Studi biblici/Matteo 18;15-20

Da Tempo di Riforma.

Un progetto di vita e le sue regole

Sintesi
La comunità cristiana può essere paragonata ad una scuola o ad un laboratorio dove operano degli apprendisti. Anzi, in essa siamo tutti "apprendisti". La comunità cristiana, infatti, la chiesa, per sua stessa natura, deve essere un gruppo di persone che sta imparando a vivere secondo la volontà di Dio. Nel Vangelo secondo Matteo, 18:15-20, il testo che oggi è sottoposto alla nostra attenzione - troviamo Gesù che ci istruisce al riguardo ciò che dobbiamo fare quando qualche nostro fratello in fede ci fa un torto, ci offende, o, in qualche modo ci danneggia. Che dobbiamo fare? "Tenergli il broncio", non parlargli più, coltivare in noi il risentimento e pensare a "fargliela pagare", o, peggio, a vendicarci?

Una comunità di "apprendisti"

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La comunità cristiana può essere paragonata ad una scuola o ad un laboratorio dove operano degli apprendisti. Anzi, in essa siamo tutti "apprendisti". La comunità cristiana, infatti, la chiesa, per sua stessa natura, deve essere un gruppo di persone che sta imparando a vivere secondo la volontà di Dio.

Gesù ci mette in comunione con Dio e ci fa vivere nell'ambito di una comunità, quella cristiana. Come ci si deve, però, comportare con Dio? Come ci si deve comportare con gli altri? Secondo i criteri che Gesù stesso ci insegna e che spesso sono molto diversi da quelli comuni in questo mondo ed ai quali siamo abituati.

In questo mondo, per esempio, prevale il pensare solo e sempre a sé stessi, ai propri interessi, vantaggi e comodi: l'egoismo. "Non così dovrà essere tra voi", dice Gesù. In questo mondo ciascuno pensa per sé, e non si ha scrupoli nel danneggiare gli altri, umi­liarli, ferirli, calpestarli, sfruttarli per fare i nostri interessi a loro danno. "Non così dovrà essere tra voi", dice Gesù. In questo mondo prevalgono i conflitti, la concorrenza spietata, i rapporti di potere e di forza. "Non così dovrà essere tra voi"1, dice Gesù. In questo mondo si ritiene umiliante ammettere di avere sbagliato e chiedere perdono. Quando ci fanno dei torti, si coltiva il risentimento, si rompono i rapporti e si pensa "a fargliela pagare". "Non così dovrà essere tra voi"[1], dice Gesù. Sì, la comunità cristiana è chiamata a distinguersi consapevolmente dal modo di pensare, parlare ed agire, comune in questo mondo.

Nel capitolo 18 di Matteo, all'inizio, troviamo l'insegnamento di Gesù sulla cura, stima e massima considerazione che dobbiamo avere verso gli altri membri della comunità, soprattutto verso quelli più deboli o "alle prime armi" nella fede. Gesù ci mette in guardia a non scandalizzarne alcuno. Dice: "Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare" (6). Egli, cioè, li esorta a non fare nulla che possa farli cadere nel peccato, che possa confonderli o metterli in crisi, che possa spingerli ad abbandonare il servizio e la causa di Cristo. Alla fine del capitolo, invece, vi è l'esortazione a perdonare di tutto cuore il fratello in fede che ci ha fatto, eventualmente, del male. Troviamo Pietro, infatti, che chiede a Gesù: "«Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette" (21,22).

Il testo di oggi

Nella parte centrale di questo capitolo - il testo, in particolare, che oggi è sottoposto alla nostra attenzione - troviamo Gesù che ci istruisce al riguardo ciò che dobbiamo fare quando qualche nostro fratello in fede ci fa un torto, ci offende, o, in qualche modo ci danneggia. Che dobbiamo fare? "Tenergli il broncio", non parlargli più, coltivare in noi il risentimento e pensare a "fargliela pagare", o, peggio, a vendicarci?

Ecco quel che ci dice il testo biblico:

Il perdono delle offese. (15) «Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; (16) ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. (17) Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. (18) Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo. (19) E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. (20) Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Matteo 18:15-20).

Qui Gesù stabilisce quelle che potremmo considerare delle "misure di protezione" dei deboli o comunque di quanti, nella comunità cristiana, subiscono abusi e prevaricazioni. Sì, è realistico considerarlo possibile persino nella comunità cristiana, perché essa è pur sempre fatta di peccatori che Dio sta salvando, persone che, per grazia di Dio, "stanno camminando verso il cielo", ma che talvolta "inciampano e cadono". Infatti, come Iddio dice nella Genesi a Caino, "Il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te ma tu dominalo!" (Ge. 4:7), e spesso non riusciamo a dominarlo!

Qui Gesù istruisce i Suoi discepoli sul modo per preservare e ristabilire la pace, la pu­rezza e la bellezza della comunità cristiana che deve essere segno e testimonianza, nel mondo, del Regno di Dio. Se qualcuno ha mancato contro di noi, dobbiamo fare il primo passo, andargli incontro, per cercare di ricuperarlo e ricondurlo sulla retta via. Chi sbaglia contro di noi va ripreso - con tatto e delicatezza - va messo a confronto con quanto ha fatto e ricuperato alla giustizia. Gesù ci insegna, quindi, più che il perdono: ci deve esse­ re un'azione mirata tesa a far prendere coscienza al trasgressore del suo errore, a ravve­ dersene e a cambiare rotta. Per Gesù è importante cercare di ricuperare chi sbaglia affin­ ché, persistendo nell'errore o ripetendolo, non perisca. Gesù dice: "il Padre vostro che è nei cieli vuole che neppure uno di questi piccoli perisca" (Matteo 18:14). Se poi, chi sbaglia, ostinatamente persiste nell'errore, Gesù prevede che sia, come ultima istanza, persino estromesso dalla comunità.

L'apostolo Giacomo scrive: "Fratelli miei, se qualcuno tra di voi si svia dalla verità e uno lo riconduce indietro, costui sappia che chi avrà riportato indietro un peccatore dal­ l'errore della sua via salverà l'anima del peccatore dalla morte e coprirà una gran quanti­ tà di peccati" (Giacomo. 5:18-20).

Vediamo, però, il nostro testo più in dettaglio.

A tu per tu

Il primo versetto dice: "Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello" (15).

Se un tuo fratello in fede ti fa un torto, ti insulta e ti attacca ferendo il tuo onore e d­ gnità, se abusa di te e della tua fiducia, se danneggia il tuo buon nome accusandoti falsa­ mente, se viola i tuoi diritti, se ti sottrae o danneggia quel che ti appartiene, se ci ha fat­to del male, se ha commesso una palese ingiustizia verso di te, se ti causa afflizione, ti offende, ferisce la tua coscienza[2], c'è qualcosa che Gesù dice che devi fare. Se hai un problema con qualcuno, il primo passo da fare è prendere l'iniziativa di andare da lui e parlargliene a tu per tu.

Non deve sorprenderci se queste cose purtroppo accadono nella comunità cristiana, perché in essa vi sono cristiani con diverso grado di maturità spirituale, incoerenti e che non sanno dominare la vecchia loro natura, come pure, fra il "grano", anche "zizzania”[3], falsi fratelli[4].

Ecco, in casi come questi, Gesù, nella Sua divina sapienza, ci insegna di cercare di appianare la cosa in privato, riprendendo, ammonendo fraternamente l'altra persona. Forse si tratta solo di un equivoco che può esse facilmente risolto. Forse quella persona non si rende conto che ci ha fatto del male dicendo o facendo qualcosa senza riflettere. Gesù ci insegna a cominciare a risolvere il conflitto o il disaccordo prima fra le persone direttamente interessate. Questo può anche avvenire scrivendogli una lettera, ma Gesù non ci lascia liberi di non far nulla e neanche di dire soltanto: "Va bene, lo perdono"!

La cosa era richiesta persino dalla legge di Mosè: "Non odierai tuo fratello nel tuo cuo­re; rimprovera pure il tuo prossimo [va e rimproveralo], ma non ti caricare di un peccato a causa sua" (Levitico. 19:17). L'altro, così, avrà un'opportunità per spiegare la sua condotta. Una conversazione amichevole può aggiustare spesso le cose ed evitare difficoltà. Avrà pure l'opportunità di riconoscere d'avere sbagliato e di ripararvi. Molti sono contenti di poter avere una tale opportunità ed è nostro dovere fornirgliela. Ancor più importante è rilevare il danno fatto alla testimonianza cristiana da una condotta impropria, soprattutto quando la cosa è conosciuta da molti.

Tutto questo pure ci aiuta nel processo del perdono impedendo che in noi cresca il ri­sentimento o l'amarezza. L'Apostolo Paolo scrive: "Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria" (Efesini 4:31). Il primo passo da fare è quindi semplice e ci permette di affrontare subito le nostre differenze e procedere nella vita. Elimina risentimento ed amarezza, non permettendo al diavolo che ne approfitti per peggiorare le cose. Ci è detto, infatti: "Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo" (Efesini 4:26,27). Gesù, quindi ci co­ manda di andare dalla persona che ci ha fatto un torto per mostrargli e spiegarli come siamo stati feriti. Così facendo avrai preservato, ristabilito l'altro come cristiano coerente. Ti sei riconciliato con lui, hai ristabilito un buon rapporto. Un rapporto danneggiato causa malumore, è imbarazzante, suscita sensi di colpa. La comunità cristiana ne soffre.

Gesù si rende conto che questo potrebbe anche "non funzionare" e che l'altro potrebbe non darvi ascolto e non ammettere l'errore fatto. Gesù, però, non ci lascia soli in questa situazione. Se quello è il caso, si può fare un'altra cosa, quella descritta dal versetto successivo.

I testimoni

Il secondo passo da fare, se necessario, in caso di conflitto, è questo: "ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni" (16). In un mondo ideale ogni conflitto potrebbe essere ri­ solto dall'incontro e dal dialogo fra i diretti interessati. Questo, però, potrebbe non essere il caso. La persona con la quale hai un problema potrebbe non volere parlare con te e persino sbatterti la porta in faccia!

Se ti respinge con sdegno e disprezzo, se non ne vuole sapere di riconoscere quel che ha fatto, se ancora ti insulta e non vuole cambiare, cerca dei testimoni della sua condotta di fronte alla comunità che possano confermare e dare maggiore forza all'azione, che possano conoscere quanto è avvenuto, confermare della buona volontà di superarlo e prendere nota della resistenza che l'altro pone alla risoluzione del problema. La legge di Mosè dice: "Un solo testimone non sarà sufficiente per condannare un uomo, qualunque sia il delitto o il peccato che questi ha commesso; il fatto sarà stabilito sulla deposizione di due o tre testimoni" (Deuteronomio 19:15). Questo affinché possa essere indotto ad ascoltarli. Possono essere persone di influenza o d'autorità, i suoi amici, o quelli di cui ha fiducia. La Scrittura dice: "È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l'altro?" (1 Corinzi 6:5).

Alcuni fra noi hanno la testa così dura che si potrebbe aver bisogno di più di una per sona per mostrargli il male che l'altro ci ha fatto. Forse non è convinto di avere sbagliato, e la nostra parola non gli basta. Ecco così che possiamo portare altre persone. Perché? Perché Gesù vuole che la questione sia risolta in ogni modo. Vuole che si realizzi la con fessione, il perdono e la riparazione. I conflitti non risolti sono un male peggiore del conflitto stesso. Il nemico di Dio gode quando vede nella nostra vita conflitti non risolti. Può così piantare il seme del peccato, dell'amarezza e del non perdono. Se la persona si con­ vince, lodiamo Dio per avere appianato le differenze. Se non bastiamo noi, coinvolgiamo pure due o tre altre persone. E se non serve neanche quello?

La comunità

Gesù dice: "Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa” (17a). Se la questione non si risolve a livello personale, se non sembra servire neanche il coinvolgimento di terze persone, al­ lora deve essere coinvolta la comunità cristiana.

Rammentiamoci che qui si parla di conflitti e di questioni che coinvolgono membri della comunità cristiana, non estranei. Le dispute fra i membri della comunità vanno risolte al suo interno. Non devono essere portate di fronte ai tribunali di questo mondo. L'apostolo Paolo, che aveva dovuto pure affrontare casi di questo genere, scrive: "Quando qualcuno di voi ha una lite con un altro, ha il coraggio di chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti anziché davanti ai santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Se dunque il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare delle cose minime? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose di questa vita!" (1 Corinzi 6:1-3). Ne va della buona testimonianza della chiesa cristiana. La comunità cristiana deve avere una disciplina interna, che ci piaccia oppure meno, un ordinamento disciplinare.

Questa è una delle caratteristiche che contraddistinguono la vera chiesa[5].. Una comunità cristiana che non faccia nulla per conservare al suo interno "un minimo" di disciplina e di coerenza morale non può sussistere. Se non lo fa, mette le basi per la sua alienazione, per il suo "scioglimento" in questo mondo, per la sua distruzione. La comunità cristiana deve dare gloria a Dio nel mondo, essere testimone di Dio e delle Sue leggi e caratteristiche morali e spirituali. Gesù disse: "Il sale, certo, è buono; ma se anche il sale diventa insipido, con che cosa gli si darà sapore?" (Luca 14:34). Se non ha "un minimo" di coerenza, la comunità cristiana "perde la faccia" di fronte al mon­ do, non è più nulla.

Il versetto 17 dice chiaramente che se non c'è altro modo per appianare il torto subito o il conflitto, bisogna sottoporre la cosa ai responsabili della comunità. Saranno essi ad ammonire il trasgressore e a fargli riparare il danno fatto Per il bene della stessa testi­monianza cristiana, non si può, infatti, tollerare che un conflitto non risolto la danneggi.

Estremi rimedi

L’ultimo versetto dice: "...e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano".

Se l'ostinazione è tale che la persona in questione non vuole dare ascolto neppure a quel­ li, come ultima istanza la comunità potrà decidere di prendere le distanze da quelli che ri­ fiutano di comportarsi come ci si deve aspettare da ogni cristiano. "Pagani" e "pubblicani" venivano considerati dagli Israeliti gli estranei al loro popolo, gente con la quale avere nessun contatto religioso o comunione. Quindi non riconoscerlo più come fratello in Cri­sto, almeno fintanto che non si ravveda. Questo non significa cessare di essere gentile con lui ed aiutarlo in caso di afflizione o prova, perché questo è sempre richiesto verso tutti, ma significa trattarlo come un estraneo. In fondo, con il suo comportamento già si comporta come coloro che vivono in aperta ribellione alla volontà di Dio. Il suo comportamento ostinato lo pone palesemente in contraddizione con ciò che si esige da un discepolo di Cristo.

Sarebbe dannoso al Corpo di Cristo far circolare in esso veleno che, col passare del tempo, lo renderebbe sempre più debole. Dio vuole proteggere il corpo e non lasciare che Satana profitti da questa situazione. L'apostolo scrive: "Quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare. Poiché, devo forse giudicare quelli di fuori? Non giudicate voi quelli di dentro? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi" (1 Corinzi 5:9-13).

La decisione ponderata di escludere qualcuno dalla comunità potrebbe da qualcuno es­sere considerata "estrema", ma non è così. Essa sarà sanzionata anche da Dio. Dice in­ fatti il testo: "Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno lega­ te nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo" (18). Ciò che verrà intrapreso per difendere la comunità cristiana dagli abusi, se fatto in conformi­ tà a queste istruzioni, sarà ratificata dal Signore.

Il testo conclude, dicendo: "E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si ac­cordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli" (19).

Quando ci si accorda, si conviene, si hanno sentimenti ed opinioni comuni su come gestire la chiesa o ciò che è bene per il suo benessere, e lo sottoporranno a Dio in preghiera, questo sarà loro concesso. L'accento sulla preghiera è quanto mai pertinente, sia perché ogni decisione della comunità deve essere presa solo dopo diligente pre­ ghiera ma anche perché la comunità pure si impegna a pregare per il trasgressore e per il ritorno dell'armonia. Se c'è la comune determinazione di avere pace, le azioni ad essa finalizzate ad essa saranno benedette dal Signore. "Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro" (20). Gesù è in mezzo a noi non tanto per spiare i nostri peccati, o per segnarsi le imperfezioni del culto, ma per illuminare, rafforzare, con­fortare e salvare.

Conclusione

La comunità cristiana, secondo i criteri biblici che la definiscono e che descrivono come deve essere, è, dicevamo all'inizio, una comunità di "apprendisti", cioè di persone che im parano a pensare, a parlare, a vivere ed a rapportarsi agli altri, secondo l'insegnamento di Cristo. I rapporti con gli altri, cristiani compresi, sono talvolta difficili, nonostante la migliore volontà di viverli secondo amore e giustizia. Quando avvengono casi in cui un fratello in fede ci offende, ci ferisce, ci danneggia e ci fa del male, dimostrandosi incoerente con ciò a cui Cristo ci chiama, Gesù ci insegna a risolvere al più presto la questione senza colti­vare risentimento, per giungere alla riparazione, al perdono ed alla riconciliazione. Egli ci insegna che la parte ferita deve fare il primo passo e riprendere a tu per tu, in spirito cristiano, il trasgressore, e questo per ricuperarlo alla giustizia. Se non ne vuole sapere ab­ biamo il diritto ed il dovere di coinvolgere, fare intervenire terze persone, dei saggi che ci aiutino a risolvere la questione, e persino i responsabili della nostra comunità cristiana, se ancora non bastasse. In caso di persistente ostinazione, la comunità ha il diritto di escludere dal suo seno queste persone che, così facendo, ne pregiudicherebbero la testi­ monianza guastando la vita comunitaria, senza per questo rinunciare al ricupero. Essa lo farà pregando il Signore che persuada Egli stesso chi non si vuole adeguare allo stile di vita che deve essere l'impegno di ogni membro della comunità cristiana.

Sì, la chiesa cristiana è qualcosa di serio è un progetto di vita che deve dimostrare al mondo che cosa significa il Regno di Dio. Anche nel caso di conflitti, il principio su cui deve funzionare è: "Ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine" (1 Corinzi 14:40).

Paolo Castellina, 2 settembre 2014, riproposizione di una predicazione del 23 ottobre 2005.

Note

  • [1] “Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi” (Mt. 20:25,26 CEI).
  • [2] “Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cri­ sto” (1 Co. 8:12)
  • [3] »E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?". Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mèsse, dirò ai mietitori: Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio"» (Mt. 13:27-30).
  • [4] «…intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi» (Ga. 2:4).
  • [5] «caratteristiche per distinguere la vera chiesa sono le seguenti: se la chiesa pratica la pura predicazione del Vangelo (Ef. 2:20; At. 17:11.12; Cl. 1:23; Gv. 8:47 e 10:27); se pratica la pura amministrazione dei sacra­ menti, come Cristo li ha comandati (1 Co. 11:23 ecc.; Mt. 28:19; Le 22:19 ecc.); se pratica la disciplina eccle­ siastica per correggere i vizi (Mt. 18:15.16.17.18; 2 Ts. 3:14.15). In breve, se ci si regola secondo la pura pa­ rola di Dio, rigettando tutte le cose contrarie ad essa (Mt. 28:2; Ga. 1:6.7.8) e considerando Gesù Cristo come l'unico capo (Ef. 1:22.23; Gv. 10:4.5.14). Solo a partire da tutto questo si può essere certi di conoscere la vera chiesa ed è dovere di ognuno di non esserne separato»(Confessione di fede belga, art. 29).