Studi biblici/Matteo 17:1-9

Da Tempo di Riforma.

Esperienze sulla cima del monte

Sintesi
Nella vita cristiana noi siamo chiamati a vivere per fede e non per visione. Non si tratta, però, di una "fede cieca", ma di una fiducia ben riposta in coloro che, guidandoci con la loro parola, sono stati testimoni oculari della verità del Cristo. Come colonne che si appoggiano saldamente sulla roccia, sostengono autorevolmente la nostra fede gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, ai qual era stato concesso, come più tardi anche Paolo, di stare di fronte alla maestà del Cristo risorto, quella che era nascosta nella Sua umanità. É l'esperienza che ci viene descritta dal testo evangelico che esaminiamo oggi, quello che ci parla della Sua Trasfigurazione (Matteo 17:1-9). Questa esperienza li conferma nelle affermazioni di base della fede cristiana e permette loro di trasmettere quel messaggio che, inalterato nella stessa sua potenza, raggiunge anche noi oggi. Esso ci permette di proseguire fiduciosi nel cammino cristiano, nonostante tutte le difficoltà, verso quella certa meta di cui essi avevano avuto l'anteprima.

Incontri ravvicinati

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Il cuore umano aspira per natura all’incontro ed alla comunione con il suo Creatore. Un “incontro ravvicinato” con Dio, però, è al tempo stesso qualcosa che spaventa e dal quale vorremmo sfuggire perché pure portiamo in noi un inconfessabile e del tutto fondato senso di colpa. Infatti: “chi ha paura teme un castigo” (1 Giovanni 4:18). Nella cultura moderna questi sentimenti sono testimoniati dai racconti e dai film di fantascenza, dove esseri alieni e superiori a noi il più delle volte sono ostili. Una delle più famose eccezioni è il film di Steven Spielberg, del 1977, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”[1], che pure ha dato origine a questa popolare espressione. Il film racconta lo straordinario incontro ravvicinato tra l'umanità e un'intelligenza extraterrestre attraverso una narrazione molto semplice, quasi favolistica, con il classico lieto fine. Lo stesso Steven Spielberg al termine delle riprese aveva commentato: «Volevo che Incontri ravvicinati fosse una storia molto semplice, vissuta da una persona qualunque, che doveva essere testimone di un evento straordinario, un'esperienza sconvolgente e ossessionante, di quelle che cambiano completamente la vita». Una delle peculiarità del film è proprio il lieto fine, gli alieni infatti non vengono per conquistare e distruggere, ma vengono in pace, ribaltando così un'immagine classica del cinema di fantascienza.

Secondo l’insegnamento biblico, faremmo bene a temere l’incontro con Dio, “...perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante” (Ebrei 12:29). Il Salvatore Gesù Cristo è venuto, però, per riconciliarci con Dio e per restituirci al nostro destino ultimo, che è la comunione con Lui. Con il Cristo e con Cristo noi incontriamo Dio. Grazie a Lui ne facciamo parzialmente l’esperienza oggi e questa esperienza sarà un giorno piena e completa. Questo avverrà quando lasceremo la realtà che noi oggi conosciamo per accedere ad una dimensione differente, come dice l’Apostolo: “...poiché noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita” (2 Corinzi 5:4).

I primi discepoli del Signore Gesù e, in particolare Pietro, Giacomo e Giovanni, avevano avuto il privilegio di una “visione in anteprima”, di un “incontro ravvicinato” con Dio e di quella differente dimensione, vedendo la gloria di Cristo, nell’episodio biblico che ci è stato trasmesso sotto il nome di “la Trasfigurazione” . È quello che esaminamo quest’oggi nella versione di Matteo.

Il testo biblico

“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia». Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo». I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: «Alzatevi, non temete». Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo. Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest'ordine: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai morti»” (Matteo 17:1-9).

Quanto era stato dato d’avere esperienza a Pietro, Giacomo e Giovanni, rispondeva a quanto Gesù aveva loro preannunciato: "In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il Figlio dell'uomo venire nel suo regno" (Matteo 16:28). Nella Trasfigurazione essi hanno il privilegio sia di un’anteprima della futura gloria di Cristo che di una speciale conferma dell’identità divina di Gesù, ma anche l’ulteriore rassicurazione che la preannunciata sofferenza di Gesù non sarebbe stata una sconfitta[2]. La Trasfigurazione conferma ai discepoli che indubbiamente Gesù era più che un maestro terreno, ma il divino Messia. Gesù brilla di gloria divina: essa è nascosta dalla Sua carne e rivelata solo agli eletti. Inoltre, la Sua associazione con Mosè ed Elia dimostrava loro il ruolo messianico di Gesù. Questa esperienza rivela pure loro che la piena manifestazione della gloria di Cristo ed il Suo regno è una realtà futura che appartiene ad un’ordine di cose differente da quello delle nostre attuali esperienze terrene. Esaminiamo questo testo in dettaglio.

Un’esperienza che avrebbero rammentato per sempre

1. “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte” (1).

Ripetutamente[3], nei vangeli, Pietro, Giacomo e Giovanni appaiono essere, fra i discepoli di Gesù, un gruppo scelto e rappresentativo, “le colonne”[4], coloro ai quali, nella Chiesa cristiana, viene affidato il principale ruolo di trasmettitori della rivelazione e di guida. È interessante notare come questo avvenga pure con Mosè. Tre sono pure coloro che lo accompagnano sul Sinai per incontrare Dio e ricevere la Sua Legge: “Poi Dio disse a Mosè: ‘Sali verso il SIGNORE tu e Aaronne, Nadab e Abiu’” (Esodo 24:1), mentre gli altri dovevano adorare Dio da lontano. Non tutti, infatti, ma solo gli eletti, ed a certe condizioni, hanno il privilegio, ricevono la grazia, di incontrare Dio. Anche l’apostolo Paolo ha un’esperienza simile, infatti: “fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare” (1 Corinzi 12:4). Questa elezione prefigura pure Dio che si compiace di trarre dalla massa dell’umanità perduta, coloro che designa a ricevere la grazia della salvezza.

Il monte dove avviene la Trasfigurazione è considerato tradizionalmente il monte Tabor[5], una montagna della Galilea che si eleva di circa 400 metri sulla pianura circostante, oppure il Monte Hermon[6] un massiccio montuoso al confine tra Siria e Libano. Quest’ultimo è formato da tre cime, la più alta delle quali raggiunge i 2.814 m. Il Monte Hermon è citato spesso nella Bibbia, in quanto confine nord della Terra promessa, vicino a Cesarea Filippo[7]. Mosè ed Elia avevano avuto pure incontri ravvicinati con Dio su dei monti, probabilmente in entrambi i casi, il Sinai[8].

La montagna ha sempre avuto una valenza simbolica per l’umanità e la Bibbia lo conferma. Per incontrare Dio, infatti, ci si deve innalzare al di sopra delle realtà di questo mondo decaduto, al di sopra del chiasso e della confusione della folla. È necessario separarsene per poter vedere le cose da una prospettiva diversa, superiore. Per incontrare Dio è necessario il silenzio per potere udire, indisturbati, la Sua voce. Storicamente, nella mistica, questo è stato pure chiamato l'ascesi[9], l’elevazione del proprio spirito dal contingente all’eterno, verso Dio.

2. “E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce” (2).

Davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù subisce una trasformazione, letteralmente una "metamorfosi". La terminologia usata non lascia intendere che quanto qui è descritto sia solo una figura retorica né che si trattasse solo di “un’illusione ottica” o di “un sogno”, ma, checché gli scettici vogliano dire, si trattava di un reale “cambiamento di forma” a beneficio e per l’insegnamento di coloro che vi avevano assistito.

Questo richiama quant’era successo quando Mosè aveva partecipato alla gloria di Dio: "la pelle del suo viso era diventata tutta raggiante mentre egli parlava con il SIGNORE"[10]. Mosè, però, solo rifletteva la gloria di Dio, mente Gesù la irradiava. Nella Trasfigurazione, le sembianze di un essere umano ordinario, quelle di Gesù, sono trascese fino a rivelare quella Sua natura divina che agli occhi umani non rigenerati non è percepibile. Solo ad “occhi rigenerati”, infatti, Gesù appare quale Egli è, vale a dire come la lettera agli Ebrei lo descrive associandolo a Dio: "splendore della sua gloria e impronta della sua essenza" (Ebrei 1:3). Il bianco candore, nella Scrittura caratterizza sempre la santità.

È interessante notare come, la stessa natura gloriosa sarà pure quella che assumeremo noi che Lo seguiamo come nostro Signore e Salvatore, come promette la Scrittura: "Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com'egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com'egli è puro" (1 Giovanni 3:2). L'insegnamento della Scrittura lo ribadisce: alla risurrezione dei morti, i giustificati saranno trasformati ed otterranno un corpo diverso da quello terrestre, vale a dire di tipo spirituale, incorruttibile, glorioso ed eterno, simile a quello del Cristo risorto. Nelle parole dell’apostolo Paolo, per grazia di Dio saremo “rivestiti della nostra abitazione celeste”[11], condividendo la gloria stessa di Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni, così, ricevono un’anticipazione della gloria che Gesù avrebbe avuto dopo la Sua esaltazione.

3. “E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui” (3).

Le cose stupefacenti, però, non sono terminate. Compaiono a questo punto due figure che vengono identificate come Mosè ed Elia, i personaggi chiave della fede israelita. Entrambi avevano più volte profetizzato l’avvento del Messia. Mosè aveva stabilito il Patto (mosaico) nell’ambito del quale Israele viveva, ed Elia a quel patto aveva ricondotto Israele dopo un periodo di grave apostasia. Entrambi avevano fatto esperienza della gloria di Dio su un monte. Entrambi pure avevano fatto l’esperienza di essere respinti da Israele[12]. Mosè era la più grande figura associata con la Legge, ed Elia il più grande fra i profeti dell’Antico Testamento. Ora, però, conversano con Gesù, in armonia con Lui, conferendogli onore. L’onoranza è scambievole: Pure Gesù aveva onorato la Legge, dichiarando di non essere venuto per abolirla come pure dimostrando di adempiere le profezie nella Sua Persona ed opera.

4. “E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia»” (4).

Pietro è sicuro di trovarsi, in quel momento, all’inizio di un avvenimento epocale, i tempi della fine, quando il Re messianico, accompagnato da Mosè ed Elia, tornati trionfalmente sulla scena di questo mondo, inizia a regnare con gloria e potenza. Immagina, magari, che quello era l’inizio del Giorno del Giudizio, in cui tutti sarebbero sfilati davanti a Lui per rendergli onore e per udire la Sua sentenza nei loro confronti. Pietro esprime la sua riconoscenza per essere partecipe a questo evento. Non dice tanto “È bene che stiamo qui”, ma “Signore, è bello per noi stare qui” (CEI), “Che onore!”. Offre loro i suoi servizi: mettere su, se il Cristo lo ritiene opportuno, tre baldacchini per mettere in evidenza la presenza e gloria di quei tre personaggi. o tre ripari per proteggerli dalle intemperie. Non si rende conto, però, che l’esperienza di cui è partecipe non sarebbe stata permanente. Non era, infatti, che un’anticipazione temporanea, a loro beneficio, del compimento finale di ogni cosa, non il compimento stesso. Quei tempi sarebbero venuti, ma non allora.

5. “Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo»” (5).

Il significato di quella “nuvola luminosa” che ora giunge per avvolgerli o li adombra, era qualcosa di ben noto ed inequivocabile agli Israeliti: era la Shekhinah[13], la manifestazione della presenza e maestà di Dio che dimora fra il Suo popolo, rivelandosi così non solo come trascendente, ma anche come immanente. In questa nuvola,[14] o nebbia, Dio si nascondeva durante l’Esodo, accompagnando[15] il Suo popolo, parlando con esso e manifestando la Sua gloria[16]. Anche i profeti avevano predetto che il Messia sarebbe venuto a stabilire il Suo regno con delle nuvole che lo avrebbero adombrato[17].Il modo in cui Dio si era rivelato nel passato di Israele, veniva così riprodotto anche in quell’occasione. Quale grande lezione per Pietro, Giacomo e Giovanni, che così avrebbero impresso nella loro mente come la presenza e vicinanza di Dio fosse associata inscindibilmente con la persona di Gesù.

La presenza di Dio è confermata ulteriormente dalla stessa voce che si era resa presente al battesimo di Gesù (3:17). Essa conferma sia l’identità di Gesù come Figlio di Dio e Suo Servo sofferente[18], ma anche la Sua superiorità a Mosè e ad Elia. Se prima quella voce era stata per il beneficio di Gesù, ora essa è a beneficio di Pietro, Giacomo e Giovanni.

Anche quel “Ascoltatelo” non è un’esortazione generica, ma fa eco all’Antico Testamento: “Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto!” (Deuteronomio 18:15). Essa pure come Gesù sia il punto culminante della rivelazione biblica e della storia della redenzione, la Parola per eccellenza. Ignorare questa parola o relativizzarla, lo si può fare solo a nostro danno: “Badate di non rifiutarvi d'ascoltare colui che parla; perché se non scamparono quelli, quando rifiutarono d'ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo” (Ebrei 12:25).

6. “I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: «Alzatevi, non temete».“Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo” (6-8).

Su Pietro, Giacomo e Giovanni, questa rivelazione ha lo stesso effetto della rivelazione che Dio aveva dato agli Israeliti al Sinai[19] ed a Daniele[20]. Di fronte alla presenza e gloria di Dio essi ne rimangono terrorizzati. Gesù, però, si avvicina loro rassicurandoli che non hanno motivo di temere.

Benché Dio sia “un fuoco consumante” (Ebrei 12:29), e chi ha paura tema un castigo (1 Giovanni 4:18), essi potevano accostarsi con piena fiducia a Dio, perché Egli, per loro, era seduto “sul trono della grazia” e presso di Lui potevano trovare misericordia e grazia (Ebrei 4:16). Essi, difatti, erano eletti e chiamati alla grazia della salvezza, erano stati riconciliati con Dio e restituiti al loro destino ultimo, vale a dire la loro comunione con Dio. È quanto sarebbe avvenuto ancora a Giovanni nella visione dell’Apocalisse: "Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell'Ades. Scrivi dunque le cose che hai viste, quelle che sono e quelle che devono avvenire in seguito" (1:17-19).

Facciamo dunque bene ad essere terrorizzati alla prospettiva del nostro incontro con Dio, perché allora i nostri peccati “ci ritroveranno”, ma se Cristo è il nostro Signore e Salvatore, non dobbiamo di nulla temere. Egli ne ha pagato il prezzo al posto nostro e per questo noi siamo stati perdonati, graziati. Gesù ancora ci dice: “Colui che viene a me, non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:37). È significativo, nel nostro testo, quel: “Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo” (8), perché alla fine solo Gesù conta, solo Gesù è il nostro Salvatore, solo Gesù è il nostro Mediatore: “Infatti c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5).

7. “Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest'ordine: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai morti»” (9).

L’esperienza della Trasfigurazione termina con un ’esortazione di Gesù a Pietro, Giacomo e Giovanni a non far conoscere alcuno di questa loro esperienza se non dopo la Sua risurrezione, cosa che per loro a quel tempo era ancora cosa misteriosa. Gesù, nella Sua eterna sapienza, però, sa meglio di noi quand’è il tempo migliore per fare una cosa. Gesù è maestro anche in quella pedagogia che deve guidarci soprattutto quando trasmettiamo l’Evangelo e insegniamo la dottrina cristiana. "È buona la parola detta a suo tempo" (Proverbi 15:23).

Conclusione

La Trasfigurazione di Gesù era avvenuta principalmente per il beneficio di Pietro, Giacomo e Giovanni, apostoli che avrebbero avuto un ruolo centrale nella trasmissione dell’Evangelo. Gesù li aveva portati su un alto monte, essa si era manifestata di fronte a loro ed avevano udito la voce di Dio. Essi non avrebbero compreso subito tutte le implicazioni di quella loro esperienza, ma sarebbe stata una rivelazione che Egli avrebbe continuato a fargliela comprendere, specialmente dopo la Risurrezione. In ogni caso, in quel momento essa aveva loro dato una più profonda persuasione che Gesù era il Messia, il Salvatore del mondo. Scopo della Trasfigurazione era soprattutto quello di confermare diversi fatti di vitale importanza. Uno di questi era la realtà del regno futuro del Cristo, avallato dalla presenza stessa di Mosè ed Elia: Gesù, il Figlio dell’Uomo degli ultimi tempi verrà per giudicare il mondo e stabilire il Suo regno: “...perché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo l'opera sua” (Matteo 16:27). È in anticipazione di quel momento che a quei tre discepoli era stati permesso di vedere il Figlio dell’Uomo nella Sua gloria.

Essi avrebbero tanto voluto rimanere lassù, su quell’alto monte, ma vi sarebbe stato ancora molto da fare laggiù “in pianura” in un mondo piagato dal peccato che avrebbe loro causato dolore e sofferenza. Essi, però, sarebbero stati incoraggiati ripensando a quel momento, oppure anche ritornando su quel monte, di tanto in tanto, per celebrare la memoria di quell’avvenimento e rinnovare il loro impegno. Quell’alto monte avrebbe permesso loro di continuare a vedere le cose da una prospettiva più alta sapendo che Dio era con loro. È un po’ il sentimento simile a quello che hanno oggi gli alpinisti per i quali è come “una malattia” il desiderio di salire in cima ad una vetta. Un alpinista, Hans Kammerlander, scrive: “Questa ‘malattia’, è anche una dipendenza. Non pensavo d’essere dipendente dalla montagna. L’ho capito negli ultimi metri dell’Everest, quella volta ero stremato, ma ho sentito che se non avessi raggiunto la cima sarei dovuto tornare lassù, dentro di me ne avevo troppo bisogno. E’ questa dipendenza dalla montagna che ti spinge sempre avanti”.

L’incoraggiamento a proseguire nel cammino cristiano in questo mondo, senza perdersi d’animo, è pure quello di cui abbiamo bisogno. Noi non avremo necessariamente dietro di noi esperienze esaltanti come quelle, ma ripensare a ciò che Dio ha fatto nella nostra vita con Gesù ci è sicuramente di grande incoraggiamento a proseguire. Più che le esperienze, però, è alla “parola sicura” delle Scritture che noi dobbiamo continuare a guardare con fiducia, come il nostro maggiore e permanente incoraggiamento. È quanto Pietro stesso scrive nella sua seconda epistola;:

“Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». E noi l'abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori" (2 Pietro 1:16-19).

Salda è la Parola profetica della Scrittura e noi facciamo bene a prestarle attenzione.

Paolo Castellina, 1 Marzo 2014

Domenica 2 Marzo 2014, ultima domenica prima della quaresima. Testi biblici: Matteo 17:1-9; 2 Pietro 1:16-21; Salmo 2; Esodo 24:12-18.

Note