Studi biblici/Luca 23:33-43

Da Tempo di Riforma.
Sintesi
La regalità di Gesù di Nazareth, il Cristo, si nasconde e si manifesta nella Sua sofferenza e morte sulla croce. E là che Egli sovranamente perdona. E' là che i malfattori sono interpellati, prendono posizione nei confronti di Gesù ed è là che si gioca il loro destino eterno. La promessa di Gesù verso il malfattore credente pure viene sovranamente ratificata.

Un Re crocifisso

La regalità di Cristo

In un tempo come il nostro dove le monarchie non contano più nulla perché prevale la “sovranità popolare” (o almeno così ci si illude che sia), l’attribuzione a Gesù di Nazareth del titolo di Re è altrettanto insignificante per la maggioranza della gente quanto era stata strumentale e derisoria l’iscrizione che era stata posta al di sopra della croce dov’era stato inchiodato: “Questo è il re dei Giudei”.

Nella Bibbia e nella tradizione cristiana, Gesù, il Cristo, il Messia, il Salvatore, è proclamato Re in maniera equivalente al titolo di “Signore”, vale a dire, Colui che regge o governa, dalla sua stessa etimologia latina rex dal tema di regĕre «governare». Chiamatelo pure allora “Governatore” o “Presidente”, ma l’idea è chiara: Gesù è Colui che governa la vita del popolo che Gli è fedele e che Lo segue con fiducia. Secondo le parole del Catechismo minore di Westminster, “Cristo esegue il compito di Re soggiogandoci, governandoci, difendendoci, come pure reprimendo e debellando i nemici Suoi e nostri” [1].

Di più, secondo l’espressione della Scrittura, Egli è “il Re dei re e il Signore dei signori” [2], il Re ed il Signore superiore a chiunque altro. La Sua universale e divina sovranità sarà manifestata un giorno, ed in modo incontrovertibile. Scrive l’Apocalisse: “Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen” (Apocalisse 1:7). Riconoscerlo in quel giorno, però, sarà troppo tardi per tutti coloro che lo avevano ignorato, disprezzato, equivocato e respinto senza scrupolo alcuno e senza mai ravvedersene. “Faranno lamenti per Lui” significa “a causa Sua e per sé stessi” [3], sgomenti ed arrossendo di vergogna.

La “follia” della fede cristiana, però, è che la regalità di Gesù la vediamo, in modo nascosto ai più, proprio là dove nessuno mai la cercherebbe: sulla croce, là dove Gesù muore inchiodato a dei legni come il peggiore fra i criminali fra terribili sofferenze, il Re “gettato nella discarica” dei rifiuti del mondo. Al di sopra di quella croce dove Gesù muore, avevano messo un cartello derisorio che diceva: “il re dei Giudei”. Esso proclamava, loro malgrado, la verità.

Il testo biblico

Il testo proposto quest’oggi alla nostra meditazione ci presenta la crocifissione di Gesù nel racconto dell’evangelista Luca e indirizza la nostra attenzione proprio a quell’iscrizione che era stata posta al di sopra del suo capo e che lo dichiara Re del Suo popolo. E’ là che Egli si comporta come autentico Re. Quanti se ne accorgono?

Luca, in quel testo, presenta Gesù come il Salvatore che perdona persino durante e nonostante le sue sofferenze sulla croce. Le parti di questa sezione del vangelo secondo Luca che esamineremo oggi, sono uniche rispetto agli altri evangelisti e s’incentrano soprattutto in un dialogo, l’ultimo della vita terrena di Gesù, con due malviventi, due malfattori, quelli che erano stati crocifissi accanto a Lui Il modo in cui essi si rapportano con Gesù, in quelle terribili circostanze, e il risultato che ne ottengono, potrebbe essere considerato rappresentativo di due modi di rapportarsi a Gesù”. Andiamo però con ordine. Leggiamo prima il testo di Luca 23:33-43 e poi ne esaminiamo le sue parti.

La crocifissione di Gesù. “Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». Diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!». Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso»” (Luca 23:33-43).

Esposizione

1. Il capovolgimento di significato della croce. “Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra” (33).

Questo racconto sulla sofferenza e morte di Gesù è del tutto essenziale. Esso non indugia su quei dettagli che spesso le moderne versioni cinematografiche si attardano, quasi a voler soddisfare i gusti morbosi di certo pubblico o il pietismo. Arriva subito su quei dati che l’evangelista Luca vuole particolarmente sottolineare ai fini del suo messaggio.

Parla prima di tutto del luogo dove il fatto avviene: un orrendo luogo di esecuzione dei condannati a morte fuori da Gerusalemme. Probabilmente si trattava di un luogo dove una roccia forata ricordava un teschio o cranio, il Golgota. Se era così, sembrava essere il luogo simbolico più adatto per eseguire le condanne a morte per crocifissione di chi, ribellandosi alle autorità costituite o tentando di guidare rivolte armate, ne minacciava anche solo potenzialmente il potere. In ogni caso, quello era il luogo delle esecuzioni capitali.

L'estrema crudeltà del metodo usato per sopprimere il condannato, era inteso essere una dissuasione persino maggiore della "semplice" condanna a morte. Essa non aveva, però, dissuaso Gesù dal recarsi a Gerusalemme direttamente “nelle fauci del lupo”. Persino alcuni Suoi discepoli e familiari avevano voluto scoraggiarlo dal farlo, ma Lui era determinato, “doveva”. La croce, dalla massima forza dissuasiva sarebbe diventata con Gesù che vi muore, la massima affermazione della Sua regalità universale, una sfida ai poteri ingiusti di questo mondo che niente e nessuno avrebbe potuto fermare, tanto da diventare l’emblema stesso del movimento cristiano attraverso i secoli.

Gesù è crocifisso fra due malfattori: questo provvidenzialmente Gli permette di rapportarsi con entrambi anche nel momento della massima agonia, ed in modo rappresentativo.

2. La regalità delle ultime disposizioni di Gesù. La regalità autentica di Gesù si dimostra persino dalle ultime parole di Gesù, prima di spirare, registrate da Luca: “Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte” (34). Nessuna grazia Gli era stata accordata, ma Gesù sovranamente estende la Sua grazia agli esecutori immediati della Sua condanna. I signori di questo mondo difendono il loro potere iniquo con le minacce, la crudeltà e la morte verso i loro avversari veri o presunti e sottomettendoli a forza. Gesù manifesta la Sua signoria e regalità offrendo agli ingiusti il Suo perdono, perdono che è teso a trasformarli e purificarli dal peccato che acceca la loro mente ed il loro cuore, e quindi servendo loro, benché non lo meritino affatto. Lo manifesta più avanti lo stesso centurione che comanda il drappello di esecutori: “Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto»” (Luca 23:47).

Quel “non sanno quel che fanno” non significa, “poverini, non è colpa loro se sono così”! No, essi sono pienamente responsabili del male che fanno. La loro cecità morale e spirituale non li giustifica, ma Gesù, nella Sua regale misericordia, offre persino ai Suoi aguzzini un perdono che li libera dall'asservimento al peccato. Il Suo perdono è teso, infatti, a trasformarli radicalmente, così come il perdono che offre a noi l’Evangelo non è un “passare sopra” al nostro peccato, come se la nostra responsabilità per esso fosse limitata, ma un distruggerlo alla radice per gradualmente trasformarci totalmente.

In un momento come quello, la Sua crocifissione, dove chiunque avrebbe o imprecato, taciuto rassegnato o confessato i propri peccati invocando il perdono di Dio, Gesù, il Giusto, si interessa alla salvezza dei Suoi persecutori. Dimostra così ulteriormente regalità e misericordia. Verrà però anche il giorno, nessuno lo dubiti, in cui dimostrerà regalità e il giusto giudizio di Dio verso i Suoi nemici, la Sua ira, chiamata nell’Apocalisse “l’ira dell’Agnello” [4].

Interessante è pure che gli aguzzini di Gesù, totalmente privi di compassione verso di Lui, ne profittano fino a spartirsi gli ultimi beni terreni che a Gesù erano rimasti. Inconsapevolmente, però, dimostrano come Gesù, il re, si doni loro completamente affinché essi si avvantaggino anche delle Sue vesti. Come non vedere in questo le Sue “vesti di giustizia” che ci servono per coprire la nostra nudità morale e spirituale!

3. L'eletto a sacrificare Sé stesso. “Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!»” Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!»” (35-37).

Il popolo stava a guardare impotente e rassegnato, forse anche indifferente perché persino “abituato” a tali “spettacoli”. I magistrati se ne fanno beffa per l’apparente impotenza di Gesù, quasi a dire: “Vedete anche lui è un falso, con tutte le sue pretese”. Gesù, però, era e rimane, indubbiamente, "l'eletto di Dio". Proprio in virtù della Sua elezione e in quanto uniti a Lui soltanto, possono chiamarsi eletti coloro a cui Dio ha accordato la grazia della salvezza. Suoi, infatti sono i meriti che garantiscono la loro eterna salvezza. In quanto tali, infatti, essi meriterebbero solo la loro condanna tanto quanto gli altri.

La missione di Gesù era e rimane esattamente quella di salvare attraverso la Sua perdizione, il Suo sacrificio, in loro vece. I re di questo mondo mandano i loro sudditi in guerra salvando sé stessi. Gesù, Re divino, sacrifica Sé stesso per salvare il Suo popolo. Il mondo schernisce, si prende gioco di questo, non lo comprende. Nel mondo valgono, infatti, coloro che conquistano il potere con la furbizia e con la forza, prevaricandoo e sfruttando, ...e retribuendo coloro che li favoriscono compiacenti. Il vero Re che davvero ama il Suo popolo, però, è quello che si sacrifica personalmente per esso. Non salva Sé stesso per poter salvare altri. La vera autorità serve e non è servita. "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti" (Matteo 20:28). Nemmeno una goccia d’acqua allevia il suo dolore, solo disgustoso aceto.

4. L'identità di Gesù affermata loro malgrado. Ecco così che: “Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI” (38).

Un'iscrizione apposta al di sopra della croce del condannato normalmente indicava la ragione della condanna. L'accusa di essersi reso re dei Giudei (vera o falsa che fosse, in certo qual modo equivocata) era stata posta come ammonimento derisorio verso chiunque avesse osato sfidare il potere di Roma.

Questa affermazione proclamava sicuramente la verità, ma non nel senso da loro inteso. Gesù aveva detto a Pilato che Lo interrogava: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui» (Giovanni 18:36). L’esecuzione di Gesù gli sarebbe comunque tornata comodo per l’immagine e potere di Pilato.

Non l'avevano riconosciuto come tale, ma Gesù davvero era il Messia, il Salvatore preannunciato dai profeti di Israele, il discendente di Davide, il Re di Israele per eccellenza. Romani ed autorità israelite avevano creduto così di toglierselo dai piedi. Non l'avrebbero fatto per più di tre giorni, ed anche quello era sotto il suo controllo e finalizzato ai Suoi scopi. Dopodiché, sarebbe diventato il Re del Suo popolo di ogni tempo e paese, il Signore, al quale è dovuta ubbidienza, onore e gloria, tanto che ogni autentico cristiano avrebbe confessato anche a rischio della propria vita: “Gesù Cristo è il Signore”. “‘Nostro signore’ non l’imperatore romano o i dittatori di questo mondo e come tali ci rifiutiamo di riconoscerli”.

5. Un dialogo persino inchiodati a delle croci. Ecco, così, secondo il racconto di Luca, che Gesù, tanto era un personaggio discusso, persino su delle croci, fra sofferenze indicibili, Egli continuava a suscitare discussioni e ad essere interpellato. “Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»”. Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!»” (39-42).

Questo episodio è riportato solo da Luca. Riflette il suo interesse nelle persone bisognose che ricevono salvezza da Gesù: esso sta al cuore stesso del suo racconto della crocifissione. L’atteggiamento dei due malfattori crocifissi con Gesù rappresenta due modi di rapportarsi a Gesù: l’incredulità che porta alla condanna e la fede che porta alla salvezza. Questa è pure un’ulteriore testimonianza dell’innocenza di Gesù e Lo presenta come Salvatore persino quando muore.

Il primo malfattore [5] si unisce alla compagnia degli schernitori di Gesù come se non stesse subendo la stessa condanna: “Ehi tu, liberaci, se veramente sei quel che dicono”. Le sue espressioni sono considerate dal nostro testo, nell’originale, una bestemmia. La bestemmia è essenzialmente empia irriverenza e diffamazione. Ovviamente lui non credeva che Gesù fosse il Messia. E’ come se qui Luca ammonisse severamente i suoi lettori a non fare lo stesso. Bestemmiare equivale a rifiutarsi di prendere seriamente Gesù e le Sue parole. Il secondo malfattore rimprovera il primo per le sue parole. Il secondo, però, non era migliore del primo: era anche lui, comunque, un malfattore. E’ solo per la grazia di Dio nella croce di Cristo, infatti, che un empio peccatore può essere istantaneamente trasformato dalla grazia sovrana di Dio, fino a che quest’ultimo assume un atteggiamento di fede salvifica e confessione.

Notate come il malfattore pentito riconosca (1) la giustizia del proprio castigo; (2) il carattere privo di peccato di Cristo; (3) la divinità del Cristo (v. 42); (3) un Cristo vivente oltre la tomba (v. 42) e (5) un Regno oltre la croce, con Gesù come suo Re (v. 42). Sono le stesse cose che riconosce chi giunge alla fede salvifica in Cristo. Il secondo malfattore esprime la fede che Gesù è il Messia, considera quindi la bestemmia del suo compatriota come degna di un giudizio divino, non solo di condanna umana. Ammette la sua colpa e non cerca di giustificare i suoi atti, anzi, va oltre e persino difende l’innocenza di Gesù.

6. Destinazione paradiso. “E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!»”. Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso»” (42-43).

La richiesta del secondo malfattore affinché Gesù si ricordi di lui è indubbiamente un appello alla salvezza. Non pretende di avere alcun titolo o merito alla misericordia di Gesù: chiede semplicemente la grazia nonostante la sua colpevolezza. Il suo sguardo raggiunge il futuro: quando Gesù ritornerà, Egli farà risorgere i morti e stabilirà il Suo regno sulla terra. Correttamente egli vede la divinità del Messia e non solo come un liberatore politico nel presente.

Evidentemente quest’uomo aveva già udito in precedenza l’insegnamento di Gesù sul Regno. Il secondo malfattore è una persona perspicace in netto contrasto con coloro che in quel momento chiamano Gesù a salvare Sé stesso. Il malfattore è l’ultima persona che si rivolge a Gesù durante il Suo ministero terreno per avere aiuto. Comprende pure ed accetta la stretta e difficile via che Gesù deve seguire per adempiere ai propositi di Dio: attraverso la morte fino all’insediamento alla destra di Dio.

Questo malfattore riceve da Gesù più di quanto si aspettasse, così com’è sempre vero nella salvezza. Gesù con il Suo “Io ti dico in verità” conferma la Sua promessa con una garanzia della sua validità, una sorta di giuramento. Quel malfattore non dovrà aspettare il Regno per essere con Gesù. Sarà con Lui nel luogo degli spiriti dipartiti quello stesso giorno in cui entrambi moriranno. “Paradiso” e “seno d’Abraamo” [6] nelle Scritture sono lo stesso luogo. Il termine italiano “paradiso” viene dal greco, ma originariamente dal persiano. Descrive un magnifico giardino simile a quello dell’Eden (Genesi 2:8). Rappresenta simbolicamente la beatitudine futura [7]. Il paradiso in cui entrerà il credente in Cristo è tale perché vi è presente Dio [8]. Per Gesù la parte migliore della salvezza è la comunione con Lui. Gesù agisce come il Messia che ha il diritto regale di aprire le porte del paradiso a coloro che giungono ad essere in comunione con Lui.

Notate come Gesù prometta al malfattore che sarebbe andato in paradiso semplicemente per fede in Gesù. E’ uno dei più chiari esempi nella Scrittura che la salvezza non è un premio per opere meritorie, ma un dono di Dio. “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:8-9). Il malfattore non aveva altre qualifiche per il paradiso che quella. Alcuni dicono che questa sia solo “un’eccezione alla regola” della salvezza per opere meritorie, ma quanto il nostro testo afferma per quel malfattore è coerente con tutto l’insegnamento a questo riguardo del Nuovo Testamento. L’annuncio evangelico, infatti, dichiara che la salvezza giunge ad una persona come risultato del suo affidarsi totalmente a Gesù, rinunciando a qualunque titolo meritorio che vi possa pensare d’avere. Un malfattore è salvato affinché nessuno debba mai disperare di sé stesso; ma solo uno di loro è salvato, affinché nessuno presuma che vi siano titoli diversi da quello.

Conclusione

L'attribuzione a Gesù di Nazareth del titolo di Re, se è insignificante e derisoria anche per la maggioranza dei nostri contemporanei, essa è centrale per il popolo di Dio fedele. Questa attribuzione di regalità di Gesù diventa per il Suo popolo confessione di fede. Essa, infatti, indica il diritto e l'autorità di Gesù, il Cristo, di governare su ogni aspetto della nostra vita.

La regalità ed autorità di Gesù, il Cristo, il Signore, è molto diversa da quella accampata da coloro che in questo mondo la conquistano spesso con la forza. L'autorità regale di Gesù è manifestata nella Sua crocifissione che ne diventa il simbolo. Questa è la "follia" della fede cristiana. Gesù ne capovolge il significato: da orrore e morte a servizio e vita. La croce è lo strumento per il quale i "malfattori" che si affidano a Lui, ricevono la grazia del perdono e della rigenerazione morale e spirituale della loro vita. “Malfattori” agli occhi di Dio lo siamo ciascuno di noi.

La croce manifesta l'autorità di Cristo nel sacrificare l'intera Sua vita per redimere l'umanità. Egli è "l'eletto di Dio" in cui solo coloro ai quali Dio sovranamente impartisce la grazia della salvezzai trovano vita.

Gesù, il Cristo, è Colui davanti al quale l'umanità, volente o nolente è costretta a prendere posizione come persino i malfattori che soffrivanoi e stavano per morire, quel giorno, accanto a Gesù non possono fare a meno di confrontarsi. Uno di questi si distingue dall'altro che insulta, deride ed ignora Gesù e Lo riconosce come il Salvatore da cui solo dipende il suo destino ultimo. E' così là, su quella croce che Gesù suggella la promessa di salvezza del malfattore ravveduto e credente in Lui che, in comunione con Sé, lo farà passare oltre dall'orrore della sua condanna alla gloria del regno di Cristo.

Rammentiamoci che cosa era avvenuto durante l’interrogatorio di Gesù: "Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo»" (Giovanni 18:37). Questa autorità gli è stata conferita da Dio stesso come Suo diritto, infatti, "parlando del Figlio dice: «Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. Tu hai amato la giustizia e hai odiato l'iniquità; perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni»." (Ebrei 1:8-9). Questa autorità non gli è stata conferita dal popolo,". Il grido dell'umanità, infatti, che pretende la propria sovranità e autonomia, è: "Non vogliamo che costui regni su di noi" (Luca 19:14). Poco importa: Egli prevarrà: "Gesù, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio, e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi" (Ebrei 10:12-13).

La regalità di Cristo ha una giurisdizione universale e determina di fatto ogni cosa secondo i Suoi propositi anche "in barba" ai Suoi oppositori o comunque coloro che ritengono di poter fare impunemente ciò che vogliono. Il Cristo è il Re dei re ed il Signore dei signori e prevarrà alla fine su tutti coloro che vorrebbero sostituirsi a Lui. Essi "Combatteranno contro l'Agnello e l'Agnello li vincerà, perché egli è il Signore dei signori e il Re dei re; e vinceranno anche quelli che sono con lui, i chiamati, gli eletti e i fedeli" (Apocalisse 17:14). Che voi possiate essere come colui al quale quel giorno sulla croce Gesù dice: “Sarai con me in paradiso”.

Paolo Castellina, 22.11.2013

Note