Studi biblici/Luca 23:33-49

Da Tempo di Riforma.
Sintesi
La sofferenza umana può diventare "uno spettacolo"? La cosa è morbosa, ma la si rileva presso gli spettatori degli spettacoli cinematografici che non lesinano orrori, torture e morte; oppure per coloro che si fermano ad "assistere" le conseguenze di un incidente stradale. Anche la sofferenza e morte di Gesù per molti era allora diventata uno spettacolo. Lo afferma espressamente il racconto dell'evangelista Luca 23:33-49, il testo biblico che analizziamo questa settimana. Erano diversi i tipi di persone presenti ad assistere alla terribile morte di Gesù in croce: cittadini ed ospiti di Gerusalemme, discepoli, conoscenti e amici di Gesù, le pie donne che l'avevano sempre assistito, magistrati, soldati, malfattori pure condannati alla stessa sorte di Gesù. Analizziamo questi personaggi, e poi chiediamoci: "Quanto ci coinvolge, la vita, “lo spettacolo” della sofferenza e la morte di Cristo in croce. Non si può rimanerne indifferenti e neutrali.

Uno spettacolo coinvolgente?

Lo spettacolo della sofferenza

Può essere considerata “uno spettacolo” la sofferenza e la morte di un uomo, in particolare una condanna a morte? Un tempo le condanne a morte, anche quelle realizzate con i metodi più atroci, avvenivano in pubblico. Spesso erano le autorità a costringere la gente ad assistervi: l’idea era quella di “dare un esempio” affinché, guardando che cosa sarebbe successo a chi commetteva un certo crimine, nessuno l’avrebbe voluto poi imitare. Però, per quanto sgradevole questo possa sembrarci, anche solo ad ammetterlo, a molti piace guardare altri che sono torturati, soffrono e muoiono! Il sadismo, il piacere morboso di assistere alla sofferenza altrui, è più diffuso di quello che si pensi. Basta solo vedere oggi a quanti piacciono i film dell’orrore dove il sangue “cola a fiumi”, oppure che cosa spesso accade dopo un incidente stradale, presso il quale molti si fermano non tanto per aiutare, ma “per vedere” ingombrando il traffico ed ostacolando i veri soccorritori! Gli esempi al riguardo, potrebbero essere innumerevoli. Mi ricordo quando insegnavo religione a scuola, di aver voluto mostrare la tragica vicenda storica di una giovane cristiana che, a causa della sua fede, era stata condannata a morte per decapitazione. Alcuni adolescenti, prima del film, mi chiedono: “Ma si vede veramente la testa mozzata che cade ed il sangue che spruzza tutt’intorno?”. Io dico loro: “No, ma lo si può immaginare”. E loro, di rimando, tutti delusi: “Peccato!”. La maggior parte di questi adolescenti, infatti, considererebbe “noioso” un film che non mostrasse violenza, sofferenza e morte …non solo loro, però?! Non voglio dire che tutti siano così, ma la cosa non mi scandalizza, perché conosco la natura umana! Non voglio ora indagare sulle motivazioni di un simile atteggiamento, ma sofferenza e morte possono essere per molti uno spettacolo desiderabile: è la depravazione della natura umana di cui la Bibbia parla così esplicitamente.

Lo spettacolo della morte di Cristo

I vangeli descrivono la tragedia della sofferenza e morte del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: come altri fatti simili, anche quella era diventata “uno spettacolo” per molti, quel giorno a Gerusalemme: sono le esplicite parole che usa il testo biblico di oggi. Ecco, infatti, come ne parla l’evangelista Luca in un frammento del racconto sulla passione e morte di Cristo, al capitolo 23, dal versetto 33 in poi.

La crocifissione di Gesù. “Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. [Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».] Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi sé stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!». Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!». Gesù gli disse: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso». Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano” (Luca 23:33-49).

Questo “spettacolo” lo si è interpretato molte volte nella storia: dalle “sacre rappresentazioni” ai vari film che sono stati prodotti sulla vicenda di Cristo, soprattutto nel più volte citato film di Mel Gibson sulla Passione di Cristo, dove per due ore non si vede altro che le atrocità che sono state perpetrate su Gesù. Personalmente quel film non l’ho visto e non lo voglio neanche vedere (non provo alcun piacere a vedere soffrire chi amo, anche se, evidentemente, sono riconoscente a Lui del perché l’abbia accettato). Questo film ha avuto molto successo, con grande coinvolgimento emotivo degli spettatori.

Gli assenti ed i presenti…

Già, coinvolgimento: ecco la parola chiave sulla quale vorrei soffermarmi oggi. In che modo ci coinvolge, vi coinvolge la tragica vicenda di Cristo? A qualcuno si potrebbe anche chiedere: perché non vi coinvolge, perché ne siete indifferenti, visto che la fede cristiana le attribuisce valore universale? In che modo la sofferenza e la morte di Cristo aveva coinvolto coloro che originalmente vi avevano assistito? Il testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione sembra essere stato scritto da uno scenografo. Egli rappresenta la scena a più livelli, con diversi personaggi e con vari gradi di coinvolgimento. Al centro c’è Cristo, che muore in croce e poi, dai più lontani ai più vicini, uomini e donne con diverse caratteristiche. Con quali di essi noi potremmo identificarci?

Partiamo dai più lontani. Partiamo prima di tutto ...da chi non c’era.

1. Molti cittadini e ospiti di Gerusalemme. Di questi il testo non parla, ma, evidentemente, c’erano. La popolazione di Gerusalemme era ormai abituata agli intrighi dei politici, locali od occupanti romani che fossero. Conosceva quanto fossero corrotti. Era abituata alla violenza quotidiana, ai processi burla, alle flagellazioni sommarie, alle torture, alle condanne a morte più atroci, tanto che …non ci faceva più caso, come noi non facciamo più caso alle notizie quotidiane di morti ammazzati di cui ci parla il telegiornale... La gente “tirava a campare” cercando solo di starsene fuori dai guai e diceva, come tanti oggi. Quanti dicono: “Io non mi occupo né di politica né di religione”. Certo, facevano formalmente i loro “doveri religiosi” ma “il minimo possibile”, tanto per “tenersi buoni” i poteri religiosi, e magari anche Dio "semmai esistesse”. Andavano ogni tanto ad applaudire il potente di turno, ma solo per essere poi “lasciati in pace”. Per il resto “…che le cose vadano come devono andare”, dicevano fatalisti, evitando le responsabilità.

Le responsabilità, però, bisogna sapersele prendere, sia per sé stessi che per la società. Che andasse pure “in malora” la loro anima o la loro stessa società, non interessava loro, illudendosi, magari, di “essere fortunati”. Quando Gesù predicava nella loro città facendo loro vedere le cose come stavano e come sarebbero andate, richiamandoli alle loro responsabilità, dicevano: “Io queste cose non le voglio neanche sentire!”. Erano come le proverbiali tre scimmiette: “Io non vedo, io non sento, io non parlo”! Vi ricorda qualcuno di vostra conoscenza? Un giorno Gesù, guardando il panorama di Gerusalemme, aveva pianto e detto: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!" (Luca 13:34,35).

2. I suoi discepoli. C’era un'altra categoria di persone che mancavano quel giorno e che mancano in questo testo …e la cosa è del tutto incredibile, se solo ci pensiamo. Sapete chi pure mancava, quel giorno, alla scena della crocifissione? Vi sorprenderà a sentirlo dire, ma: erano i discepoli di Gesù! Dov’erano finiti? Erano fuggiti! Ce lo dice l’evangelista Marco: “Allora tutti, lasciatolo, se ne fuggirono” (Marco 14:50). Sì, è vero, c’era stato un timido tentativo di resistenza, ma Gesù l’aveva disapprovato. Gesù l’aveva predetto: “«Questa notte voi tutti avrete in me un'occasione di caduta; perché è scritto: "Io percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse" (Matteo 26:31).

Tante volte ci si chiede dove siano, in certe importanti occasioni, coloro che si dicono cristiani. Per “importanti occasioni” non intendo dove è facile, comodo ed utile esserci, ma dove è difficile, scomodo e pericoloso, dove è impegnativo e rischioso, là dove “ci si rimette” e bisogna sacrificarsi... E’ là che sarebbe utile e produttivo esserci, è là dove veramente “farebbe la differenza” esserci. Si dice, però, “Ci vada qualcun altro, qualcuno sicuramente ci andrà…”. Qual è il risultato? Che là dove ci sarebbe bisogno non si trova nessuno, o ben pochi e non sufficienti a venire a capo della situazione. Perché gli altri non sono venuti? Perché quelli che avrebbero dovuto venire erano pigri, “comodi”, pusillanimi, pavidi, spaventati. Gente inutile? Gente su cui Gesù non poteva veramente contare, per quanto cristiani si dicessero? Certo, quello che Gesù andava a fare, sulla croce, l’opera di espiazione e redenzione, lo poteva fare solo Lui. Troppo spesso, però, quello che molti cristiani potrebbero fare ed avrebbero la responsabilità di fare, non lo fanno. “Ci pensino altri”, dicono. Che tristezza!

3. La folla che assisteva, il popolo che stava a guardare. Presente era gente del popolo che, come dice il v. 35, “stava a guardare”, oppure, come dice il v. 48: “assisteva a questo spettacolo”. La morte e la sofferenza di Gesù sarebbe “uno spettacolo”? Per alcuni sì. Per alcuni la religione è cerimonia, rito, spettacolo, tradizione …non cosa da prendere seriamente, in prima persona, attivamente. La nostra è una società di spettatori. Incuriositi, ci limitiamo a guardare. Guardiamo, ascoltiamo: se lo spettacolo ci piace battiamo le mani, se non ci piace, lo fischiamo. Guardiamo. Vogliamo essere intrattenuti. Ci commuoviamo quando lo spettacolo è triste. Ridiamo quando lo spettacolo è divertente. Guardiamo, ci limitiamo a guardare. Ci immedesimiamo nelle vicende altrui, ma ci guardiamo bene dall’essere noi stessi i protagonisti. E’ più sicuro solo guardare… Anche in chiesa: preferiamo ascoltare un bel coro, magari di professionisti. Canteranno e loderanno Dio per noi, al nostro posto. Noi diciamo di non essere capaci a cantare! Troppo sforzo. La Riforma protestante, però, aveva abolito i cori in chiesa. Voleva che tutta la gente, i fedeli tutti cantassero, senza delegare la cosa ad altri… Il canto non è uno spettacolo, è espressione della fede del credente. Tutto questo è simbolo anche di altre cose. Preferiamo delegare, lasciare che gli altri facciano. Per esempio, chiediamo ad altri di pregare per noi, …noi non preghiamo. Deleghiamo al pastore o al Consiglio di Chiesa di occuparsi della “cose della chiesa”. Noi no, non abbiamo tempo! Certo, loro faranno, pregheranno, ma varrà solo per loro stessi, non per noi. La fede non si delega, la si vive in prima persona,altrimenti non serve. Improvvisamente, però, quel giorno, alla croce, lo spettacolo si fa “troppo intenso” e la gente “prende paura”. “Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo”(Luca 23:44,45), c’è un terremoto. Decidono, così, che lo spettacolo debba finire e se ne tornano a casa. Ne hanno avuto abbastanza: “E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto” (Luca 23:48). “…dopo tutto, magari, non era uno spettacolo! Dopo tutto erano vere sofferenze!”. Ora si sentono in colpa perché si rendono conto di essere stati complici di un’ingiustizia. Se ne pentono. Quanto durerà quel pentimento? …fino alla volta prossima, quando, dimenticato tutto, si annuncerà un nuovo spettacolo, magari quello della Pasqua o della Pentecoste. Rimarranno però solo e sempre spettatori, perduti e non salvati, perché salvezza è essere protagonisti, non spettatori!

4. I conoscenti e le donne che Lo avevano accompagnato. Presenti in quel momento erano “i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea”. Che facevano? Lo dice il v. 49: “stavano a guardare queste cose da lontano”. I Suoi “conoscenti”, probabilmente erano amici che Gesù aveva, gente che Lo rispettava ed apprezzava, ma che non poteva dirsi proprio Suo seguace. Si erano dimostrati più pronti ad aiutarlo dei suoi stessi discepoli, ma non si sarebbero avvicinati abbastanza a Lui per essere scambiati per suoi seguaci. Erano amici e conoscenti, ma, rispetto a Lui, stavano sempre “ad una certa distanza”, per non compromettersi troppo… Certo, sono “brava gente”. Tante volte si comportano meglio di coloro che dichiarano di essere seguaci di Cristo. Le loro opere sono lodevoli. Molti dicono: “Saranno sicuramente salvati anche se non sono credenti, …o praticanti”. E’ vero tutto questo oppure si tratta di una pia illusione? No, non è vero, se prendiamo seriamente la Bibbia come veramente essa è, cioè come Parola di Dio. Che cosa dice la Parola di Dio? “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8,9). Le loro opere valgono a livello umano, ma non sono sufficienti per la loro salvezza. Quel che conta per la salvezza, secondo la Bibbia, non è quello che uno fa, ma il proprio consapevole rapporto con Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Il comune sentire ci farebbe pensare che per la propria salvezza valgano le opere che si compiono. Questo, però, non è ciò che dice la Bibbia! Essa dice: “Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità” (2 Timoteo 1:9); “…egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo” (Tito 3:5). Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24). A che serve, alla fin fine, “guardare Gesù da lontano”, se non si prende sul serio ciò che Gesù afferma su Sé stesso e su di noi, come pure sulla via della salvezza? “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia” (Romani 9:16).

Lo stesso vale per quelle donne che “lo avevano accompagnato dalla Galilea”. Lo aiutavano come simpatizzanti, Lo servivano, piangevano per Lui. L’evangelista Luca osserva: “Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (Luca 23:27,28). Non è nemmeno commuovendosi per la storia di Gesù che si è salvati, ma piangendo peri nostri peccati, ravvedendocene e convertendoci a Lui.

5. I magistrati. Intorno alla croce di Gesù chi troviamo, poi? I magistrati. “E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi sé stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!»” (Lu. 23:35). Chi erano? Erano coloro che avevano complottato per togliersi di mezzo Gesù e lo avevano giudicato colpevole e indegno di vivere! Si consideravano giusti e ritenevano di avere il diritto di giudicare, persino Gesù. Non volevano ascoltare Gesù quando rivelava loro la profondità della corruzione dell’animo umano, quello di ogni creatura umana senza eccezione. Gesù parlava loro della necessità di una seria, onesta e profonda analisi di sé stessi confrontandosi con la Legge rivelata di Dio, della confessione dei propri peccati e del ravvedimento. No, essi si consideravano “a posto”: “Non abbiamo bisogno di un Salvatore, non abbiamo bisogno di Gesù!”. Dice un Salmo: “È proprio secondo giustizia che voi parlate, o potenti? Giudicate voi rettamente i figli degli uomini?” (Salmo 58:1). Gesù disse: “Non giudicate secondo l'apparenza, ma giudicate secondo giustizia” (Giovanni 7:24). Non vi sarà misericordia per chi, ritenendosi giusto, respinge il Salvatore Gesù Cristo pensando che non serva loro o che vada bene per qualcun altro, ma non per loro! Ancora oggi il messaggio per tutti è “Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati” (Atti 3:19).

6. I soldati. Accanto ai magistrati vi erano gli esecutori dei loro giudizi, i loro servi, i loro stipendiati… “Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!»” (Luca 23:36,37). Era il loro mestiere, direte voi. Dovevano ubbidire. Intanto imitavano l’atteggiamento dei magistrati schernendo Gesù... Non volevano essere loro da meno! L’autorità, però, benché importante e stabilita da Dio, va ubbidita ed imitata solo fino ad un certo punto, con discernimento! Non dobbiamo essere servi privi di discernimento delle autorità! Come gli apostoli, di fronte a comandi ingiusti, dobbiamo disubbidire, accettandone le conseguenze: “Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29). Grazie a Dio, il centurione romano che comanda gli esecutori della morte di Gesù, dopo il fatto, si rende conto dell’errore compiuto e se ne ravvede. “Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto»” (Luca 23:47). Era stato in tempo per ravvedersi e confessare la sua fede in Gesù. Per noi vale il detto: “Chi ha tempo non aspetti tempo”!

7. I malfattori appesi accanto a Gesù. Gesù, dunque, è solo, abbandonato da tutti. Qualcuno, però, gli è rimasto vicino. Non sono proprio quelli che ci aspetteremmo, ma, in un certo qual senso, è in linea con tutto il ministero di Gesù. Egli, infatti, amava accompagnarsi alla gente peggiore della società (per redimerla), disonesti, ladri, prostitute, malati contagiosi… Ora chi c’è vicino a Lui? I più vicini a Gesù, quel giorno, erano i due ladroni, forse due assassini, appesi su altre croci, e proprio accanto a Lui. E’ vero, uno di questi malfattori non trova niente di meglio che insultare Gesù, persino in quelle circostanze. Infatti: “Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»” (Luca 23:39). Neanche essere dei malfattori ci dispone meglio alla salvezza. Uno di loro, però, fa quello che dovremmo fare tutti. “…l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!»” (Luca 23:40-42). Quel malfattore riconosce onestamente di essere un peccatore. Esprime la sua fede in Gesù. Gli chiede di intercedere per lui presso Dio, per riceverne grazia, e Gesù gli promette che non l’avrebbe più abbandonato. “Gesù gli disse: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso»” (Luca 23:43). Magari noi non siamo dei malfattori rispetto alla giustizia umana, ma lo siamo sicuramente rispetto alla Legge di Dio, che trasgrediamo costantemente. Siamo disposti a riconoscerlo? Siamo disposti ad implorare la grazia di Dio? Siamo disposti a ravvederci dai nostri peccati affidandoci completamente a Gesù Cristo? Egli disse: “colui che viene a me, non lo caccerò fuori” (Giovanni 6:37).

Conclusione

Quanto vi coinvolge, allora, la vita, “lo spettacolo” della sofferenza e la morte di Cristo in croce? Per nulla perché siete assenti ritenendo che la cosa non vi riguardi? Non vi coinvolge perché fuggite da essa impauriti dalle responsabilità che comporta? State semplicemente a guardare dispiaciuti per tutto questo, ma interessati solo ad essere intrattenuti per le emozioni che potrebbe suscitare in voi? O forse vi coinvolge solo un poco, da lontano, preferendo avere tra lui e voi una “distanza di sicurezza”? Oppure ancora la vicenda di Gesù vi coinvolge come suoi critici e giudici, mentre è essa che dovrebbe giudicare la vostra vita. Se siete come quel centurione romano che riconosce chi è Gesù, siete sulla buona strada. Se, infine, vi coinvolge come quel malfattore che ha il coraggio di riconoscere il proprio peccato e implora la grazia di Dio in Gesù Cristo, ebbene, sarete, saremo, nella posizione migliore. Ricordate che è soltanto ad una persona così che Gesù dice: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso”. Prego che il Signore Iddio lo possa dire a ciascuno di noi oggi, rammentandoci che il “paradiso” inizia dal momento stesso in cui, di tutto cuore, affidiamo la nostra vita al Signore Gesù Cristo.

Paolo Castellina, giovedì 24 marzo 2005.