Studi biblici/Matteo 13:44-46

Da Tempo di Riforma.

Il migliore investimento

Sintesi
In questo mondo tutto è all'insegna del profitto. Questo pare il fine di ogni cosa. Da conseguire con metodi leciti e anche illeciti. La maggior parte della gente, però, ha la vista corta ed aspira a beni il cui valore oggettivo e risibile e non si rende conto che ben altri sarebbero quelli davvero vantaggiosi e per i quali sarebbe saggio investire. È quanto ci indica il Signore Gesù nel testo biblico sul quale rifletteremo questa domenica: Matteo 3:44-46.

All'insegna del profitto

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Oggigiorno (ma forse da sempre è stato così) la nostra società, e ciascuno di noi, vive all'insegna del profitto. Non importa quale sia il sistema politico, singoli e gruppi di potere, nei limiti di ciò che legale o sfuggendo alla legalità, tutti sembrano solo impegnati a carpire, conservare e accumulare più denaro e beni possibili.

Ho trovato questo testo che coglie bene questo spirito:

“Ci si ammazza per profitto, si lascia morire per profitto, si generano nuove malattie si elaborano nuovi sistemi di assoggettamento, si dissemina la paura si causano guerre, inflazioni, carestie orchestrate. Generazione in generazione soppressa dalla decrescita contraffatta dell'economia si strascica il popolo nella miseria più brutta succhiandone brutalmente il sangue fino all’ultima squattrinata goccia e tutto in nome sacro del profitto. Lei che assolda un killer per far fuori il marito lui che pugnala alle spalle l’amico più intimo. Loro che controllano milioni di telefonate interrano microspie sottopelle ai propri concittadini piazzano telecamere nelle loro abitazioni, entrano nelle loro mail,studiano nuove forme d’imbroglio fanno cadere governi, finanziano regimi dittatoriali, vendono armi ai terroristi costringono ragazze a prostituirsi, insegnano ai loro figli l’arte della piovra, il profitto è l’obiettivo ultimale. Tutto deve fare profitto. L'uomo ha massacrato civiltà intere all’insegna del profitto. La nostra vita cosi come la viviamo è grazie al profitto. Accumulare più di quanto si può accumulare,desiderare ciò che non si ha: il profitto è stato la fine di tutto quanto. Ogni valore è un valore smisurato".

La Bibbia afferma: “L'avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali e, per averlo grandemente desiderato, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti dolori” (1 Timoteo 6:10).

Iddio, però, come Egli rivela il Suo pensiero e volontà nella Bibbia, non ha alcun pregiudizio sul denaro e sul profitto in quando tale. Se i soldi sono guadagnati onestamente o ricevuti in eredità, Egli non trova nulla di male quando anche un credente possiede molto denaro, molti beni. Tutto dipende da come le ricchezze si amministrano e si usano.

Di fatto, molti esemplari personaggi della Bibbia erano persone facoltose, ricche. Le ricchezze materiali possono essere segno della benedizione di Dio. È una deformazione della fede cristiana trovare dei meriti nella povertà volontaria fine a sé stessa. Gesù non ha mai chiesto a tutti i Suoi seguaci di rinunciare ai propri beni. Quando l'ha fatto aveva un motivo specifico che non riguarda necessariamente tutti.

Il testo biblico

Nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione, Gesù stesso ci parla di due personaggi che avevano fatto della ricchezza l'obiettivo principale della loro vita e ce ne parla in modo positivo. Come si concilia questo con altre espressioni della Parola di Dio che sembrano di segno contrario?

Leggiamo il testo biblico come lo troviamo nel vangelo secondo Matteo, al capitolo 13, dal versetto 44 al 46.

“Di nuovo, il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo, che un uomo, avendolo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va, vende tutto ciò che ha e compera quel campo. Ancora, il regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di belle perle. E, trovata una perla di grande valore, va, vende tutto ciò che ha, e la compera” (Matteo 13:44-46).

Gesù qui sembra incoraggiare gli investimenti redditizi, come quando si investe, nella borsa valori, in una società promettente. Anche gli esempi che Gesù faceva in queste parabole, riflettevano realtà ben note e non fittizie, cose che potevano benissimo essere avvenute a chi in quel momento lo stava ascoltando. Non era insolito in Palestina, infatti, trovare tesori sepolti nei campi. La Palestina era una terra che faceva da ponte fra l'Egitto e i grandi imperi del nord. Per questo era ripetutamente invasa da armate che facevano razzia di tutti i beni che vi potevano trovare. A causa del costante pericolo di armate che la invadevano, quindi, per l'attività di predoni e briganti, e perché non c'erano le banche, era comune che molti nascondessero i loro tesori nel terreno, nel muro o in grossi tronchi d'albero, dovunque potessero. Le circostanze, però, talvolta rendevano difficile il ritrovarli. Vi erano occasionali terremoti.

A volte i padroni di quei tesori avevano dovuto abbandonare in fretta casa loro per non più tornare, oppure essere catturati da truppe di invasione, o ancora erano morti senza dire a nessuno dei beni che avevano nascosto. Per questa stessa ragione ancora oggi in quelle terre possono essere trovati antichi tesori. Era altresì altrettanto comune trovare nel Mar Rosso ostriche contenenti preziose perle e l'attività di ricerca di queste perle era per molti un'occupazione remunerativa. Gesù considerava la cosa totalmente legittima.

Beni ancora più preziosi

Perché Gesù racconta queste parabole? Raccomandava forse di impegnarsi nella ricerca di ricchezze materiali e che in questo consistesse il Regno di Dio? C'è oggi chi lo pensa e lo pratica sfruttando anche la religione per arricchirsi, se la cosa si comprova rimunerativa!

Seppure Gesù non metta in questione la legittimità del perseguire ricchezze, attraverso queste parabole è come se, però, ci chiedesse se veramente sappiamo, distinguiamo, discerniamo che cos'è che nella vita veramente valga più di ogni altra cosa! Gesù sembra qui dirci: “Voi vi impegnate nell'acquisire delle ricchezze. In realtà, però, voi vi impegnate in cose che, di fatto, non sono abbastanza preziose! Ci sono altre cose, ancora più preziose di quelle, che dovrebbero essere oggetto delle vostre mire!”. Esiste qualcosa di più prezioso che l'accumulazione di beni materiali?

1. Una nuova condizione esistenziale

Qui abbiamo Gesù che ci dice che c'è qualcosa di molto più prezioso di ciò che normalmente, in questo mondo, è considerato tale. È così prezioso che se vendessimo tutto ciò che possediamo per poterlo ottenere, non ci rincrescerebbe affatto di averlo fatto, perché allora saremmo più ricchi di quanto mai avremmo ritenuto possibile.

Qual è questo meraviglioso oggetto di legittime brame e di investimento? Che cos'è che vale più di una qualsiasi cosa che potremmo avere in questo mondo e della quale solo pochi si rendono conto di quanto valga? Gesù lo chiama “regno dei cieli”, un termine oggi forse enigmatico che descrive quella che potremmo chiamare una condizione esistenziale: la condizione di quella persona che vive in autentica comunione con Dio.

Sì, lo so, me ne rendo perfettamente conto. Per la maggior parte della gente oggi Dio è un'astrazione irrilevante, qualcosa di cui molti pensano di poterne fare benissimo a meno. È proprio questo, però, il problema.

Chi la pensa così non si rende conto di quanto la personale comunione con Dio, il Creatore e Signore dell'universo, quella che Gesù stesso aveva, è preziosa, anzi, essenziale, per la vita umana. La missione stessa di Gesù, ciò in cui consiste l'annuncio dell'Evangelo, era proprio di aprire gli occhi della gente su quanto sia preziosa la comunione con Dio e di permettere di entrare in questa insostituibile e fruttuosa esperienza.

Il messaggio di Gesù, infatti, poteva riassumersi in una frase soltanto: “Il regno di Dio è giunto in mezzo a voi” (Matteo 12:28). Sì, con Gesù e in Gesù la creatura umana poteva e può oggi essere riconciliata con Dio, tanto che si può dire che questo è il migliore investimento che puoi fare nella vita!

Quando Gesù percorreva le strade della Palestina, nei giorni della Sua vita terrena, Egli era Dio in mezzo a noi che chiamava uomini e donne di Sua scelta a seguirlo.

Seguirlo per che cosa? Per includerle, con un amorevole abbraccio, nella famiglia di Dio. Quelle che Gesù chiamava, erano persone le più diverse e non necessariamente le più meritevoli di tale attenzione. Egli era Dio che, fra questa nostra umanità rovinata dal peccato e condannata, sceglieva di accordare la grazia della salvezza a persone di ogni tipo e di coinvolgerle così nella meravigliosa comunione che Egli ha con Dio Padre.

Per loro avrebbe pagato Egli stesso il prezzo di questa inclusione morendo in sacrificio sulla croce per il perdono dei loro peccati ed accreditando loro la Sua vita di perfetta giustizia. Quando Egli così le chiama, esse si rendono conto di quanto sia preziosa la grazia che è loro donata, tanto da lasciarsi alle spalle ogni altra cosa, quelle che prima consideravano importanti.

Pensate allo stesso Matteo, che scriverà poi lo stesso vangelo da cui è tratto il nostro testo di oggi. “Poi Gesù, passando oltre, vide un uomo che sedeva al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, alzatosi, lo seguì” (Matteo 9:9). Matteo era stato oggetto di sovrana e divina elezione immeritata della grazia. Geù disse: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia duraturo, affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome, egli ve la dia” (Giovanni 15:16).

Matteo era un uomo che conosceva bene il valore del denaro e che sapeva “maneggiarlo” bene. Quando Gesù lo chiama, egli si rende conto di quanto infinitamente più prezioso di tutti i suoi affari era ciò che avrebbe avuto con Gesù e, senza esitazione, si alza e Lo segue.

Pensate all'apostolo Paolo. Dio interrompe drammaticamente la sua “carriera” e lo chiama ad essere davvero uno “dei Suoi” (pensava, infatti, di esserlo, ma si ingannava). Paolo si rende conto che ciò a cui era stato chiamato era “di tutto e di più”, quando egli scrive: “Certamente colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà anche tutte le cose con lui?” (Romani 8:32).

Paolo non era ricco di denaro, ma ricco di potere e di influenza sociale (aveva molti amici nelle “alte sfere”). Egli era ricco della migliore cultura disponibile nel suo tempo. Scrive: “In verità io sono un Giudeo, nato in Tarso di Cilicia e allevato in questa città ai piedi di Gamaliele, educato nella rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo di Dio” (Atti 22:3). Egli si sentiva, dal punto di vista religioso, veramente “realizzato” ed a posto. Era orgoglioso di adempiere a tutto ciò che, secondo il punto di vista del gruppo religioso a cui apparteneva, l'avrebbe “più che certamente” salvato davanti a Dio.

Quando, però, risponde alla chiamata di Gesù, egli scrive: “Tutte queste cose che prima avevano per me un grande valore, ora che ho conosciuto Cristo le ritengo da buttar via. Tutto è una perdita di fronte al vantaggio di conoscere Gesù Cristo, il mio Signore. Per lui ho rifiutato tutto questo come cose da buttar via per guadagnare Cristo, per essere unito a lui nella salvezza. Non quella salvezza che viene dall'ubbidienza alla legge, ma quella che si ottiene per mezzo della fede in Cristo, e che Dio dà a coloro che credono. Voglio solo conoscere Cristo e la potenza della sua risurrezione. Voglio soffrire e morire in comunione con lui, per giungere anch'io alla risurrezione dai morti” (Filippesi 3:7-11).

È un tema ripetuto più volte nelle Scritture: il più grande tesoro che mai noi potremmo avere è il personale rapporto con Dio nel quale ci introduce il Signore e Salvatore Gesù Cristo. Si tratta di un tesoro che giammai si deteriora, si svaluta o che mai ci potrebbe essere sottratto.

Nello stesso vangelo secondo Matteo, Gesù dice: “Non accumulate ricchezze in questo mondo. Qui i tarli e la ruggine distruggono ogni cosa e i ladri vengono e portano via. Accumulate piuttosto le vostre ricchezze in cielo. Là, i tarli e la ruggine non le distruggono e i ladri non vanno a rubare. Perché, dove sono le tue ricchezze, là c'è anche il tuo cuore” (Matteo 6:19-21).

2. Le ricchezze materiali al servizio di Dio

La questione è dunque: “Dove sono le nostre ricchezze?”. Nel nostro conto in banca? Nei beni immobili che possediamo? Se comprendiamo il valore relativo, secondario e funzionale delle ricchezze materiali, saremo pronti ad investirle per promuovere il Regno di Dio, valore più grande ancora delle soddisfazioni limitate che esse possono dare al nostro egoismo.

È stato osservato che 16 delle 38 parabole di Gesù trattano del tema del denaro: “Nel Nuovo Testamento si parla più del denaro che del paradiso e dell'inferno messi insieme, e dove ci sono più di 500 versetti sulla preghiera e la fede, più di 2000 versetti trattano di denaro e di possedimenti”. Perché tutto questo? Perché la Bibbia mette così tanto l'accento sulla questione delle finanze? Perché evidentemente esse sono là dove la maggior parte della gente ha il suo cuore.

Possono essere, però, questi i nostri “valori ultimi”? Noi investiamo maggiormente il nostro tempo e le nostre risorse là dove c'è il nostro cuore. Alle persone che amiamo diamo il meglio di noi stessi, ed è giusto. Chi comprende quanto sia importante il proprio rapporto con Dio, chi comprende quanto Dio abbia pagato per includerlo nella Sua famiglia e quanto grande sia il Suo amore, non ha alcuna esitazione a metterlo al primo posto nella sua vita come il valore maggiore rispetto al quale ogni altra cosa, per quanto importante, passa in secondo piano e per la quale tutto il resto, ricchezze materiali incluse, devono essere funzionali.

Qualcuno ha osservato saggiamente: “Non puoi dare veramente senza amare, ma non puoi amare veramente senza dare”. Nella parabola che stiamo esaminando, l'uomo che scopre che in quel campo c'è un tesoro e che vende tutto quello che ha per poter comprare quel campo, fa tutto questo con gioia. Non lo fa con preoccupazione né a malavoglia, ma senza esitare.

Perché? Perché si rende conto che in quel campo c'è un tesoro per il quale vale la pena di liberarsi d'ogni altra cosa.

Ci sono cristiani che con malavoglia e con misura danno il loro contributo finanziario alla chiesa a cui appartengono o comunque per sostenere la vita e l'opera di ministri di Dio. Altri lo fanno con grande generosità e gioia.

Certo, ci sono chiese ed opere cristiane alle quali non diamo volentieri perché non portano avanti fedelmente la loro missione o non amministrano rettamente le risorse a loro disposizione. Nei casi più gravi, quando una chiesa si è allontanata dalla sua fede e missione per diventare “qualcos'altro” rispetto ai canoni biblici, può anche essere giusto cessare ogni nostro apporto finanziario ad essa. In altri casi ancora ci sono cristiani solo di nome che non vedono l'importanza di sostenere l'opera del Signore e quindi lo fanno, se lo fanno, con grande parsimonia. Se ti rendi però conto quanto sia importante la promozione del Regno di Dio (e per questo sono necessarie anche adeguate risorse finanziarie) e le chiese e i ministri di Dio sono fedeli al loro mandato, si contribuisce con gioia, sicuri che si tratti di un “investimento” per il quale merita anche di fare dei sacrifici. Lo fanno come un atto di amore verso Dio e verso la chiesa o i ministri che Lo servono.

Quando Gesù parla dell'uomo che vende tutto ciò che ha per comprare quel campo, lo fa con gioia. L'apostolo Paolo così scrive ai cristiani di Corinto: “Ciascuno dia quindi il suo contributo come ha deciso in cuor suo, ma non di malavoglia o per obbligo, perché a Dio piace chi dona con gioia” (2 Co. 9:7).

Nella pratica riflessa dal Nuovo Testamento, l'offerta per le necessità della chiesa cristiana (per la sua vita e missione), venivano raccolte ogni domenica durante il culto comunitario. L'Apostolo esorta ad arrivare al culto avendo già deciso, in coscienza, quanto offrire (non tirando fuori dalle tasche “qualche spicciolo”).

L'offerta era libera, da darsi secondo le proprie possibilità, “secondo la misura della fede che Dio gli ha dato” (Romani 12:3). Per questo l'apostolo scrive: “Perciò ho ritenuto necessario esortare i fratelli ... per far preparare in anticipo la vostra offerta precedentemente promessa perché essa sia pronta come dono di generosità e non di avarizia. Or questo dico: Chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina generosamente mieterà altresì abbondantemente” (2 Co. 9:5,6).

Tanti possono essere i motivi per cui un cristiano, pur essendo uomo o donna di fede e pur potendolo fare, offrono con riluttanza del loro denaro per la promozione del regno di Dio.

Dobbiamo però chiederci se le giustificazioni che ad esso diamo non nascondano piuttosto egoismo e avarizia. È un peccato da confessare al Signore, chiedendogli pure che ci persuada nel profondo del nostro cuore che Iddio onora la generosità dei Suoi figlioli, perché Lui stesso è stato verso di loro infinitamente generoso.

Questo non è l'unico fattore che dovrebbe sollecitare la nostra generosità per l'opera del Signore. Il dono che noi facciamo per promuovere il regno di Dio lo chiamiamo anche contributo. Questo è importante, perché contribuire vuol dire partecipare. Per questo dovremmo essere grandemente onorati di partecipare, di essere partecipi anche con le nostre risorse, all'opera del Signore.

Conclusione

La società umana è basata sul profitto. Non è un' idea sbagliata in sé stessa, ma bisogna distinguere prima di tutto come lo si ottiene (in che modo). Questo modo dev'essere secondo la volontà ed i criteri di giustizia stabiliti da Dio. Poi bisogna stabilire "profitto per chi", se è egoistico oppure tenendo debito conto degli altri.

Il "che cosa" del profitto è pure della massima importanza. Troppo spesso, infatti, siamo miopi e ci concentriamo su beni di importanza minor o relativa pensando che siano della massima importanza. Ci dobbiamo così chiedere: quali sono davvero i beni più preziosi sui quali faremmo meglio ad investire ogni cosa?

Nelle parabole che abbiamo oggi letto e commentato Gesù ci parla di ricchezze rispetto alle quali tutto il resto è secondario, anzi, che meriterebbero l'investimento di tutte le nostre risorse, pur di ottenerle. Certo, la comunione con Dio non è risultato dei nostri sforzi per ottenerla, perché è la grazia che Dio ci dà accogliendo Gesù Cristo come nostro Signore e Salvatore. Quando però dalla predicazione dell'Evangelo ci sentiamo personalmente interpellati e chiamati da Dio, e scopriamo le meraviglie della Sua grazia e del Suo amore, allora le cose che prima avevano per noi così tanta importanza passano in secondo piano, e quasi non contano più. Anzi, più di questo, tutte le altre ricchezze e risorse di questo mondo, quelle legittimamente acquisite, le mettiamo spontaneamente e con gioia al servizio di Dio, della Sua causa, del Suo regno.

Quando Gesù personalmente chiama Zaccheo ed entra nella sua casa, cioè nella sua vita, accade qualcosa di stupefacente: “Zaccheo si alzò e disse al Signore: «Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho defraudato qualcuno di qualcosa, gli restituirò quattro volte tanto». E Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche costui è figlio d'Abrahamo. Perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»” (Luca 19:8-10). Vedete, Gesù entra nella vita di Zaccheo e subito cambia il modo in cui considera i suoi beni materiali e li gestisce. Perché? Perché ha scoperto che i valori del regno di Dio, i valori di Cristo, sono ancora più preziosi ed importanti di quelli. Che lo stesso possa accadere nella vostra vita.

Paolo Castellina, 24 luglio 2014, rielaborazione della predicazione di Domenica 5 agosto 2007.