Studi biblici/Marco 12:1-12

Da Tempo di Riforma.

Diritti e doveri

Sintesi. A gran voce oggi si pretende il rispetto dei propri diritti, ma non altrettanto spesso si fa per i propri doveri. Grazie a Dio, però, ancora vi sono persone che, per principio, l’adempimento dei propri doveri è “un punto di onore” della loro vita. Le loro motivazioni in questo possono essere diverse, ma per loro “la qualità” in tutto ciò che fanno è essenziale. Se la diligenza nei propri doveri per tanti in questo mondo è una virtù civile, ancora di più lo deve essere per il popolo di Dio, per il quale la fedeltà al mandato ricevuto da Dio deve essere valore supremo. Non è sempre stato così: nello stile degli antichi profeti di Israele, il Signore Gesù, in una sua parabola, denuncia la colpevole negligenza di gran parte del popolo di Dio nella sua generazione, cosa che Dio non avrebbe lasciato impunita. Che cosa direbbe alla nostra generazione? Vediamolo oggi riflettendo sulla Parabola dei vignaioli malvagi, nella versione di Marco 12:1-12.

Il senso del dovere

C’era un tempo in cui i cristiani evangelici, i protestanti in genere, erano conosciuti per il loro grande senso del dovere e diligenza in tutto quel che facevano, dovere verso gli altri, e dovere verso Dio, doveri che essi adempivano in modo fedele ed esemplare. Perché? Perché onorare e glorificare Dio stava al primo posto nei loro pensieri. Questo non per ingraziarsi Dio o meritarsi alcunché, ma perché ritenevano che Egli ne fosse sommamente degno e che, come suoi figli salvati in Cristo, dovessero rendergli davanti al mondo una testimonianza esemplare.

Benché per altri motivi, il senso del dovere compiuto fedelmente è un valore importante e riconosciuto anche al di fuori dall’ambito cristiano. Il filosofo Jean Jacques Rousseau disse: “L’indolenza, la negligenza e le dilazioni dei piccoli doveri da compiere mi hanno fatto più tormento dei grandi vizi. Le mie colpe peggiori sono state d’omissione: raramente ho fatto quello che non dovevo fare, e disgraziatamente ho fatto ancora più raramente quello che dovevo fare”.

Si ha la fondata impressione che molti di coloro che che si professano evangelici sia sempre meno all’altezza della loro fama di gente che compie a fondo ogni loro dovere verso Dio e verso gli altri. È vero che la semplice professione esteriore di appartenenza davanti a Dio non conta, ma se non per la gloria di Dio, almeno per “il nome” di evangelici dovrebbe stare loro a cuore. In ogni caso, se questo è vero, noi non ci rendiamo abbastanza conto di quanto pericolosa possa essere la nostra posizione di credenti negligenti, soprattutto di fronte a ciò che il Signore Gesù diceva al popolo di Dio della Sua generazione, parole che vengono ritrasmesse a noi in tutta la loro inalterata rilevanza.

Il testo

A questo riguardo oggi leggeremo e commenteremo la Parabola dei malvagi vignaioli che troviamo in Marco, al capitolo 12.

“Poi egli cominciò a parlar loro in parabole: ‘Un uomo piantò una vigna, vi fece attorno una siepe, vi scavò un luogo dove pigiare l’uva, vi costruì una torre, e l’affidò a dei vignaioli, poi se ne andò lontano. Nella stagione della raccolta inviò a quei vignaioli un servo per ricevere da loro la sua parte del frutto della vigna. Ma essi lo presero, lo batterono e lo rimandarono a mani vuote. Egli mandò loro di nuovo un altro servo; ma essi, dopo avergli tirate delle pietre, lo ferirono alla testa e lo rimandarono vilipeso. Ne inviò ancora un altro e questi lo uccisero. Poi ne mandò molti altri, e di questi alcuni furono percossi, altri uccisi. Gli restava ancora uno da mandare: il suo amato figlio. Per ultimo mandò loro anche lui, dicendo: “avranno almeno rispetto per mio figlio”. Ma quei vignaioli dissero fra loro: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Cosi lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. Che farà dunque il padrone della vigna? Egli verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete neppure letto questa scrittura: “La pietra che gli edificatori hanno scartata è divenuta la testata d’angolo. Ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri”? Allora essi cercavano di prenderlo, perché avevano capito che egli aveva detto quella parabola contro di loro; ma ebbero paura della folla; e, lasciatolo, se ne andarono” (Marco 12:1-12).

I diritti del Proprietario

Scoperte da fare “fra le righe”

Quando il Signore Gesù parlava alla gente in generale, quello che diceva era sempre sfumato, ambiguo, passibile di diverse interpretazioni: era solo con i Suoi discepoli, quelli che Lo seguivano con fiducia ed obbedienza, che Gesù diceva le cose in maniera inequivocabile. Con la gente in generale Gesù usava dei racconti, delle illustrazioni prese dalla vita di tutti i giorni, intese a far riflettere su sé stessi, su Dio, e soprattutto sulla Sua Persona ed opera.

Per la gente il messaggio doveva essere letto, come si dice, “fra le righe”: “Si, ho capito che sto vivendo un momento decisivo della storia e della mia storia personale. Chi mi sta davanti non è una persona qualunque: in Gesù si determina il mio destino temporale ed eterno. Non posso far finta di niente: come mi pongo di fronte a Lui? Non posso esimermi dal prendere posizione a suo riguardo, ora!”.

Un ambiente ostile

Gesù era soprattutto cosciente di essere venuto in un ambiente ostile. L’ostilità non era tanto verso di Lui come persona, perché se avesse continuato ad essere “uno fra i tanti”, uno che avesse vissuto una vita “normale”, conformandosi bene o male all’andazzo di questo mondo, Lo avrebbero certamente lasciato in pace e magari sarebbe arrivato fino a tarda età...

Gesù però non era “uno fra i tanti”, Egli è Dio con noi, e la creatura umana, nella sua attuale condizione, è fondamentalmente ostile a Dio. E’ un’umanità che vuole essere dio a sé stessa, libera, senza nessun padrone che le dica quel che deve essere e ciò che deve fare. Per questa umanità la religione, se mai se ne interessa, deve essere qualcosa di addomesticato che serva i propri interessi, non certo quelli di Dio! Gesù è Dio con noi, e quando lo comprende, la maggioranza che fa? Se ne sta alla larga! L’evangelista Giovanni riassume questa verità con queste parole: “...il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. Egli è venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno riconosciuto” (Giovanni 1:10,11).

Una denuncia

E’ esattamente la realtà di un’umanità fondamentalmente ostile e ribelle verso Dio che Gesù vuole denunciare attraverso la parabola dei malvagi vignaioli. Non si tratta solo di una “lamentela”. La parola “denuncia” è appropriata, perché si denuncia un misfatto alle autorità di polizia le quali, dopo aver investigato e fornito le prove, portano la cosa davanti al tribunale, il quale giudicherà, emetterà la condanna e chi di dovere eseguirà la sentenza. E’ come se Gesù dicesse, sempre in modo sfumato, “in parabola”: “Non vi fate illusioni: la ribellione umana alla legittima sovranità di Dio verrà punita”. I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, ai quali Gesù aveva rivolto questa parabola, e che non sono stupidi, comprendono bene ciò che Gesù vuol dire. Il testo dice: “Allora essi cercavano di prenderlo, perché avevano capito che egli aveva detto quella parabola contro di loro” (12).

La vigna

Una vigna, dunque, come ce n’erano tante intorno a Gerusalemme, vigne rigogliose che producevano del buon vino, piantate su buona terra e coltivate a regola d’arte. Sono circondate da siepi di protezione, sono dotate un luogo per pigiare l’uva e di una torretta di guardia, in un angolo, per avere una prospettiva di controllo su tutta la piantagione. Di solito queste vigne appartenevano ad un proprietario terriero che le affittava a dei contadini che se ne prendevano cura. Il pagamento dell’affitto di solito avveniva in natura. Il padrone della terra aveva diritto ad una parte concordata della produzione.

Il “fattaccio”

Ecco però, in questo racconto che quei contadini, fittavoli, mezzadri, fanno una vera e propria “rivoluzione”. Si ribellano al loro padrone, gli espropriano la vigna, rifiutano di consegnargli la parte concordata della loro produzione, bastonano ed ammazzano i suoi inviati, ed alla fine uccidono persino il figlio del padrone sicuri ormai di essersi appropriati dell’”eredità”. ...se ne potrebbe trarre un film di questa storia, e naturalmente per noi gli “eroi” sarebbero i contadini, non è vero? Giustizia, libertà, commercio equo... Le cose però, nella parabola di Gesù, non vanno in questo senso, perché il padrone arriva con le sue milizie private, massacra quei contadini, e ...dà la vigna ad altri!

I diritti del padrone!

Non c’è nulla in questo racconto che lasci intendere come Gesù “stia dalla parte di quei contadini” e che voglia cosi parlare di “giustizia e di libertà” scandalizzandosi per la crudeltà dei padroni... Anzi, Gesù sembra avallare concetti come ordine, legalità, diritto inviolabile alla proprietà privata! E’ chiaro come Gesù metta qui in evidenza i diritti del legittimo proprietario e che non si tratti affatto di un “Gesù socialista” come qualcuno vorrebbe che fosse. Il punto è un altro: Gesù non sta parlando qui della società umana, di classi sociali, di giustizia, di uguaglianza, di libertà... Queste cose eventualmente troveranno il loro spazio in altri contesti. Qui Gesù - e chi lo ascoltava in quell’occasione lo aveva capito bene - stava parlando dei diritti inviolabili di proprietà che Dio ha sul mondo e su ciascuno di noi e che noi regolarmente disattendiamo, pretendendo di fare a meno di Lui e godendo allegramente dei beni di questo mondo senza voler avere nessuna responsabilità nei Suoi confronti.

Il ruolo di Israele

In modo specifico, nel contesto in cui Gesù stava parlando, si trattava di una denuncia contro Israele, popolo eletto di Dio, il quale non solo non serviva il Signore rendendoGli la gloria che Gli è dovuta con la fede, l’ubbidienza e con una testimonianza di vita ineccepibile, ma che sarebbe giunto persino a respingere e fare in modo che fosse ucciso come il peggiore criminale lo stesso Figlio di Dio, Signore e Salvatore. Che cosa avrebbe fatto il Signore Iddio di fronte a tutto questo? Avrebbe condannato e respinto il Suo popolo, chiamando altri a farne parte, che sarebbero stati più fedeli. Si, altri, proprio gente estratta dalle genti pagane di questo mondo, che molti allora fra gli ebrei disdegnavano. E Dio lo poteva fare nella Sua sovrana libertà. Vi sorprendete perché questo discorso abbia scandalizzato i presenti.

Un discorso scomodo

E non sorprende nemmeno quanto questo discorso sui precisi diritti di sovranità di Dio ci dia così tanto fastidio. Dio è Signore sulla nostra chiesa ed è nostro preciso dovere darGli gloria con la nostra ubbidienza e servizio. Se non lo facciamo Dio la condanna e la abbandona, prendendo altre persone, altre chiese, altri gruppi come la Sua chiesa che Gli siano più fedeli. E Dio fa prosperare oggi spiritualmente le chiese che Gli sono fedeli.

Allo stesso modo noi come persone siamo Sue creature e a Lui apparteniamo. Siamo stati creati per essere in comunione con Lui e per servirLo. Egli ne ha pieno diritto. Siamo noi che non abbiamo diritto a gestirci la vita come ci pare e piace... Se pretendiamo di farlo, se ancora, nonostante la pazienza di Dio, nonostante tutti i richiami che ci fa in mille modi, ancora persistiamo nella nostra ribellione e maltrattiamo persino i Suoi fedeli servitori, credete forse che avremo sorte migliore di quei malvagi vignaioli?

In che modo accogliamo il nostro Signore e Salvatore?

Credo che pure centrale sia nel nostro testo quella frase pronunciata dal padrone della vigna, che dice: “Avranno almeno rispetto per mio figlio!” (6). Evidentemente si illudeva, perché quei vignaioli diranno: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo!” (7).

Una colpa fatale

Già, non c’è peccato che sia più comune e più pernicioso in questo mondo che respingere Cristo e l’Evangelo, ma ancora di più dichiarare di appartenere alla Sua chiesa e poi ignorarlo, trascurarlo, sottovalutarlo. Un’anima a cui è stata rivolta l’offerta grazia e d’amore di Cristo, e che ciononostante Lo trascura è certamente in condizione di irrimediabile perdizione, qualunque siano le “buone opere” che compie, qualunque qualità od apparenza di virtù di cui si fregia. Questo era il peccato dei Giudei al tempo di Cristo, e questo aveva loro comportato rovina temporale ed eterna. Rappresentare graficamente il peccato di respingere o di ignorare Cristo è uno degli scopi della luce che questa parabola getta su di noi. Il suo significato si estende molto al di là del suo contesto originario.

Dovrebbe essere naturale...

Sarebbe infatti solo logico, normale, naturale che il Figlio di Dio fosse accolto con affetto e riconoscenza da creature come noi che abbiamo disperato bisogno di Lui e della Sua opera, ma quanti ne sono ciechi! Con quanta tristezza si osserva il fatto che il Signore e Salvatore Gesù Cristo sia dai più così ignorato, trascurato, disprezzato. ...Ti ho detto dove puoi trovare il pane per saziare la tua fame. Ha saziato la mia, eppure non mi credi, mi prendi in giro, mi disprezzi! L’antica profezia di Isaia è così quanto mai appropriata: “La pietra che gli edificatori hanno scartata...” (10), muratori che scartano le pietre di costruzione migliori per costruire la loro casa con il cartone... Respingere Cristo è sorprendente, è pazzesco, del tutto incredibile agli occhi di coloro che hanno gustato quanto il Signore sia buono!

...vista la Sua identità

Gesù è il Salvatore di chi non ha più speranza, il sollievo per chi sollievo non trova nelle medicine di questo mondo, l’aiuto decisivo per chi è privo di soccorso.

Egli è il solo Sommo Sacerdote che possa offrire a Dio un sacrificio davvero riparatore per tutti i nostri peccati.

Egli è il Re dell’universo che è stato investito di ogni potere in cielo e sulla terra, sommamente degno di ogni onore e gloria.

Egli è Colui che ha manifestato con efficacia senza pari l’amore di Dio Padre: come non vedere questo attraverso l’agonia e la tortura di quella croce?

Egli è capace di salvare efficacemente e fino in fondo tutti coloro che vanno a Dio attraverso di Lui. Egli è il sommo Profeta mandato per rendere pubblica la volontà di Dio Padre, per rivelare le profondità di Dio, e per mostrare il modo in cui peccatori colpevoli possono essere riconciliati con Dio.

Egli è la via che pensatori e filosofi antichi e moderni, e senza numero, si sono sforzati inutilmente di trovare.

Egli è il Giudice supremo dei vivi e dei morti. Non sarebbe forse ragionevole venire a patti con Lui prima che Lui emetta nei nostri riguardi la Sua sentenza?

Dovrebbe essere ragionevole...

Non sarebbe assolutamente ragionevole che l’infinita bellezza ed eccellenza dovrebbe essere stimata ed amata? Che la suprema autorità dovesse essere ubbidita, ed il Suo alto carattere riverito? Non sarebbe ragionevole che la più sorprendente manifestazione di amore e misericordia incontrasse il più affezionato ritorno di gratitudine da chi è così tanto beneficato? Chi potrebbe negare la ragionevolezza di questa aspettativa se non creature prive di ragionevolezza e senza negare al tempo stesso la nostra stessa essenza?

Un debito esame di noi stessi

Esaminiamo bene noi stessi: quale tipo di accoglienza diamo a Gesù Cristo? E’ quanto mai opportuno riflettere su noi stessi su questa questione? Quanto spazio il Signore Gesù occupa nei tuoi pensieri e nelle tue priorità? Gesù Cristo è il soggetto favorito delle tue conversazioni? Il Suo amore regna nel tuo cuore? Se neghi l’accusa e professi di amarlo, dove sono gli inseparabili frutti ed effetti del Suo amore nella tua vita?

Hai imparato ad affidare la tua anima nelle Sue mani, per essere salvato da Lui interamente nei Suoi termini? O forse dipendi dal fatto che immagini te stesso essere “in fondo” una brava persona? Non pensi che trascurando così Gesù Cristo, non fai altro che aggravare la tua colpa?

Non dovrebbe il tuo castigo essere peculiarmente aggravato, in proporzione di questa colpa che la Scrittura considera molto grave? Come pretendi di sfuggire alle temibili conseguenze del continuare ad ignorare il Signore Gesù? Dice infatti la Scrittura: “Come scamperemo noi, se trascuriamo una così grande salvezza?” (Eb. 2:3).

Potresti continuare ad essere così allegramente negligente quando la Scrittura chiaramente afferma ed illustra il destino di coloro che pretendono di fare a meno del loro unico possibile Salvatore? Domande importanti!

Conclusione

Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando come “storicamente” i cristiani evangelici, i protestanti, fossero da sempre conosciuti come persone molto serie e ligie ai loro doveri, sia verso Dio che verso il prossimo. Siamo noi, sono ancora io all’altezza di questa fama? Vivo forse una vita disordinata e superficiale, priva di disciplina facendo il meno possibile di quanto è giusto e, seguendo l’andazzo di questo mondo? Siamo coscienti di essere creature di Dio “soggette a padrone”, cioè al Sovrano Iddio, con dei precisi doveri da adempiere verso di Lui e verso gli altri? Se mi considero membro della chiesa cristiana, sono coerente nella mia professione di fede servendo gli interessi di Colui che chiamo Signore? Ho accolto Gesù Cristo degnamente come Egli presenta Sé stesso nella Bibbia cioè come il Solo nome che sia stato dato all’umanità per cui essa può essere salvata? Sono per altro cosciente di ciò che attende tutti coloro che Lo respingono disdegnando i diritti del Signore Iddio sulla nostra vita. Di tutto questo la parabola che abbiamo oggi letto e commentato è assolutamente esplicita.

(Paolo Castellina, 3 ottobre 2017, rielaborazione della predicazione del 22 febbraio 1997. Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte dalla Versione Nuova Diodati, ediz. La Buona Novella, Brindisi, 1991).