Studi biblici/Giovanni 16:16-23

Da Tempo di Riforma.

Per capire Gesù di Nazareth

Sintesi
Vi siete mai trovati, a scuola, oppure quando ascoltavate una conferenza o una predicazione, di fronte a qualcosa che non riuscivate bene a capire? Non sempre era del tutto chiaro, anche per i primi discepoli di Gesù, ciò che Egli insegnava loro. A volte Gesù era enigmatico, a volte volutamente ambiguo nelle Sue parole e comportamenti. Spesso, infatti, le parole di Gesù erano oggetto di dibattito sia fra i Suoi amici che fra i Suoi nemici. Non deve, quindi, disturbarci o, peggio, scandalizzarci, quando, anche oggi, i cristiani (teologi o no che siano) discutono sul significato da darsi a certe espressioni di Gesù o delle Sacre Scritture. Di fronte alla Parola di Dio, chi verso di essa ha pregiudizi o atteggiamento critico non la comprenderà mai, perché è Dio stesso che glielo impedisce! Chi però dà fiducia al Cristo che parla attraverso di essa, magari non capisce tutto subito, ma lo Spirito Santo, attraverso l'interazione della comunità cristiana, lo porterà a maturare, a crescere nella fede e nella conoscenza. Così è anche quando non comprendiamo che cosa ci accade nella vita. Questo è l'argomento del testo biblico di questa domenica, Giovanni 16:16-23. Vediamo...

Quando non tutto è chiaro...

Vi siete mai trovati, a scuola, oppure quando ascoltavate una conferenza o una predicazione, di fronte a qualcosa che non riuscivate bene a capire? Magari era l'insegnante, il conferenziere o il predicatore, che non si spiegava bene. Oppure non siete stati abbastanza attenti, o c'erano in voi delle carenze di conoscenza o di maturità.

Come avete reagito in quell'occasione? Avete semplicemente ignorato la cosa smettendo di ascoltare, pensando magari di non esserne all'altezza? Oppure, prendendo degli appunti, vi siete ripromessi di approfondire la cosa in un secondo tempo, consultando dei libri? Oppure ancora avete chiesto al maestro, al conferenziere o al predicatore di spiegarvi meglio la questione al termine del suo discorso?

Non sempre era del tutto chiaro, anche per i primi discepoli di Gesù, ciò che Egli insegnava loro. A volte Gesù era enigmatico, a volte volutamente ambiguo nelle Sue parole e comportamenti. Spesso, infatti, le parole di Gesù erano oggetto di dibattito sia fra i Suoi amici che fra i Suoi nemici. Li troviamo, così, che si chiedono: “Che cosa esattamente avrà voluto dire il Maestro, quando diceva ...”.

Non deve, quindi, disturbarci o, peggio, scandalizzarci, quando, anche oggi, i cristiani (teologi o no che siano) discutono sul significato da darsi a certe espressioni di Gesù o delle Sacre Scritture. Essi giungono, magari, a delle interpretazioni o a delle conclusioni diverse. Noi vorremmo, invece, avere la risposta pronta, indubitabile, chiara ed autorevole. Vorremmo avere un “magistero infallibile” che ci dicesse subito come stiano le cose, che cosa dobbiamo credere, pensare o fare... Questo, però, non è il metodo che Dio ha scelto di usare con noi.

Il popolo di Dio deve essere una comunità che dialoga e discute, e, soprattutto una comunità di persone che crescono insieme. La verità è una, ma la si comprende a certe condizioni e, soprattutto, a seconda del grado di maturità spirituale a cui siamo giunti.

Gesù disse, un giorno, ai Suoi discepoli: “Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire” (Giovanni 16:12,13). L'apostolo Paolo parla di questa maturità spirituale, quando dice: “Sia questo dunque il sentimento di quanti siamo maturi; se in qualche cosa voi pensate altrimenti, Dio vi rivelerà anche quella” (Filippesi 13:15). Inoltre, tante cose che oggi ci sono poco chiare, le comprenderemo solo in cielo. Scrive l'Apostolo: “...poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito” (1 Corinzi 13:9,10).

Questo non ci deve scoraggiare nel cercare la verità, anzi, ci deve spingere a perseguire la maturità dei discepoli di Cristo secondo l'esortazione della Parola di Dio che dice: “crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pi. 3:18).

Il testo biblico

Nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione, troviamo i discepoli di Gesù, nel periodo immediatamente precedente la Sua sofferenza, morte e risurrezione, che discutono sul significato da darsi a certe Sue espressioni. Assomiglia ad un dibattito moderno di esegesi o di ermeneutica biblica...

Nel vangelo secondo Giovanni, al capitolo 16, dal versetto 16, troviamo:

“(16) «Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete [perché vado al Padre]». (17) Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra di loro: «Che cos'è questo che ci dice: "Tra poco non mi vedrete più"; e: "Tra un altro poco mi vedrete"; e: "Perché vado al Padre"?». (18) Dicevano dunque: «Che cos'è questo "tra poco" che egli dice? Noi non sappiamo quello che egli voglia dire». (19) Gesù comprese che volevano interrogarlo, e disse loro: «Voi vi domandate l'un l'altro che cosa significano quelle mie parole: "Tra poco non mi vedrete più", e: "Tra un altro poco mi vedrete"? (20) In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il

mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. (21) La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. (22) Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia. (23) In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda“ (Giovanni 16:16-23a).

I discepoli di Gesù, non comprendono, dunque il significato delle parole di Gesù, ed è importante il fatto stesso che si pongano il problema e che vogliano risolverlo attraverso il dialogo, il dibattito. Già questo è un'importante lezione per noi.

Ogni parola di Gesù è rilevante

In questo testo mi colpisce pure la serietà di questi discepoli: essi prendono sempre molto seriamente che cosa dice Gesù, persino nei dettagli delle sue parole. Gesù, infatti, non parlava mai “tanto per parlare”, non gettava mai parole vuote al vento, non diceva mai banalità, né faceva mai discorsi retorici di circostanza che “si possono anche trascurare”... Possiamo dire che i Suoi discepoli, come si dice, ”pendevano dalle Sue labbra” perché tutto ciò che Gesù diceva, sapevano che era importante, rilevante, anche se subito non lo comprendevano. Quando Gesù parlava, essi “prendevano appunti”.

Il cristiano evangelico fa la stessa cosa con ogni parola della Bibbia. Potrebbe anche essere che un certo testo che legge “non gli dica nulla” (in quel momento), o non lo comprenda o lo renda perplesso. Il cristiano evangelico sa, però, che ogni parola della Bibbia, anche quella che non comprende, è importante e significativa, che non è mai superflua. Ecco perché egli ha sempre il massimo rispetto per tutto ciò che la Bibbia dice, perché sa essere Parola di Dio, parola che cercherà di comprendere in preghiera ed avvalendosi degli strumenti che Dio ha messo a disposizione al Suo popolo. “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia...” (2 Timoteo 3:16).

Gesù si rende presente in molti modi

Un'altra cosa che osserviamo in questo testo ha a che fare con la presenza del Cristo fra i Suoi discepoli. Quegli uomini e quelle donne avevano conosciuto ed apprezzato Gesù, avevano riposto in Lui la loro fiducia e dalla sua presenza avevano ricevuto molte benedizioni. Essi lo amavano, Gli si erano affezionati ed avrebbero potuto ben dire: “Senza di te non potremmo più vivere”. Potete immaginare, dunque, come si sentissero quando Gesù annunciava loro il suo prossimo Suo arresto e morte violenta. Impossibile: una cosa così non sarebbe mai successa! Come avrebbe potuto Gesù solo pensare di abbandonarli? Non sarebbe stato “giusto”. Non si stabilisce un rapporto tale con una persona per poi interromperlo di punto in bianco, anche se, di questo, li aveva avvertiti! “Tra poco non mi vedrete più” ... “ma più tardi mi vedrete ancora”. Tutto questo, per loro, non aveva alcun senso.

C'è sempre un buon motivo!

Gesù aveva una missione da compiere, per loro e per coloro che Iddio Gli aveva affidato. Parte di questa missione erano quegli anni passati con Lui, anni in cui essi avevano ricevuto preziosi insegnamenti. La Sua missione, però, includeva pure la Sua morte violenta su una croce, l'abbandono. Non sarebbe stato Lui ad abbandonare loro, ma sarebbero stati i Suoi discepoli ad abbandonarlo! Così doveva essere, perché, su quella croce, Gesù avrebbe pagato il prezzo della loro salvezza, salvezza dal peccato e dalle sue conseguenze eterne. Essi dovevano capire che la “scomparsa” di Gesù era una dolorosa necessità. “Se non me ne vado, la missione che sono venuto a compiere sarebbe incompleta e voi non avreste alcuna speranza di essere salvati dai vostri peccati. Alla prospettiva di quello che vi annuncio, alla sola idea di non vedermi più, voi siete molto tristi, lo comprendo, ma ...guardatela in questo modo: se voi comprendete il motivo di quello che sta per avvenire, vi rallegrereste, perché quanto sto per fare, anche se non sarò più fisicamente con voi, è sempre espressione, anzi, lo è ancora di più, dell'amore e della cura che io ho per voi”. Sì, quando “ci diamo una ragione” per i fatti dolorosi che ci possono avvenire, quando ne comprendiamo il motivo, allora li accettiamo più facilmente. Quand'anche, poi, noi non lo comprendessimo, dobbiamo persuaderci che gli avvenimenti sono sempre sotto il controllo della sovranità di Dio, e dobbiamo dargli fiducia, comprendendo che c'è sempre un buon motivo per quello che Dio fa o permette che accada, per quanto duro questo per noi possa essere.

E' l'atteggiamento di Abramo, quando Iddio gli chiede di sacrificare suo figlio Isacco. La cosa per lui è straziante, ma Abramo ha fiducia che le promesse che Iddio gli aveva fatto al riguardo di suo figlio, Egli le avrebbe onorate e che se anche Isacco doveva essere sacrificato, “Abramo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione” (Ebrei 11:19). I discepoli di Gesù dovevano comprendere quello che poi avrebbe affermato l'apostolo Paolo: “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno”(Romani 8:28).

La sofferenza del Cristo sarebbe stata come quella necessaria della donna che deve partorire. Dopo la nascita del bambino, però, quella sofferenza viene dimenticata e sorpassata a dismisura per la gioia della nascita di una nuova creatura!

b. Essi lo avrebbero rivisto

Nelle parole di Gesù, quel giorno, però, vi era molto di più che la consolazione di sapere che la “scomparsa” di Gesù aveva un senso ed era una necessità. Gesù promette loro che, dopo quei dolorosi fatti, dopo quella "scomparsa” essi lo avrebbero rivisto. Sì, perché, a differenza dei sacrifici che facciamo noi, dove chi si sacrifica, per quanto buoni siano gli effetti che ne risultano, scompare per sempre, al sacrificio di Gesù sarebbe seguita la Sua risurrezione dai morti. Dopo la tragedia della morte violenta di Gesù, i Suoi discepoli avrebbero avuto la gioia straordinaria di vederlo trionfare sulla morte stessa ed inaugurare così un nuovo modo di essere, una nuova dimensione della realtà. Che straordinaria consolazione avrebbero avuto: la conferma tangibile che la missione di Gesù aveva avuto successo. Tutto questo li avrebbe riempiti di una gioia straordinaria, riempiti di quella certezza che li avrebbe spinti ad annunciare l'Evangelo in giro per il mondo, senza più paura alcuna.

C'è ancora il “secondo tempo”

Anche la risurrezione di Gesù dai morti, però, non sarebbe stata che un'anticipazione del “nuovo cielo e della nuova terra”. Non sarebbe ancora stato quello il termine ultimo dell'opera di Dio. Il Cristo, è vero, sarebbe tornato in gloria “per essere il Giudice dei vivi e dei morti”, per prendere con Sé coloro che Gli appartengono e eseguire il giudizio di Dio sul mondo iniquo ed incredulo. La risurrezione del Cristo, però, non sarebbe stata l'ultima scena del film, dopodiché sarebbe apparsa solo la scritta “Fine” seguita ...dai titoli di coda! No, la risurrezione del Cristo sarebbe stata solo la fine ...del primo tempo!

Ancora doveva venire quello che i cristiani chiamano “il tempo della Chiesa”, il periodo che intercorre fra la risurrezione del Cristo ed il Suo preannunciato ritorno. Nel “tempo della Chiesa”, la cui lunghezza non ci è dato di conoscere, sarebbero dovute avvenire ancora molte altre cose. I discepoli di Gesù avrebbero ricevuto, a Pentecoste, la potenza dello Spirito Santo, il Cristo sarebbe “tornato al Padre” per continuarvi la Sua missione (l'Ascensione), i discepoli di Cristo avrebbero dovuto trasformarsi in apostoli, moltiplicarsi per il tempo e lo spazio, ed annunziare l'Evangelo ad ogni creatura. Prima del ritorno di Cristo, vi sarebbe stato il tempo della testimonianza, della proclamazione della verità in ogni dove, il tempo della raccolta degli eletti di ogni epoca e paese. Gesù, infatti, disse: “...questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 24:14).

“Molta acqua sarebbe passata sotto i ponti” prima che essi avrebbero visto il compimento finale dell'opera di Cristo. Ora erano tristi per l'annunciata “scomparsa” di Gesù, ma essi avrebbero fatto esperienza di una presenza diversa del Cristo, che avrebbe loro data molta gioia: “Il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia”.

Al discepolo Tommaso, Gesù dice: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv. 20:29). Il vedere fisicamente la persona amata accanto a sé, è molto consolante, ma possiamo “vederla” anche senza i nostri occhi, rallegrandoci che, pur fisicamente assente, essa sta compiendo per noi un'opera necessaria i cui effetti sono tangibili e che potremo riabbracciarla quando così è stabilito che avvenga.

Gesù risponde alle loro preoccupazioni =

Vorrei, infine, osservare un'ultima cosa. Quando, come discepoli di Gesù, siamo perplessi, insicuri, pieni di domande a cui non sappiamo trovare risposta, amareggiati e tristi per un motivo od un altro, confusi... [non dobbiamo vergognarci a sentirci così anche come cristiani], che cosa possiamo fare per venire a capo della nostra situazione?

Certo, come i discepoli di Gesù nel nostro testo, possiamo cercare consolazione e risposte presso altri fratelli e sorelle nella fede che abbiamo più esperienza di noi e ne sappiano più di noi. Allora, però, nessuno di loro aveva saputo dare un senso alle enigmatiche parole di Gesù. “Dicevano dunque: «Che cos'è questo "tra poco" che egli dice? Noi non sappiamo quello che egli voglia dire»” (18). Non osavano, però, chiedere spiegazioni direttamente a Gesù. Forse avevano paura di apparire stupidi, o di essere ripresi da Gesù per non essere stati sufficientemente diligenti ad apprendere da Lui, o chissà che altro... Non dovevano avere timore di rivolgersi a Gesù. Gesù, infatti, percepisce il problema che si pongono e fa' Lui verso di loro i primo passo: “Gesù comprese che volevano interrogarlo, e disse loro...” (19). Quale ammirevole cura e considerazione Gesù ha verso i Suoi, quale pazienza, quanto amore! Quale risposta possiamo dare alle nostre ansie, preoccupazioni, perplessità, domande assillanti, dolore, insicurezze, confusione? Certo, condividere tutto ciò con altri è importante ed utile, ma potrebbe, ciononostante, non essere risolutorio. In quelle circostanze, la prima cosa da farsi è cercare la comunione con Gesù, cercare la Sua presenza, guida, consiglio, risposta! E' vero, noi non godiamo oggi della presenza fisica di Gesù, ma abbiamo la Sua promessa che ogni qual volta, con il desiderio di incontrarlo, noi ci mettiamo in preghiera e leggiamo attentamente la Sua Parola scritta, noi facciamo l'esperienza di trovare le risposte che cerchiamo. Allora abbiamo pace e gioia, una rinnovata fiducia in Lui, maggiore serenità e calma, forza e motivazione di continuare. Quando il serbatoio dell'auto è in riserva ed è prossimo a rimanere vuoto e noi a fermarci per strada, che facciamo? Cerchiamo al più presto un distributore di benzina e torniamo a fare il pieno di energia. Allo stesso modo è presso Dio, in preghiera, leggendo e meditando la Sua Parola, che noi possiamo “fare il pieno” di quel “carburante” che ci permette di continuare a muoverci in avanti.

Conclusione

Alcuni anni fa mi trovano in Istria (Croazia) in compagnia di un mio fratello in fede del posto e, in auto, dovevamo recarci in un certo luogo. Avevo relativamente poca benzina e, abituato dalle nostre parti a trovare frequenti distributori anche automatici, non mi preoccupavo. La spia della riserva si era accesa e dico: “Al primo distributore mi fermo”. Il problema era che ...non si trovavano distributori: quelli che c'erano erano ormai chiusi (era sulla mezzanotte) e non era disponibile da nessuna parte un distributore automatico a carta di credito o banconote. Che fare? Cominciavo a diventare nervoso e a prevedere di dover passare la notte chissà dove, in macchina e al freddo, in attesa che riaprissero i distributori! Quel fratello in fede, però, mi dice: “Tu guida, ed io pregherò il Signore che provveda Lui e che risolva il nostro problema”. Io credo nella preghiera, ma non credevo che Iddio potesse o volesse occuparsi di queste “piccole cose”! Mi sbagliavo. Quel fratello, così, silenziosamente si mette a pregare. Quella notte non trovammo alcun distributore aperto ...ma ancora un poco e la mia preoccupazione si sarebbe trasformata in gioia. Infatti giungiamo a destinazione lo stesso, anche se da un bel po' la spia della riserva era stata rossa! Non potevo quasi crederci! Com'era stato possibile?

Che “uomo di poca fede” io ero stato! Non aveva forse Gesù detto: “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita” (Matteo 6:25) e “gettate su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:7)? Presso Gesù, quei discepoli avevano trovato rassicurazione e consolazione. Ne avrebbero avuto ancora bisogno altre volte, ma Gesù, cercato fedelmente, l'avrebbe sempre loro provveduta, anche quando, per la loro testardaggine e peccato, non l'avrebbero meritato.

Non vale forse questo anche per noi oggi? Certamente, anche per ciascuno di noi qui in questo momento! E' ciò che ci insegna la Parola di Dio oggi!

Paolo Castellina, 14/04/05