Studi biblici/Luca 18:9-14

Da Tempo di Riforma.

Come fare una buona impressione su Dio

Il nostro curriculum vitae

Trovare un lavoro oggi è difficile. Bisogna innanzitutto preparare un curriculum professionale per presentare al meglio noi stessi e le nostre competenze tanto da attrarre l'attenzione del datore di lavoro ed essere scelti. Dobbiamo persuadere il datore di lavoro ad assumerci e a sceglierci rispetto spesso a molti concorrenti perché sceglieranno "i migliori" (così almeno si suppone). Dobbiamo prima di tutto credere noi stessi di esserlo e poi "saperci presentare" in modo appropriato. Oggi a disposizione vi sono molti sussidi che aiutano chi cerca lavoro a produrre "il curriculum perfetto", quello che farà migliore impressione. C'è il rischio così, però, che diventino sempre meno realistici… Di fatto molti curriculum professionali diventano oggi così lusinghieri per la persona ivi descritta che i datori di lavoro cominciano a darvi sempre meno affidamento perché sanno che "tanto" sono prodotti artificiosi ed allora cercano criteri diversi per valutare davvero una persona. A parte ora dalla ricerca di un lavoro, vi sono persone che fanno di tutto per dare di sé stessi una buona impressione, per far vedere che "valgono" e per rispondere alle aspettative del circolo sociale in cui vogliono essere accettati. Il meno che si possa dire a loro riguardo è che spesso danno di sé un'immagine artificiosa, "creata ad arte", irrealista, diventando molto presuntuosi e persino arroganti. Un vocabolario descrive l'aggettivo "presuntuoso" come "che presume troppo di sé, che si reputa superiore a ciò che realmente è, che ha un’opinione eccessiva delle proprie doti, delle proprie capacità".

Vi sono poi persone che vogliono fare impressione ...su Dio! Sperando così di essere da Lui accolti e salvati Gli presentano un'immagine di sé stessi molto lusinghiera "dimostrandogli" di essere molto migliori di altri. Ci riusciranno ad impressionare Dio? Questa è una tendenza così comune in ogni epoca e paese, che Gesù stesso gli riserva una parabola, il testo biblico che vogliamo esaminare oggi e che indica, per così dire, quali siano le persone che fanno, permettetemi quest'espressione, "migliore impressione" su Dio. Leggiamolo.

Il fariseo e il pubblicano

"Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: 'O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo'. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: 'O Dio, abbi pietà di me, peccatore!'. Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato»" (Luca 18:9-14).

Quali criteri di valutazione?

Come per la parabola sul giudice corrotto e la vedova insistente, anche per questa Luca ci fornisce subito la motivazione che l'ha suscitata: "[Gesù] disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri" (9).

Le parabole di Gesù erano sempre pronunciate in pubblico. Esse sempre chiarivano o nascondevano la verità, a seconda della condizione del cuore di chi le udiva. In questa, Gesù denuncia il comportamento di "certuni" che, gonfi di orgoglio, coltivavano un'immagine di sé molto elevata, ingannando sé stessi e gli altri e, quel ch'è peggio, disprezzando per questo gli altri. "Conosci te stesso", dice un'antica massima greca. C'è chi sottovaluta sé stesso, ma ancora di più sono quelli che pensano di essere ciò che non sono e, nella loro supponenza, tragicamente respingono proprio Colui che veramente potrebbe elevarli.

Diverse potevano e possono ancora essere il tipo di persone delle quali Gesù, in questa parabola, denuncia l'atteggiamento. Una di queste, forse la più tipica in quel tempo, è specificata subito dopo a titolo di esempio. La loro "tipologia" va ricercata comunque soprattutto fra le "persone religiose" che, sulla base di quanto di "meritevole" esse pensano di fare o non fare, vantano una rettitudine illusoria. Al tempo di Gesù gli Israeliti consideravano particolarmente meritori la preghiera, le elemosine e il digiuno[1]. Questa "presunzione di giustizia" può essere il peccato più pericoloso della "gente religiosa"[2].

Potrebbero pensare di essere "a posto", giusti di fronte a Dio, sulla base della propria "appartenenza", coloro che vantano di discendere da una stirpe onorata e valorosa oppure che vantano il loro status e rispettabilità sociale, professione ed istruzione, o persino dagli amici influenti che hanno. I "criteri di giustizia" che si adottano possono essere di diverso tipo. Possono essere criteri mediati dalla tradizione religiosa o dalla rispettabilità sociale accreditata. Possono essere quelli che convenientemente noi ci costruiamo. Crediamo di esserne conformi e che pure Dio non possa che convenirne. È davvero così? Corrispondono essi veramente ai criteri di rettitudine che Dio stabilisce nella Sua Parola e che sono gli unici a contare veramente?

Talvolta crediamo persino che Dio ci sia debitore e di avere il diritto di essere da Lui riconosciuti, ricompensati e "salvati" per la nostra conclamata rettitudine. Quando, però, udiamo ciò che Dio nella Sua Parola rivela essere i criteri di giustizia che Lui ha stabilito, reagiamo come se fossimo stati personalmente offesi e lo respingiamo. Che dire poi del confronto che facciamo fra noi e gli altri: è legittimo? Ancora: è' giusto vantarsi? Gesù pure diceva: "Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli" (Matteo 6:1).

Forse in questa parabola Gesù racconta di qualcosa a cui aveva assistito, ma del "fenomeno" descritto da questa parabola Egli era pienamente consapevole e legittimato a giudicare, "...perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull'uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell'uomo" (Giovanni 23:25). Ecco così come il Signore Gesù, in questa parabola, tratti di persone che "si proclamavano giuste davanti agli uomini" e non temevano di farlo neppure davanti a Dio in preghiera. Esse presumevano di essere giuste, confidavano di esserlo, ne avevano l'intima presunzione e per questo disprezzavano gli altri, di cui si ritenevano migliori.

Due persone molto diverse fra loro cercano Dio

La parabola inizia col dire: "Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano [esattore delle tasse]" (10). A titolo di esempio della fenomenologia che abbiamo descritto, la parabola di Gesù introduce così, esplicitamente, prima di tutto "un fariseo", una persona che apparteneva alla congregazione religiosa israelita dei Farisei, della quale sovente Gesù faceva oggetto di critiche denunciandone l'ipocrisia. Essi erano conosciuti nella società del tempo perché prendevano molto seriamente la fede che costituiva il loro comune retaggio ed identità nazionale. Nelle pratiche della religione essi erano rigorosi e diligenti. Essi avevano l'ambizione di essere i più istruiti, zelanti e fedeli fra tutti gli Israeliti, e di quanto ai loro occhi conseguivano se ne facevano spesso pubblicamente un vanto, Erano adusi a condannare molto severamente negli altri ogni più piccola e presunta incoerenza e così spesso facevano anche nei confronti di Gesù. Gesù, verso di loro non sembra mostrare, però, alcuna "pazienza", anzi, spesso Egli risponde loro per le rime suscitando la loro ira e persino sentimenti omicidi... Condannando Gesù un giorno l'avarizia, è scritto al capitolo 16 di Luca come "I farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose si beffavano di lui. Ed egli disse loro: «Voi vi proclamate giusti davanti agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori; perché quello che è eccelso tra gli uomini, è abominevole davanti a Dio" (Luca 16:14-15).

Gesù, così, racconta di un Fariseo che sale al tempio per pregare. Nel primo secolo il Giudaismo raccomandava tre momenti di preghiera al giorno. I primi due corrispondevano all'ora del sacrificio quotidiano nel tempio (alle nove del mattino ed alle tre del pomeriggio). A questa era stata aggiunta la preghiera del mezzogiorno.

In uno di questi momenti era salito per pregare un fariseo, ma anche, sorprendentemente, nello stesso tempo, un pubblicano, vale a dire un esattore delle tasse, emarginato socialmente in quanto amico degli invasori romani e collaborazionista. Questa categoria era pure odiata perché notoriamente disonesta e profittatrice. Che si fosse presentato al tempio per pregare, sicuramente aveva già suscitato nel Fariseo il pensiero: "Come osa? Con che faccia viene qui a pregare fra le persone 'per bene'?". Gesù, però, riscuoteva un sincero interesse anche fra i pubblicani, difatti: "Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo" (Luca 15:1). Gesù ed i Suoi discepoli erano stati molto criticati dai Farisei perché si interessavano a questa gente: "I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai discepoli di Gesù: 'Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?'" (Luca 5:30), e Gesù stesso per questo era stato pure classificato con disprezzo: "Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!" (Luca 7:34).

Che cosa queste due persone dicono in preghiera?

La parabola ci riporta pure il contenuto della preghiera del Fariseo e del pubblicano al tempio: "Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri [rapaci], ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano" (11).

Il Fariseo prega in piedi, a testa alta, con fierezza. Era orgoglioso di come aveva impostato la sua vita ed era sicuro del favore di Dio nei suoi riguardi.

Quel "pregava dentro di sé" si potrebbe tradurre in diverso modo: "pensando a sé stesso", oppure "stando a distanza dal pubblicano" oppure, meglio, "pregava su sé stesso" a denotare come egli pregasse ad alta voce, a che tutti i presenti potessero sentire le sue parole! Dato che la sua preghiera era di fatto un riassunto del suo curriculum morale, praticamente diretto sia a pubblicizzare la propria rettitudine che a denunciare esplicitamente, umiliandolo, quella che percepiva essere la perversione del pubblicano, menzionare Dio per lui, di fatto, non era nulla di più che una formalità.

La sua preghiera inizia come un salmo di ringraziamento verso Dio, ma la lode finisce per essere non verso Dio, ma verso sé stesso: "...io che non sono come la maggior parte della gente, il resto dell'umanità".

Quella stessa preghiera si risolve in un atto di accusa verso chi "non era alla sua altezza", un atto di accusa verso coloro che, a differenza di quel che egli pensa di essere, sono "ingiusti", e "peccatori"[3]. Intende, così, persino davanti a Dio, distinguersi chiaramente da quel pubblicano: "Io sì che prego sinceramente e in modo coerente", come a dire: "Vedi quell'uomo, è notorio come siano tutti dei disonesti, ma io non sono così".

Ecco così un uomo che confida nella sua percepita "levatura morale". Tutt'altro e realistico atteggiamento aveva avuto il grande profeta Isaia quando, presentandosi di fronte al Signore, aveva esclamato: "Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!»" (Isaia 6:4-5). Non aveva coscienza, quel fariseo, pure di ciò che lo stesso Isaia aveva detto delle opere dell'uomo: "Tutta la nostra giustizia [è] come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento" (Isaia 64:6).

Isaia, riconoscendo onestamente la propria condizione di peccatore avrebbe incontrato la misericordia di Dio che lo purifica: "Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall'altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: 'Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato'" (Isaia 6:5-6). Non così il fariseo della parabola che tutto pieno di sé stesso avrebbe ritenuto persino superflua la misericordia di Dio, come se non lo riguardasse, anzi, della grazia e della misericordia di Dio verso i peccatori pentiti non ne aveva idea alcuna. Che se ne fa, infatti, uno che si crede giusto, dell'offerta di Dio nell'Evangelo di Gesù Cristo? "Io non sono un peccatore che abbia bisogno di essere salvato"! Sazio delle sue illusioni, si sarebbe privato, però, della grazia di Dio solo per trovarsi un giorno, di fronte al tribunale del giudizio di Dio, in oggettivo grave difetto, ben lungi da quello che di sé stesso ingannevolmente aveva creduto.

Un curriculum lusinghevole?

Ecco così che il fariseo della parabola, immaginando sé stesso in modo lusinghevole, prosegue a recitare il suo "curriculum di successi": "Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo" (12). La Legge esigeva il digiuno solo nel Giorno dell'Espiazione, ma la pratica del digiuno bisettimanale era volontaria e per un Fariseo avveniva il lunedì ed il giovedì. Il digiuno era e rimane una forma legittima di culto volontario, un'espressione di devozione verso Dio perché sottolinea come il credente sia disposto a privarsi temporaneamente anche del cibo per dedicare quel tempo al rapporto di preghiera con il Signore. Il digiuno di quel Fariseo, però, non era evidentemente espressione di devozione verso Dio, ma un'opera religiosa che credeva valere in sé stessa per "guadagnarsi dei punti" di supposto merito e potersene vantare. Allo stesso modo, non c'era nulla di sbagliato nel voler pagare la decima di quello che possedeva per il mantenimento del Tempio con i suoi annessi e connessi. Sostenere le funzioni del Tempio con una percentuale delle proprie entrate doveva essere pure un'espressione di devozione e sostegno volenteroso delle istituzioni religiose del Suo popolo. Anche in questo caso, però, il pagare la decima (ed in modo molto meticoloso) era pure considerata una pratica meritoria per "guadagnarsi punti". Da espressione di altruismo questo era diventata un'espressione di fondamentale egoismo, qualcosa di fatto per sé.

In che misura, ci dobbiamo chiedere anche noi che ascoltiamo questa parabola, quello che facciamo esprime la nostra devozione verso Dio? Quali sono le finalità delle nostre "opere religiose"? Esprimono amore verso Dio, il Suo popolo o il nostro prossimo in generale, oppure, più o meno consapevolmente, le facciamo per qualche sorta di interesse personale? L'intera vita del cristiano deve essere dono disinteressato verso Cristo ed il Suo Regno: tutto ciò che facciamo deve essere espressione di amore e di riconoscenza verso Dio che dona Sé stesso a noi generosamente senza secondi fini e, in Cristo, l'intera sua vita umana per persone come noi che non lo meriterebbero in alcun modo.

Un sorprendente capovolgimento

Ecco, però, che la parabola introduce il pubblicano, l'agente delle tasse, dal quale normalmente nessuno si sarebbe aspettato alcun anelito religioso, essendo la sua categoria considerata formata da persone senza scrupoli morali e lontane dalla "religione". Eppure quest'uomo era venuto nel tempio e cercava Dio, pienamente consapevole della sua indegnità e disposto a farne ammenda. Il testo dice: "...Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà [sii placato] di me peccatore!" (13).

Il pubblicano si era tenuto a distanza dal luogo centrale del tempio dove i sacerdoti offrivano olocausti e preghiere e dove si manifestava la presenza di Dio. La sua postura di preghiera è diversa da quella del fariseo, ha il capo abbassato, cosa che indicava la vergogna che aveva di presentarsi a Dio consapevole di non essere giusto ai Suoi occhi. Si batte il petto, segno di pentimento e di agitazione d'animo per indicare un "colpirsi al cuore", centro della personalità, quasi a dichiarare "Colpiscimi, o Dio, lo merito". La sua preghiera era associata ad un'accorata richiesta di riconciliazione con Dio che rammenta le espressioni dei Salmi[4]. Tutto quel che fa è l'opposto di ciò che fa e dice il Farise. Il Fariseo si era distanziato dalla folla dei fedeli e si era accostato il più possibile all'altare, il pubblicano se ne tiene lontano. La sua postura di preghiera differisce da quella comune fra gli israeliti, in pedi con le mani alzate verso il cielo, gli occhi ben aperti… La cosa più importante, in ogni caso, nella preghiera non doveva essere la posizione del corpo, ma l'espressione del cuore, dei sentimenti e dei pensieri. Le sue espressioni ricalcano quelle della liturgia di riconciliazione di chi si riconosce peccatore con Dio. E' il grido di invocazione al Signore. "Che il sangue del sacrificio sia per me! … ne ho disperatamente bisogno … anelo a Te, Signore … che i miei peccati siano cancellati, lavati … che la mia vita sia completamente rinnovata". Questa parabola esprime così due israeliti: un Fariseo che ritiene di essere a posto con Dio perché fa tutte le "cose giuste" e persino di pù. Il secondo un agente delle tasse che riconosce di essere alienato da Dio. Egli si sente "il primo dei peccatori", letteralmente nel testo originale "il peccatore", il peccatore per eccellenza.

Il risultato di due atteggiamenti

In questa parabola tutto viene così completamente capovolto. Gesù ci dice e ci conferma sulla base della Sua autorità, che il fariseo che si sente in comunione con Dio si allontana dal tempio alienato da Dio, perché Dio lo respinge, e il peccatore che riconosce di essere indegno di Dio torna a casa giustificato, riconciliato, perdonato. Davvero un capovolgimento scioccante: "Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza [si esalta] sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato" (14).

Il pubblicano confessa il suo peccato riconoscendo di essere un peccatore per natura. La precisazione "per natura" è pertinente, perché un tale accento non viene reso dalle traduzioni italiane. Questo lo vediamo nel testo originale, dove egli letteralmente dice: "O Dio, abbi pietà di me, il peccatore!". Egli, infatti, non confessa solo peccati individuali, ma la natura radicale del suo essere, "Io sono il peccatore". Il Fariseo non lo vede, anzi, lo nega, pensando che le sue opere siano buone abbastanza per renderlo giusto. Il Fariseo non si avvede che, come dice il profeta Isaia: "Tutta la nostra giustizia è come un abito sporco" (Isaia 64:6).

La sua confessione, ravvedimento ed invocazione di misericordia sono basate, poi, non su un generico appello alla misericordia di Dio. Il testo originale, infatti, dice letteralmente: "hilasthēti moi", "riconciliami", "applica alla mia persona quello che significano i sacrifici di espiazione fatti nel tempio". Egli sa che solo una vittima sacrificale offerta al suo posto è in grado di fargli avere il diritto di essere perdonato e riconciliato con Dio. Implicitamente, quindi, il pubblicano fa appello alla futura opera di propiziazione di Cristo nel futuro (il futuro rispetto a questa parabola).

Nella prospettiva biblica, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, non si concepisce un perdono generico del peccatore che non si basi sulla soddisfazione di ciò che esige la legge trasgredita di Dio, vale a dire la morte del peccatore. Infatti, "Il salario del peccato è la morte". Il peccatore viene salvato da ciò che il suo peccato merita allorché un altro prende il suo posto pagando per lui il prezzo del suo peccato. Questi non può essere altri che il Messia, il Cristo, il Salvatore che diventa Egli stesso il sacrificio ultimo, quello che era prefigurato nei sacrifici di animali che erano compiuti costantemente nel Tempio di Gerusalemme[5]. Ieri ed oggi il peccatore che tale veramente riconosce di essere e che si pente del suo peccato, può essere perdonato e riabilitato non quando invoca una misericordia generica, ma quando fa fiducioso appello a che gli venga applicata l'opera redentrice del Cristo sul Golgota, futura allora e passata per noi. In Apocalisse i redenti in cielo lodano il Cristo, l'Agnello, per quello che Egli ha compiuto per loro, dicendo: "Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Apocalisse 5:9). "Questo tornò a casa sua giustificato" si riferisce così alla posizione legale di chi è stato perdonato dal Dio misericordioso. La giustificazione è un dono che si riceve da Dio, una dichiarazione da parte di Dio, unilaterale ed immeritata, non cosa che si possa guadagnare. Il Fariseo era un uomo che cercava certo di vivere una vita morale, ma era spiritualmente perduto perché confidava in sé stesso e non pensava di aver bisogno della misericordia e del perdono di Dio. Lo aveva già affermato il profeta Isaia: "Il Signore ha detto: «Poiché questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il timore che ha di me non è altro che un comandamento imparato dagli uomini" (Isaia 29:13).

Dio va incontro con misericordia a chi, rinunciando ad ogni pretesa di giustizia, umilmente riconosce la propria condizione di peccatore ed invoca il perdono di Dio, vale a dire il ristabilimento nell'autentica comunione con Lui. E' l'insegnamento del Nuovo Testamento: "Umiliatevi davanti al Signore, ed egli v'innalzerà" (Giacomo 4:10); "Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo" (1 Pietro 5:6).

L'insegnamento è analogo a quello della giustificazione per fede delle lettere paoline[6], infatti, l'Apostolo scrive: "Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore" (Romani 5:1), e "...avendo pur nondimeno riconosciuto che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù affin d'esser giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della legge, poiché per le opere della legge nessuna carne sarà giustificata" (Galati 5:1). Questo è il messaggio fondamentale della Riforma protestante, quello che Martin Lutero dichiara essere l'articolo rispetto al quale si regge oppure cade l'intera chiesa.

Il Fariseo non "torna a casa giustificato" perché, come spiega lo stesso apostolo Paolo rispetto agli Israeliti tradizionali e quanti hanno lo stesso atteggiamento: "Io rendo loro testimonianza infatti che hanno zelo per Dio, ma zelo senza conoscenza. Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio; poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono" (Romani 10:2-4).

Conclusione

Ci chiedevamo all'inizio come fare per dare "una buona impressione" a Dio? I nostri "criteri di rispettabilità", e persino praticare diligentemente le pratiche di una religione, per poi vantarsene e confrontarci con gli altri, non sono validi davanti a Dio. Gesù lo dichiara esplicitamente nella parabola del Fariseo e del pubblicano. Che cosa vale di fronte a Dio? Vale prima di tutto il prendere la Sua parola "in parola" e riconoscere davanti a Lui che cosa essa dice sulla nostra condizione spirituale radicale di peccatori condannati e perduti e farlo dopo aver esaminato onestamente ed a fondo la nostra vita e riconoscere che davvero è così. Davanti a Dio, poi, vale l'invocazione a che si applichi a noi, alla nostra personale condizione i meriti di ciò che l'unico possibile Salvatore ha compiuto, vale a dire Gesù Cristo. Allora chi fa così sarà accolto e perdonato; più ancora, sarà preso in carico da Dio che lo trasformerà interiormente mettendolo in grado di fare effettivamente ciò che Dio si aspetta da noi "nello spirito giusto".

Realisticamente, però, nessuno è da sé stesso in grado di "prendere in parola" ciò che Dio afferma nella Bibbia sulla condizione umana e sull'opera di Gesù Cristo, l'unico che possa riabilitarci agli occhi di Dio. Troppo umiliante! Vorremmo considerarci, piuttosto, buoni, accettevoli e, al massimo, capaci da noi stessi di "migliorarci", magari anche con un "aiutino" da parte di Dio, ma sostanzialmente "capacì".. Chi mai vorrebbe considerarsi apertamente un miserabile peccatore ed implorare in lacrime la misericordia di Dio? Il nostro animo (corrotto) si ribella a tutto questo e potrebbe persino dire: "...ma io non sono come quel Fariseo della parabola ...sono migliore di lui!". Prendere però il posto di quel pubblicano? Neanche se ne parla! Troveremmo ogni scusa immaginabile per non farlo.

La parabola descrive colui o colei che Dio stesso ha "piegato" portandolo a disperare di sé stesso, perché anche il ravvedimento autentico e la fede sono doni della grazia di Dio. Io non potrò mai persuaderti a prendere il posto di quel pubblicano come dovresti.. Se però tu ora intuisci, capisci che tutto questo è verità e la strada da percorrere, e dici in cuor tuo che sei disposto a percorrerla, rallegrati, Dio sta operando in te e vuole averti vicino perdonandoti e trasformandoti. Digli in preghiera: Rendimi come quel pubblicano della parabola che è tornato a casa sua giustificato, ed Egli lo farà. Che così possa essere per te.

Paolo Castellina, 25.10.2013

Note