Studi biblici/Luca 2:15-20

Da Tempo di Riforma.

Loro per primi, affinché noi seguissimo...

Sintesi. Per quanto ci sia familiare, non dovremmo prendere per scontato il racconto tradizionale della nascita di Gesù. Ogni suo elemento, infatti, è messaggio e chiama all’azione. Di fatto è un messaggio che mobilita. In che modo lo può fare la visita dei pastori alla capanna di Betlemme dove è nato Gesù? É quello che vedremo quest’oggi esaminando il testo di Luca 2:15-20.

Introduzione

I racconti tradizionali degli eventi che circondarono la nascita di Gesù costituiscono il motivo conduttore ogni anno delle festività natalizie. Li abbiamo però sentiti così tanto che non solo non ci dicono generalmente più nulla, ma ormai scompaiono dietro alle moderne usanze natalizie che hanno sempre meno a che fare con l’autentico spirito del Natale. Sempre di più, infatti, ci si augura in questo periodo un generico “buone feste” e sicuramente la celebrazione della nascita di Gesù, in una società secolarizzata, assume un ruolo sempre più marginale. Gli zeloti del laicismo vorrebbero trasformare queste feste in “Festa d’Inverno”. Potrebbe anche andar bene, almeno così non ci sarebbero più equivoci al riguardo, ma accettandolo non vorremmo certo contribuire alla cancellazione nella società di un qualsiasi riferimento a Cristo, facendo così il gioco dei suoi avversari. È un dilemma.

In ogni caso, vorrei quest’oggi aiutarvi a scoprire l’importante messaggio che si nasconde dietro la vicenda di quei pecorai che per primi hanno il privilegio di essere testimoni della venuta in questo mondo del Salvatore Gesù. Ecco che cosa accade dopo aver essi avuto una visione di creature celesti che annuncia-vano loro la nascita del Salvatore.

Il testo

“E avvenne che, quando gli angeli si allontanarono da loro per ritornare in cielo, i pastori dissero tra loro: ‘Andiamo fino a Betlemme, per vedere ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono quindi in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino, che giaceva in una mangiatoia. Dopo averlo visto, divulgarono quanto era stato loro detto a proposito di quel bambino. E tutti coloro che li udirono si meravigliarono delle cose raccontate loro dai pastori. Maria custodiva tutte queste parole, meditandole in cuor. E i pastori se ne ritornarono, glorificando e lodando Dio per tutte le cose che avevano udito e visto, come era stato loro detto” (Luca 2:15-20).

Eventi straordinari

Focalizziamo bene questa scena per altro ben conosciuta e non prendiamola per scontata.

Siamo di fronte al primo annuncio pubblico di un evento straordinario: la nascita in questo mondo del Salvatore tanto atteso: “oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore” (11).

Di questo primo annuncio si fanno carico creature celesti. La Bibbia ci parla dell’esistenza nell’universo di creature intelligenti che si muovono in una dimensione diversa dalla nostra ma che sono in grado di interagire con la nostra al servizio di Dio. I primi a ricevere questo annuncio sono “dei pastori che dimoravano all'aperto nei campi, e di notte facevano la guardia al loro gregge” (8). Sono poi ancora creature celesti quelle che si fanno carico della dovuta e meritata lode e adorazione verso le meraviglie della grazia di Dio: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini, su cui si posa il suo favore” (14). Rivelazione, proclamazione, lode ed adorazione sono azioni che vengono così assunte da creature celesti. Si tratta però di un fatto evidentemente eccezionale, irripetibile, unico nel suo genere, come pure sono creature celesti quelle che per prime danno l’annuncio della risurrezione di Cristo.

Certo, non si vedono tutti i giorni... angeli che annunciano l’Evangelo e che lodano ed adorano il Signore (non mi sorprende che ad udire questo alcuni rimangano perplessi ed increduli! L’unicità, però, di questo fatto è del tutto comprensibile perché il compito di proclamare l’Evangelo di Cristo sulla terra da allora non sarebbe più toccato ad angeli, ma a creature umane, a noi! Questo fatto lo vediamo proprio nel nostro testo quando osserviamo il comportamento dei pastori che avevano assistito a questi avvenimenti.

Oggi molti ritengono che servire il Signore sia compito ...di angeli, di “santi”, di “addetti ai lavori”, di caste sacerdotali, di “specialisti”. Non è così, o almeno, non esclusivamente. Qui le creature celesti avviano quell’opera che dopo sarebbe stata compito esclusivo di creature umane, di “persone comuni”, come in questo caso pastori. ...e non sfugga il fatto che si tratti di pastori di pecore, non di pastori d’anime! Già: contadini, pescatori, impiegati, militari, medici, casalinghe che diventano discepoli di Gesù e Suoi apostoli, cioè messaggeri, pur continuando a svolgere il loro lavoro quotidiano. Il movimento cristiano agli inizi non avrebbe così coinvolto attivamente “specialisti della religione”, ma gente comune. La fede cristiana, dunque, non come movimento clericale, ma come movimento genuinamente popolare! E’ così per noi oggi?

Pastori in movimento

Esaminiamo così il comportamento, per noi esemplare, di quei pastori in quella notte di Natale, e lo faremo esaminando con attenzione quei verbi che, nel nostro testo, lo descrivono.

Il momento passivo

Tutto avviene, naturalmente, a partire da uno stato di quiete, di passività. I pastori “dimoravano all’aperto nei campi” (8) e lì vedono e ascoltano. La passività del vedere e dell’udire è importante. Il problema semmai è abusarne. A quei pastori si presenta loro la gloria del Signore in tutto il suo splendore, ricevono l’annuncio che le creature celesti portano loro, i fatti che sono avvenuti e che riguardano la nascita del Salvatore: “poiché oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore” (11). Ad essi vengono pure date precise indicazioni e la spiegazione del senso di questi fatti “E questo vi servirà di segno: Voi troverete un bambino fasciato, coricato in una mangiatoia” (12). Questo rappresenta, secondo me, il dovuto momento di attenta “passività” in cui noi dobbiamo udire la Parola di Dio annunciata e spiegata, come pure le istruzioni pratiche per trasformarla in azione. E’ vero che oggi vi è chi sta solo e sempre ad ascoltare, senza mai agire e delegando magari l’azione ad altri, come pure vi è chi “si agita” troppo senza mai trovare il tempo per udire, per riflettere, per contemplare. In ogni caso all’azione qui viene fatta precedere la riflessione. Notate anche, a questo riguardo, ciò che pure faceva Maria, la madre di Gesù, della quale il testo dice: “Maria custodiva tutte queste parole, meditandole in cuor” (19). Dopo questa esperienza, che fanno i pastori?

L’esperienza

I pastori del nostro racconto non si accontentano di udire il messaggio, ma vanno, per così dire, a “verificare” di persona se le cose stiano effettivamente come era stato loro annunciato. Dicono “Andiamo ... in fretta ... per vedere ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto conoscere” e “Trovarono...” (16). Questi pastori non sono semplici spettatori di uno spettacolo. Non dicono: “Bello. Grande manifestazione. Belle parole. E’ stato un bello spettacolo. Notevole!” e poi ...si rimettono a dormire! No. Sebbene tutto quello che avevano visto ed udito li avesse sorpresi ed anche spaventati, si muovono per accertarsi personalmente se tutto questo sia vero e non un sogno od un’allucinazione. Vanno e trovano esattamente come era stato loro detto. Anche questo, secondo me, è un’importante indicazione per noi. In che modo noi udiamo la Parola del Signore quand’è letta e spiegata? In che modo riceviamo i comandamenti e le promesse del Signore? Quando andiamo al culto è forse un esercizio retorico quello che udiamo e riteniamo che non ci riguardi? E’ forse solo magari “un bel discorso” da apprezzare esteticamente? Che cosa fa nel mentre la nostra mente? Vaga forse qui e là?

Quel messaggio, però, è per noi, e ci perviene affinché lo mettiamo in pratica ubbidendo ad esso e facendone l’esperienza. Giacomo ci dice: “E siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi. Poiché, se uno è uditore della parola e non facitore, è simile a un uomo che osserva la sua faccia naturale in uno specchio; egli osserva se stesso e poi se ne va, dimenticando subito com'era” (Giacomo 1:22-24). L’apostolo Paolo scrisse: “Anche per questo non cessiamo di rendere grazie a Dio perché, avendo ricevuto da noi la parola di Dio, l'avete ac-colta non come parola di uomini, ma come è veramente, quale parola di Dio, che opera efficacemente in voi che credete” (1Tessalonicesi 2:13).

Si, la Parola di Dio va ubbidita con fiducia, le realtà che Dio ci annuncia vanno provate, le promesse di Dio ci vengo-no rivolte affinché ci mettiamo in condizione di rice-verle personalmente. “Gustate e vedete quanto l'Eterno è buono; beato l'uomo che si rifugia in Lui” (Salmo 34:8). Quei pastori si muovono, si accertano e trovano. Non solo questo, però. Notate che cosa avviene subito dopo.

La missione

Ascoltate: “Dopo averlo visto divulgarono... raccontarono... E tutti ... si meravigliarono” (17,18). Si, questi pastori non “si godono” l’esperienza tutta per loro, ma sentono la responsabilità di condividere con altri quello che hanno scoperto.

Vedete come ora l’annuncio passi dalle creature celesti alla responsabilità umana? Non ricevono neanche un comandamento esplicito a divulgare la notizia. L’esperienza per loro è stata così forte che non possono farne a meno di condividerla con altri. Nei Vangeli, quando qualcuno riceve da Cristo il beneficio che Egli è venuto a portarci, ebbene, non ne può fare a meno di comunicare la notizia ad altri. Non sta più zitto, e senza paura di niente e di nessuno racconta a tutti qual è stata la sua esperienza affinché anche altri ne possano ugualmente godere. Nessuno di essi dice: “Non sono capace di farlo. Condividere l’Evangelo è il compito di ...quelli che sono pagati per farlo! E’ il compito dei predicatori, degli evangelisti, dei missionari...”. Quello che in Cristo ha scoperto è così grande, magnifico, assolutamente efficace che diventa subito “un giornalista”.

Se vi succede qualcosa di meraviglioso, potreste forse tacere, tenervelo tutto per voi? No. Qualcuno si stupisce perché i cristiani non siano più zelanti nell’evangelizzazione? Sapete perché spesso è così? Perché c’è da dubitare che molti abbiano mai davvero fatto esperienza di ciò che Cristo è venuto per portarci, perché non sono mai stati toccati sul vivo dalla grazia rigenerante di Dio. Che questi siano dei cristiani finti? C’è da sospettarlo! Il convertito, al contrario, si ha problemi a farlo stare zitto. A volte perfino esagera e manca di tatto con gli altri. Perché? Perché ciò che ha trovato in Cristo è una forza irresistibile che spesso bisogna pure moderare...

L’adorazione

C’è però un’altra cosa che dalle mani e dalla bocca delle creature celesti passa ad essere spontanea e doverosa espressione delle creature umane. Il testo dice che quei pastori, avendo udito, avendo sperimentato, ed avendo divulgato la notizia “glorificavano e lodavano Dio... per ciò che avevano visto ed udito, come era stato loro detto” (20). Possiamo immaginare questi pastori che cantano di gioia, che spontaneamente pregano ed esaltano il Signore per averli resi partecipi della Sua grazia rivelando loro per primi l’adempimento della Sua promessa di salvezza.

Non solo l’evangelizzazione è un moto spontaneo e irrefrenabile del convertito, ma lo è anche la lode e l’adorazione del Signore, in una parola, il culto personale! Quanta fatica a volte si fa per incoraggiare una persona a pregare, a cantare, a partecipare attivamente al culto! Chi però è stato toccato dalla grazia di Dio a queste cose non si fa pregare. La preghiera, l’adorazione, la partecipazione al culto, è per lui un sentimento interiore così forte che tutto passa per lui in secondo piano.

Per il convertito, anche in questo caso, il problema è l’opposto: devi moderare il suo impulso di lodare e ringraziare il Signore! C’è chi si fa chilometri e chilometri a piedi, e si alza la mattina presto per recarsi al culto o alle riunioni di chiesa. Perché? Perché così forte è il senso della sua riconoscenza per il dono che ha ricevu-to dal Signore, che farebbe “salti mortali” pur di dimostrarglielo!

Conclusione

Nella scena tradizionale del presepio, dunque, non ci sono statuine immobili, ma uomini e donne reali, ai quali è stato rivolto il messaggio più importante che potessero sentire: la nascita in questo mondo, e nella loro vita, del Salvatore che Iddio ci ha destinato: il Signore Gesù Cristo.

Hanno udito con attenzione l’annuncio e la sua spiegazione. Hanno sperimentato la verità di quanto era stato loro detto muovendosi nella direzione loro indicata. Hanno sentito un impulso irrefrenabile a condividerne la notizia ad altri ed a lodare e ringraziare il Signore con tutto loro stessi.

Questo loro messaggio ci giunge oggi non come una celebrazione storica, non come una “bella leggenda”, ma come l’esempio di una realtà che ancora oggi può essere riprodotta nella nostra vita. Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma io non sento questo impulso dentro di me alla lode ed all’adorazione, questo impulso a parlare di Cristo agli altri... io non ho mai sperimentato la realtà di cui qui si parla... queste cose non sono per me...”. E io gli risponderei: Si, queste cose sono per te. Gesù, il Salvatore, è venuto anche per te. Ascolta con attenzione e disponibilità il messaggio. Trasformalo in azione pratica, e sperimenterai la verità e la potenza di ciò che ci viene donato in Cristo. Ed allora la tua gioia sarà incontenibile, e non potrai fare a meno di condividere anche con gli altri le tue scoperte.

I messaggeri celesti ci hanno dato solo l’impulso iniziale, ed è nostra responsabilità portarlo avanti in questo mondo.

(Predicazione del past. P. Castellina del 25.12.1996)