Studi biblici/Luca 2:22-40

Da Tempo di Riforma.

Tutte le prescrizioni della Legge del Signore

Sintesi
In ogni tempo e paese rituali e cerimonie segnano i momenti più importanti della vita individuale e sociale. Anche riti e cerimonie “civili” non sono solo celebrazioni ma di fatto sono religiose perché rivelano bisogno di trascendenza. Nel testo biblico di questa domenica troviamo Maria e Giuseppe che portano Gesù, bambino, al tempio per la rituale presentazione. Lo fanno non tanto “per tradizione”, ma, comprendendone il significato, per adempiere diligentemente tutte le prescrizioni della Legge del Signore. La Scrittura testimonia come essi fossero diligenti non solo al riguardo della legge cerimoniale, ma anche quella morale. E’ in quella famiglia che cresce Gesù, che disse: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”. Esploriamo così alcuni fra gli insegnamenti di Luca 2:22-40.

Riti e cerimonie

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Cerimonie e riti hanno fatto e fanno parte della vita di ogni società umana di ogni tempo e paese. L'essere umano, infatti, che manifesta sempre la sua natura religiosa, affida tipicamente al rito i momenti chiave della sua esistenza personale e della collettività di cui fa parte, come ad esempio la nascita, il raggiungimento della pubertà, il matrimonio, la morte ed altre celebrazioni della vita sociale. Cerchiamo nel rito e nella cerimonia la garanzia del mantenimento della nostra propria identità e di quella della comunità alla quale appartieniamo. Per questo si tratta di “cerimonie religiose” anche quando non sono espressamente considerate tali, come quelle che chiamiamo “civili”. Esse, infatti, implicano comunque il riferimento ad una trascendenza ed una fede di qualche natura. Non ci devono quindi sorprendere quando persino degli atei professanti vogliono avere, e spesso in grande stile, battesimi, matrimoni e funerali “non religiosi”.

Il testo biblico proposto per questa domenica ci riporta indietro nella vita di Gesù di Nazareth allorché, bambino, egli viene portato nel tempio di Gerusalemme per la rituale Sua presentazione[1] e poi, ragazzo, con alcune semplici frasi, il modo in cui cresce curato amorevolmente da Maria, sua madre, e da Giuseppe. Il testo biblico ci parla anche di come, in occasione della presentazione di Gesù al tempio, essi incontrino Simeone, l’uomo giusto e timorato di Dio che aspettava con ansia la manifestazione della “consolazione di Israele”. Per ispirazione di Dio, egli riconosce in quel bimbo la futura realizzazione delle promesse di Dio e il testo ci riporta la sua preghiera di lode e di ringraziamento, quella che per secoli è stata conosciuta e cantata nella chiesa cristiana come “il Nunc Dimittis”[2]. Il testo ci accenna pure all’incontro, in quella stessa occasione, con Anna, anziana profetessa, che pure attendeva la redenzione di Gerusalemme. Quello che ci riporta a questo riguardo l’evangelista Luca non è una semplice cronaca di fatti avvenuti, ma di un “messaggio” che dobbiamo cogliere. E’ quel che cercheremo di fare.

A proposito di riti e celebrazioni, non tutti sanno come questo episodio pure stia al centro della secolare celebrazione delle chiese anglicana, cattolica, ortodossa e luterana, della festa chiamata la Candelora[3], festa che avviene ogni anno il 2 di febbraio. Di questo testo ci concentreremo oggi, però, solo su Maria e Giuseppe che diligentemente adempiono, secondo quanto il testo dice, “tutte le prescrizioni della legge del Signore” e poi sulle “conseguenze” di questa loro diligenza.

Il testo biblico

“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore»; e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani colombi. Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest'uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d'Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Egli, mosso dallo Spirito, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, lo prese in braccio, e benedisse Dio, dicendo: «Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce da illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse, dicendo a Maria, madre di lui: «Ecco, egli è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele, come segno di contraddizione (e a te stessa una spada trafiggerà l'anima), affinché i pensieri di molti cuori siano svelati». Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Com'ebbero adempiuto tutte le prescrizioni della legge del Signore, tornarono in Galilea, a Nazaret, loro città. E il bambino cresceva e si fortificava; era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui” (Luca 2:22-40).

Una famiglia diligente

Come in ogni tempo e paese, ecco come anche la famiglia di Gesù è coinvolta in quelli che chiamiamo “i riti di passaggio” della vita, in questo caso la presentazione del loro bimbo al tempio. Maria e Giuseppe portano il bambino al Tempio di Gerusalemme quaranta giorni dopo la sua nascita, per "offrirlo" a Dio. Questa cerimonia era prescritta per tutti i figli maschi primogeniti in ossequio al comando contenuto nel libro dell’Esodo[4] e che consiste ancor oggi per gl'israeliti nel riscatto del bambino tramite un'offerta.

Il significato di questo gesto era preciso. Un tempo il popolo di Israele era schiavo in Egitto. Come in ogni cultura dove vige la schiavitù, ogni loro figlio diventava automaticamente “proprietà” del loro padrone e sarebbe stato marchiato come un animale. Dio, però, aveva liberato il Suo popolo dalla schiavitù ed ogni loro figlio che nasceva sarebbe appartenuto solo a Dio, sotto il quale si trova vera libertà, e non più sottoposto ai signori di questo mondo. Presentarlo al tempio significava perciò dichiarare che questi apparteneva a Dio soltanto ed in forza di questo era veramente una persona libera. Il sacrificio che avrebbe accompagnato questa presentazione sarebbe stato il segno del “prezzo di riscatto” pagato da Dio per redimerlo dalla schiavitù.

L’istituzione di questo rito sottolinea tutto questo dicendo: "Quando, in avvenire, tuo figlio ti interrogherà, dicendo: "Che significa questo?", tu gli risponderai: "Il SIGNORE ci fece uscire dall'Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente; e quando il faraone si ostinò a non lasciarci andare, il SIGNORE uccise tutti i primogeniti nel paese d'Egitto, tanto i primogeniti degli uomini quanto i primogeniti degli animali. Perciò io sacrifico al SIGNORE ogni primo parto maschio, ma riscatto ogni primogenito dei miei figli". Ciò sarà come un segno sulla tua mano e come un ricordo fra i tuoi occhi, poiché il SIGNORE ci ha fatti uscire dall'Egitto con mano potente»" (Esodo 13:14-16). Il primogenito consacrato a Dio fin dalla sua nascita, avrebbe significato molto di più che nel caso di un qualsiasi figlio di Israele. Egli era, infatti, l’unigenito ed eterno Figlio di Dio, Colui che, dopo aver scelto di nascere “sotto la legge” (Galati 4:4) si sarebbe completamente consacrato a Dio, dando l’intera Sua vita in sacrificio come mezzo per il riscatto dal peccato di tutti coloro che Gli appartengono. Egli avrebbe così liberato un “nuovo Israele” da una schiavitù molto più grande di qualunque asservimento ai signori di questo mondo, perché di conseguenze eterne.

Simultaneamente la puerpera compiva l'offerta prescritta dalle Scritture [5]: "Quando i giorni della sua purificazione, per un figlio o per una figlia, saranno terminati, porterà al sacerdote, all'ingresso della tenda di convegno, un agnello di un anno come olocausto, e un giovane piccione o una tortora come sacrificio per il peccato. Il sacerdote li offrirà davanti al SIGNORE e farà l'espiazione per lei; così ella sarà purificata del flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina. Se non ha mezzi per offrire un agnello, prenderà due tortore o due giovani piccioni: uno per l'olocausto e l'altro per il sacrificio per il peccato. Il sacerdote farà l'espiazione per lei, ed ella sarà pura"»" (Levitico 12:6-8).

Anche questo gesto aveva un preciso significato: esso, infatti, doveva imprimere nella mente della madre e del padre che tutti noi nasciamo contaminati dal peccato per sanare il quale sarebbe stato necessario un sacrificio di espiazione. Il raccontare questo episodio, per l’evangelista Luca era particolarmente significativo: Gesù non era contaminato dal peccato, ma sarebbe stato Lui stesso, innocente Agnello di Dio, il sacrificio stesso per l’espiazione del peccato di coloro che a Lui sono affidati ai fini della salvezza.

Non solo cerimonie

Fin qui i rituali ai quali Maria e Giuseppe diligentemente si sottopongono, in obbedienza alle istruzioni date da Dio all’antico popolo di Israele. Si trattava forse per loro di una semplice consuetudine sociale, di una “tradizione” della quale, come succede spesso oggi, portano avanti per conformismo sociale, senza comprenderne bene il significato, oppure travisandolo? No, il testo, ma non solo questo, lascia trasparire che in loro vi era una particolare diligenza nell’adempiere tutte le prescrizioni della Legge del Signore e che essi lo avessero fatto consapevolmente. La fiduciosa ubbidienza alla Parola del Signore era sempre stata, per altro, la caratteristica della loro vita, prima di sposarsi e pure dopo. Dio, infatti, proprio per quello li avrebbe fatti servire con grande efficacia ai Suoi propositi di salvezza. Per loro leggi cerimoniali e leggi morali erano un tutt’uno: sarebbe stato per loro assurdo il separarle. Sia leggi cerimoniali che leggi morali erano ugualmente ciò che aveve prescritto loro il Signore Iddio, per il loro bene ultimo. Essi facevano parte di un popolo liberato dalla schiavitù: questo celebravano le leggi cerimoniali. Essi sapevano, però, che seguire in modo altrettanto diligente la legge morale, che pure Dio aveva dato (così com’è riassunta nei Dieci Comandamenti) sarebbe stato per loro la garanzia dell’autentica libertà e consapevolmente essi l’avrebbero riconoscenti osservata. Come avrebbero spiegato ai loro figli il senso delle cerimonie alle quali erano stati sottoposti e praticavano, così avrebbero insegnato ai loro figli ad osservare la legge morale di Dio. Essi, figli loro, avrebbero potuto crescere e fortificarsi non solo fisicamente ma anche spiritualmente come persone davvero sagge e in grazia di Dio, a differenza del mondo a loro circostante.

Non sarebbe stato facile insegnare ai loro figli l’importanza della coerenza personale con la legge morale che Dio aveva dato loro. Giuseppe e Maria, con il loro figlio Gesù e gli altri che sarebbero venuto, vivevano infatti in Galilea, un mondo eterogeneo dove convivevano sia Ebrei che pagani. Sicuramente lìi loro figli avrebbero subito il fascino illusorio dei pagani che vivevano accanto a loro, con il loro differente stile di vita. Essi però, avrebbero impartito ai loro figli il senso della loro identità ed unicità come popolo di Dio e della distinzione morale e spirituale che li separava dagli altri, della quale dovevano andare fieri, senza vergognarsi di essere “diversi dagli altri”. Identico sarebbe stato il messaggio cristiano sull’identità e vocazione del popolo riscattato dal Signore e Salvatore Gesù Cristo, come scrive l’apostolo Paolo: “...perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo" (Filippesi 2:15).

La situazione oggi

Venti secoli di cristianesimo hanno fatto sì che venissero accumulate nella pratica della fede cristiana una grande montagna di cerimonie, riti e feste di ogni tipo. Gran parte di queste cerimonie e feste non sono prescritte dalla Parola di Dio né erano praticate dai primi cristiani. Esse sono state introdotte, di fatto, sotto vari pretesti e giustificazioni, in sostituzione e imitazione non solo della pratica dell’antico Israele, ma anche di quelle delle nazioni pagane dove il cristianesimo è stato introdotto. Tutte questi cerimonie non solo hanno causato formalismo e ipocrisia come se l’espressione della fede cristiana, e quindi l’approvazione ed il favore di Dio, dipendesse dalla semplice esecuzione di queste cerimonie, ma si sono spesso rivelate un grave fardello per il popolo cristiano, un ostacolo alla predicazione dell’Evangelo stesso, ed una limitazione della libertà che Cristo ci ha guadagnato.

Di gran parte di queste cerimonie ha fatto “piazza pulita” la Riforma protestante, intendendo riportare i cristiani alla purezza ed alla fedeltà dell’insegnamento e della pratica originale. La Riforma protestante ha riaffermato tre principi di base: (1) come cristiani non siamo più tenuti a praticare i riti e le cerimonie dell’Antico Testamento (2); dobbiamo respingere ogni pratica religiosa cerimoniale di provenienza pagana qualunque sia stata la giustificazione della sua introduzione; (3) i cristiani devono soltanto attenersi a quanto il Nuovo Testamento comanda od esemplifica e quello praticare.

I riti e le cerimonie dell’Antico Testamento, infatti, erano unicamente ”ombre”, "figure", prefigurazioni tipologiche di ciò che Cristo ha realizzato, la pedagogia di una "chiesa minorenne" che attraverso di esse si preparava all’avvento del Cristo e della Sua opera. Tutto ciò che riguarda la legge cerimoniale del culto nell’Antico Testamento è stato abolito da Cristo perché Cristo, con la Sua venuta, ha compiutamente realizzato una volta per sempre ciò che quelle cerimonie prefiguravano. Tipicamente (e tipologicamente) tutti i sacrifici e rituali di purificazione, insieme alle liturgie, altari, paramenti, gesti e musiche, sono stati aboliti da Cristo, perché Egli ha compiuto, sacrificando per noi l’intera Sua persona, ciò che essi rappresentavano. Tutte quelle cerimonie di culto sono così cessate, completamente terminate, svanite, abolite. Nel contempo afferma, con la predicazione, il primato della comunicazione verbale.

La legge cerimoniale dell'Antico Testamento è considerata abolita o comunque superata, mentre rimane in vigore la legge morale. In questo contesto, il culto si deve svolgere secondo i criteri normativi neotestamentari. L'unica festività da osservare rimane la Domenica (il nostro giorno di riposo sabbatico) e gli unici sacramenti e segni sacramentali ammessi quelli istituiti direttamente dal Signore Gesù, vale a dire il Battesimo e la Cena del Signore.

La Confessione di fede della Riforma svizzera afferma: "Le cerimonie sono state donate un tempo all’antico popolo come una certa pedagogia per quanti erano tenuti sotto la legge, come sotto un pedagogo, ed erano governati come sotto un tutore e curatore; ma, alla venuta di Gesù Cristo, nostro li­beratore, essendo stata abolita la legge, noi fedeli non siamo più sotto la legge e le sue cerimonie sono svanite; gli apostoli, ben lungi dal volerle conservare o rin­novare nella Chiesa di Cristo, hanno apertamente testimoniato di non volerne in alcun modo gravare la Chiesa. Per cui, si potrebbe a ragione dire di noi che ristabiliremmo il giudaismo se, secondo il costume della Chiesa antica, moltiplicassimo nella Chiesa di Cristo le cerimonie e altri simili modi di fare. Noi non approviamo quindi l’opinione di coloro ai quali e sembrato giusto tenere e governare la Chiesa di Gesù Cristo come sotto una pedagogia mediante molteplici e svariate ceri­monie. Se infatti gli apostoli non hanno voluto imporre al po­polo cristiano il giogo delle cerimonie e degli altri modi di fare, che pure Dio aveva ordinato, chi sarà di grazia l’uomo dal retto giudizio che oserà imporgli ancora delle invenzioni degli uo­mini? E, senza dubbio, noi vediamo anche che quanto più si ac­cresce questa grande montagna di cerimonie nella Chiesa tanto più diminuisce la libertà cristiana, e del Cristo stesso e della sua fede, poiché il popolo cerca nelle cerimonie ciò che cercherebbe per fede nell’unico Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ai fedeli bastano quindi cerimonie semplici, moderate e in piccolo nu­mero e non lontane dalla parola di Dio" [6].

Un intero modo di vivere in linea con Dio

La madre di Gesù con Giuseppe suo marito, nel loro nucleo familiare avevano un’unica determinazione: “adempiere tutte le prescrizioni della Legge del Signore”. In quella casa era sorto il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, dove Egli “cresceva e si fortificava; era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui” (40). In quella casa Egli era cresciuto ed avrebbe poi detto ai Suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (Matteo 5:17), comandando pure loro (e a noi) "Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente»" (Matteo 28:19-20).

Gesù, il Cristo, ha realizzato e compiuto tutto ciò che nell’Antico Testamento era stato prefigurato, ma l’ha compiuto affinché i Suoi discepoli potessero, con gratitudine, continuare a praticare la legge morale di Dio, - quella che Egli ha praticato fedelmente - e che è garanzia della loro stessa vita, in ogni ambito della loro esistenza. Egli ha dato la Sua vita affinché i Suoi discepoli potessero seguire i comandamenti Suoi e del Padre con sincerità, passione, trasporto ed amore per Dio, che ce l’ha dati, persuasi che essa è buona e giusta per loro e dà gloria a Dio. Egli aveva detto loro e continua a dire a noi oggi: “Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando" (Giovanni 15:14), e questo include non solo rituali religiosi, ma soprattutto ogni espressione della nostra vita.

Nel grande mandato che il Signore ci ha affidato vi è quello di “battezzare” (e questa, con la Cena del Signore, sono le uniche cerimonie che Egli ci abbia comandato). Molti cristiani, però, si fermano lì, perché Gesù non solo ha detto “battezzate”, ma ha anche detto: “...insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate”. Battesimo e Cena del Signore sono sussidiari e finalizzati a questo fine soltanto: la pratica di un modo di vivere intero, in linea con la volontà rivelata del Signore.

Conclusione

Ecco dunque una famiglia che adempie tutte le prescrizioni della Legge del Signore e che ha la benedizione di vedere i propri figli crescere e fortificarsi, pieni di sapienza e, soprattutto, “in grazia di Dio”.

Cerimonie e riti hanno fatto e fanno parte della vita di ogni società umana di ogni tempo e paese. L'essere umano, infatti, che manifesta sempre la sua natura religiosa, affida tipicamente al rito i momenti chiave della sua esistenza personale e della collettività di cui fa parte, come ad esempio la nascita, il raggiungimento della pubertà, il matrimonio, la morte ed altre celebrazioni della vita sociale. Cerchiamo nel rito e nella cerimonia la garanzia del mantenimento della nostra propria identità e di quella della comunità alla quale apparteniamo. Tutto questo il Signore Iddio lo comprende e lo onora, ma le cerimonie (quelle che Egli prescrive) hanno senso soltanto se riflettono, sono espressione, di una vita vissuta interamente secondo le prescrizioni del Signore. Il Battesimo e la Cena del Signore sono gli unici significativi rituali che Egli ci ha comandato. Essi riassumono e tutto ciò che è davvero per noi importante celebrare e nel quale radicare la nostra vita: l'opera di Cristo per noi e in noi.

Il rituale non è fine a sé stesso, ma deve riflettere il nostro completo e concreto coinvolgimento nell'opera di Cristo. Esso non lo crea, ma lo conferma e lo rafforza. Se non fosse così, correremmo soltanto il rischio di ciò che Dio ci dica ciò aveva detto in un’occasione al popolo di Israele:

"Ascoltate la parola del SIGNORE, capi di Sodoma! Prestate orecchio alla legge del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Che m'importa dei vostri numerosi sacrifici?», dice il SIGNORE; io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate; il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri, io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi davanti a me, chi vi ha chiesto di contaminare i miei cortili? Smettete di portare offerte inutili; l'incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne. L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite; mi sono un peso che sono stanco di portare. Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova! Poi venite, e discutiamo», dice il SIGNORE; «anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana. Se siete disposti a ubbidire, mangerete i frutti migliori del paese; ma se rifiutate e siete ribelli, sarete divorati dalla spada»; poiché la bocca del SIGNORE ha parlato” (Isaia 1:10-20).

Paolo Castellina, 31 gennaio 2014

Note

Per approfondire