Studi biblici/Giovanni 6:51-58

Da Tempo di Riforma.

Il pane che ci è necessario

Sintesi
Il Signore Gesù si impegnava fattivamente (e così insegnava ai Suoi discepoli a fare) nel promuovere l'essere ed il benessere delle creature umane. Egli produceva e condivideva il nutrimento necessario alla vita umana in tutti i sensi, materiale e spirituale, "il pane necessario". Manifestava così la provvidenza di Dio che, nel creare l'essere umano, gli aveva provveduto tutte le risorse che gli erano necessarie insegnandogli a gestirle in maniera sostenibile. Gesù, però, fa più di questo: dice che Egli stesso, la Sua Persona, è il pane necessario ed indispensabile alla vita umana che dobbiamo mangiare. Così dicendo, Egli sciocca e scandalizza il suo uditorio e continua a farlo oggi. Che voleva dire con quello? Perché Lui, la Sua Persona, è e continua ad essere importante? È quello che vedremo questa domenica, analizzando il testo di Giovanni 6:51-58.

Il simbolo del pane

Per chi ha vissuto periodi di penuria, di scarsità di cibo, come quelli che accompagnano le guerre oppure la povertà, la parola pane evoca qualcosa di molto prezioso che nei periodi di abbondanza spesso non sappiamo apprezzare come si conviene. "Mangia il pane" era il ritornello che udivo nella mia infanzia durante i pasti dai miei genitori, i quali mi imponevano che io dovessi accompagnare ogni cibo al pane, oppure mi dicevano: "Non sprecare il pane" quando ne avanzavo. Mi dicevano così non perché eravamo poveri, ma evidentemente perché la guerra aveva insegnato loro una lezione importante su quanto fosse prezioso il cibo, il pane in particolare, una lezione questa che, per loro, io dovevo apprendere.

Il pane è diventato il simbolo stesso del cibo, di ciò che ci nutre e ci permette di vivere, tanto che nella lingua ebraica “pane” e “cibo” sono la stessa parola: lechem. In italiano abbiamo le espressioni “guadagnarsi il pane” (lavorare per vivere), “far mancare il pane” (non fornire i mezzi per vivere), “togliersi il pane di bocca” per qualcuno (essere disposto a qualsiasi sacrificio per aiutarlo), “mangiare il pane a ufo” o “a tradimento” (vivere a spese degli altri, senza lavorare, percepire un compenso senza meritarselo). Ricordiamoci, naturalmente, del castigo inflitto al nostro progenitore Adamo dopo la sua trasgressione dei limiti che Dio gli aveva imposto: “Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19), vale a dire che per lui e i suoi discendenti, vivere sarebbe stato una fatica improba. Ricordiamoci soprattutto di Gesù, che insegna ai Suoi discepoli a pregare “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matteo 6:11) oppure “dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano” (Luca 11:3), o “necessario”. Poi, quando, riprendendo un’espressione dell’Antico Testamento, afferma “Sta scritto: ‘Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio’", indicando come la vita umana sia nutrita, sostenuta e promossa non soltanto dal cibo materiale, ma dalla fiduciosa ubbidienza alla volontà di Dio per noi espressa dalla Sua Parola.

Sì, Gesù sapeva bene ciò di cui la vita umana ha bisogno, non solo per sopravvivere, ma per vivere una vita piena e significativa, e nella Sua infinita compassione per la nostra attuale misera condizione umana, Egli si adoperava instancabilmente di provvedere questo cibo (materiale e spirituale) quando incontrava persone in stato di necessità.

Il testo biblico

È quanto troviamo nel capitolo 6 del vangelo secondo Giovanni, che si apre con il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dove Gesù miracolosamente nutre una grande folla di persone che lo aveva seguito per un bel pezzo, dopo aver visto i miracoli che Egli faceva sugli infermi.

Quella è un’occasione per dare loro un’importante lezione, introdotta dall’osservazione che troviamo al versetto 26-27: “In verità, in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete visto dei segni miracolosi, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati. Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà; poiché su di lui il Padre, cioè Dio, ha apposto il proprio sigillo”.

In queste tre domeniche (9, 16, e 23 agosto), il lezionario ci invita a riflettere su questo importante capitolo del vangelo, lungo ben 71 versetti. Si tratta di un discorso che già allora aveva suscitato scandalo e controversie e che a tutt’oggi è spesso equivocato.

È quello che faremo oggi, concentrandoci soltanto però sui versetti da 51 a 58. Leggiamolo:

“(51) Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne». (52) I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?». (53) Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. (54) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. (55) Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. (56) Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui. (57) Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch'egli a motivo di me. (58) Questo è il pane che è disceso dal cielo; non come quello che i padri mangiarono e morirono; chi mangia di questo pane vivrà in eterno»”' (Giovanni 6:51-58).

Gesù sposta l’accento si Sé stesso

L’operazione più stupefacente che Gesù compie in questo Suo discorso è quella di spostare l’attenzione dal cibo, dal pane necessario a Sé stesso. Tutti possono capire che, per vivere, noi abbiamo bisogno di cibo. Tutti possono capire, e bisogna sempre insistere molto su questo punto, che il pane noi lo dobbiamo condividere. Ogni buon maestro di questo mondo lo insegna. Dire però che la persona di Gesù, il maestro, è Lui stesso il pane per eccellenza che dobbiamo “mangiare” e condividere, questo non lo capiamo più, ci sembra un’assurdità, una follia che va ben oltre l’esigenza di illustrare il concetto. Nessun maestro di questo mondo oserebbe mai dire una cosa del genere. L’equivalenza è: pane = cibo = Gesù il Cristo.

“(51) “Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne”.

Quelle di Gesù sono affermazioni indubbiamente forti, scandalose, paradossali, provocatorie, “inaudite”, inaccettabili per il mondo. Gli diranno, infatti: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” (Giovanni 6:60), vale a dire: “Adesso esagera! Chi può ascoltare cose simili?'. Gesù stesso, però, dirà loro: “le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (6:63), vale a dire: “Fate attenzione alle mie parole, perché vengono dallo Spirito di Dio e danno la vita”. Infatti, quei Giudei che lo ascoltano, rimanendogli ostili, “discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?»” (52).

Qui Gesù esplicitamente afferma che:

  • la creatura umana non può vivere se non si rapporta con Lui nutrendosi di tutto ciò che Lui è ed opera. Egli è indispensabile alla vita umana;
  • Lui è “disceso dal cielo”, vale a dire proviene da Dio. Benché Egli sia uomo, Egli non è “uno fra i tanti”. Egli non è uno dei maestri dell’umanità, un filosofo fra i tanti, uno fra i profeti, e neppure il più grande. Egli è unico, nessun altro è come Lui. Egli è Dio con noi, il Figlio di Dio per eccellenza;
  • Egli ha la capacità di farci trascendere i limiti della nostra vita terrena. Ciò che in questo mondo nutre il nostro corpo, la nostra mente e il nostro spirito, per quanto sano e rinfrancante possa essere, è temporaneo e limitato, ma Lui può farci estendere la nostra esistenza, in ogni senso;
  • la Sua carne è data, offerta come strumento affinché la morte non sia più il nostro ineluttabile destino, quello che noi tutti ora condividiamo.

Questa è l’affermazione ultima della sostanza stessa dell’identità e del ministero di Gesù che spazza via in un colpo solo le pretese di tutte le religioni di questo mondo, che spazza via ogni ambizione di ecumenismo interreligioso, che si muove davvero “oltre ogni limite” che le realtà di questo mondo necessariamente hanno. È questo che rende “intollerabile” per questo mondo la predicazione cristiana fedele che, con l’audacia di un Pietro, non teme di annunciare: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12).

È proprio qui che si gioca l’annuncio autentico dell’Evangelo cristiano. Questa non è una verità relativa, valida solo per alcuni o per chi sceglie di credervi, ma una verità assoluta e certa, scolpita nella roccia della Bibbia, inerrante, infallibile, il cui messaggio rimane efficace e intramontabile per le creature umane di ogni tempo e paese.

La questione del “come”

Gli avversari di Gesù respingono con sdegno la sua “pretesa”. Alla fine del capitolo vediamo pure come, scandalizzati, di fronte alle affermazioni di Gesù “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Oggi magari sarebbero andati a fondare una “chiesa alternativa”, “più ragionevole”, “più liberale”, “più ecumenica”, di fatto “la chiesa degli increduli”, ma coerentemente non l’hanno fatto. Il testo pure dice: “Gesù sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre»” (64-66).

Coloro che appartengono a Cristo e che “non se ne vanno”, coloro che hanno creduto e che “hanno conosciuto” che Gesù è “il santo di Dio” (69) devono in ogni caso pure, come noi, rispondere alla domanda: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?» (52), dare un senso, cioè, a quelle parole che Gesù stesso definisce “spirito e vita”.

Diciamo subito che queste parole non hanno nulla a che vedere con la dottrina del Cattolicesimo che afferma come letteralmente le ostie consacrate dai loro sacerdoti nella messa, diventerebbero in modo misterioso il vero corpo di Cristo, di cui i fedeli si nutrono. No, quella di Gesù è un’espressione simile ad altre che Lui stesso dice quando afferma “Io sono la porta”, “Io sono la vite e voi i tralci”, “Io sono il buon pastore”. Gesù ci vuole insegnare che è essenziale:

Fare nostro ciò che Egli è

“...’perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (55). Qui Gesù dice: la mia Persona, il mio essere in mezzo a voi e con voi, il mio insegnamento, il mio esempio, la mia opera, il mio sacrificio, è qualcosa che va “assorbito” nella vostra vita, dopo averlo ben “masticato”, e poi “digerito” tramite un’attenta riflessione. È qualcosa che deve diventare per voi “energia” e “sostanza” del vostro modo di essere, di pensare e vivere, in modo simile a quanto fa il cibo che è necessario per la vostra vita. Senza cibo noi ci indeboliamo e moriamo. Senza Cristo noi rimarremmo in condizione di morte e di separazione da Dio. Gesù è “lo strumento” da “utilizzare” costantemente per ritornare ad essere in comunione con Dio e rimanerci.

Se non ci “nutriamo” di Cristo, la nostra vita perde di significato e diventa frustrante, vuota e destinata alla morte. Senza Cristo la vita è “gettata via” ed inutile. La moltiplicazione dei pani e dei pesci non era quindi solo appello alla produzione ed alla condivisione del pane, ma figura dell’assoluta necessità che abbiamo di “assorbire” in noi Cristo, la Sua persona, opera, insegnamento ed influenza sulla nostra vita. Cristo Lo dobbiamo “fare nostro” tanto che Egli sia “in noi”, come dice l’Apostolo: “Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Corinzi 1:30).

L’apostolo Paolo scrive: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2:20). Il procedimento di mangiare la carne di Gesù e di bere il Suo sangue conduce ad un rapporto di “reciproca coabitazione (“risiede in me e io in lui”). I concetti di “possedere vita eterna” e “dimorare in Gesù” sono qui intercambiabili.

Affidarci completamente a Lui

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui” (56). “Mangiare Cristo” o nutrirsi di Lui significa venire a Lui, credere in Lui, aver fiducia in Lui. Gesù dice infatti poco prima: “Questa è l’opera di Dio, che crediate in colui che egli ha mandato” (29). Al versetto 35 dice: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete”. Al versetto 40 leggiamo: “Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque contempla il Figlio e crede in Lui abbia vita eterna e io lo risusciterò all’ultimo giorno”; versetto 47: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna”.

È importante comprendere questo: nessun cannibalismo, niente da mettere nello stomaco. Gesù qui ci parla della necessità di venire a Lui fiduciosamente, di credere in Lui, di nutrire la nostra vita con la Sua Parola, di entrare in una vita di comunione e di dipendenza da Lui.

Viventi per Dio o “pesi morti”? “Come il Padre vivente mi ha mandato ed io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me” (57). Iddio è una realtà personale vivente e l’esistenza terrena di Gesù dipende proprio dal fatto che questo Dio ha voluto, affinché, a nostra volta, noi pure fossimo “una realtà vivente”, utile, e non “un peso morto”. Siete voi, sono io “un peso morto” per Dio? Vi siete sentiti mai “inutili”. Sono molti coloro che non trovano significato nella loro vita e meditano di togliersela. Gesù, però, salvando la vita dalla morte, restituisce alla nostra vita l’utilità perduta, e la rende al servizio consapevole di Dio e della Sua gloria.

La gente a cui Egli si rivolgeva allora, non comprendendo le Sue parole, borbottava e disputava dicendo: “Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre? Come mai ora dice: ‘Io sono disceso dal cielo’” (42). Gesù, però, invece di fermarsi a “chiarire questa difficoltà”, presenta la cosa in modo ancora più radicale ed usa parole che potremmo definire:

Parole discriminanti

Gesù non teme di scandalizzare con le Sue parole ed allontanare la gente, perché chi Lo segue dev’essere un autentico credente, una persona alla quale lo Spirito Santo ha rinnovato mente e cuore. Chi ha lo Spirito Santo in sé, chi è fra coloro che Dio ha destinato alla salvezza in Cristo, intende queste cose in cuor suo. L’Apostolo scrive: “...noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali” (1 Corinzi 2:13). Ecco perché Gesù dice: “Questo vi scandalizza? E che sarebbe se vedeste il Figlio dell'uomo ascendere dov'era prima? È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma tra di voi ci sono alcuni che non credono». Gesù sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito” (61-64).

Potete allora ben comprendere l’orrore di questa gente nell’udire le parole di Gesù. Per comprenderle aveva bisogno che lo Spirito Santo aprisse il loro cuore. Senza vita spirituale in loro, le Sue parole Lo avrebbero solo respinto, e Gesù permette che questo avvenga. Perché? Perché Gesù non vuole che chi Lo segue lo faccia per le ragioni sbagliate. Ecco perché un’autentica conversione a Cristo è ciò che rende una persona membro di chiesa autentico. Non si può, in una chiesa, rimanere permanentemente degli “osservatori” o dei “simpatizzanti”. Viene il giorno in cui Gesù ci dice: “O con me o contro di me”. Quelle dell’accoglienza indiscriminata, di cui sono “specialiste” le “chiese liberali” è espressione di uno pseudo-vangelo che solo inganna la gente. “Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi” (53).

Implicazioni

Il pane, il cibo, dunque, nutre il corpo e Gesù ci chiama a produrlo ed a condividerlo, ma il pane non è sufficiente per dare vita vera, piena, significativa, ed eterna, perché quella vita è possibile solo con Gesù ed in Gesù, il Cristo. Approfondiamo un attimo queste implicazioni.

Un nutrimento essenziale

In primo luogo è un nutrimento essenziale. Già questo va contro la mentalità oggi comune: il Signore Gesù oggi per molti fa parte di una "religione" considerata sempre più superflua e - quando va bene - accessoria. La Parola di Dio proclama Gesù essere essenziale ed indispensabile per la vita umana proprio quando spesso oggi Gesù è il grande sconosciuto, ignorato, equivocato, guardato con indifferenza e sufficienza dalla nostra generazione come se fosse una favola per bambini, un mito facilmente sostituibile! Che tragedia, che cecità! Ci sorprende poi che la nostra generazione sia così vuota ed insipida, uno zero spirituale, un fallimento morale, marcia, decadente e senza prospettive e per questo disperata? Ci sorprende che le cose vadano di male in peggio nonostante tutta l'arroganza della mentalità di oggi e nonostante la “predicazione” di tante chiese oggi, che solo predicano princìpi, buone intenzioni, leggi morali, ma che non dà la capacità di seguirle veramente. Essa ignora e disprezza il solo pane che potrebbe veramente nutrirla: il Cristo, la Parola vivente di Dio.

Sostiene la nostra persona

Come il cibo sostiene il corpo, così Cristo Gesù sostiene l'anima, lo spirito, dicevamo. Il paragone però non è del tutto esatto perché noi siamo un tutt'uno - e corpo e spirito. Gesù disse "L'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".

Non esistono due campi distinti: le cose di questo mondo, di competenza nostra e delle nostre risorse, e le cose "spirituali" e dell'aldilà, di competenza di Dio. Quando infatti Dio decide di toglierci il Suo alito vitale che ci sostiene in vita, nessun cibo o medicina di questo mondo possono tenerci in vita. Per questo non è soltanto la nostra parte immateriale che potrà trovare giovamento da Cristo, ma tutto noi stessi. Gesù sfamava pure materialmente e guariva corpi fisici, non era solo lo "specialista dell'anima". Se ci nutriamo di tutto ciò che Gesù rappresenta in questa vita, sarà non solo la vita nell'aldilà ad averne profitto, ma pure il nostro "aldiqua" perché l'opera di Cristo agirà su di noi per sostenere in noi un corpo sano, una mente sana, uno spirito sano. La vita eterna - che è dono di Cristo - è la vita piena, sana e significativa che inizia quaggiù e continuerà dopo la dissoluzione della nostra sostanza terrena. Gesù libera e guarisce oggi chiunque si affida a Lui ora e per l'eternità.

Crescita

La vita però non è soltanto passivo sostentamento a livello vegetativo, ci si nutre per crescere. Il bambino e l'adolescente hanno bisogno di adeguato nutrimento per crescere come uomini fatti, gli uomini fatti hanno bisogno di cibo per rigenerare le proprie cellule che muoiono. L'arte, la musica e la letteratura, lo studio nutrono ed arricchiscono la mente. L'essere umano possiede enormi potenzialità intellettuali e spirituali e noi non ne sviluppiamo di solito che una minima parte. Di Gesù bambino e ragazzo la Scrittura dice: "E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio ed agli uomini" (Luca 2:52). L'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso scrive: "fino a che tutti giungiamo... allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo... seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo... per edificare sé stesso nell'amore" (Efesini 4:13-16).

Cristo Gesù ci nutre per crescere nella grazia, nella conoscenza, nella fede, nell'amore, nella giustizia. Perché la nostra generazione, mi chiedo, conta così pochi giganti spirituali come nel passato? Perché la nostra generazione conta così pochi cristiani veri, le cui opere di amore e di giustizia sono palesi a tutti? Cristiani veri non lo si potrà essere ...andando al culto ogni tanto, come non si può essere sani mangiando solo ...ogni tanto, magari una volta la settimana o nelle feste più grandi. Ci sorprendiamo perché magari cristiani del terzo mondo sono stupefatti nel vedere la debolezza spirituale, il rachitismo spirituale, l'impotenza delle nostre comunità cristiane? Quand'è che ci nutriremo regolarmente di Gesù che disse: "Io sono il pane della vita"? Perché mai vorremmo morire spiritualmente ed essere perduti per sempre?

Un appello ad un doppio impegno

Due sono le conclusioni a cui il messaggio del capitolo 6 del vangelo secondo Giovanni, preso nel suo insieme ci porta: (1) il pane è necessario, il cibo sano è necessario. Esso è una risorsa che va prodotta e gestita con saggezza e soprattutto condivisa. Questa lezione dalla vita esemplare di Gesù è inequivocabile. (2) Non di solo pane, però, vive l’uomo, perché “il pane per eccellenza” con il quale dobbiamo nutrirci per vivere una vita completa e soddisfacente, nei termini evangelici: “eterna”, è lo stesso Signore e Salvatore Gesù Cristo. La comunione con Lui è indispensabile alla vita, perché Egli è “l’interfaccia”, l’unica, che ci permette di essere costantemente in rapporto autentico con Dio, di “tenere la spina inserita” con la fonte dell’energia, senza la quale ci spegniamo. Per questo è essenziale vivere e condividere la Persona di Gesù, il Cristo, il Salvatore del mondo.

Per produrre, moltiplicare e condividere il pane materiale, ci è utile ascoltare con attenzione, studiare e contribuire a mettere in atto ciò che ci insegna il tema dell’esposizione universale di Milano 2015, vale a dire: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. È sicuramente un’importante argomento di riflessione e di dibattito che deve interessarci e coinvolgerci come cristiani. È Dio stesso, infatti, che fin dall’inizio, ha dato alle creature umane la responsabilità e le facoltà di amministrare questo mondo secondo la sapienza e le risorse che Egli ci ha dato e, in quanto cristiani, dobbiamo coerentemente testimoniarlo. A questo riguardo le nostre corresponsabilità sono molteplici. Permettetemi di rammentare le importanti necessità evidenziate dall’esposizione universale di Milano:

  • Rafforzare la qualità e la sicurezza dell’alimentazione, vale a dire la sicurezza di avere cibo a sufficienza per vivere e la certezza di consumare cibo sano e acqua potabile;
  • Assicurare un’alimentazione sana e di qualità a tutti gli esseri umani per eliminare la fame, la sete, la mortalità infantile e la malnutrizione che colpiscono oggi 850 milioni di persone sul Pianeta, debellando carestie e pandemie;
  • Prevenire le nuovi grandi malattie sociali della nostra epoca, dall’obesità alle patologie cardiovascolari, dai tumori alle epidemie più diffuse, valorizzando le pratiche che permettono la soluzione di queste malattie;
  • Innovare con la ricerca, la tecnologia e l’impresa l’intera filiera alimentare, per migliorare le caratteristiche nutritive dei prodotti, la loro conservazione e distribuzione;
  • Educare ad una corretta alimentazione per favorire nuovi stili di vita in particolare per i bambini, gli adolescenti, i diversamente abili e gli anziani;
  • Valorizzare la conoscenza delle “tradizioni alimentari” come elementi culturali e etnici.
  • L’alimentazione è l’energia vitale del Pianeta necessaria per uno sviluppo sostenibile basato su un corretto e costante nutrimento del corpo, sul rispetto delle pratiche fondamentali di vita di ogni essere umano, sulla salute.
  • Preservare la bio-diversità, rispettare l’ambiente in quanto eco-sistema dell’agricoltura, tutelare la qualità e la sicurezza del cibo, educare alla nutrizione per la salute e il benessere della Persona;
  • Individuare strumenti migliori di controllo e di innovazione, a partire dalle biotecnologie che non rappresentano una minaccia per l’ambiente e la salute, per garantire la disponibilità di cibo nutriente e sano e di acqua potabile e per l’irrigazione;
  • Assicurare nuove fonti alimentari nelle aree del mondo dove l’agricoltura non è sviluppata o è minacciata dalla desertificazione dei terreni e delle foreste, delle siccità e dalle carestie, dall’impoverimento ittico dei fiumi e dei mari.
  • valorizzare le innovazioni e le tecnologie produttive che generano un prodotto alimentare sano; operare nella preparazione e conservazione dei cibi, accrescendo le competenze professionali dei loro dirigenti e dei loro dipendenti e migliorando la comunicazione con il consumatore; garantire la qualità del cibo con appropriati sistemi di tutela e monitoraggio delle contraffazioni e delle adulterazioni.

Interrogarci ed impegnarci su questi punti è indubbiamente la responsabilità alla quale Dio chiama il Suo popolo. Il nostro Signore Gesù Cristo ha indubbiamente e più volte dimostrato e testimoniato il suo vivo interesse di sfamare il mondo, coinvolgendo in questa responsabilità i Suoi discepoli.

Questo “impegno sociale” sarebbe però squilibrato e sostanzialmente inefficace se noi non ci nutrissimo personalmente e costantemente della comunione con il Signore e Salvatore Gesù Cristo e non condividessimo con gli altri la conoscenza di Lui, di tutto ciò che è e per noi ha operato nel Suo ministero terreno, secondo quanto ci è spiegato nelle Sacre Scritture. Il Signore Gesù ha detto chiaramente: “Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne”. Questa è l’affermazione ultima della sostanza stessa dell’identità e del ministero di Gesù che spazza via in un colpo solo le pretese di tutte le religioni di questo mondo, che spazza via ogni ambizione di ecumenismo interreligioso, che si muove davvero “oltre ogni limite” che le realtà di questo mondo necessariamente hanno. Guai se ignorassimo o tralasciassimo di vivere e di condividere la Persona di Gesù Cristo secondo l’insegnamento del Nuovo Testamento.

Senza temerarietà né timore di essere accusata di assurdità e follia (come spesso accade per la predicazione fedele), la testimonianza e la predicazione cristiana autentica, con fermezza e coraggio, persino di fronte alla tomba dove è deposto il corpo mortale di una creatura umana, ribadisce le parole di Gesù che dicono: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà mai" (Giovanni 11:25,26).

Che sia questo il nostro preciso intendimento ed impegno.

Paolo Castellina, 8 agosto 2015