Studi biblici/Matteo 18:21-35

Da Tempo di Riforma.

L’inevitabile e paziente fatica della riconciliazione

Sintesi
Un popolare luogo comune italiano dice: “Ogni pazienza ha un limite”, detto che Totò, in un suo film comico trasformava in: “Ogni limite ha una pazienza”. La domanda, però, è pertinente: la pazienza ha un limite? Fino a che punto si possono tollerare “certe cose”? Fino a quanto si può tollerare chi ci fa dei torti? Fino a che punto, quanto si deve o si può perdonare? Ai Suoi discepoli Gesù insegna, con la parola e l'esempio, l'importante lezione che culmina nella parabola del debitore che troviamo nel testo biblico che esaminiamo questa settimana: Matteo 18:21-35.

Ogni pazienza ha un limite?

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Un popolare luogo comune italiano dice: “Ogni pazienza ha un limite”, detto che Totò, in un suo film comico trasformava in: “Ogni limite ha una pazienza” [1]... La domanda, però, è pertinente: la pazienza ha un limite? Fino a che punto si possono tollerare “certe cose”? Fino a quanto si può tollerare chi ci fa dei torti? Fino a che punto, quanto si deve o si può perdonare?

Si tratta di una “questione classica” dei vangeli che, per quanto sia “un luogo comune”, faremmo bene a meditarci su spesso. Si tratta pure di una questione complessa che ci deve far evitare facili generalizzazioni e le banalità che spesso si sentono al riguardo. Come discepoli di Gesù, dobbiamo rifletterci su bene perché è una delle lezioni più importanti della Sua scuola.

Vedremo oggi come la pazienza non possa essere illimitata, ma, nella prospettiva del Signore Gesù, la pazienza è sicuramente molto estesa, come pure sta scritto: “Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pietro 3:9 [2]). La “pazienza” dev’essere molto estesa e, soprattutto, dev’essere finalizzata all’opera della riconciliazione e della pace, in ossequio al principio che dice: “Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5:9).

Questa questione la propone al Signore Gesù l’apostolo Pietro in appunto una delle lezioni più importanti che Gesù impartisce ai Suoi discepoli, di ieri e di oggi. La domanda che gli pone Pietro dà a Gesù l’opportunità di raccontare una parabola su un uomo che, pur essendogli stato condonato un debito immenso, aveva dimostrato di non aver imparato l’importante lezione. L’avrebbero capita Pietro ed i Suoi compagni? La comprendiamo noi?

Il testo biblico

Leggiamone il testo in: Matteo 18:21-35.

“Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto". Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: "Paga quello che devi!" Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me, e ti pagherò". Ma l'altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l'accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?". E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello»” (Matteo 18:21-35).

Un atteggiamento da correggere

La parabola sul perdono sorge, nel contesto di questo vangelo, da un discorso dove Gesù insegna la prassi da adottarsi nel caso in cui un Suo discepolo subisca un torto da un altro fratello in fede. Egli esorta a cercare in tutti i modi di risolvere la questione, ma, indubbiamente, fino ad un certo punto soltanto. Di fronte all’ostinata non volontà da parte del colpevole di ravvedersi e di ristabilire la fraternità, Gesù ammette, come estrema ratio, la possibilità di tagliare i rapporti con lui e non considerarlo più, stando così le cose, “uno dei nostri”. Per Gesù, infatti, perseguire l’armonia e la pace è un preciso dovere dei Suoi discepoli e, in un certo qual senso, non si può tollerare all’infinito chi ostinatamente rifiuti di farlo. Si tratta quindi di perseguire la riconciliazione, ma solo per quanto oggettivamente possibile. È ciò che pure scrive l’apostolo Paolo: “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Romani 12:18).

Se siamo onesti con noi stessi, però, dobbiamo ammettere che sia, in un certo qual senso, molto più facile, più comodo, interrompere i rapporti con qualcuno, estrometterlo o allontanarci da lui, che impegnarci nell’opera, spesso dura, faticosa, della riconciliazione, che impegna tempo, energie e risorse ingenti. Più ancora di questo: non è forse vero che vi sia in noi persino un inconfessato godimento quando, di fronte al rifiuto di qualcuno di esaminare e risolvere la causa di un conflitto, giungiamo a dire: “La riconciliazione non è possibile e quella sua ostinazione ...dobbiamo fargliela pagare!”. Siamo fatti così… e questo atteggiamento viene fuori proprio nella reazione di Pietro, che, in questo testo, è interessato a sapere quale sia esattamente il limite della nostra “buona volontà”: “Quanto a lungo dobbiamo impegnarci in quest’opera di riconciliazione? Quante volte dobbiamo perdonare? Dopo quanto tempo siamo autorizzati, ‘finalmente’ a dare ‘un bel calcio nel sedere’ agli ostinati? Pare infatti che siamo molto più inclini ad estromettere che a riconciliare!

Il Signore Gesù non nega che vi debba essere un limite alla pazienza, nom dice che il peccato debba essere minimizzato o tollerato, né che Dio non eseguirà la condanna sui trasgressori del Suo giusto ordinamento. Qui il Signore Gesù vuole colpire soprattutto l’atteggiamento sbagliato di Pietro in questa questione, atteggiamento che, pur nei chiari termini della disciplina biblica, dev’essere sempre impostato a costante disponibilità al perdono ed alla riabilitazione. È quell’atteggiamento che ci deve portare, dal punto di vista umano, a fare sempre “il possibile e l’impossibile” per riabilitare chi sbaglia.

Per quale motivo dobbiamo farlo? Perché noi condividiamo tutti la natura di peccatori, perché siamo tutti peccatori e, se siamo salvati, lo siamo solo per grazia, vale a dire senza che ne abbiamo merito alcuno, per il puro beneplacito di Dio. Andando verso il trasgressore, soprattutto colui o colei che ci ha fatto dei torti, dobbiamo metterci, per così dire “nei suoi panni”, valendo il principio: “Tutte le cose ... che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” (Matteo 7:12). Questo, lo sottolineiamo ancora, non vuole dire tollerare ogni cosa, ma impegnarsi sempre per la riabilitazione e la riconciliazione, eliminando il più possibile dal nostro cuore ogni malanimo. Il giudizio che Dio emette sul peccato è certo; quando Egli lo esegue dobbiamo sempre riconoscere che è giusto e dovuto, ma in noi deve prevalere, come pure prevale in Lui, il desiderio della riabilitazione e della salvezza. L'esecuzione del giusto giudizio di Dio è stabilita, ma come Lui stesso mai lo fa con gioia, così dobbiamo considerarlo noi. In ogni caso toccherà a Lui. “Noi conosciamo, infatti, colui che ha detto: «A me appartiene la vendetta! Io darò la retribuzione!»” (Ebrei 10:30). A noi spetta solo possibilmente perseguire la riabilitazione e la riconciliazione. Per gli impenitenti, la condanna verrà sicuramente a tempo e a luogo, ma è prerogativa di Dio soltanto.

Estendere i limiti

Ecco, così, nel nostro testo, la domanda di Pietro: “Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» . E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (21, 22).

I rabbini insegnavano che un israelita dovesse perdonare per tre volte un peccato ripetuto, ma che dopo tre volte non vi dovesse essere più perdono [3]. Pietro suggerisce qui sette volte, e probabilmente, cisì ficendo, sentiva di essere già molto magnanimo nell’ammetterlo. Sette era un numero tondo, talvolta considerato un numero perfetto, cosa che ovviamente eccedeva ciò che prescrivevano gli scribi [4].

La risposta di Gesù allude a Genesi 4:24: “Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte”. Lamec aveva preteso di vendicarsi sull’uomo che l’aveva colpito ancora di più di quanto Dio avesse fatto su Caino per aver ucciso suo fratello Abele. Gesù capovolge il cattivo esempio di Lamech ed esorta i Suoi discepoli a praticare un perdono generoso quando i loro fratelli fanno loro dei torti. Gesù menziona quel numero in maniera iperbolica. Gesù non intende specificare il numero massimo di volte in cui i Suoi discepoli possono perdonare i propri fratelli, né contraddice ciò che ha appena detto sull’esercizio della disciplina nella comunità cristiana. Il punto che Egli vuole mettere in evidenza è che i Suoi discepoli, che stanno imparando ad essere umili come Gesù, che non dovrebbero limitare il numero delle volte che essi perdonano né la frequenza con la quale si perdonano vicendevolmente. Gesù, infatti, dice: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre” (Matteo 11:29).

La parabola che segue sul servitore spietato chiarifica così questo punto. La parabola insegna essenzialmente ad impostare i rapporti interpersonali nella comunità cristiana alla mitezza ed al perdono: sono le condizioni che prevalgono quando Gesù stabilisce il Suo regno. Lo “stile di vita” del futuro Regno di Dio è chiamato a manifestarsi fin da oggi fra i discepoli di Gesù, sottoposti come sono all’autorità regale di Dio in Gesù.

La certezza della rendicontazione

L’intera parabola tratta quindi della necessità di costante perdono e delle ragioni di tale comportamento. Il Re (Dio), per la Sua grazia e misericordia, ha già perdonato in Cristo i Suoi eletti e molto di più di quanto essi possano aspettarsi. La condanna di Dio sul peccato umano, sul mio e vostro peccato, è giusta. Dio non ci deve nulla se non la condanna. Perché? Perché Dio è giusto, la Sua Legge è e sarà rispettata, la resa dei conti ci sarà, nessuno si illuda. Dice infatti il nostro testo: “.....il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi” (23).

La Sua ira verso ogni trasgressione alle Sue leggi, è del tutto santa e giusta. La Scrittura dice: "Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio" (Romani 3:19). Proclamando Cristo, Paolo dice: "...perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti" (Atti 17:31). Gesù è il Figlio del Re, il giusto Giudice della fine dei tempi.

Noi siamo le Sue creature, rese responsabili verso di Lui e chiamate ad ubbidirgli ed a servirlo. Qui c’è pure un altro punto da notare: Gesù parla di Dio come Padre ma non manca di mettere in evidenza come pure noi siamo stati creati per servirlo. I discepoli stessi di Gesù si muovono nell’ambito del servizio di Dio e delle Sue creature nel Suo mondo. Saremo chiamati individualmente a rendergli conto di noi stessi e di come e per chi abbiamo speso la nostra vita. Se siamo giustamente al servizio di Dio Egli ci chiederà conto di come abbiamo usato le risorse ed i talenti che ci ha dato. Come lo facciamo? Viviamo per noi stessi o per Lui, com’è dovuto?

Un condono inaspettato ed immeritato

“Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto". Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito” (24-27).

Qui Gesù, nella Sua parabola, rappresenta questo servitore come un uomo che aveva accumulato un debito verso il suo padrone di tali enormi proporzioni, un debito che non avrebbe potuto neanche solo sperare di poter pagare. È la cifra rappresentata dalla somma indicata con la valuta del tempo di Gesù, equivalente per noi a svariati milioni. “Diecimila” è il numerale più alto che esista in greco, mentre il talento era la moneta più pregiata. Quando i due termini sono accostati si ottiene l’effetto simile al nostro “fantastiliardo”. Gli doveva un fantastiliardo!

Si tratta di un concetto che la maggior parte della gente non solo fa fatica ad accettare, ma che spesso nega con forza. Non solo Dio ha precisi diritti sulla nostra persona; non solo gli dovremo rendere conto della nostra vita, ma abbiamo verso di Lui un debito immenso! Quel debito non si riferisce solo ai beni di ogni genere che Egli ci ha dato, ma anche il nostro peccato, ogni nostro peccato (piccolo o grande che sia). Di fronte alla santità ed alla maestà di Dio, tutte all’ennesima potenza, ogni nostro peccato è di gravissimo e giustamente merita “il massimo della pena”. Potremmo mai espiarlo completamente? No.

Difatti, quell’uomo, nella parabola, non ha di che restituire il denaro che il re un tempo gli aveva affidato affinché lo investisse. Allora, per poter saldare questo debito, il re comanda al servitore di vendere tutto ciò che possiede, sé stesso e la stessa sua famiglia, come poteva succedere a quel tempo. Anche in quel caso, però, il valore risultante di quella vendita sarebbe stata solo una frazione di ciò che gli doveva. Non basta. Così il servitore chiede di avere del tempo supplementare per ripagare ogni cosa. È un’evidente impossibilità dato l’ammontare del debito.

Accade però l’impensato, quello che in nessun modo gli sarebbe stato dovuto. Mosso da compassione per la situazione impossibile, quel signore gli fa la grazia di condonargli tutto il debito! È come se si fosse reso conto di aver fatto ...un cattivo affare nell’imprestargli in primo luogo quel denaro perché lo investisse ed accetta l’idea la perdita economica. Quel re non solo è giusto, ma è anche misericordioso.

Questo è pure l’annuncio dell’Evangelo biblico che molti non capiscono e travisano. A causa dei nostri peccati, noi meritiamo giustamente da parte di Dio “il massimo della pena”. Per nessuno di noi c’è speranza di uscirne. Dio, però, manifestando la Sua misericordia, decide di concedere la grazia della salvezza e del perdono ad un certo numero scelto di creature umane. Il loro debito viene pagato da Cristo ed esse se lo vedono completamente condonato. Ci rendiamo conto non solo dell’enormità del nostro debito verso Dio, ma anche dell’enormità del perdono che riceviamo in Cristo?

Pensate così alla gioia ed alla riconoscenza di chi riceve questo dono. Se avete capito questo davvero comincerete almeno a “saltare di gioia” ad essere ripieni di una gioia indicibile.. Pensate, però, che l’uomo della parabola, avesse compreso quello che il signore gli aveva fatto, pensate che aveva compreso la lezione di vita che gli aveva insegnato? No.

Quando non si impara nulla

“Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: "Paga quello che devi!" . Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me, e ti pagherò". Ma l'altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l'accaduto” (28-31). La reazione del servitore perdonato è davvero scioccante. Dopo essere stato graziato in modo così meraviglioso, che fa? Procede nel cercare di ricuperare un debito che a sua volta aveva da un suo collega di servizio e ricorre persino alla violenza fisica pur di ottenerlo! Cento denari equivaleva a circa un mese di lavoro per un lavoratore comune. Il debito era sostanzioso, ma in confronto a quello che il re gli aveva condonato era ben poca cosa.

Entrambi i debitori fanno un identico appello ai loro creditori, ma il servitore in credito non si lascia impietosire, il suo cuore rimane duro e spietato. Fa gettare il suo collega in prigione finché quest’ultimo non abbia trovato modo di fargli riavere i soldi che gli deve!

La cosa non rimane inosservata. Altri servitori del re vengono a sapere di questa situazione e ne restano amareggiati, andando poi a riferire la cosa “in ogni dettaglio” al loro signore. Condono annullato!

“Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?" E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva” (32-34).

Il re fa così convocare il servo malvagio e gli rammenta di come fosse stato trattato con grande misericordia. Il re ora riconsidera il significato dell’investimento sbagliato che aveva fatto e torna ad esigergli la restituzione, perché si rende conto del carattere del servo debitore. Ai suoi occhi, infatti, non è più un incapace di cui solo si può avere compassione, ma una persona malvagia che di fatto non aveva mai voluto servire il suo padrone investendo per lui il denaro che gli era stato dato, ma solo un profittatore che aveva usato per sé stesso, e sprecato senza investirlo, ciò che gli era stato affidato.

Che trovi modo ora di restituire il maltolto e, se non riesce a farsi venire in mente un’idea luminosa al riguardo, gliela faranno venire gli aguzzini che lo dovranno torturare fintanto che gli sia venuta! Infatti, nella parabola “darlo in mano agli aguzzini” significa consegnarlo agli addetti agli interrogatori che fanno uso della tortura per estrarre a forza informazioni alle loro vittime, in questo caso per fargli trovare un modo per restituire il debito. Improbabile comunque che, anche con questo metodo, “gli venga in mente qualcosa”. Il suo supplizio, di fatto, sarà senza fine! Certo, in questa parabola tutto è pure appositamente “esagerato” da Gesù. È una situazione “impossibile” perché chi l’ascolta non possa in alcun modo dire di non averla capita o travisarne il significato. Non sottovalutiamo, però, la cosa! Non crediamo che "le esagerazioni" di Gesù siano solo un artificio retorico, perché la condizione umana è molto più grave di quanto si sia di solito disposti ad ammettere!

Giustizia e misericordia vanno sempre insieme

“Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello»” (35).

Al termine di questa parabola, Gesù mette a confronto la situazione qui illustrata con la situazione dei Suoi discepoli. Il Signore Gesù rappresenta un Dio che, sì, è disposto ad un generoso perdono, ma anche ad una punizione senza pietà alcuna. Dio non può perdonare coloro che sono privi essi stessi di compassione e di pietà perché Egli stesso è pieno di queste qualità, queste caratteristiche.

Gesù non vuol dire che si debba "guadagnare" il perdono da parte di Dio attraverso il perdono reciproco (6:12,14-15). Coloro che Dio ha perdonato, però, si devono pure perdonare vicendevolmente. Questo dimostra di aver capito lo stile di vita che Gesù insegna.

L’idea di Dio che consegni i Suoi servi, i discepoli, agli aguzzini perché siano tormentati senza fine è stata da sempre tale da disturbare ed imbarazzare molti lettori di questa parabola nel corso della storia. Alcuni da questo ne hanno concluso che Gesù intenda come un discepolo possa perdere la sua salvezza se non perdona. Questo, però, renderebbe la salvezza dipendente dalle buone opere e non dalla grazia di Dio attraverso la fede in Cristo e contraddirebbe il chiaro insegnamento del Nuovo Testamento.

La parabola significa che un discepolo che non perdoni generosamente così com’è stato perdonato di fatto dimostra di non avere mai avuto in primo luogo ricevuto il perdono da parte di Dio, di non avere il carattere del servo fedele, ma pur sempre il carattere di malvagio profittatore. Non era un servo autentico: si era fatto assumere solo per profitto personale, come Giuda che, pur appartenendo formalmente ai discepoli di Gesù, era lì solo per profittarne egoisticamente.

È anche vero che pure dei veri cristiani non perdonano sempre come dovrebbero: è allora che “il castigo” avviene in questa vita, quando sono inevitabilmente destinati a subire le conseguenze negative delle loro mancanze.

Gesù, così, conclude il Suo discorso sull’umiltà come l’aveva iniziato, con un riferimento al Regno. La mitezza è necessaria per entrare nel Regno perché implica l’umile accoglienza del dono del perdono da parte di Dio. L’umiltà, però, deve continuare a caratterizzare il discepolo di Cristo. Non solo deve vivere davanti a Dio come un umile bambino (v. 4), ma deve stare pure attento a non porre pietre di inciampo sul sentiero di altri discepoli (vv. 15-20). Perdonare di tutto cuore i propri condiscepoli è essenziale (21-35). Amorevole interessamento per il prossimo e spirito di perdono devono essere i segni che contraddistinguono la comunità dei credenti nel cui mezzo Egli, come Figlio di Dio, sarà presente per sempre.

Dio è un Dio di giustizia e tale deve essere anche la vita del discepolo di Cristo. Dio è però anche un Dio di misericordia e noi che siamo stati portati al ravvedimento ed alla fede in Cristo, noi che ci siamo resi conto degli immani debiti che abbiamo verso Dio e che sorprendentemente ed immeritatamente siamo stati fatti oggetto della Sua grazia, potremmo forse essere meno pazienti e disposti al perdono verso chi ci ha fatto dei torti? Smetteremmo forse di fare “il possibile e l’impossibile” per riconciliarci con loro e manifestargli il nostro perdono? No, se siamo autentici discepoli di Gesù.

Conclusione

Come fa spesso, anche in questa parabola il Signore Gesù mette l'accento sull'atteggiamento interiore che i Suoi discepoli devono imparare a sviluppare e che è altrettanto importante quanto l'atto esteriore. Questa parabola non ha nulla a che fare con prestiti e debiti, ma tutto a che fare con il modo di guardare le cose dalla prospettiva di Dio. Dio ha stabilito leggi e regole di comportamento, insieme a sanzioni per i trasgressori e che sono e saranno rispettate. Dio, però, e i Suoi figlioli, discepoli di Cristo, devono avere lo stesso atteggiamenti di fondo di Dio: il desiderio costante, paziente, perseverante ed instancabile, di guarire, di risanare, di riabilitare, di riconciliare.

Il castigo, per così dire, è solo una "extrema ratio" per gli impenitenti, gli irriformabili, i ribelli ostinati, i malvagi che pensano solo ai propri interessi immediati e che non stanno stare al loro posto di servitori volenterosi e zelanti e che ambiscono ad un potere a cui non hanno titolo. Giudicarli però tali e condannarli, però, è prerogativa di Dio soltanto. Dobbiamo essere miti e misericordiosi come Gesù, il nostro Maestro. Per concludere, poniamoci alcune questioni come ulteriore personale riflessione.

  • Qual é la situazione più difficile in cui sei stato chiamato a perdonare? Come ti sei sentito e come ancora ti senti nel cercare di perdonare quel torto che ti è stato fatto?
  • In Romani 12:21 Paolo scrive: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. Conosci un qualche caso in cui qualcuno abbia vinto il male con il bene?
  • Questa parabola sembra collegare lo spirito di chi non sa perdonare con l’ingratitudine. Quale potrebbe essere il legame fra perdono e gratitudine?
  • La questione posta da Pietro riguarda “un fratello”. Dobbiamo perdonare un nemico non-cristiano o l’obbligo di perdonare è limitato ai nostri confratelli? Forse che il perdono implica non denunciare chi ci ha fatto del male o non forzare accuse a chi ci ha assalito?
  • I cristiani devono perdonare e poi dimenticare? Se si perdona qualcuno, possiamo poi rimanere nei suoi confronti freddi e distanti? Possiamo limitare i nostri contatti con quella persona nel timore che ci possa ancora fare del male?
  • A volte si dice che una persona sia “troppo orgogliosa” per perdonare. Nulla è più difficile che un perdono sincero; nulla è più comune che un prolungato risentimento e indisponibilità a perdonare. Quale rapporto vi è fra l’orgoglio e l’indisponibilità a perdonare?
  • Ogni qual volta vediamo guerre civili o cosiddetti conflitti religiosi vediamo l'incapacità a perdonare che si manifesta in atti di disumanità. Come si può perdonare se il trasgressore mai chiede il perdono o peggio continua imperterrito a fare ciò che è male? Quali sono i limiti della disponibilità cristiana o capacità di perdonare?
  • Forse che questa parabola insegna come il perdono sia solo per quelli che lo chiedono espressamente? Vi sono importanti testi biblici che lo insegnano. Che dire, però, con il perdono che Gesù chiede sulla croce per coloro che lo avevano fatto crocifiggere?

Paolo Castellina, 11 settembre 2014.

Note