Studi biblici/Isaia 5:1-7

Da Tempo di Riforma.

Sono solo canzonette?

Sintesi. Con una sua famosa ironica e popolare canzone Edoardo Bennato cantava “Sono solo canzonette” (1980). Di fatto molti erano a quel tempo i cantautori che più o meno esplicitamente denunciavano ingiustizie ed abusi con le loro composizioni. Lo facevano anche gli antichi profeti di Israele che, esprimendosi spesso in forma poetica e persino musicale, denunciavano il peccato e l’infedeltà del popolo di Dio. È così per “Il canto della vigna” di Isaia 5, che esaminiamo questa Domenica. Non solo canzonette per divertirsi, e neppure solo per lodare Dio (come certo dovremmo).

Profeti moderni

“Sono solo canzonette” è il titolo di una canzone scritta dal noto cantautore napoletano Edoardo Bennato[1] nel 1980. I suoi testi sono spesso ironici e dissacranti e rivolti in modo graffiante contro il potere, a qualsiasi livello e in qualsiasi forma si manifesti. Edoardo Bennato fa parte infatti di quella categoria di autori e cantanti italiani che, sin dagli anni 1970, in concomitanza coi movimenti politici e culturali del periodo, erano diventati popolari fra i giovani per utilizzare la canzone per scopi di protesta e denuncia politica e sociale. Anche Bennato diventa così uno dei cantautori più acclamati in Italia, le parole delle sue canzoni vengono lette nelle scuole e lui sembra quasi trovarsi nella posizione di profeta-santone che aveva tanto esorcizzato nelle sue stesse canzoni, come la famosa “Sono solo canzonette”. In essa protesta, infatti, contro chi vorrebbe strumentalizzare le canzoni popolari che lui scrive. Dice, fra l’altro: “E così è se vi pare ma lasciatemi sfogare non mettetemi alle strette o con quanto fiato ho in gola vi urlerò: non c'è paura! Ma che politica, che cultura, sono solo canzonette!”[2]. Indubbiamente, però, quelli che chiamiamo “cantautori” hanno avuto nel corso della storia un’importante ruolo per esprimere la frustrazione e la protesta della gente contro l’ingiustizia, l’ipocrisia, la corruzione ed altri mali sociali, tanto da non renderle più “solo canzonette”. Tant'è vero che spesso regimi politici di diverso tipo hanno messo ed ancora mettono al bando gli artisti “scomodi” perché indubbiamente assolvono ad una funzione profetica, nel senso di dare voce, più o meno velata e parabolica, alla denuncia e alla protesta.

Questi “cantautori” profetici li abbiamo anche nella Bibbia. Spesso, infatti, i profeti di Israele esprimevano la loro protesta e la loro denuncia contro gli abusi, le ingiustizie, la corruzione, l’infedeltà dei governanti, delle classi sacerdotali e del popolo nei confronti del patto che li legava a Dio, e questo con taglienti composizioni poetiche e canzoni. Spesso erano parabole che, com’era successo allo stesso Gesù, erano ben più che favole innocenti ma precisi atti di accusa che i destinatari ben comprendevano essere state composti per loro, tanto da suscitare persino furiosi istinti omicidi.

Una storia d’amore

Nel capitolo 5 del profeta Isaia troviamo una canzone d’amore. Essa esprime in forma di parabola un amore intenso, un amore appassionato, che aveva spinto il protagonista di cui parla a darsi completamente per la sua amata senza nulla risparmiare, tanto da dire: “Che altro avrei mai potuto fare di più per te?”. È però anche un amore deluso, un amore tradito dall’irriconoscenza e dall’insensibilità dell’amata, tanto che quell’amante, del tutto scoraggiato e privo di speranza, sembra pronto ormai a troncare finitivamente il rapporto che lo legava alla sua amata. Bella storia. Si trattava però solo di una canzonetta popolare. No. Ascoltiamola e poi ne parleremo.

“Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre, e vi scavò uno strettoio per pigiare l'uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica. Ora, abitanti di Gerusalemme e voi, uomini di Giuda, giudicate fra me e la mia vigna! Che cosa si sarebbe potuto fare alla mia vigna più di quanto ho fatto per essa? Perché, mentre mi aspettavo che facesse uva, ha fatto uva selvatica? Ebbene, ora vi farò conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: le toglierò la siepe e vi pascoleranno le bestie; abbatterò il suo muro di cinta e sarà calpestata. Ne farò un deserto; non sarà più né potata né zappata, vi cresceranno i rovi e le spine; darò ordine alle nuvole che non vi lascino cadere pioggia. Infatti la vigna del SIGNORE degli eserciti è la casa d'Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta; egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d'angoscia!” (Isaia 5:1-7).

Sì, l’amante appassionato che nulla aveva risparmiato per la sua amata è il Signore Iddio, e l’amata irriconoscente e traditrice è il popolo di Dio, il popolo dei credenti, quelli che Dio si è scelto facendoli oggetto di infinite cure ed attenzioni ma che nel momento storico in cui Isaia scrive, lo avevano profondamente deluso tanto da portarlo a dire: “Adesso basta! Di loro non ne voglio più sapere!”. È possibile questo, e soprattutto, potrebbe il messaggio di questa canzone essere rilevante anche per il popolo di Dio della nostra generazione?

Il profeta cantautore

Siamo a Gerusalemme, probabilmente nell’anno 725 avanti Cristo, in occasione della Festa dei Tabernacoli. Si tratta dell’annuale festa della Vendemmia. Era un’occasione gioiosa per tutto il popolo. Diversi gruppi di cantanti riempivano l’aria con i loro canti improvvisati nell’ambiente informale prospiciente al Tempio, dove il popolo aspettava che iniziasse la cerimonia dei sacrifici. Era pure probabile che molti fossero pure molto allegri per aver assaggiato un po’ troppo vino novello! La tolleranza per tali frivolezze non aveva allentato l’attesa della gente per questa grande celebrazione. La vendemmia quell’anno in Il profeta Isaia deve aver colto questa opportunità imitando uno dei canti popolari della vendemmia, ma con un messaggio decisamente “diverso”. Isaia, accetta volentieri di partecipare a una di queste feste, mettendo da parte per un momento le sue gravissime preoccupazioni. Ecco così che, come sempre, dopo la bella bevuta, arriva il momento delle canzoni: e Isaia si fa avanti: “Ho anch’io una canzone da sottoporvi”. Forse perché egli era un sacerdote vestito in modo distintivo, aveva suscitato fra la gente molta curiosità ed aspettativa di udire questa “voce nuova”. La sua presenza, come pure il timbro della sua voce, aveva indotto molti a stare ad ascoltare con attenzione.

La canzone parla di un ignoto “amico”,che sceglie un terreno particolarmente fertile, lo dissoda, vi pianta delle “viti di scelta”. Sono le attività tipiche del viticoltore. Le sue cure sono diligenti ed amorose. Toglie le pietre, scava uno strettoio, costruisce persino una torre di difesa, che garantisca l’incolumità della vigna. Il rapporto tra il padrone é la sua vigna non é un rapporto strumentale (io ti pianto, tu devi rendere): è un rapporto d’amore. Tutta questa cura ed amore si rivela, però, inutile. La vigna non produce che uva selvatica, non serve. Ascoltando questa canzone la gente è portata a simpatizzare con la tragedia di quel contadino: tanto lavoro e tanti investimenti per nulla! In un annata in cui molti avevano fatto un buon raccolto, la vigna che avevano coltivato i protagonisti di questa canzone, aveva prodotto solo uva selvatica, inservibile per fare del vino.

Improvvisamente, però, il tono della canzone cambia. Con poche ed incisive parole la rabbia del vignaiolo sembra scoppiare incontrollata. La sua delusione si trasforma in furia. Devasterà del tutto la vigna che aveva così mancato di rispondere alle sue legittime aspettative. L’uditorio sembra essere d’accordo. La reazione è comprensibile, come accade spesso quando l’ira di una persona è del tutto giustificata. Era l’unica cosa da fare. La Improvvisamente, però, il profeta rivela il vero significato della sua canzone. La vigna è una metafora del patto che Dio ha stabilito con il Suo popolo. La devastazione è il severo giudizio di Dio contro la loro ribellione: hanno infranto il sacro patto che li legava a Dio, lo hanno disprezzato, non ne hanno mantenuto gli impegni. Ora possono attendersi Potete ora immaginare lo shock che attraversa la folla quando il profeta la fissa con severità, incontrando gli occhi di ciascuno, soprattutto i capi del popolo, mentre il loro capo si abbassa con costernazione e vergogna. Quella canzone del profeta non era un allegro intrattenimento per divertirli, ma una scomoda “predica cantata”, il terrificante annuncio che, a causa del loro comportamento infedele, Dio non se ne sarebbe stato a guardare: la pazienza di Dio era giunta al limite. Una sciagura senza precedenti si sarebbe abbattuta sul popolo che allegramente si era illuso di rimanersene impunito, che Dio non ci avrebbe fatto caso o che non avesse preso la cosa seriamente.

Erano di fronte al concreto pericolo assiro: Il Regno d’Israele è già stato mutilato (se non addirittura distrutto), e il Regno di Giuda si trova fortemente a rischio. Ma, come nel salone del Titanic, la gente continua a far festa: la festa, si sa, sospende il tempo, permette di sognare che non tutto sia perduto,che la situazione non sia poi tanto drammatica: alla fine, si sa, “tutto si aggiusta” e poi il regno di Giuda, governato da un ottimo sovrano di linea davidica (Ezechia) può contare su una sorta di “assicurazione sulla vita”: il Signore avrà anche qualche motivo di rammarico nei confronti del suo popolo, ma, si sa, nessuno è perfetto... e poi il passato garantisce per il futuro del regno di Giuda. Al momento buono, il Signore ci darà una mano... Davvero? No, non sarà così! Difatti ben presto tutti assisteranno alla catastrofe di un’intera nazione.

Smemorati ed illusi!

Si tratta, dunque, quella di Isaia, di una languida “canzone d’amore” del dio sentimentale e tollerante che oggi molti si immaginano e nel quale comodamente credono? Oppure si tratta di un dio geloso e vendicativo simile piuttosto ad un amante latino dal “sangre caliente” che, tradito, non ci pensa due volte ad ammazzare con la lupara, per difendere il suo onore, sia la donna infedele che l’amante di lei? Né l’uno né l’altro, anche se ci sono somiglianze.

L’apostolo Paolo direbbe: “Considera dunque la bontà e la severità di Dio” (Romani 11:22). Sì, Dio è amore, vero, appassionato, pronto al sacrificio, ma Dio è anche uno che prende seriamente le cose! Egli è fedele alle promesse che ha fatto quando ha stabilito un patto con il Suo popolo, ma si aspetta che esso Gli sia altrettanto fedele, perché altrimenti vi saranno conseguenze, non quelle di una rabbia cieca ed incontrollata, ma quelle chiaramente stabilite fin dall’inizio, alla firma del patto! Carta canta!

La sofferenza di Dio. Consideriamo la sofferenza di un amore profondo che incontra solo ingratitudine ed infedeltà. Chi fra voi è stato genitore, si ricorda quando per la prima volta ha preparato per portarselo a casa dal reparto maternità dell’ospedale, quel fagottino di innocenza e gioia del vostro bambino? Era per voi il giorno più straordinario del mondo, quando la possibilità di quei messi di attesa era diventata “un’anima vivente”! Dio è con voi in quella gioia. È là, all’inizio stesso del racconto biblico: “Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente” (Genesi 2:7). Cercate di immaginare. Pensate che Dio fosse meno pieno di gioia nel vedere la nascita di Adamo di quanto ne avevate voi nel vedere la nascita di vostro figlio o figlia? Passano gli anni, vedete vostro figlio crescere e maturare e vi sono genitori che hanno avuto la sofferenza di vedere il loro figlio fare cattive decisioni e scelte infelici. Quanto è afflitto il loro cuore a vederlo ferito dalle conseguenze delle sue azioni. Passa anche per la loro testa il pensiero: “Ne valeva la pena? Tanta fatica per far crescere bene questo figlio, e poi...”. Dio è con voi in questo dolore. Basta andare avanti, infatti, di qualche pagina nella Bibbia per vedere rovinata la gioia dell’Eden. Rammentate Genesi 6:6: “Il SIGNORE si pentì d'aver fatto l'uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo”? Dalla Genesi all’Apocalisse il racconto biblico s’incentra attorno ad un Dio amorevole che va incontro a figli ribelli con compassione ed amore. Come generalmente vi rispondono gli umani? Come il figliol prodigo che stupidamente lascia il conforto e la sicurezza di essere “a casa con Dio” per inoltrarsi nei pericoli di una vita senza Dio. Quante volte avete detto ai vostri figli: “Quante volte devo dirtelo?”. Così pure, attraverso i profeti, il popolo di Dio è ammonito sempre di nuovo che una vita senza Dio conduce inevitabilmente al disastro e alla disperazione. Vedere queste conseguenze è causa di molta sofferenza al cuore di Dio.

Attraverso il profeta Osea il Signore esprime la sofferenza di vedere un figlio ribelle che subisce le conseguenze del suo malfare: “Come fareiva lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? (...) Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono” (Osea 11:8). Il figlio, pero, deve essere lasciato patire le sofferenze del suo mal fare, altrimenti non capirà mai! Forse l’immagine più chiara del cuore di Dio è quella di Gesù che arriva a Gerusalemme nella Domenica delle Palme. Si ferma al Monte degli Ulivi e, come racconta Luca: “Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata»” (Luca 19:41-44).

Le “canzoni d’amore” del Signore attraverso la Scrittura sono spesso state canzoni tristi, canti che parlano di figli di Dio che si rovinano con le loro stesse mani, che abbandonano casa e che sui comportano in modo indegno, pagandone le conseguenze.

2. Le azioni di Dio. Nella seconda strofa della canzone di Isaia si assiste ad un cambiamento di immagini. Coloro che ascoltano, da spettatori si trasformano improvvisamen te in giurati di un tribunale che devono giudicare . L’innamorato piantato in asso si trasforma in un giusto Signore e questo li coglie non poco di sorpresa. Come giudicano il comportamento di quella “vigna”? Costretti, però, a dare la loro sentenza, essi condannano sé stessi!

È come succedeva quando gli ascoltatori delle parabole di Gesù prima si intrattenevano divertiti a sentirgliele raccontare, solo per rendersi ben presto conto che stava parlando di loro, accusandoli! “I capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro” (Matteo 21:45). Potete così immaginare gli ascoltatori di Isaia quando si rendono conto che quella “bella canzone”, in realtà, era un’accusa contro di loro? “Ehi, ma noi pensavamo che fosse solo una canzonetta!” . Essa, invece, è un processo, di cui loro sono gli imputati! La giuria, difatti, deve “giudicare” ciò che avviene fra il proprietario della vigna e la vigna stessa. Non possono evitare di farlo, e nel farlo ...condannano sé stessi! È lo stesso che avviene quando il profeta Natan racconta al re Davide un’interessante storiella, solo per rendersi ben presto conto che il profeta stava parlando di Davide stesso, della sua immoralità e dei suoi crimini. È lui stesso che è costretto, così, a pronunciare la sua stessa sentenza di condanna! “Davide si adirò moltissimo contro [l’uomo del racconto] e disse a Natan: «Com'è vero che il SIGNORE vive, colui che ha fatto questo merita la morte; e pagherà quattro volte il valore dell'agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell'altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi?” (2 Samuele 12:5-9). Di fronte a ciò che Isaia canta, i suoi ascoltatori si rendono conto che la rabbia del vignaiolo che sta per distruggere la sua stessa vigna è del tutto giusta e legittima: è ciò che essa si merita. Non stiamo qui a cavillare sui suoi dettagli: è una parabola cantata. Il Signore è giusto, e quando la terra promessa sarà devastata dai suoi nemici, questo non sarà “un increscioso incidente”, ma la logica conseguenza dell’infedeltà di un popolo che avrebbe dovuto essere fedele al suo mandato. “Infatti la vigna del SIGNORE degli eserciti è la casa d'Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta; egli si aspet- tava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d'angoscia!” (7).

3. I propositi di Dio. Sembrava un’allegra canzonetta, ma in essa il profeta comunica la notizia più spaventosa che poteva dare. Sì, stavo parlando proprio di voi . La vigna rappresenta il popolo di Dio. Il suo frutto è la giustizia, l’ubbidienza alla parola di Dio con i suoi benefici effetti.

L’uva selvatica è il grido di coloro che sono stati oppressi e defraudati dalla mancanza dell’amore e della solidarietà che un popolo che si diceva “di Dio” avrebbe solo dovuto loro dare. Si erano dimenticati che anche loro erano stati oppressi in Egitto e che il loro grido di aiuto era salito fino agli orecchi di Dio. Egli ne aveva avuto compassione ed aveva liberato quel popolo, facendolo andare in una terra fertile e bella dove “scorreva latte e miele” e dove Dio si attendeva che essi fossero vissuti con giustizia e rettitudine. Non avrebbero certo dovuto imitare i loro passati oppressori. Avrebbero dovuto imparare la lezione e vivere secondo i criteri buoni e giusti stabiliti da Dio e questo avrebbe garantito pace e prosperità, non solo a loro, ma anche ai loro ospiti. Invece che avevano fatto? Avevano goduto dei benefici di quella terra dimenticandosi del tutto da come essi avrebbero dovuto vivere distinguendosi come popolo da tutti gli altri, proprio per la loro fedeltà ai principi di vita stabiliti da Dio. Potevano, dunque, essere una sorpresa le inevitabili conseguenze negative delle loro azioni? No, ma diventiamo ben presto smemorati pensando che tutto ci sia dovuto ...senza responsabilità!

Una canzone non facile da udire...

Tutto quanto abbiamo detto finora, riguardava solo Israele, oppure riguarda anche noi, popolo di Dio moderno? Riguarda indubbiamente anche noi , perché come dice l’apostolo Paolo: “...tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, af- finché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza” (Romani 15:4). Già, che dire della sorte dell’antico Israele? Non pensiamo di essere diversi da loro. Iddio ci dice nella Sua Parola: "Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. Allo stesso modo anche quel- li, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo" (Ro. 11:21-23).

Sin dall’inizio della storia biblica fino ai nostri giorni, lo scopo che Dio si propone è r masto sempre lo stesso, cioè che noi si viva una vita produttiva secondo i criteri da Lui stabiliti, che noi si riproduca nella nostra vita l’amore e la grazia, la solidarietà e la compassione che noi riceviamo in Cristo. Questo messaggio non è un messaggio facile da udire, se esaminiamo la nostra vita in rapporto a questa “canzone d’amore della vigna”. Essa rimane un messaggio attuale e necessario.

Esso trova una parte corrispondente in ciò che Gesù dice nel vangelo secondo Giovanni quando Egli vi riprende la similitudine della vigna: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. (...) Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli” (Giovanni 15:1-8).

Quando Gesù parla di rami improduttivi che si gettano nel fuoco, non sta parlando dell’antico Israele, ma sta parlando della chiesa cristiana e dei suoi rami. Pensano forse di essere ormai “al sicuro” con i riti religiosi a cui si sono sottoposti o con le imposte pagate e che questo le esenti dalla fedeltà a Dio nel loro modo di pensare, parlare ed agire? Se essi non sono fedeli a Dio, “saranno segati e gettati nel fuoco”, eliminati come inutili ed improduttivi. Una chiesa che non sia fedele al suo mandato, che non si attenga fedelmente alla Parola di Dio, che faccia compromessi con il mondo, che predichi un “vangelo” non conforme al dato biblico, a che serve? Non può avere un futuro! Così vale per ogni singolo cristiano. Quando udiamo una canzone, spesso non sono “solo canzonette”: potrebbero, più o meno “fra le righe” dirci qualcosa di importante sulla società in cui viviamo, oppure sulla nostra vita. Se poi queste canzoni ci vengono da Dio, sicuramente non possiamo ignorarle. Alcuni credono che ciò che dice la Bibbia, altresì, siano “solo favole”. Che illusi! Queste “canzoni” non sono “divertimenti musicali”, ma hanno uno scopo, sono per noi. Meglio stare ad ascoltarle attentamente, rifletterci sopra, e trarne le conseguenze!

Paolo Castellina, rielaborazione dell’8/8/2016 della predicazione del 9 marzo 2006.

Note