Studi biblici/Matteo 15:21-28

Da Tempo di Riforma.

L’ulteriore momento formativo di una vacanza

Vacanze

Questo è il tipico periodo dell'anno in cui nella nostra cultura "si va in vacanza". Lasciamo vacanti i luoghi della nostra normale residenza e ci rechiamo altrove in un posto piacevole per un periodo di riposo e di svago. Non tutti se lo possono certo permettere, ma questo è ciò che i più hanno fatto e fanno soprattutto dopo la grande industrializzazione del XIX secolo che aveva fatto concentrare la maggior parte della popolazione in grandi centri urbani sempre più affollati, da cui la necessità di allontanarsene almeno per un po' per "respirare"[1].

Le vacanze ed i viaggi erano un tempo retaggio solo di nobili ed aristocratici che, si può dire, vivevano viaggiando. A fine Settecento comincia ad essere di moda, un vero e proprio "status symbol" il "Gran Tour", dal nord Europa fino in Italia, che rende il viaggio un'esperienza artistica e di crescita culturale, cosa che ben poche persone, prima della metà dell'Ottocento, potevano permettersi. Un tempo i poveri viaggiavano solo per ragioni religiose facendo pellegrinaggi, che erano anche 'ottima occasione di svago. I ricchi lo facevano quando ne avevano voglia, anche (se non soprattutto) per ragioni futili, magari solo per raggiungere le case da gioco in cui sperperare i propri patrimoni. Presto però la borghesia più danarosa comincia a mutuare dai ceti aristocratici l'idea di trascorrere «in villa» (in genere alle porte delle città) una parte del periodo estivo, sfuggendo alla calura dei centri urbani e cercando refrigerio in campagna, da cui il termine "villeggiatura". Le scuole cominciano ad adeguarsi a queste esigenze, prevedendo un periodo di vacanza nel proprio calendario, che accompagna la vacanza intesa «come sosta dalla vita degli affari».

Dal punto di vista della concezione cristiana del mondo e della vita, non c’è nulla di sbagliato nel ritirarsi per un poco, nel “prendersi una vacanza” e riposarsi anche dalle fatiche del ministero cristiano e “rigenerarsi”. Vi sorprenderebbe se vi dicessi che anche Gesù e i Suoi discepoli lo facevano? Questo è proprio ciò che incontriamo nel testo biblico sottoposto alla nostra attenzione per questa domenica. È il testo di Matteo 15 dal versetto 21 al 28 che parla di come Gesù con i Suoi discepoli “si ritira”. Vedremo dove e come.

Gesù e la donna cananea

Nel testo biblico che leggeremo fra un attimo troviamo Gesù che, con i Suoi discepoli, si ritira nella zona di Tiro e Sidone, una bella località marina chje si trovava, per così dire, “all’estero” per loro che vivevano in Giudea o in Galilea. Era infatti un’area che non era abitata da Israeliti, ma da pagani discendenti dagli antichi Cananei o Fenici (corrispondente all’attuale Libano). Gesù non vi si reca in missione, perché davvero quei luoghi, per Lui, in quel momento, erano “fuori zona”, essendo la Sua missione espressamente rivolta agli Israeliti. Gesù semplicemente vi si reca con i suoi discepoli per riposarsi, vi si ritira, appunto.

Potrete però essere certi che anche quella loro “vacanza” si trasformerà per i discepoli di Gesù in un’esperienza didattica. In diverso modo, ma c’è sempre qualcosa da imparare, anche in vacanza. Per Gesù è comunque un’opportunità.

Leggiamo il testo:

“(21) Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. (22) Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». (23) Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». (24) Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». (25) Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» (26) Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». (27) Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». (28) Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita” (Matteo 15:21-28).

Il testo nel suo contesto

Cerchiamo prima di tutto di comprendere il contesto temporale di questo episodio nell’ambito del ministero terreno di Gesù. Nel capitolo 15 di Matteo, al versetto 21, vediamo Gesù che inizia una nuova fase del Suo ministero. Terminata la Sua opera in Galilea, Gesù entra in un territorio dove la maggior parte della popolazione è pagana (la regione costiera di Tiro e Sidone, la Fenicia).

I capitoli 15, 16 e 17 di Matteo, centrali per quel vangelo, registrano una svolta nel ministero di Gesù: la gente comincia sempre di più a respingere Gesù ed il Suo insegnamento. È importante precisare, però, che cosa intendiamo per “respingere”. Non è che la gente cessi di venire in massa ad ascoltare Gesù che predica. Non è che cessino di credere che Lui sia un grande operatore di miracoli. Non è che diminuisca la stima che hanno di Lui: di fatto molti Lo onorano come un grande profeta. Quell’onore, però, Gesù lo considera di fatto un rifiuto perché la gente guarda a Lui in modo diverso da quello che veramente Egli è ed intende essere. La maggior parte della gente rifiuta di considerarlo il Messia di Dio, Colui che Dio aveva inviato per la liberazione di Israele dai Suoi peccati. È come se la gente dicesse: “Per noi Gesù va bene, ma dev’essere quello che vogliamo noi, deve stare ai nostri termini, deve rispondere alle nostre attese, corrispondere ai nostri parametri di Messia: il resto non ci interessa, anzi, lo respingiamo”. La maggior parte della gente non comprendeva, anzi, respingeva che Gesù fosse figlio di Davide, il Messia di Dio, nei termini che Dio aveva stabilito. Benché, così, le folle continuino a venire a Gesù, è come se il loro cuore si indurisse sempre di più nel non volerne sapere delle affermazioni che Gesù fa del Suo ministero e quindi diventare oggetto del Suo autentico, particolare e specifico ministero.

Quella della maggior parte della gente non era “fede salvifica” in Lui. Fede salvifica non vuol dire semplicemente riconoscere Gesù come grande profeta, o un grande maestro di principi etici e morali, come un saggio, o persino come uno che abbia il potere di operare grandi guarigioni fisiche. Fede salvifica riconosce Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore dai propri peccati, dai demoni che ci opprimono. Egli è Colui che deve prendere il controllo della nostra vita come il nostro Signore. Questa è la lezione più importante da imparare nel testo biblico che esaminiamo quest’oggi. Quante volte ancora oggi di Gesù ci facciamo l’immagine che riteniamo più conveniente e quello che Lui è veramente e §Lui ci chiede non ci garba. Questa nostra “accoglienza” di Gesù non è autentica ed equivale di fatto ad un rifiuto della Sua Persona ed opera.

Succede così il paradosso che coloro che meglio avrebbero dovuto comprendere ed accogliere Gesù Lo respingono, e “gli stranieri”, quelli dai quali meno ce lo saremmo aspettato, Lo accolgono e Lo comprendono quale Egli veramente è.[2] È il preludio dell’annuncio dell’Evangelo ad ogni nazione. Di tutto questo l’episodio di oggi del vangelo è prefigurazione.

Come afferma l’evangelista Giovanni, infatti, “È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:11-13). Quando i privilegiati sono irriconoscenti, quando prendono le cose per scontate e vorrebbero che le cose andassero a modo loro, quando pretendono, ma non danno valore a ciò che veramente più conta, quando popolazioni abituate a considerarsi cristiane non intendono di fatto Gesù e la Sua missione, Dio opera altrove. Gesù diceva ai Giudei: “Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non vi mettete a dire in voi stessi: Noi abbiamo Abramo per padre! Perché vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad Abramo” (Luca 3:8).

Esame del testo

(21) Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone

Le circostanze immediate di quanto avviene in questo episodio, per così dire “le cause seconde”, è la decisione di Gesù di ritirarsi temporaneamente, con i Suoi discepoli, nel territorio di Tiro e Sidone, al di fuori dal territorio israelita, andare a riposarsi un po’ al mare, al di fuori dalle zone in cui normalmente operavano. La cosa, come abbiamo già osservato, si presenta così di fatto come “una vacanza”. Non pensate che per Gesù questo sia un pretesto, ma “vacanza”lo è effettivamente, anche se il tutto si svolge sempre nel quadro ed in funzione dei propositi ultimi di Dio nella storia della salvezza, “causa prima”.

Interessante è il termine originale usato dal vangelo e che è tradotto come “ritirarsi” (ἀνεχώρησεν da ἀναχωρεῖν anachōrêin, ritirarsi). Questo termine è stato trasmesso nella lingua italiana con l’accezione di "anacoreta"[3] (dal greco ἀναχωρητής anachōrētēs) per indicare un cristiano che abbandona la società per condurre una vita solitaria dedicandosi all'ascesi, alla preghiera ed alla contemplazione. L'anacoretismo è un'evoluzione del monachesimo, caratterizzata da isolamento, preghiera, lavoro per il proprio sostentamento e austerità della vita[4]. Il ritiro permanente del monachesimo dal mondo è stato giustamente contestato dalla Riforma protestante, che mette in rilievo come la testimonianza e la vocazione cristiana debba svolgersi permanentemente e necessariamente “nel mondo”[5].

Il ritirarsi (per un tempo limitato), il “prendersi una vacanza” è cosa, però, del tutto legittima. Gesù era solito ritirarsi per brevi periodi dalla gente e dai suoi discepoli non solo per riposarsi, ma per “ricaricarsi” nella preghiera, spesso da solo[6]. Momenti di “ricarica” fisica e spirituale sono necessari.

(22) Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio».

Come però spesso vediamo accadere nei vangeli, Gesù nemmeno può starsene “un attimo in pace” senza essere ”disturbato” da postulanti. A questo i Suoi discepoli erano abituati e, di fatto. se ne sarebbero pure lamentati, come per dire: “Ma neanche qui al mare, lontano da casa, possiamo starcene tranquilli?”. Qui la sorpresa, però, è diversa. Il racconto esordisce, infatti, con un “Ed ecco” [καὶ ἰδοὺ] indicando come il fatto sia percepito come straordinario.

A Gesù si avvicina, pretendendo di interagire con Lui, una donna (questo già allora era socialmente scorretto ed inopportuno), ma addirittura, in modo riconoscibile, una straniera, una pagana - cosa che allora era considerata “ad altissimo rischio di contaminazione”. Questa donna era discendente degli antichi nemici degli israeliti, i cananei, dallo stile di vita molto diverso, anzi, spesso ripugnante, da quello del popolo di Dio e dal quale aveva il dovere di starsene alla lontana. Il fatto che “viene fuori” prendendo l’iniziativa di interpellare Gesù da vicino, allora non era considerato meno pericoloso dell’uscire da un lebbrosario! Davvero un alto rischio di “contagio”! Questa donna non sembra avere così alcuno scrupolo. Che vuole? Forse “offrire i suoi servizi” ...di prostituta -qualcuno di loro avrebbe potuto anche pensarlo.

La cosa che suona del tutto stupefacente (sia alle orecchie dei discepoli che dei primi lettori del vangelo) è il fatto che questa donna si rivolga a Gesù come “Signore” e “Figlio di Davide”[7]. Può darsi che il termine “signore” qui sia solo una forma di rispetto, ma che chiami Gesù “Figlio di Davide”, questo sì che è stupefacente! Così non avrebbero osato chiamare Gesù neanche in Israele, perché quest’espressione era associata alla figura del futuro Messia. Come e dove l’aveva sentita? Chissa! Inoltre, indubbiamente usarla con Gesù in quel modo era espressione di persuasione, espressione di fede! Noi tendiamo a banalizzare la cosa, ma l’apostolo Paolo al riguardo scrive: “Vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo” (1 Corinzi 15:3). Non vi deve sfuggire che questa donna, cananea, faccia la stessa confessione di fede che aveva fatto l’apostolo Pietro e che nessun altro in Israele avrebbe avuto il coraggio di fare! Lo Spirito di Dio aveva indubbiamente operato in lei.

Questa donna non solo esprime la sua fede in Gesù per quello che veramente Lui è, Signore e Messia, ma Gli chiede che Egli operi per lei esattamente ciò per cui Gesù era venuto. Questa donna non chiede a Gesù del denaro, del cibo, o dei favori egoistici, ma intercede in favore di sua figlia che è gravemente tormentata da un demonio! Si tratta sicuramente dell’amore di una madre affranta che porta a Dio in preghiera la propria figlia, una madre che prega e fa di tutto affinché sua figlia sia liberata da ciò che l’affligge. Già questo è qualcosa di esemplare.

Il problema di cui soffre la figlia, però, è molto più grave di una malattia fisica: si tratta di un’oppressione spirituale! Non pensiamo che “essere tormentati da un demonio” sia equiparabile alle tipiche scene che vediamo nei film sugli esorcisti, e neanche a quei problemi trattati oggi dagli psichiatri, ma di gravi oppressioni spirituali come possono averle chi soffre di dipendenze da alcool, droga, gioco d’azzardo, sesso, violenza oppure da perversioni religiose. Lo stile di vita del paganesimo, di chi è dedito all’idolatria (che prende svariate forme sia grossolane che più sottili), sia nell’antichità che oggi, può apparire più o meno “civilizzato”, ma nessuno si inganni sulle sue inevitabili fatali conseguenze. I cananei sacrificavano i loro figli al dio Moloch e praticavano la prostituzione sacra (maschile e femminile). Forse non lo facevano più al tempo di Gesù, ma sappiamo bene quanto fosse corrotto lo stile di vita dell’antica Grecia e dell’antica Roma e le innumerevoli vittime di quello stile di vita. Nel paganesimo Satana e i suoi demoni “ci sguazzano”! Rimane vero anche oggi.

La figlia di quella donna cananea era forse una di quelle vittime. Aveva saputo che solo Gesù poteva guarirla. Va così da Lui e Gli chiede di liberarla da quel problema, e lo fa credendo che Gesù abbia il potere di farlo, senza neanche vederla o toccarla, soltanto con una Sua parola. Anche fra il popolo di Dio vi possono essere possessioni demoniache quando la fede nel Dio vero e vivente non è vissuta in modo coerente. Quanti, però, si sarebbero recati da Gesù per esserne guariti?

(23) Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». (24) Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele».

Il modo con il quale Gesù tratta con questa donna è stato interpretato in modo diverso. Uno studioso suggerisce che Gesù sia stato un razzista e che questa donna l’avesse convertito dalle sue ristrette concezioni. È un’interpretazione stupida. Se Gesù fosse stato un razzista giudeo, e quindi un peccatore, Egli non sarebbe neanche andato a Tiro e Sidone. No, quel che Gesù fa è tipico del modo in cui Egli tratta con le persone. È come se mettesse davanti a loro degli ostacoli per vedere come essi li avrebbero scavalcati. È come quell’altra volta che qualcuno Lo chiama “maestro buono”. Egli risponde: “ Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio” (Luca 18:19). La risposta avrebbe rivelato che cosa quello pensava di Lui e non è certo da intendersi che Egli negasse di essere buono o di essere Dio.

Dapprima, così, Gesù tace, e questo senza dubbio per vedere se la donna avesse insistito nella sua richiesta, e quando lo fa, Lo segue lungo la strada gridando. I discepoli Gli dicono: «Mandala via, perché ci grida dietro», il che potrebbe significare: “Mandala via perché ci infastidisce”, oppure “Fa’ quello che ti chiede e mandala via, perché altrimenti non ce la togliamo più di torno”. La seconda interpretazione è più probabile. La risposta di Gesù riflette quello che aveva già detto in 10:6 “...andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d'Israele”. Quello era l’obiettivo primario della Sua missione. Egli è il Messia promesso di Israele che viene per il Suo popolo. Egli “è venuto in casa sua”, dice Giovanni 1:11, ma quando “i suoi non lo hanno ricevuto”, Egli si è rivolto agli altri popoli. Di fatto, l’espressione “le pecore perdute della casa di Israele” non significa che vi fossero in Israele pecore perdute, ma che tutto Israele fosse perduto. Isaia dice: “Noi tutti eravamo smarriti come pecore” (Isaia 53:6). Missione primaria di Gesù era Israele, “la missione ai Gentili”, nelle Scritture, è indicata in altro modo, come: “Andate in tutto il mondo”. Avvenimenti come questo stabiliscono, però, un precedente che i Suoi immediati discepoli dovevano imparare. Gesù voleva che i Suoi discepoli e quella donna comprendessero bene, e questo ribadisce, che il Suo ministero in quel Suo breve tempo sulla terra era ben focalizzato. Egli è il Figlio di Davide, il Messia. Non avrebbe avuto senso ammettere una cananita godesse dei benefici che il Patto garantiva al Suo popolo eletto, Israele, perché a quel Patto essa non sottostava. Il Regno doveva essere pienamente offerto in primo luogo offerto ad Israele in adempimento alle profezie veterotestamentarie sul Regno. Anche alla donna samaritana Gesù, in Giovanni 4:22 dice chiaramente: “la salvezza viene dai Giudei”. Tutto quello che quella donna poteva allora attendersi sarebbe stato, al massimo, la misericordia generale come non-israelita.

Questa donna, però, non demorde e si prostra di fronte a Gesù. “25Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!»”.

È una supplica disperata, profondamente sentita, ma anche espressione del fatto che essa non ha dubbio alcuno che Gesù possa intervenire. Non solo si inginocchia di fronte a Lui, ma assume l’atteggiamento di completa e totale sottomissione a Gesù. Consapevolmente si umilia, rinuncia ad ogni dignità personale. Questa donna si arrende completamente a Gesù, prende la posizione che anticamente assumevano i popoli sconfitti davanti ad un conquistatore rispetto al quale ogni resistenza sarebbe stata futile, implorando che la loro vita fosse risparmiata, anzi, di poter essere usati come “sgabello dei suoi piedi”! Lo profetizza il Salmista: "Il SIGNORE ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi»" (Salmo 110:1). Notevole per una cananea che rinuncia così ad ogni “pretesa indipendentista”, riconoscendo “chi è il più forte”. Giovanni, di fronte alla gloria del Cristo risorto dice: "Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l'ultimo" (Apocalisse 1:17).

Vi è qui pure un grande insegnamento per l’uomo moderno, “fiero” della sua autonomia rispetto a Dio, ostinato nella sua ribellione, che nemmeno di fronte al trionfo di Dio su di lui, dice che “andrebbe all’inferno a testa alta” non rinunciando nemmeno là, nella sua immaginazione, alla sua “dignità”. Un giorno, però, "...l'uomo sarà umiliato; ognuno sarà abbassato. (...) Entra nella roccia, e nasconditi nella polvere per sottrarti al terrore del SIGNORE e allo splendore della sua maestà. Lo sguardo altero dell'uomo sarà umiliato, e l'orgoglio di ognuno sarà abbassato; il SIGNORE solo sarà esaltato in quel giorno. Infatti il SIGNORE degli eserciti ha un giorno contro tutto ciò che è orgoglioso e altero, e contro chiunque s'innalza, per abbassarlo; contro tutti i cedri del Libano, alti, elevati, e contro tutte le querce di Basan (...); L'alterigia dell'uomo sarà umiliata, e l'orgoglio di ognuno sarà abbassato; il SIGNORE solo sarà esaltato in quel giorno" (Isaia 1:9-19).

“ (26) Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini»”.

Qui Gesù oggettivamente ribadisce come, nella Sua missione, priorità debbano averla gli Israeliti. Egli consapevolmente fa uso di un termine allora popolare fra gli Israeliti per evidenziare la loro posizione privilegiata rispetto a Dio: gli Israeliti vengono chiamati figli ed i pagani cani. Su questo, per così dire, “non ci piove”. C’è indubbiamente una distinzione storica fra i cananiti, maledetti, e gli Israeliti, benedetti.

Gesù, però, spinge la cosa (soprattutto agli orecchi dei Suoi discepoli) un poco più avanti. Gesù, come si dice, “parla a nuora perché suocera intenda”: Egli chiarifica la differenza fra Israeliti e pagani, non tanto per la donna, ma per i Suoi discepoli, affinché, con una provocazione, essi riflettano. Indubbiamente Dio provvede pane spirituale, il Pane della Vita, ai Suoi figli, al Suo popolo eletto, e gli altri sono come cani (selvatici). Qui, però, Gesù addolcisce il termine. Non parla dispregiativamente di “cani”, ma di “cagnolini”, non parla tanto di “cani selvatici”, considerati impuri, aggressivi, feroci, portatori di malattie, quindi da tenere alla larga, ma di “cani domestici”, quelli addomesticati. Gesù riconosce senz’altro che essi debbano avere una posizione secondaria rispetto ai figli, ma sono già “più considerati” e amati rispetto a quelli selvatici. I figli, logicamente, Gesù lo ammette, devono essere nutriti prima dei cagnolini, ma.... Così facendo, Gesù gradualmente, direi “pedagogicamente”, avvicina i Suoi discepoli ad una diversa considerazione dei pagani.

“ (27) Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni»”.

La risposta di quella donna è veramente stupefacente. Non si offende di fronte alle parole di Gesù, ne riconosce la verità e dalle sue implicazioni, ne vede comunque delle opportunità. Ribatte, così “Tutto questo è vero, ma i cani non vengono privati degli avanzi! Se questo è vero com’è vero”, quella donna afferma, “...come ‘cane’ io ti chiedo di potere godere di quegli avanzi gettati dalla tavola del padrone”. I “cagnolini” di casa, di fatto, sono ancora più dipendenti dei cani selvatici che sanno come arrangiarsi. Quella donna ha fiducia che se anche non ha titolo a sedere come ospite alla tavola del Messia, da “cane pagano” qual è, almeno le può essere permesso di ricevere le briciole, gli avanzi. Chiede di poter avere “avanzi di misericordia”, la benevolenza generalizzata che Dio rivolge anche a chi non è legato dal patto stabilito con Israele.

Le parole della donna sono di grande fede e saggezza spirituale. Non discute sul fatto che gli Israeliti abbiano la precedenza con Gesù. Non dice, come tanti direbbero oggi: “È ingiusto che Gesù si comporti così”. Si riconosce giustamente discriminata! Le discriminazioni di Dio sono giuste, legittime, e non possono essere contestate! Sa di non avere diritto all’intervento di Gesù e non accampa alcun merito.

Dopo tutto lei è consapevole di chiedere a Gesù quello che Israele non vuole, quello che Israele follemente getta via. L’apostolo Paolo incontra questo fenomeno molto spesso: il cibo saporito dell’Evangelo che Israele rifiuta non viene distrutto, ma viene dato ad altri che lo sapranno meglio apprezzare! La risposta di fede della donna indica la sua disponibilità ad accettare qualunque cosa Gesà avesse voluto offrirle, anche degli avanzi, dei rifiuti.

La metafora che Cristo ha usato come ragione per respingere la richiesta della donna, si trasforma così in una ragione per concedergliela.

(28) Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita”

Ad una tale fede Gesù risponde con l’appellativo tradotto qui con “Donna”, ma che meglio sarebbe tradotto, come fa la Diodati con “O Donna”. Questo dà alla frase una carica emotiva. Gesù esprime qui tutta la Sua emozione. È profondamente commosso. A questa donna cananea era stata data una fede grande che l’aveva portata ad un’umile sottomissione alla volontà di Dio esprimendo fiducia nel Suo Messia per fare solo ciò che Dio può fare. Gesù guarisce la figlia di quella donna “a distanza” con la potenza della Sua Parola. Gesù ricompensa la fede di quella donna guarendo sua figlia, proprio come lei aveva chiesto.

Quella donna non ha alcun risentimento o rabbia per la sua situazione. Sapeva che Gesù era il Messia degli israeliti, venuto per guarire il Suo popolo. Visto che Gesù si trova di passaggio in quella zona e gli Israeliti, per altro, avevano cominciato a respingere Gesù dettandogli delle condizioni, la donna chiede solo di avere quello che gli altri avevano respinto. “Gesù, ti è avanzato del cibo, perché non potrei riceverlo io? Tanto è rimasto inutilizzato!”. Gesù così risponde con commozione: e diventa una dei primi pagani ad entrare nel Regno.

È lo stesso che avviene quando Gesù guarisce il servo del Centurione romano, dopo che quest’ultimo pure, nonostante la sua posizione, si era umiliato a chiedergli. “Gesù disse al centurione: «Va' e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora” (Matteo 8:13). Gesù aveva certo guarito prima altri non-israeliti, ma questa è la prima volta che lo fa in un territorio estraneo alla giurisdizione e tradizioni israelite. In entrambi i casi la sorpresa di Gesù (comunicata dal vangelo ai suoi lettori originali) è quanto Egli afferma in 8:10: “Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande!”. Dei due casi, la donna è quella che appare avere una fede più grande ancora del Centurione.

Questi due episodi sono una prefigurazione di quanto avverrà dopo il sacrificio di Gesù al Calvario, secondo quanto l’apostolo Paolo dice ai cristiani di Efeso:

"Perciò, ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia (...) e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia. Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito. Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio" (Efesini 2:11-22).

Indubbiamente questo miracolo insegna una grande lezione ai discepoli di Gesù. Gli israeliti avevano priorità del programma del regno di Dio. Dio, però, avrebbe aggiunto all’Israele spirituale persone di altre nazioni, adottandole nella Sua famiglia, inserendole nel Suo Patto. Egli avrebbe dato pure a loro lo Spirito Santo, il dono della rigenerazione e, con esso, il ravvedimento e la fede salvifica in Cristo. Anche pagani sarebbero venuti a Cristo in umile dipendenza, confidando unicamente nel Suo potere e nella sua misericordia salvifica. L'apostolo Paolo avrebbe affermato al riguardo del Suo ministero (espressione dei propositi di Dio): "Infatti io dico che Cristo è diventato servitore dei circoncisi a dimostrazione della veracità di Dio per confermare le promesse fatte ai padri; mentre gli stranieri onorano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni e canterò le lodi al tuo nome" (Romani 15:8-9).

Le lezioni da imparare

  • Una “vacanza” del tutto legittima dalle fatiche del ministero (che, secondo le parole stesse di Gesù, sono comunque un peso da portare) si trasforma così per i discepoli di Gesù in un ulteriore momento formativo. Non sono, infatti, una sospensione dell’attività didattica, come le nostre vacanze scolastiche, ma una loro estensione in altra forma, parte integrante dei propositi di Dio per loro e della storia della salvezza. Il “riposo sabbatico” ha una sua precisa funzione, ma Dio vi continua ad operare come parte dei Suoi propositi complessivi[8] ed il discepolo di Gesù rimane sempre attento alle nuove lezioni del Maestro.
  • In questo episodio il Signore Gesù ribadisce di essere il compimento della fede di Israele e non “qualcos’altro”. Sbagliano gli ebrei ancora oggi quando considerano la fede cristiana “altra cosa” rispetto alla loro, oppure anche quei cristiani di tendenza liberale che vedono la fede israelita come una via indipendente dal Cristo del Nuovo Testamento, come se essi potessero salvarsi nei loro termini. Che gran parte degli Israeliti respingano Gesù di Nazareth come l’unico e vero Messia atteso non pregiudica, però, i progetti e la fedeltà di Dio, né il ruolo permanente dell’Israele storico. La loro infedeltà è stata di fatto “usata” da Dio per estendere l’Evangelo ad ogni nazione, pur senza evidentemente giustificare tale incredulità[9].
  • Sbagliano, però, quei cristiani che dicono che la Chiesa abbia “sostituito” Israele nei progetti di Dio. Di fatto, il popolo eletto di Dio in Cristo si è allargato fino ad includere persone di altre nazioni e questo coerentemente con le profezie veterotestamentarie. Il popolo di Israele, non viene “scavalcato” né “sostituito” a causa della sua incredulità. Con Gesù è anzi la fede di Israele che si allarga a tutte le nazioni. L’episodio che abbiamo considerato oggi è una delle prefigurazioni di quello che sarebbe avvenuto.
  • Allo stesso modo per noi quando l’annuncio dell’Evangelo si scontra con l’indifferenza e l’incredulità di alcuni, questo non ci deve scoraggiare, ma ci deve stimolare a perseverare, ad “allargare il cerchio” dei contatti e rivolgerci ad altri, perché sicuramente altri risponderanno favorevolmente. “Il mondo è vasto”. Il profeta Elia aveva incontrato incredulità ed idolatria in Israele e si era scoraggiato, ma Iddio gli dice: “Ma io lascerò in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli il cui ginocchio non s'è piegato davanti a Baal, e la cui bocca non l'ha baciato” (1 Re 19:18). A Corinto Paolo aveva incontrato forti resistenze e persecuzione, ma: "Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città»" (Atti 19:18).
  • Quella donna cananea diventa esempio di che cosa significa aver fede in Cristo come pure una denuncia, una condanna, di chi vuole, con arroganza, dettare a Cristo condizioni e termini di salvezza. Essa è esempio del peccatore che davanti a Dio riconosce la propria totale indegnità (di non potere pretendere nulla da Lui), del completo abbandono alla Sua misericordia, alla Sua grazia (che implora) e della Sua signoria sovrana. Essa sa di non avere alcun diritto e che Dio ha tutti i diritti.
  • Questa donna, implorando il Signore Gesù di salvare sua figlia dai demoni che l’opprimono, riconosce il carattere oppressivo, fallimentare e distruttivo dello stile di vita dei pagani (e dei membri incoerenti del popolo di Dio che “mondanizzano” la fede). Nonostante le loro pretese, questo stile di vita è sostanzialmente “palestra” di Satana e miete costantemente e tragicamente le sue vittime. Soltanto l’opera di Dio in Cristo può risanare i danni di un tale stile di vita e far tornare la creatura umana in armonia con Dio e ad una vita veramente libera, buona e giusta.

Come per quella donna cananea “la fama” di Gesù è giunta fino a noi: non mettiamogli condizioni e termini, ma prostriamoci ai Suoi piedi implorando il Suo intervento nella nostra vita, non perché in alcun modo lo meritiamo, ma riconoscendo, con nostra vergogna, la misericordia che Egli può e vuole avere di noi.

Paolo Castellina, 8 luglio 2014.

Note

  • [2] È un fatto di cui molto più tardi farà esperienza l’apostolo Paolo: di fronte all’ostinato rifiuto di Israele di accogliere Colui che era il compimento della loro fede egli decide di rivolgersi da quel momento in poi, ad altri, ai pagani. “Quando poi Sila e Timoteo giunsero dalla Macedonia, Paolo si dedicò completamente alla Parola, testimoniando ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi facevano opposizione e lo insultavano, egli scosse le sue vesti e disse loro: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo; io ne sono netto; da ora in poi andrò dai pagani».” (Atti 18:5-6). Molti pagani verranno a Cristo, e questo per suscitare “la gelosia” di Israele. Scrive Paolo ai romani: “Parlo a voi, stranieri; in quanto sono apostolo degli stranieri faccio onore al mio ministero, sperando in qualche maniera di provocare la gelosia di quelli del mio sangue, e di salvarne alcuni” (Romani 11:13-14).
  • [4] Si è sviluppato originalmente in prossimità del deserto di Fayun in Egitto nella seconda metà del III secolo, forse a seguito della persecuzione di Decio e Valeriano, e da lì si è esteso in Siria e in Palestina.
  • [5] Gesù prega per i Suoi discepoli dicendo: "Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo" (Giovanni 17:14-18). “Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta” (Matteo 5:14).
  • [6] L’apostolo Paolo parla persino della volontaria, concordata e temporanea separazione fra moglie e marito: "Non privatevi l'uno dell'altro, se non di comune accordo, per un tempo, per dedicarvi alla preghiera; e poi ritornate insieme, perché Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza" (1 Corinzi 7:5).
  • [7] Chiaramente questa donna rivela che ha conoscenza delle speranze messianiche di Israele ed aveva udito che esse erano congiunte a Gesù come il grande discendente promesso del Re Davide.
  • [8] "Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato. Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch'io opero». Per questo i Giudei più che mai cercavano d'ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio" (Giovanni 5:16-18).
  • [9] L’incredulità di Israele diventa così strumentale all’adempimento dei propositi di Dio, ma certo non la giustifica. È lo stesso caso della malvagità dei fratelli del patriarca Giuseppe che rimangono colpevoli di averlo venduto come schiavo. Ciononostante Dio lo trasforma in strumento di benedizione. Giuseppe avrebbe detto: “Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s'avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà raccolto né mietitura. Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati. Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. Egli mi ha stabilito come padre del faraone, signore di tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto” (Genesi 45:4-8).