Studi biblici/Giovanni 3:1-17

Da Tempo di Riforma.

La necessità di venire alla luce

Sintesi
Siamo venuti alla luce il giorno … : quel giorno celebriamo il nostro compleanno. Alcuni possono dire di essere venuti alla luce una seconda volta quando Dio li ha attirati al Sgnore e Salvatore Gesù Cristo, ricevendo in Lui vita significativa ed eterna. Venire alla luce (la luce del mondo) spesso “è scomodo” perché quella luce rivela chi noi siamo veramente, e quella vista non è spesso gradevole. Sotto quella luce rivelatrice, però, veniamo “ripuliti”. Il vangelo secondo Giovanni ci parla di Nicodemo che va da Cristo e ne è illuminato. Non sappiamo se per lui quell’incontro era andato “a buon fine”, ma lo può essere per noi che esaminiamo quest’oggi Giovanni 3:1-17.

Un’espressione interessante

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Nella lingua italiana l'espressione "venire alla luce" è interessante. "Venire alla luce" vuol dire nascere. Letteralmente significa uscire dal ventre di nostra madre per essere sottoposti direttamente, per la prima volta, ai raggi del sole. Significa respirare aria con i nostri polmoni e acquisire gradualmente una vita autonoma, libera. Nel relativo buio del ventre materno si stava bene, ma non potevamo rimanerci. Dovevamo uscire “alla luce” per farci conoscere e rapportarci direttamente con il mondo e con gli altri, come pure scoprire e realizzare la vocazione per la quale siamo venuti all'esistenza. I raggi del sole sono essenziali non solo per le piante perché innescano la fotosintesi, ma anche per la nostra vita. Il sole è fonte di vita. Non per nulla anticamente veniva considerato una divinità.

L’espressione “Venire alla luce” veniva pure usata dalla filosofia greca. Anticamente, la pratica dei filosofi era considerata quella di fare uscire, di "mettere in luce", il "Logos", il pensiero, la verità, attraverso lo sviluppo della parola, del discorso, della discussione. La discussione era l’arte del fare da levatrice ai pensieri e che si esprimeva nella pratica accurata della parola. La verità era quindi qualcosa che doveva essere estratto, fatto venire alla luce, da noi stessi.

Il vangelo secondo Giovanni inizia presentandoci Gesù come la luce del mondo e, con un’espressione simile a quella usata dalla filosofia greca, come Logos. Nella prospettiva cristiana, però, il Logos, la parola, la sapienza, la verità, non è, però, qualcosa che provenga da noi stessi, da dentro di noi. Non è qualcosa che debba essere cercato dentro di noi attraverso il ragionamento e la discussione, ma proviene dall'esterno. Per comprenderla ed averne beneficio dobbiamo, infatti, non “farla” venire alla luce con la nostra opera, ma venire noi “alla luce", alla Sua luce, ed esserne illuminati. La maggior parte delle persone, però, questa luce, la respingono e, incurvati su sé stessi, continuano a voler cercare la luce nelle tenebre di sé stessi, ma non la troveranno. Per trovare la verità, infatti, dobbiamo “uscire da noi stessi” ed essere illuminati dalla Sua luce.

Questo “uscire”, questo "venire alla luce", simile ad una nascita, è un solo un miracolo della grazia di Dio perché nessuno lo farebbe spontaneamente, tanto siamo chiusi in noi stessi. È necessario un intervento da parte di Dio che ci costringa ad “uscire di casa” ed andare verso il Cristo. Così come noi non abbiamo dato alcun contributo al nostro concepimento e nascita, questa è opera di Dio. Giovanni dice infatti: "La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio" (Giovanni 1:9-13).

Il testo biblico

Il testo biblico di oggi illustra ed amplifica i concetti che abbiamo menzionato sulla luce del Cristo e sul “venire alla luce”, mettendo in evidenza come questo sia qualcosa di assolutamente necessario per comprendere il Cristo e fare nostri i Suoi benefici. Leggiamolo per intero come lo troviamo al capitolo 3 del vangelo secondo Giovanni, i primi 17 versetti, e poi cercheremo di comprenderlo punto per punto.

"C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?». Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo. «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Giovanni 3:1-17).

Un maestro che non sa

Il racconto biblico ci presenta la figura di Nicodemo. "C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei" (1). Esperto della Legge mosaica, Nicodemo era un membro del Sinedrio, la più alta corte legislativa e giudiziale degli israeliti di quel tempo, un giurista esperto nel modo di vivere prescritto dalla fede di Israele e dei suoi fondamenti, “un maestro di Israele”. Era stato molto incuriosito da Gesù, dalle Sue parole e dalle Sue stupefacenti opere. Indubbiamente si rendeva conto che Gesù era “qualcuno di speciale”. Vuole così “vederci chiaro” su Gesù, e l’unico modo per farlo sarebbe stato avere con Lui una conversazione privata ed approfondita.

Nicodemo, forse, voleva far uscire la verità su Gesù attraverso il ragionamento dialettico con Lui. La verità su Dio e sull'uomo, però, non nasce dal ragionamento, come se si potesse scoprirla dentro di sé tramite l'esercizio della mente. È proprio qui che il nostro testo ci introduce nella verità fondamentale che la verità non può che sorgere "dall'alto", tramite un intervento sovrano e diretto di Dio che illumina la mente umana che, a causa del peccato, si muove nelle tenebre. Una mente "non assistita", non rigenerata, non può, infatti, nella condizione in cui ci troviamo, giungere alla verità da sola. È così che Nicodemo è sospinto as “uscire di casa” ed espressamente “viene alla luce” sottoponendosi direttamente “ai raggi” di Gesù. Quella luce, però, gli sarà parecchio “scomoda”, perché sarà tale da rendere lui stesso visibile per quello che era veramente, vale a dire “un maestro di Israele” che di fatto era “ignorante”, uno che, nonostante la sua perizia nelle cose della religione, di fatto “non sapeva queste cose”.

Nicodemo, così, esce di casa e va ad incontrare Gesù. "Egli venne di notte [durante la notte] da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui»" (2).

Si tratta di una visita notturna perché Lui forse aveva paura di essere veduto con Gesù e in qualche modo di essere sospettato di simpatizzare per Lui (cosa che riteneva da evitare, vista la posizione che lui, Nicodemo, occupava). Era andato da Gesù “di notte” forse anche perché voleva ingaggiare con Gesù una lunga discussione senza il rischio di interruzioni. Quel “di notte”, però, non è un fatto accidentale nello sviluppo del vangelo secondo Giovanni, dove tipico è il motivo “tenebre-luce”[1]. Dalle tenebre della sua vita e religiosità, Nicodemo giunge alla Luce del mondo.

In effetti, molti a Gerusalemme avevano creduto in Gesù vedendo i segni miracolosi che Egli aveva fatto[2]. Anche Nicodemo forse li aveva visti, ma per lui essi significavano solo che Gesù fosse “un dottore venuto da Dio” (un “διδάσκαλος” un maestro di religione e di morale), mandato da Dio. Era “già qualcosa” per Nicodemo. Infatti, iI fatto che Gesù non fosse un’emanazione di alcuna scuola teologica, ma fosse “sorto dal nulla” Lo rendeva “strano” e “diverso” ai suoi occhi. Molti anche oggi si rendono conto dell’unicità di Gesù di Nazareth. È già molto per suscitare il loro interesse, ma non basta. Ancora non colgono “chi si cela in Gesù”. È così che l’approccio di Nicodemo a Gesù era bene intenzionato, ma teologicamente inadeguato. Non aveva colto, le implicazioni messianiche dei segni miracolosi che Gesù compiva.

La necessità della rigenerazione

Questa situazione Gesù la vede molto bene ed il modo con il quale Egli risponde a Nicodemo è “una provocazione” che va subito “alla radice del problema”: "Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio»" (3).

Gesù replica con “una solenne verità”: è quanto implica l’uso dell’espressione “in verità, in verità ti dico”, come se gli dicesse: “Quanto sto per dirti è una verità di fondamentale importanza: fa bene attenzione”. Gesù, così, introduce il concetto che noi potremmo definire della “rigenerazione spirituale”. Il testo com’è reso in italiano non rende bene la forza (e l’ambiguità) dell’originale. Gesù qualifica quel “nascere” con l’avverbio “ἄνωθεν” che vuol dire sia “di nuovo” che “dall’alto”. Nicodemo comprende quell’espressione, equivocandola, come “di nuovo”, ma Gesù intende “dall’alto”, e come tale noi dovremmo tradurla. La “rinascita” di cui Gesù parla è qualcosa che ha origine “dall’alto”, cioè da Dio. Si tratta di un “concepimento spirituale” che sorge per azione diretta di Dio, una nascita che Dio produce. Indubbiamente questo termine, in greco, è ambiguo, ma spesso nella Parola di Dio l’ambiguità è intenzionale, perché l’equivoco suscita la discussione e l’opportunità di spiegare. Potremmo dire che l’ambiguità sia “funzionale” alla necessaria spiegazione!

Ciò che riguarda il regno di Dio è uno fra i maggiori insegnamenti di Gesù e la sua natura (se è un regno terreno, celeste o entrambi) è stata a lungo dibattuta. Dibattuto molto è stato pure il rapporto fra regno di Dio e la Persona e l’opera di Gesù stesso. Nel vangelo di Giovanni “il regno”[3] è qualificato solo qui come “di Dio”. In ogni caso, esso indica l’ambito dove Dio regna sovrano, a livello personale e sociale, oggi in maniera parziale, un giorno in maniera totale ed incontrastata: i giorni del Messia, quelli che Nicodemo aspettava. Nicodemo, però, non poteva ancora “vedere” il regno di Dio, perché ancora non vedeva in Gesù l’atteso Messia. Ecco perché aveva anche lui bisogno di una rigenerazione spirituale, di guarire dalla sua cecità spirituale nei confronti di Gesù di Nazareth.

Nicodemo, così, fraintende la cosa e comprende la frase di Gesù come qualcosa di assurdo, prendendola troppo alla lettera. Di questo Nicodemo si prende gioco: "Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»" (4). Ecco come qui Gesù (e l’evangelista Giovanni), faccia uso della tecnica della “domanda fraintesa” per rilevare un punto particolarmente importante. L’’equivoco dà l’opportunità di spiegare meglio ciò che intende.

Difatti: "Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (5). Gli enigmi, però, non sembrano finire. Ora Gesù parla di nascere “d’acqua e di Spirito”. Altre ambiguità! In effetti queste parole di Gesù sono anche state spesso fraintese nella chiesa cristiana. Queste parole, di fatto, non hanno a che fare né con l’acqua del battesimo né con esperienze carismatiche… Quest’espressione di Gesù appare per noi enigmatica e passibile di fraintendimento perché qui Gesù fa solo riferimento ai simboli veterotestamentari dell’acqua e del “vento”, cosa ben conosciuta da Nicodemo e dagli israeliti in genere. Come se non bastasse, le lingue bibliche hanno un unico termine per esprimere sia “vento” che “Spirito di Dio”. Nella letteratura veterotestamentaria “acqua” e “vento” sono spesso accostati all’azione rigenerante e datrice di vita dello Spirito di Dio. “Acqua sul suolo assetato” e “vento che soffia sugli uccisi”[4] indicavano, infatti, l’azione dello Spirito che rigenera il popolo di Dio facendolo entrare nel regno del Messia. È così che Gesù in quelle Sue parole, ribadisce lo stesso concetto di prima: una rigenerazione spirituale è assolutamente necessaria sia per “vedere” che per “entrare” nel Regno di Dio. Essa non è e non potrà mai essere un prodotto dello sforzo umano, della “carne”. Difatti: "Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito" (6). Quel che nasce dall’azione dell’uomo (ragionamenti e decisioni umane) è e rimane “carne”.Quelli che davvero giungono a riconoscere in Gesù il Cristo ed a credere in Lui, infatti, “non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:13). Diverso (è “spirito”) è ciò che nasce dalla diretta e sovrana azione dello Spirito di Dio. Come noi non possiamo produrre la nostra nascita fisica, così non possiamo produrre la nostra rinascita spirituale.

Non un comando o un’esortazione

Quello di Gesù, “dovete nascere di nuovo” non è un comando o un’esortazione, ma una constatazione di fatto, ribadita dal Suo “Se uno non è nato di acqua e di Spirito ecc.” e dalla frase seguente: "Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo" (7). Quello al quale Gesù si riferisce è indubbiamente fonte di stupore, meraviglioso, che lascia perplessi ed increduli (e che il mondo in genere “non può” accettare). Per evitare fraintendimenti, la frase qui Gesù (e l’evangelista) la estende da Nicodemo a tutti: “Che voi tutti”, Israeliti, o “esseri umani”. Non è solo Nicodemo che ha bisogno di essere rigerato sopiritualmente e di “aprire gli occhi” su Gesù. E’ a questo punto, che pure si esprime “la frustrazione” umana: questa rigenerazione non è in alcun modo “controllabile” da noi, ma dipende solo ed esclusivamente da Dio! Che lezione questa per la presunzione umana!

La rigenerazione spirituale è tanto incontrollabile quanto lo è il vento. È Dio che opera “dove vuole”, in modo misterioso: "Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito»" (8). Troviamo qui ancora il “gioco di parole” l’accostamento, fra “vento” e “spirito” che, in greco, sono, appunto, la stessa parola. Gesù inequivocabilmente in quanto sta affermando, parla dello Spirito di Dio, della sovranità di Dio, cosa di cui meglio parlerà più avanti.

Nicodemo, così, comincia un pochino a comprendere, e la sua frustrazione è tangibile:"Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»."Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?" (9-10). Nicodemo ancora non ha, però, ancora colto del tutto quel che Gesù intende dire ed è proprio a questo punto che egli …scompare del tutto dal racconto! L’evangelista, nel menzionare questo personaggio ha solo l’intenzione di illustrare gli equivoci prevalenti fra coloro che allora ascoltavano Gesù e che non lo comprendevano ed accoglievano per quello che è. Loro e chiunque altro, avevano bisogno di una rigenerazione, avevano bisogno dell’azione sovrana dello Spirito Santo in loro il quale, solo, avrebbe loro illuminato la mente e li avrebbe condotti alla fede (autentica) in Cristo. Come abbia poi replicato Nicodemo, quando e come avesse abbandonato la conversazione tornandosene a casa, se fosse diventato credente oppure no, non ci viene più detto. In ogni caso, Nicodemo, per il momento, “non sa queste cose”, non le comprende, le travisa. Si può quindi presumere che egli non sia stato rigenerato spiritualmente? Forse, ma non sappiamo.

Religiosi, ma ciechi

È chiaro, però, che qui Nicodemo rappresenta “la carne”, o meglio, la religione che pur essendo “religione” è spiritualmente nelle tenebre. Questo è tale ancora da sorprendere molti anche oggi: si può essere “religiosi” e persino dei “leader religiosi” ed essere tuttavia spiritualmente ciechi! Questo li rende, fra l’altro, estremamente pericolosi. La cosa è ben visibile oggi spesso nella direzione delle stesse chiese, dove si insinuano burocrati, spesso molto presuntuosi, dei quali varrebbe la frase stessa di Gesù che essi sono “ciechi e guida di ciechi”[5]. Affermano di essere “spirituali”, ma sono solo “carne”. Parlano, infatti, spesso di cose di cui non hanno esperienza diretta alcuna. Il testo di Giovanni, così, aggiunge: “In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza" (11).

È qui ulteriormente chiaro come il discorso non si rivolga solo a Nicodemo: "Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?" (12). Nicodemo è evidentemente il rappresentante di una religione carnale che pretende di essere spirituale, ma non intende realmente le “cose celesti”. Già avevano difficoltà a comprendere, a dare un senso alle “cose terrene”, il senso delle cose che avvengono su piano terreno (nascita, vento, acqua), quanto più ne avrebbero avuto di fronte a Gesù che parlava loro di “cose celesti”! Pure gli avvenimenti terreni comportano una spiegazione spirituale, ma chi davvero la comprende se non coloro la cui mente viene illuminata? Prendere gli esempi terreni che Gesù fa e non intenderli spiritualmente ne è esempio. Spesso oggi è “fatica sprecata” quella di cercare di spiegare a qualcuno la fede cristiana o qualcuno dei suoi aspetti. Non capirà mai! O lo capirà solo dopo un po’ di tempo, quando, per grazia di Dio, Egli gli aprirà la mente per intenderlo. “Con santa pazienza” dobbiamo certo continuare a esporre la fede cristiana di fronte a tutti, ma senza persistere di fronte alle incomprensioni, come se farglielo comprendere dipendesse da noi e dai nostri sforzi!

Innalzare Cristo, la luce

In ogni caso, l’unico che possa parlare con autorità inconstrastata delle cose di Dio è Gesù stesso, come afferma il versetto seguente: "Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo" (13). Il vangelo di Giovanni aveva già accennato a questo nel primo capitolo, quando riporta: “Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo»” (Giovanni 1:51). Chi “ascende” e “discende” dal cielo è “il Figlio dell’uomo” sulla scorta della visione di Giacobbe in Genesi 28, dove gli angeli segnano l’interazione, l’intervento, l’interferenza di Dio negli “affari mondani” incentrata nel Figlio dell’uomo/Figlio di Dio, presenza “umana” di Dio sulla terra. il Figlio è l’unico che sia stato “lassù” e che sulla terra possa parlare autorevolmente di Dio. Si può a buon diritto dire che Dio “interferisce” nella nostra storia, personale e collettiva, in e con Gesù Cristo, e questo per molti è del tutto “insopportabile”!

Il Cristo sarebbe stato “innalzato” letteralmente sulla croce e, in un altro senso, attraverso la predicazione dell’Evangelo: "E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato" (14). L’episodio veterotestamentario al quale il vangelo fa riferimento, è indubbiamente una prefigurazione del Cristo, una rappresentazione della crocifissione salvifica di Gesù che Nicodemo allora non avrebbe potuto in ogni caso comprendere, ma i lettori del vangelo sì. Più avanti Gesù dice: “Io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12:32).

Gesù che, come Parola e Figlio di Dio era da sempre presso il Padre, scende in terra, diventa carne, vive sulla terra impostato all’umiliazione (humus = terra), poi “è innalzato”, “ascende” gradualmente: morendo in croce, risorgendo dai morti e sedendosi alla destra del Padre. Di Lui l’apostolo Paolo scrive: "...svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre" (Filippesi 2:7-11).

Noi, come cristiani “militanti” non possiamo produrre la rigenerazione spirituale in nessuno e persuadere nessuno con le nostre parole, ma possiamo e dobbiamo sempre “innalzare il Cristo” attraverso la predicazione ed una vita coerente con essa: "...affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna" (15). Innalzare il Cristo, infatti, significa non stancarci mai di presentare la Persona e l’opera di Gesù di Nazareth. Questo è il solo ed unico Evangelo che ci sia, degno di questo nome, e lasciare allo Spirito Santo il compito di avvalersi (come Egli prescrive) della predicazione per attirare a Sé e rigenerare spiritualmente coloro ai quali Dio ha stabilito di concedere la grazia della salvezza.

Un appello che risuona inalterato

Venire alla luce, per Nicodemo, avrebbe infine allargato le sue prospettive per scoprire quello che gli antichi profeti di Israele già avevano annunciato e che lui non sembrava vedere, vale a dire che quel Gesù sul quale egli era venuto ad indagare, non solo era la speranza e la salvezza di Israele, ma di persone di ogni nazione del mondo. “La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo” (Giovanni 1:9), dice Giovanni nel prologo del suo vangelo. È ciò che Gesù stesso avrebbe ribadito: “Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (Giovanni 8:12). Gli stessi primi cristiani, d’origine israelita, avrebbero fatto molta resistenza a questo concetto. Venuti alla luce in Cristo, avrebbero gradualmente però vinto queste resistenze e compreso come in Cristo sarebbe stata gente dell’intero mondo ad essere coinvolta nell’opera rigenerante della grazia di Dio. Questo era l’espressione di un amore totalmente immeritato di vastità straordinaria: "Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (16).

Un mondo che merita inappellabile condanna a causa dela sua ribellione a Dio e colpevole trasgressione della Sua legge, avrebbe udito un’offerta straordinaria, generosa ed amorevole, nonostante tutto: salvezza tramite il ravvedimento e la fede nella Persona e nell’opera di Cristo. Nessuno dubiti che il mondo verrà condannato a causa dei suoi peccati, eppure, in Gesù Cristo, all’umanità viene offerta, ancora oggi, la grazia della salvezza: "Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (17). È così che, attraverso l’annuncio dell’Evangelo che innanza Cristo, coloro a cui Dio ha concesso la grazia della salvezza e che sono sparsi per il mondo, vengono attratti a Lui e, rigenerati spiritualmente, si ravvedono dei loro peccati e volentieri abbracciano Cristo Quel Gesù è il Cristo, il Salvatore, l’unigenito, anzi, l’unico Figlio di Dio, che Dio ha eletto come strumento di salvezza. Lo affermava la prima predicazione cristiana e quello stesso annuncio ancora oggi risuona dalla chiesa a Lui fedele: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12). Oggi continua ad essere il giorno della salvezza per tutti coloro che, ascoltando la Sua voce nella predicazione dell’Evangelo, vengono alla luce di Cristo

Non sappiamo se Nicodemo avesse accolto nella Sua vita il Cristo, dopo la conversazione che aveva avuto con Lui, oppure se si fosse rifiutato di ascoltare ulteriormente la “scomoda” parola del Cristo. In ogni caso l’ammonimento delle Scritture rimane valido ancora oggi per ciascuno che lo ascolti: “Badate di non rifiutarvi d'ascoltare colui che parla; perché se non scamparono quelli, quando rifiutarono d'ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo” (Ebrei 12:25).

Paolo Castellina, 15 marzo 2014

Seconda domenica di Quaresima. Letture bibliche: Giovanni 3:1-17; Romani 4:1-5;13-17; Salmo 121; Genesi 12:1-4.

Note