturita-e-coerenza/

[4] https://www.sermoncentral.com/sermons/by-what-authority-chris-surber-sermon-on-repentance-127133?page=1