Studi biblici/Matteo 1:18-25

Da Tempo di Riforma.
Sintesi
I racconti che riguardano la nascita di Gesù sono ben noti, al punto che ripeterli può persino essere un esercizio noioso, privo di particolare interesse e di originalità, qualcosa di sentito e risentito e, per la maggior parte dei nostri increduli contemporanei, esso è considerato un mito, una favola. Questi racconti fanno parte, però, delle prove, addotte dalla Parola di Dio, che Gesù di Nazareth è il Cristo, il Salvatore del mondo. Tali rimangono per coloro ai quali Dio apre gli occhi e la mente per suscitare fede, lode e riconoscenza. E’ quel che fa Matteo, nel primo capitolo del suo vangelo, quando egli ci parla del Suo concepimento verginale e dell’adempimento delle profezie che Lo riguardano.

Continuità e discontinuità nella nascita di Gesù

Una questione di rivelazione, ma...

I vangeli riportano un dialogo fra Gesù e i suoi discepoli, dove Gesù chiede loro: «Chi dice la gente che io sia?» [1]. Essi, così, Gli riferiscono quali erano diverse opinioni che circolavano allora sulla sua identità, opinioni divergenti, opinioni più o meno favorevoli e molte fantasiose: tutte non corrispondenti alla realtà. Alla domanda, poi, «E voi, chi dite che io sia?», Simon Pietro Gli risponde, a nome di tutto il gruppo di discepoli che seguivano fiduciosamente Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Pietro, così, identifica chiaramente Gesù come l’atteso Messia, manifestazione in carne di Dio stesso, venuto per redimere il Suo popolo dai loro peccati.

Com’era giunto Pietro a questa conclusione? Soppesandone tutte le evidenze e giungendo, su quella base, alla risposta corretta? Certo, Gesù aveva dato loro molte prove della Sua identità ed esse si erano rivelate persuasive per Pietro e gli altri discepoli. Di fronte alle stesse evidenze, non tutti, però, ne erano rimasti altrettanto persuasi. La profonda persuasione sulla vera identità di Gesù, in fin dei conti, aveva e continua ad avere un’origine diversa. Non è tanto questione di intelligenza e di maggiore o minore diligenza nel cercare la verità. L’evangelista Matteo prosegue nel riportare questo dialogo con la replica di Gesù stesso in questi termini: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli” [2]. Sì, comprendere l’identità autentica di Gesù e trarne a livello personale tutte le conseguenze, è una questione di rivelazione. E’ Dio che sovranamente lo rivela al cuore ed alla mente di una persona.

Per condurre una persona alla fede in Gesù, però, non è superfluo il presentare prove ed evidenze sull’identità di Gesù e ragionarci sopra, vale a dire far uso dell’apologetica. Certo, questo non sarà decisivo, perché vi sarà sempre chi intende contestare ostinatamente e con ogni sorta di argomentazioni contrarie, qualunque cosa noi adduciamo. La presentazione delle molte evidenze sull’identità di Gesù, però, è ciò di cui Dio normalmente si avvale per chiamare a sé i Suoi eletti. E’ ciò che fanno i quattro evangelisti quando raccontano la vita e l’insegnamento di Gesù. Matteo e Luca trovano queste evidenze a partire dagli avvenimenti che che riguardano la nascita di Gesù.

I racconti che riguardano la nascita di Gesù sono ben noti, al punto che ripeterli può persino essere un esercizio noioso, privo di particolare interesse e di originalità, qualcosa di sentito e risentito e, per la maggior parte dei nostri increduli contemporanei, esso è considerato un mito, una favola. Questi racconti fanno parte, però, delle prove, addotte dalla Parola di Dio, che Gesù di Nazareth è il Cristo, il Salvatore del mondo. Tali rimangono per coloro ai quali Dio apre gli occhi e la mente per suscitare fede, lode e riconoscenza. E’ quel che fa Matteo, nel primo capitolo del suo vangelo, quando egli ci parla della genealogia di Gesù, del Suo concepimento verginale e dell’adempimento delle profezie che Lo riguardano. Consideriamo così quest’oggi, nel capitolo 1, i versetti dal 18 al 25.

Il testo biblico

Nascita di Gesù Cristo. “La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati». Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi». Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù” (Matteo 1:18-25).

Vi sembrano “strani” o “impossibili” gli avvenimenti descritti dalle Scritture sulla nascita di Gesu? Matteo registra la nascita sovrannaturale di Gesù per ulteriormente dimostrare le Sue qualifiche come Messia e Re di Israele. Egli mostra come la nascita di Gesù sia stata un avvenimento unico ed irripetibile, speciale, così come unica, irripetibile e speciale è la Persona ed opera del Cristo. Egli direbbe a noi: non cercatene precedenti e non aspettatevi che una simile cosa accada di nuovo. E’ accaduto nel modo che descrivo per le caratteristiche singolari del Signore Gesù: non poteva essere diversamente. E’ accaduto, inoltre, nelle modalità che già gli antichi profeti di Israele avevano preannunciato quando essi rivelavano come si sarebbero manifestati gli eterni propositi di Dio al riguardo dell’avvento del Cristo, il punto focale della storia umana. Matteo, infatti, come tutti gli altri scrittori del Nuovo Testamento, si muove costantemente nel quadro concettuale della Rivelazione biblica, sempre considerata autorevole. Così pure sempre dovremmo fare noi, piuttosto che criticarla nel tentativo di “liberarci” delle sue categorie per assumerne delle altre e su quella base pretendere di interpretare l’avvento del Cristo. La nostra tendenza a considerare “strani” o impossibili gli avvenimenti descritti manifesta soltanto la nostra colpevole presunzione non di spiegare i fatti che le Sacre Scritture descrivono, ma di piegarli adattandoli ai nostri pregiudizi. Che cosa ci vuol dire questo testo? Vediamolo in dettaglio.

Una bella promessa in frantumi?

“La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo” (18).

Ecco due promessi sposi in Israele che, con loro grande sorpresa, si vedono coinvolti in avvenimenti di portata storica per l’intera umanità. Non appartengono a quel tipo di persone che, nelle categorie di questo mondo, “fanno la storia” di popoli e nazioni. Dio li sceglie proprio per quello, per sconfessare il mondo e i suoi valori. Maria, molto probabilmente, come tutte le promesse spose di Israele, era molto giovane, forse persino di 13 o 14 anni, mentre il promesso sposo era più vecchio. Di più non possiamo sapere e non dobbiamo speculare. Sono due giovani ordinari, sicuramente credenti fedeli pienamente inseriti nella fede e nella cultura israelita di quel tempo. Ancora non abitano assieme in un’unione coniugale domestica. Accade, però, quello che a Giuseppe pare “il fattaccio”: Maria si ritrova incinta e il responsabile della cosa non è Giuseppe. Possiamo ben immaginare che cosa fosse passato per la testa di Giuseppe quando era stato informato della cosa. Matteo, che ci racconta questi fatti, indica espressamente che quel concepimento era dovuto ad un intervento creativo diretto di Dio. “Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente” (19). Matteo descrive gli avvenimenti dal punto di vista di Giuseppe, che era discendente diretto dell’antico re Davide. Giuseppe viene chiamato “marito” di Maria, perché tale era considerato già dal momento del fidanzamento ufficiale pur non abitando ancora assieme.

Giuseppe, del “tradimento” di Maria, si propone di “lasciarla segretamente”, di sciogliere privatamente il fidanzamento e così non avercene più a che fare. Nell’antico Israele una promessa di matrimonio era così vincolante che scioglierla richiedeva un certificato di divorzio, e la morte di uno dei partner rendeva l’altro un vedovo o una vedova. Normalmente al fidanzamento ufficiale seguiva un periodo d’attesa di un anno prima che il matrimonio fosse consumato. Durante quell’anno la promessa poteva essere infranta solo con un atto di divorzio.

Giuseppe, essendo, come ci precisa Matteo, “un uomo giusto", non poteva permettere che la gravidanza della fidanzata fosse accettata senza passare all’azione, dato che implicava che Maria, essendo stata apparentemente infedele alle promesse nuziali, aveva violato la Legge mosaica. Giuseppe aveva tre scelte: (1) denunciare l’infedeltà di Maria esponendola così al rischio di essere lapidata [3] (cosa comunque rara nel primo secolo). Probabilmente avrebbe dovuto soffrire la vergogna di un processo pubblico. (2) Una seconda opzione era quella di concederle un divorzio privato, nel cui caso Giuseppe doveva solo consegnarle un certificato scritto in presenza di due testimoni [4]. (3) La terza opzione era quella di rimanerle fidanzato e non divorziare Maria, ma questa alternativa avrebbe significato per Giuseppe infrangere la Legge mosaica [5] ignorandone le prescrizioni. Giuseppe probabilmente teme le conseguenze della sua decisione di divorziare da Maria. Giuseppe, così, decide così di divorziarla privatamente. Questo avrebbe preservato la sua giustizia (la conformità alla Legge) e gli avrebbe permesso di dimostrare compassione.

Una rivelazione decisiva

“Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo” (20). Gli angeli, messaggeri speciali di Dio, non sono presenze ordinarie nella vita umana, ma intervengono in momenti chiave della storia della Redenzione [6]. "Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, mandati a servire in favore di quelli che devono ereditare la salvezza?" (Ebrei 1:14). Essi possono apparire con sembianza umana, oppure rivelarsi in altri modi, come, ad esempio, nei sogni, che non di rado hanno una valenza rivelatoria da parte di Dio. Lo scrittore mette in rilievo quattro volte la natura divina di questo intervento nel suo prologo [7].

Chiamare Giuseppe “figlio di Davide” intima a Giuseppe il significato dell’annunzio che sta per ricevere. La sua discendenza davidica non è casuale: essa presuppone una “responsabilità storica” che nessuno nella famiglia aveva dimenticato, in quanto Dio aveva promesso che da quella stirpe sarebbe nato il Messia. In ogni caso, lo stato familiare di Giuseppe è significativo e si ricollega al primo versetto di Matteo e alla genealogia susseguente. Continua così il tema del Messia davidico. Il messaggio ribadisce: “...perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo”, vale a dire, si tratta di un fatto straordinario e non bisogna cercarne altre spiegazioni. La teologia cristiana generalmente chiama questo “nascita verginale”, ma si tratta tecnicamente piuttosto di “concepimento verginale”, perché Maria era vergine nel concepimento di Gesù. La nascita di Gesù è del tutto normale. In ogni caso, l’idea del Cattolicesimo romano a proposito di una verginità perpetua di Maria, riflette speculazioni di molto posteriori e non trova appoggio alcuno nel testo biblico. Questa dottrina si è affermata sulla base di presupposti filosofici e religiosi estranei alla fede biblica ed avrebbe contribuito all’indebita venerazione di Maria.

L’angelo, poi, annuncia la sovrana prerogativa di Dio di dare Egli stesso un nome al bambino: “Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (21). Giuseppe esegue la volontà di Dio dando a Gesù quel nome al momento appropriato (25). La forma greca del nome Iesous, che, tradotto in italiano diventa Gesù, è lo stesso dell’ebraico Giosuè, che significa “Jahvè salva”. Era un nome per altro comune fra gli ebrei della Palestina del primo secolo e Gesù sarà conosciuto prevalentemente come “Gesù di Nazareth”.

L’angelo spiega il motivo di questo nome con una citazione biblica tratta dai Salmi: “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe” (Salmo 130:8). I Giudei attendevano il Messia si a come salvatore politico e un redentore dal peccato, ma non un Messia che avesse dato la Sua vita come prezzo di riscatto per molti (Matteo 20:28), vale a dire salvare il Suo popolo dalle conseguenze dei loro peccati, o, come noi diremmo, salvare coloro che Gli sono affidati dalla condanna che meritano i loro peccati.

“Salvare” qui è un concetto onnicomprensivo, così come pure dobbiamo intenderlo noi. Per noi la Salvezza è un avvenimento passato, perché è stato operato dalla vita, sofferenza, morte e risurrezione di Gesù. La Salvezza è un avvenimento presente che coinvolge chi si affida a Lui con conseguenze concrete nell’oggi. La Salvezza è un avvenimento futuro, perché sarà completata, “consumata” da Gesù Cristo al momento del Suo ritorno glorioso.

Qui Matteo s’incentra in ciò che è centrale nel concetto di Salvezza, vale a dire la salvezza dal peccato, perché nella prospettiva biblica il peccato è la causa di base di ogni altra calamità di cui noi soffriamo. Questo versetto, quindi, orienta il lettore verso lo scopo fondamentale della venuta di Gesù e la natura dell regno inaugurato dal Re Messia, erede del trono di Davide.

Un avvenimento preannunciato

Matteo, infine, mette in particolare evidenza come le modalità della nascita del Salvatore non fossero "una novità" ma erano state preannunciate dai profeti. “Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi»” (22-23).

Si tratta di una citazione di Isaia 7:14 “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele”. Un’allusione al testo (nei LXX): "Passerà sopra Giuda, inonderà, e passerà oltre; arriverà fino al collo, e le sue ali spiegate copriranno tutta la larghezza del tuo paese, o Emmanuele!» ... Fate pure dei piani, e saranno sventati! Dite pure la parola, e rimarrà senza effetto, perché Dio è con noi!" (Isaia 8:8,10).

Per Matteo, come per tutti gli scrittori del Nuovo Testamento, le profezie antiche sono Parola di Dio: il Signore dice per mezzo del profeta. “...infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell'uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (2 Pietro 1:21); “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia” (2 Timoteo 3:16).

Si tratta di una profezia difficile da interpretare. Il primo problema riguarda il significato di “vergine” (in greco parthenos). Nella Bibbia greca di solito fa riferimento letterale ad una vergine [8]. Nel Nuovo Testamento ha sempre questo significato. Che Matteo lo intendesse in questo modo è chiaro sia dal significato comune di questa parola che dal contesto [9]. Il secondo problema è il significato della parola in Isaia 7:14, tradotto nella NR come “la giovane” (‘alma), (una giovane donna in età da marito). Il termine ebraico implica verginità ed ogni uso nell’Antico Testamento di questo termine esige o permette in significato di “vergine” [10]. Ecco perché la LXX lo rende come “vergine” e pure perché Matteo lo prende per scontato.

Tre possono essere le soluzioni. Isaia aveva predetto che una giovane in età da marito avrebbe avuto un bambino al tempo della profezia e l’avrebbe chiamato Emanuele. Accade al tempo di Isaia, Gesù adempie questa profezia nel senso che una vera vergine l’avrebbe partorito, ed Egli era “Dio con noi”. Questa concezione è tipologica: il bambino al tempo di Isaia doveva essere un prototipo (un’illustrazione così intesa da Dio) del bimbo nato al tempo di Giuseppe: questa è la migliore. Una seconda interpretazione vede Isaia predire la nascita verginale di un bambino a quel tempo di nome Emanuele. Gesù adempie questa profezia dato che sua madre, quando lo partorisce era vergine ed Egli era “Dio con noi”. Questa prospettiva è chiamata del “doppio adempimento”. Il problema è che essa esige due nascite verginali, quella al tempo di Isaia e quella di Gesù. Una terza prospettiva vede Isaia predire esclusivamente la nascita di Gesù. Non parla di nulla che accada nel suo tempo. Solo Gesù adempie questa profezia. Il problema è che Achaz, nel suo tempo, non riceve alcun segno, solo una profezia. Nella Scrittura i segni erano assicurazioni immediate e visibili che ciò che Dio aveva predetto sarebbe sicuramente avvenuto. Sul nome Emanuele, nessuno né al tempo di Isaia né nel Nuovo Testamento lo porta espressamente, ma può solo essere annuncio di un fatto che, con Gesù, descrive accuratamente chi Egli fosse [11]. Gesù è sia “Dio che salva” che “Dio con noi”. Due brani chiave all'inizio ed alla fine del vangelo secondo Matteo sono strategici: "«La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi»" (1:23); "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente" (28:20). Nella Persona di Gesù, il Messia, Suo Figlio, Dio si è avvicinato per rimanere sino alla fine dei tempi con il Suo popolo, la chiesa, inaugurando così l'era escatologica della Salvezza.

Nessun’ambiguità: proviene da Dio

Il nostro testo termina ribadendo sia il non intervento collaborativo umano nel concepimento di Gesù, al di là di ogni sospetto, che il diritto davidico di Gesù tramite adozione. “Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù” (24-25).

Quel “non ebbe con lei rapporti coniugali” traduce l'originale: “senza che lui la conoscesse”. “Conoscere” sia in greco che in ebraico è frequentemente un eufemismo per “rapporti sessuali”.

Le istruzioni dell’angelo fanno sì che Giuseppe cambi idea e decida di non divorziare più da Maria privatamente, ma continuare con il loro fidanzamento ed alla fine consumare il loro matrimonio. Quando Giuseppe chiama il bambino Gesù come l’angelo gli aveva comandato, egli lo assume come suo figlio. In altre parole, Gesù, nato da Maria, ma senza che il padre naturale fosse Giuseppe, è legittimamente Figlio di Davide perché Giuseppe lo adotta nella sua linea familiare. L’adozione in Israele era più informale che formale [12].

E’ dibattuto se il concepimento verginale di Gesù sia teologicamente necessario oppure se fosse solo l’adempimento di una promessa. Quel che è chiaro, al di là di tutte le speculazioni che se ne possono fare, Matteo mette in evidenza come la Persona di Gesù Cristo sia nel contempo umana (perché nata da Maria) e divina (perché generata dallo Spirito Santo. Se Gesù fosse stato solo umano avrebbe magari potuto avere diritto legale al trono di Davide, ma non avrebbe potuto essere Colui che avrebbe salvato il suo popolo dal peccato redimendolo. Egli, però, è Colui di cui avevano parlato Mosè e i profeti, al quale tutte le passate manifestazioni di Dio in terra puntavano.

Conclusione

Il testo biblico di oggi, dunque, non è una favola mitologica come molti oggi credono. Esso, però.non può nemmeno prestarsi alle molte speculazioni su temi marginali o non pertinenti di cui è stato fatto oggetto nel corso della storia della chiesa. Non è inteso a promuovere la verginità come condizione che si suppone moralmente superiore alle altre. Esso non riguarda le virtù e lo status di Maria. Suo obiettivo non è nemmeno tanto spiegarci il fatto che Gesù sia stato e rimanga totalmente privo di peccato. I racconti sulla nascita di Gesù che troviamo nei vangeli di Matteo e Luca e, in particolare, gli avvenimenti narrati dal nostro testo ci forniscono elementi di prova per accreditarci sempre meglio Gesù di Nazareth come il Cristo, il Salvatore del mondo.

E’, infatti, attraverso dati come quelli che questo testo ci presenta, che Dio apre gli occhi e la mente affinché noi ci affidiamo con maggiore certezza a Cristo e nasca in noi sempre più grande lode e riconoscenza verso Dio per la straordinaria Grazia che in Lui ci è stata accordata.

Questo testo:

1) Ci porta a considerare l'avvento del Salvatore e quindi in Lui la grazia della Salvezza, come espressione esclusiva dell'iniziativa sovrana di Dio. Come coloro che giungono alla fede in Cristo, così Gesù, il Cristo, non è nato "da volontà di carne, né da volontà d'uomo", ma è nato da Dio (Giovanni 1:12). Egli non nasce “in modo naturale” come espressione dell’evoluzione umana o per volontà umana. Non si tratta nemmeno di un “incidente”, ma avviene secondo gli eterni propositi di Dio, i cui termini sono stati preannunciati nelle Scritture e sono il compimento di ciò che con Israele erano state poste le basi.

2) Esso ci mostra come “l’uomo nuovo” (e quindi la nuova creazione) è qualcosa che nel contempo è sia in continuità che in discontinuità con il vecchio uomo. Gesù nasce in parte come un qualsiasi essere umano, ma a differenza da noi, è tanto in comunione con Dio da essere senza peccato. "Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, ... Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l'espiazione dei peccati del popolo" (Ebrei 2:14-17). Similmente Egli rigenera la nostra vita, prende “il materiale esistente” e ne fa qualcosa di nuovo.

3) Esso rileva come la Salvezza portata dal Messia abbia a che fare essenzialmente con il problema del peccato. Gesù, il Cristo, è venuto per risolvere il problema del peccato nella nostra vita. Per noi Egli è prima di tutto “Gesù”. A Giuseppe Iddio, infatti, dice: “tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. Egli è però anche Emmanuele, “...che tradotto vuol dire: «Dio con noi»”. Dio ci ha raggiunto in Cristo affinché, rigenerati, potessimo tornare ad essere per sempre in comunione con Lui.

"...E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli»" (Apocalisse 5:13). Paolo Castellina, 19 dicembre 2013

Note

  • [1] Marco 8:13-16.
  • [2] Matteo 16:17.
  • [3] “Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato; e l'uomo, perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai via il male di mezzo a te” (Deuteronomio 22:23-24).
  • [4] Numeri 5:11-31.
  • [5] “Se uno commette adulterio con la moglie di un altro, se commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno essere messi a morte” (Levitico 20:10).
  • [6] Genesi 16:7-14; 22:11-18; Exod. 3:2—4:16; et al.
  • [7] Matteo 1:20, 24; 2:13, 19.
  • [8] Con l’eccezione di Genesi 34:3 nella LXX )”Poi egli rimase affezionato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la giovane e parlò al cuore di lei”).
  • [9] Cfr. v. 18, 20, 25
  • [10] Genesi 24:43; Esodo 2:8; Salmo 68:25; Proverbi. 30:19; Cantico 1:3; 6:8; Isaia 7:14.
  • [11] Cfr. Giovanni 1:14,18; Matteo 28:20
  • [12] Genesi 15:2; 17:12-13; 48:5; Esodo 2:10; 1 Re 11:20; Ester 2:7; Luca 2:23.