Studi biblici/Giovanni 7:37-39

Da Tempo di Riforma.

La risposta alla nostra perenne insoddisfazione

Sintesi: L’acqua è un elemento essenziale per la nostra vita. il nostro corpo ne ha bisogno di molta e di pulita per poter vivere sano. Molte sono oggi le popolazioni che hanno grande carenza di acqua e per l’acqua vi combattono anche guerre. Aver sete però, è anche simbolo di una vita priva di soddisfazioni. I beni di questo mondo non hanno mai soddisfatto né soddisferanno mai veramente. Il Salvatore Gesù Cristo, nel testo biblico che esaminiamo quest’oggi (Giovanni 7:37-39), dice: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”. Che cosa intende dire e perché egli è l’unico che veramente possa soddisfare la vita umana?

La nostra sete

Avete mai fatto l'esperienza della sete? Il nostro corpo, per vivere, ha bisogno di molta acqua, acqua fresca, dolce, pulita, sana, acqua corrente. La sete [quella vera] è notoriamente una delle sensazioni più dolorose che si possa avere.

Qualche anno fa un film di fantascienza presentava la terra invasa da visitatori d'altri mondi. Poteva essere pure un'esperienza interessante ed arricchente, finché si era scoperto il vero motivo della loro visita: erano venuti, in realtà, per portarci via, sottrarci, l'acqua di cui avevano un disperato bisogno nel loro mondo. Non bisogna, però, ricorrere agli extraterrestri... per renderci conto quanto per noi umani sia importante l'acqua.

Molte sono oggi le popolazioni che hanno grande carenza di acqua, e la disponibilità d'acqua per tutti sarà presto un grave problema per il nostro mondo.

Aver sete, essere assetati, è anche simbolo di chi è insoddisfatto di quanto possiede, della vita che conduce. L'insoddisfazione per la vita che conduciamo è una costante della vita umana, non solo a livello individuale, ma anche dell'intera nostra storia e civiltà. E' l'insoddisfazione che ci ha portato all'esplorazione e conquista di nuovi territori ed allo sviluppo della scienza, ma anche alle guerre. Dice l'apostolo Giacomo: “Da dove vengono le guerre e le contese tra di voi? Non derivano forse dalle passioni che si agitano nelle vostre membra? Voi bramate e non avete; voi uccidete e invidiate e non potete ottenere; voi litigate e fate la guerra; non avete, perché non domandate; domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri” (Giacomo 4:1-3).

La sete dell'anima, di un'anima insoddisfatta, è pure un'esperienza che costantemente ci affligge. Possiamo essere insoddisfatti nonostante tutti i rapporti sociali che intratteniamo. Possiamo essere insoddisfatti nonostante i molti beni che possediamo. Possiamo essere insoddisfatti nonostante il divertimento che cerchiamo costantemente di avere. Possiamo essere insoddisfatti nonostante la popolarità di cui godiamo. Possiamo essere insoddisfatti nonostante le pratiche religiose che facciamo. E' però un dato di fatto, anche se non vogliamo ammetterlo, che non saremo mai veramente soddisfatti fintanto che non saremo in autentica comunione ed armonia con Dio, il nostro Creatore. Se volessimo definire biblicamente l'inferno, potremmo dire che esso è una totale e insanabile assenza di comunione con Dio, Tant'è vero che Gesù stesso nel Suo racconto sul ricco e Lazzaro parla delle sofferenze di quell'empio che ci era finito come di una tremenda sete. "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma" (Lu. 16:24). A tormentarlo non è la sete fisica, ma l'assenza di Dio. Ormai, però, è troppo tardi per lui!

Il testo biblico

Avete dunque sete? Questo tipo di sete? Ecco che cosa vi dice oggi il Signore e Salvatore Gesù Cristo, in un brano del vangelo secondo Giovanni:

”Nell'ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato” (Gv. 7:37-39).

Per impartire i Suoi preziosi insegnamenti, Gesù spesso si avvaleva di ciò che vedeva attorno a Sé, oggetti o situazioni, che poi utilizzava come illustrazione, spunto di riflessione. Il testo del vangelo che oggi è sottoposto alla nostra attenzione ci sembrerebbe, infatti molto misterioso, se non lo inquadrassimo nel suo contesto originale.

Il contesto: la Festa delle Capanne

Quando Gesù pronunzia queste parole, si trova a Gerusalemme, in occasione di una festa tradizionale di Israele: la Festa delle Capanne o, in ebraico, Sukkot. Sono appunto le capanne a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto: quaranta anni in cui abitarono in dimore precarie, accompagnati però, secondo la tradizione, da "nubi di gloria", cioè dalla presenza di Dio. Nel libro del Levitico, infatti, troviamo scritto: “Celebrerete questa festa in onore del SIGNORE per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne per sette giorni; tutti quelli che saranno nativi d'Israele abiteranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci abitare in capanne i figli d'Israele, quando li feci uscire dal paese d'Egitto. Io sono il SIGNORE, il vostro Dio” (Levitico. 23:41-43).

La festa delle capanne è una delle tre feste di pellegrinaggio prescritte nella Legge di Dio, feste durante le quali gli ebrei dovevano recarsi al Santuario a Gerusalemme. Altri nomi della festa sono "Festa del raccolto" e anche "Festa della nostra gioia", poiché cade proprio in coincidenza con la fine del raccolto quando si svolgevano grandi manifestazioni di gioia. Questa festa è detta anche "festa dei tabernacoli" e il precetto che la caratterizza è proprio quello di abitare in capanne durante tutti i giorni della festa.

La capanna doveva avere dimensioni particolari e come tetto del fogliame piuttosto rado, in modo che ci fosse più ombra che luce, ma dal quale si potessero comunque vedere le stelle. La capanna non era valida se non era sotto il cielo: l’uomo doveva avere la mente e lo spirito rivolti verso l’alto. L’uomo è disposto a mettersi al servizio di Dio anche nel momento in cui sente che massima è la potenza che ha raggiunto: ha appena raccolto i frutti del suo raccolto, ma confida nella provvidenza divina e abbandona, anche se solo per pochi giorni, la sua dimora abituale per abitare in una capanna.

Era pure usanza, nell'ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, eseguire la cerimonia dell'acqua. Prendevano un vaso d'oro, lo riempivano d'acqua alla vasca di Siloam e lo portavano nel tempio con il suono delle trombe. Dopo essere ascesi presso l'altare, versavano l'acqua “difronte al Signore” con grandi espressioni di gioia.

L'invito di Gesù

Ecco così che Gesù, di fronte ad una grande folla congregata, si pone in una posizione elevata, dove più gente possibile possa vederlo ed udirlo e con grande forza e coraggio, pronuncia frasi a dir poco sconcertanti al riguardo di Sé stesso. Dice: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (37,38). Sono frasi simili a quelle dei grandi profeti di Israele del passato, che invitavano tutti a trovare in Dio la risposta alla perenne umana insoddisfazione: “O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte!” (Isaia 55:1). Gesù, però, dice: “Venite a me”: una pretesa di incredibile, pazzesca e blasfema arroganza, se Egli fosse stato un semplice essere umano!

(1) Un invito generalizzato. Notiamo come l'invito stesso sia molto generale: “Se qualcuno ha sete”. Invitati a venire al Cristo sono tutti, senza distinzione, “chiunque”: di alta o bassa estrazione sociale, giovani o vecchi, malati o sani, indipendentemente dalla loro condizione morale o spirituale, Giudei o pagani. L'invito a soddisfare in Lui la nostra sete è dunque rivolto pure a ciascuno di noi.

(2) Un invito generoso. Notiamo pure come si tratti di un invito molto generoso: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”. In altre parole: “che si serva pure”, liberamente. Non ci sono requisiti. Chiunque voglia trovare autentica e costante felicità, venga a Gesù, si lasci condurre da Lui, ed Egli provvederà a dargliela.

(3) Un invito che ha una sola condizione. Gesù pone qui delle condizioni per potere ricevere quanto Egli ci può donare? Qui c'è una sola condizione, la più ovvia: bisogna avere sete! Dobbiamo essere essere persone “assetate”, bisognose. La cosa non è così ovvia quanto potrebbe sembrare. Molti, infatti, sono troppo orgogliosi per ammettere di avere nella vita una profonda insoddisfazione, troppo orgogliosi per chiedere qualcosa a qualcuno, e certamente troppo orgogliosi e pieni di pregiudizi per rivolgersi a Gesù! Che tristezza! Avere sete e non volerlo ammettere, avere sete e non recarsi da chi solo ci potrebbe dare generosamente e senza condizioni, quanto brama il nostro cuore! Vi trovate in questa condizione?

Gesù, analizzando questa nostra sete e precisandone la natura, dice: “Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati” (Mt. 5:6). La nostra insoddisfazione di fondo è perché non siamo persone compiute, integre, giuste. L'essere umano, infatti, trova la migliore realizzazione di sé stesso quando è “a posto” con Dio, quando il suo rapporto con Lui e con gli altri è “giusto”, cioè, quello che dovrebbe essere.

Avete sete di questa giustizia? Gesù la soddisferà, “rimettendovi a posto” con Dio. Chi, ingannando sé stesso, ritiene di non aver bisogno di nulla e di essere sufficiente a sé stesso, felice e realizzato anche senza Dio e senza il Cristo, non andrà a Gesù e sarà tagliato fuori da quelle eterne benedizioni che in Lui sono si trovano. Beato, però, Colui o colei che dice: “Mi sento arido e vuoto, povero e derelitto. So di essere carente di molte cose. Ho bisogno di essere in pace con Dio ed in pace con me stesso”.

Colui che invita

Riflettiamo meglio su chi sia Colui che qui ci invita. L'invito di Gesù è “venga a me”. La vera soddisfazione che cerchiamo nella vita, sembra dire Gesù, non si trova nelle cerimonie religiose. Esse non possono pacificare la coscienza né purificarla. La lettera agli Ebrei dice: “La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose. Perciò con quei sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, Essa non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio” (Ebrei 10:1). Essa si trova in un personale e vivo rapporto con Gesù.

La vera soddisfazione che cerchiamo nella vita non si trova nel seguire le filosofie ed ideologie di questo mondo, né nell'azione politica. Essa si trova in un personale e vivo rapporto con Gesù.

La vera soddisfazione che cerchiamo nella vita non può essere trovata nel possedere e godere delle cose di questo mondo, ma in Gesù, il vero “bene durevole” della nostra vita. Essa si trova in un personale e vivo rapporto con Gesù. Dobbiamo andare al Cristo, ammettere la verità di quanto insegna, sottometterci alla Sua disciplina, affidarci a Lui di tutto cuore. Egli è la fonte della vita: lo ha dimostrato. Ecco perché dobbiamo andare alla fonte stessa della “acqua della vita”, la quale sola potrà “dissetarci”.

Notiamo come l'esortazione è “venga a me e beva”. Il gesto è attivo. Ci si reca presso Gesù, la fonte, e verso di essa si tenderanno le mani per ricevere da Lui. Otterrà non sollievo, ma molto di più, ed abbondantemente: non dobbiamo essere passivi. La passività e l'indifferenza sarà la nostra dannazione. In Gesù troverò non solo ciò che mi rinfresca, ma pure ciò che mi nutre, la risposta al desiderio dell'anima di essere felice.

Le promesse di un invito

A questo generoso invito, è acclusa una generosa promessa: “Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (38). Che intende dire Gesù? Questo versetto specifica che cosa voglia dire venire a Gesù: “credere in Lui come la Scrittura ha detto”, accoglierlo e coltivare la sua amicizia come e nei termini in cui essa ci viene offerta nell'Evangelo. Non dobbiamo farci un Cristo secondo la nostra fantasia, ma credere nel Cristo che le Scritture ci presentano.

Notate come le anime assetate che vengono a Cristo, saranno abbeverate.

(1) Un conforto interiore. Gli israeliti, che seguivano Mosè, “bevevano alla roccia spirituale che li seguiva” (1 Co. 10:4), a loro erano di volta in volta provveduti dei torrenti, ma i cristiani si abbeverano alla “roccia” che è in loro, Cristo in loro. Cristo deve essere “in noi”, al centro stesso della nostra esistenza. Lo è davvero? Deve esserlo, solo allora, come dice Gesù, Egli diventerà: “..una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4:14). Questo “fiume d'acqua viva” esce dal “seno” del credente, cioè dall'anima, dal cuore del suo essere. E' al centro stesso della personalità del credente che vengono piantati i principi della grazia. Il libro dei Proverbi dice: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). E' proprio lì che il divino conforto viene posto, una gioia profonda di cui chi ne è straniero non potrebbe nemmeno immaginare. “Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé; chi non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha resa al proprio Figlio” (1 Giovanni 5:10).

(2) Un conforto permanente. Essa provvede loro soddisfazione non solo per il presente, ma in vista del loro conforto continuo, permanente. L'acqua, qui, è chiamata “fiumi d'acqua viva” perché non si tratta d'acqua stagnante, ma corrente. E' l'acqua dei principi della vita spirituale. Il profeta Geremia chiama Iddio stesso “sorgente d'acqua viva” quando accusa il popolo di Dio d'averlo abbandonato: “Il mio popolo infatti ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d'acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l'acqua” (Gr. 2:13). Denota pure un fiume abbondante e costante, inesauribile, che porta via dubbi e paure. In Cristo vi è grazia su grazia, una grazia inesauribile.

(3) Un conforto comunicabile. Notate, poi, come queste sorgenti di grazia e di conforto nell'anima si trasformino in: “fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (38). La grazia ed il conforto di Cristo in noi non solo soddisfaranno noi stessi, si comunicheranno attorno a noi. Produrranno buone azioni, ed un cuore soddisfatto si manifesterà inevitabilmente in una vita gradita a Dio. L'albero lo si conosce dai suoi frutti, e la fonte dai torrenti che sgorgano da essa.

In secondo luogo, esse saranno per il beneficio d'altri, perché l'uomo o la donna colmi dello spirito di Cristo, si occuperà del bene comune. Il libro dei Proverbi dice: “La bocca del giusto è una fonte di vita, ma la bocca degli empi nasconde violenza” (Proverbi 10:11).

Non basta, infatti, che noi si tragga personale beneficio da quest'acqua, ma la dobbiamo condividere con altri. A differenza dai riti della Festa delle Capanne, i credenti non trarranno il loro conforto da vuote cerimonie, ma da un “fiume” che sgorga da dentro di loro, un'acqua che darà loro ed agli altri grande gioia.

5. La promessa dello Spirito Santo

La soddisfazione che riceviamo in Cristo ha un nome. Le Sacre Scritture lo chiamano: “Ricevere lo Spirito Santo”. Lo dice in questo testo lo stesso evangelista Giovanni: “Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito” (39). Gesù non parla di vantaggi esteriori che i credenti potranno avere, ma dei doni, delle grazie, e del conforto dello Spirito Santo. Ciò che ci soddisferà non saranno cose materiali o un principio astratto, ma una speciale presenza in noi dello Spirito di Dio.

(1) Un dono profetizzato. Ciò che in Cristo possiamo ricevere, non è “una novità”, ma il preciso adempimento di innumerevoli profezie dell'Antico Testamento. Le parole qui usate, “Come dice la Scrittura”, infatti, si riferiscono alle molte promesse dell'Antico Testamento che la terra arida sarà irrigata: “Io ... spanderò le acque sul suolo assetato e i ruscelli sull'arida terra; spanderò il mio Spirito sulla tua discendenza e la mia benedizione sui tuoi rampolli!” (Is. 44:3); “Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione!” (Zaccaria 12:10).

Spiritualmente “vi saranno fiumi nel deserto”: “Io farò scaturire dei fiumi sulle nude alture, delle fonti in mezzo alle valli; farò del deserto uno stagno, della terra arida una terra di sorgenti” (Isaia 41:18).

Il credente sarà come una sorgente d'acqua che mai non si esaurisce: “...il SIGNORE ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai!” (Isaia 58:11). E' pure un'allusione alle acque che sgorgano dal tempio della visione di Ezechiele: “Egli mi ricondusse all'ingresso della casa; ed ecco delle acque uscivano sotto la soglia della casa, dal lato d'oriente; perché la facciata della casa guardava a oriente; le acque uscite di là scendevano dal lato meridionale della casa, a mezzogiorno dell'altare” (Ezechiele 47:1); “Poi mi mostrò il fiume dell'acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello” (Apocalisse 22:1).

(2) Un dono legato a Gesù. Lo Spirito Santo, speciale presenza di Dio in noi, è, infatti, promesso a tutti quelli che avrebbero creduto in Cristo. In alcuni, lo Spirito Santo concede doni miracolosi (Mr. 16:17,18), ma tutti ricevono le Sue grazie santificanti. Il dono dello Spirito Santo è una delle più grandi benedizioni promesse nel Nuovo Patto (Atti 2:39), e se è promesso, senza dubbio può essere ricevuto da coloro che hanno interesse in quel patto.

(3) Un dono efficace. Lo Spirito che dimora ed opera nei credenti, Iddio stesso in una forma particolare è dunque paragonabile all'acqua. Come l'acqua di un torrente, infatti, scorre, rinfresca, purifica e nutre, rendendo feconda la vegetazione, così lo Spirito Santo rende i credenti fecondi e gioiosi. Gesù disse: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni. 3:5). Notate come gli apostoli predicassero e vivessero l'Evangelo in modo così scorrevole, corrente, fluente, come lo Spirito dava loro di esprimersi (Atti 2:4), e come, in seguito, essi scrivono e predicassero l'Evangelo di Cristo con uno stupefacente flusso di divina eloquenza. In loro si era indubbiamente adempiuto il detto: “...fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questo dono è anche per ciascuno di noi.

Conclusione

Avete, dunque, sete? Sete di una vita veramente compiuta e realizzata? Andiamo senza pregiudizi a Gesù di Nazareth, secondo le Scritture. Le Sue promesse sono sempre valide per tutti coloro che si abbeverano presso di Lui: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Paolo Castellina, 8 maggio 2005