Studi biblici/Giovanni 10:11-30

Da Tempo di Riforma.

Essere pecora è un onore quando si fa parte del gregge di Cristo

Sintesi
Ci sono tanti modi di dire che associano una persona ad un particolare animale per definire il suo carattere. Ci farebbe piacere essere “furbi come una volpe”, oppure magari essere «una gatta morta», cioè apparentemente miti e ingenui. Potrebbe capitare d’essere «secchi come un’acciuga», cioè persone molto magre. A qualcuno piace, poi, «fare la lucertola», vale a dire stare a lungo distesi al sole. Altri possono essere definiti delle «mosche bianche», cioè persone non comuni, oppure anche potrebbero essere come un mulo, cioè persone testarde. Qualcuno di voi potrebbe magari essere «un orso», una persona poco socievole. A chi di voi piacerebbe, però, essere equiparati ad un coniglio, in altre parole, persone particolarmente paurose …oppure «essere un merlo», in pratica, dei creduloni? Quale donna vorrebbe essere, infine, una «oca giuliva», cioè sciocca e superficiale?! Vorreste voi, però, essere come …una pecora? Beh, dipende... Se si fa parte del gregge di cui il Signore Gesù è il buon pastore, non c'è nulla di più desiderabile. Il testo biblico di questa domenica, Giovanni 10:11-30, ce ne fa scoprire il perché.

Ci sono animali ed animali…

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Ci sono tanti modi di dire che associano una persona ad un particolare animale per definire il suo carattere. Ci sono combinazioni positive per le quali uno si sentirebbe onorato di essere associato al carattere proverbiale di un animale. Ci farebbe piacere essere “furbi come una volpe”, oppure magari essere «una gatta morta», cioè apparentemente miti e ingenui. Potrebbe capitare d’essere «secchi come un’acciuga», cioè persone molto magre. A qualcuno piace, poi, «fare la lucertola», vale a dire stare a lungo distesi al sole. Altri possono essere definiti delle «mosche bianche», cioè persone non comuni, oppure anche potrebbero essere come un mulo, cioè persone testarde. Qualcuno di voi potrebbe magari essere «un orso», una persona poco socievole. A chi di voi piacerebbe, però, essere equiparati ad un coniglio, in altre parole, persone particolarmente paurose …oppure «essere un merlo», in pratica, dei creduloni? Quale donna vorrebbe essere, infine, una «oca giuliva», cioè sciocca e superficiale?

Vorreste voi, però, essere come …una pecora? Della pecora si parla della sua mitezza, ma c’è anche il rischio d’essere solo “dei pecoroni”, persone pavide, passive, conformiste… Essere “pecoroni” non è un concetto positivo: molti dicono di non volere far parte di un gregge e di non aver bisogno di alcun “pastore”. Dicono di voler pensare con la propria testa e di andare solo dove decidono loro...

Molto spesso, però, non è così: questi rimangono solo dei buoni propositi. In realtà seguono, di fatto, un qualche conformismo,vogliono far parte “della maggioranza” e vanno dietro, loro malgrado, a qualcunoche s’impone loro come “pastore” …e spesso non è per niente un “buon pastore”.Non vogliono magari ammetterlo, ma il più delle volte vanno dietro a “pastori” che si auto-proclamano tali, ma che non meriterebbero per nulla la loro fiducia, o perché li sfruttano, oppure perché non sanno neanche loro dove stanno andando! È un po’ come l’autoadesivo messo dietro un’auto su cui c’è scritto: “Non seguitemi, mi sono perso anch’io”. Vanno così vagando sulle strade della vita e si sentono confusi, disorientati, soli, in preda ad ogni furbo predatore…

Una volta Gesù di Nazareth stava percorrendo le città ed i villaggi della Palestina e, com’era solito fare, insegnava e predicava un messaggio di gioia e di speranza guarendo ogni malattia ed infermità. “Vedendo le folle,” dice il vangelo secondo Matteo, “ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Matteo 9:36). Potrebbe questo corrispondere alla vostra situazione?

L’apostolo Pietro, riferendosi alla gioia di aver trovato il Salvatore Gesù Cristo e di seguirlo, scrive: “…poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pietro 2:25).

Preannunciato e proclamato

Gesù si era dimostrato allora, e continua a dimostrarsi oggi, come il pastore per eccellenza, “il buon Pastore”. Questa espressione, per chi l’ha sentita ripetere molte volte, può essere persino considerata un banale luogo comune. Farne davvero esperienza, però, è qualcosa di magnifico e soddisfacente.

Possiamo trovare già nell’Antico Testamento numerose profezie che preannunciavano la venuta di Gesù come del Buon Pastore. I maggiori profeti scrivono: “Tu che porti la buona notizia (…) alza forte la voce! Alzala, non temere! Di' alle città (…): «Ecco il vostro Dio!» (…) Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano” (Isaia 40:9-11). “Voi nazioni, ascoltate la parola del SIGNORE, e proclamatela alle isole lontane; dite: "Chi ha disperso [il Suo popolo] lo raccoglie, lo custodisce come fa il pastore con il suo gregge" (Geremia 31:10); e ancora, in similitudine all’antico re Davide: “Porrò sopra di esse un solo pastore che le pascolerà: il mio servo Davide; egli le pascolerà, egli sarà il loro pastore” (Isaia 34:23).

Rivelato pienamente, così nel Nuovo Testamento, troviamo Gesù che, nel capitolo 10 del vangelo secondo Giovanni, dice:

“Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario si dà alla fugaperché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere diriprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio». (...) Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno»” (Giovanni 10:11-30).

Continuando ad usare queste illustrazioni, quando Gesù trova “pecore” sbandate e perdute come noi, egli con amore e compassione le raccoglie e le porta nel Suo gregge, là dove troveranno riparo, cibo e conforto.

Un cristiano, quindi, è particolarmente fiero e grato di poter far parte del “gregge” di Cristo. Far parte della comunità cristiana, non solo a livello locale ma anche mondiale, infatti, è un’esperienza molto bella. Nel gregge di Cristo possiamo rallegrarci di avere la compagnia d’altre persone come noi, unite dalla stessa esperienza ed avvalerci dell’aiuto di chi Gesù ha stabilito come Suoi collaboratori e ministri. Di questo gregge Gesù è chiamato “il supremo Pastore” (1 Pietro 5:4) o anche “il grande pastore delle pecore” (Ebrei 13:20).

Quali sono le benedizioni dell’essere “pecora” del “gregge di Cristo”? Indubbiamente molte. Vediamone le più importanti. Faccio riferimento alla mia esperienza personale, perché io mi considero una Sua “pecora”: so di avere bisogno di Lui. Questa, naturalmente, è un’esperienza che condivido con molte altre persone, ieri ed oggi.

Le benedizioni di Gesù, il supremo Pastore

Essere cristiani significa legare strettamente la nostra vita al Signore e Salvatore Gesù Cristo, rapportarla costantemente a Lui.

Sapersi personalmente interpellati. Gesù per me non è una figura storica fra le tante, astratta, lontana, dai tratti indistinti come può esserlo un personaggio del quale si ricevono informazioni a scuola. Certo, prima mia madre, poi l’insegnamento ricevuto nella comunità cristiana, poi la scuola, mi hanno parlato, informato su di Lui. Questo avviene ancora per molti nella nostra cultura. Mentre però, dopo avere ricevuto bene o male quest’insegnamento, queste informazioni, molti non si sono più interessati di Lui, io mi sono sentito particolarmente attratto da Gesù tanto da volere conoscerlo meglio. Mi sono così spontaneamente avvicinato alla lettura delle Sacre Scritture, quelle che annunciano, descrivono e spiegano Gesù, il Suo messaggio e la Sua opera e me ne sono sentito personalmente interpellato. Sono andato poi a cercare libri e persone per le quali Gesù era ed è importante ed attraverso la loro testimonianza ho compreso ciò che altri come me avevano compreso.

Sentire il Suo interesse personale. Ho compreso che in Gesù Dio stesso mi chiamava ad avere un rapporto personale con Lui, che Egli mi conosceva, mi valorizzava ed aveva dei progetti per me. Ho compreso che quanto Dio aveva detto attraverso il profeta Isaia valeva pure per me: “Così parla il SIGNORE, il tuo Creatore, (...) colui che ti ha formato (...)! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!” (Isaia 43:1). Io ero fra quelle “pecore” che Iddio era venuto a cercare per portare a far parte del Suo “gregge”. Si era realizzato, quindi, per me, quanto Gesù aveva detto: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). Chi “chiama le proprie pecore per nome” (Gv. 10:3), aveva chiamato efficacemente anche me.

Nel leggere, poi, le lettere del Nuovo Testamento, ho scoperto che le esperienze di cui parlano erano pure state le mie. L’apostolo Paolo scrive: “Noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletto a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità. A questo egli vi ha pure chiamati per mezzo del nostro vangelo, affinché otteniate la gloria del Signore nostro Gesù Cristo” (2 Tessalonicesi 2:13,14).

Sentire come Egli si curi di me. Ho compreso che Gesù si stava prendendo cura di me, nella Sua grazia e misericordia, con pazienza e tenerezza, come si esprime la Scrittura: “Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano” (Isaia 40:11); “Nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente: così fa Cristo per la [Sua] chiesa” (Efesini 5:29). Mi sono così reso conto della realtà della provvidenza nella mia vita, nonostante tutti i limiti, difetti, peccati che so di avere.

Sentire come Egli mi nutra. Ho compreso che è Gesù che può nutrire il mio spirito quando Lo incontro regolarmente nella preghiera, nella meditazione della Sua Parola, sia privatamente che nel culto comunitario della chiesa. Questa è la realtà della “pastura”, odel “pascolo”, citato ripetutamente dalle Scritture, in cui il credente trova sollievo. È la fedele risposta alla preghiera del “Padre nostro” quando chiediamo a Dio che Egli ci fornisca il pane quotidiano a noi necessario, non solo per il corpo, ma anche per l’anima.

Sentire come Egli mi protegga. Ho compreso, così, quanto sia vero che Egli custodisca il Suo gregge e lo protegga. Quante sono le forze che, in questo mondo, attentano alla nostra vita fisica e spirituale! In Cristo ho trovato chi mi protegge toccando così con mano la verità di quanto affermano le Scritture: “Il SIGNORE è colui che ti protegge; il SIGNORE è la tua ombra; egli sta alla tua destra” (Salmi 121:5); “Il SIGNORE protegge tutti quelli che l'amano, ma distruggerà tutti gli empi” (Salmi 145:20); “Colui che ha disperso Israele lo raccoglie, lo custodisce come fa il pastore con il suo gregge” (Gr. 31:10). In comunione con il Salvatore Gesù Cristo posso avere la certezza incrollabile della verità espressa da Gesù stesso che dice: “Io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre” (Giovanni 10:28,29).

Sentire come Egli mi guidi. Ho compreso per esperienza che Gesù è proprio Chi può guidarmi moralmente e spiritualmente, attraverso la Sua Parola e gli stimoli del Suo Spirito, su “strade sicure”, come dice il Salmo: “Egli mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome” (Salmi 23:3). Di Lui posso avere fiducia, come accade per le pecore di quel gregge del quale è scritto: “…le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (Giovanni 10:3,4). È importante quel “conoscono la sua voce”, perché come credenti si arriva al punto di conoscere “per istinto” che di tante “voci” di questo mondo “non ci si può fidare”. È importante il discernimento! Quanti anche oggi si lasciano ammaliare da tante “sirene” che li seducono solo per far loro del male: il “gregge di Dio” è un’ottima scuola di discernimento!

Sapere come Egli si sia dato totalmente per me. La cosa più importante che ho compreso è che questo “Supremo pastore” non è uno che faccia il suo lavoro “per vile guadagno” in modo forzato, svogliato, magari abbandonandomi in momenti di pericolosenza scrupolo alcuno perché non abbia di me alcun reale interesse… Egli non è come il pastore “mercenario” “a cui non appartengono le pecore,” e che quando “vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario si dà alla fuga perché è mercenario e non si cura delle pecore”. Egli è un Pastore che dà la Sua vita “per le pecore”. Chi ha trovato Gesù come proprio pastore, vede Uno che ha dato l’intera sua vita, sacrificandola sulla Croce, per il Suo gregge, per me. Posso dire con l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Galati 2:20).

I doveri del far parte del Suo gregge

Far parte del gregge di Cristo (e di questo sono fiero) comporta anche dei doveri? Certamente. Come Sua “pecora” io ho:

Il dovere dell’ascolto. Primo dovere è prestare ascolto alla Sua voce. Gesù dice: “Le pecore ascoltano la voce” del loro pastore (Gv. 10:3); “le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (Gv. 10:4). Va da sé, quindi, che le pecore del gregge di Cristo si prendono particolare cura di ascoltare la Sua voce e di ubbidirvi. Anche ai tempi di Gesù c’erano quelli che Lo chiamavano Signore, ma Gesù dice loro: “Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico?” (Luca 6:46).

La parola di Gesù ci è stata trasmessa dai Suoi apostoli nelle Scritture. Accogliendo loro, noi accogliamo Cristo. Disse Gesù: “In verità, in verità vi dico: chi riceve colui che io avrò mandato, riceve me” (Giovanni 13:20). Gli apostoli erano consapevoli di questo quando scrivono: "Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore” (1 Corinzi 14:37). L’ascolto attento della Parola di Dio era ciò in cui perseverava la chiesa antica. Essi, infatti: “…erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere” (Atti 2:42).

C’è un metodo per distinguere chi appartiene da chi non appartiene al gregge di Cristo?

È Gesù stesso che lo indica, quando parlava a certuni e diceva loro: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate; perché non siete da Dio” (Giovanni 8:47). “Voi non credete, perché non siete delle mie pecore” (Giovanni 10:26).

Doveri verso il gregge. Le pecore di un gregge hanno dei doveri rispetto al loro stesso gregge.

  • In primo luogo “sanno dov’è il loro ovile”, si riconoscono parte di esso e non se ne allontanano. In vista del ritorno di Cristo, così si esortavano i primi cristiani: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno” (Ebrei 10:24,25). È possibile, dunque, che una pecora “si perda” e vada errando, ma nel gregge di Cristo ci si prende cura l’uno dell’altro. “Abbiate pietà di quelli che sono deboli [o nel dubbio]: salvateli portandoli lontani dal fuoco. Abbiate pietà anche degli altri, ma con timore” (Giacomo 1:22-23).
  • In secondo luogo promuovono la qualità della sua vita e la concordia. La Scrittura ci dice “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza” (Colossesi. 3:16); come pure: “esortatevi a vicenda ogni giorno (…) perché nessuno di voi s'indurisca per la seduzione del peccato” (Ebrei 3:13). “Vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l'unità dello Spirito con il vincolo della pace” (Efesini 4:1-3).

Doveri verso i collaboratori del supremo Pastore. Far parte di questo particolare gregge significa, infine, pure aiutare, collaborare, sostenere ed ubbidire coloro che il Cristo ha stabilito come Suoi ministri, responsabili del Suo gregge. Il supremo Pastore ha infatti chiamato degli uomini a guidare nel Suo nome il Suo gregge. Secondo come questo termine è reso nelle nostre traduzioni, nella chiesa sono costituite persone che amministrano varie sue funzioni.

La nostra versione biblica li chiama “anziani” ed essi hanno, senza dubbio dei precisi doveri. L’apostolo Pietro si considerava uno di questi e, una volta, in una sua lettera, aveva così esortato coloro che con lui condividevano questa responsabilità: “Esorto dunque gli anziani che sono tra voi, io che sono anziano con loro (...): pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge” (1 Pietro 5:1-4).

L’amore verso il Supremo pastore deve spingerci così ad aiutare, collaborare, sostenere ed ubbidire coloro che il Cristo ha stabilito come Suoi ministri. La Parola di Dio ci dice: “Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe d’alcuna utilità” (Ebrei 13:17). Ancora è scritto: “Fratelli, vi preghiamo di aver riguardo per coloro che faticano in mezzo a voi, che vi sono preposti nel Signore e vi istruiscono, e di tenerli in grande stima e di amarli a motivo della loro opera” (1 Tessalonicesi 5:12,13).

È pure nostro dovere pregare per loro: “…perché la parola del Signore si spanda e sia glorificata come lo è tra di voi” (2 Tessalonicesi. 3:1), perché si conducano onestamente in ogni cosa (Ebrei 13:18), non si scoraggino, non cadano in tentazione, perché abbiano salute, forza, volontà, determinazione, la sapienza dello Spirito Santo.

Conclusione

Il nostro parlare comune, la nostra cultura, quindi, fa sì che noi prendiamo particolari animali, in positivo o in negativo, come simboli di caratteri o comportamenti che sarebbe per noi saggio assumere o evitare. La Bibbia parla di pecore, di greggi, d’ovili e di pastori come di un’illustrazione calzante dei rapporti che intercorrono fra Dio ed il Suo popolo.

Quando siamo onesti con noi stessi giungiamo a riconoscere di essere come pecore che hanno bisogno di un pastore. Il Signore e Salvatore Gesù Cristo si propone a noi come il Pastore per eccellenza, il buono, fedele e fidato pastore del quale la nostra anima ha bisogno. Rinunciando al nostro orgoglio, davvero autolesionista, il cristiano è colui o colei che va incontro a Gesù che lo cerca, lasciandosi poi condurre da Lui. Cristiano è chi da Cristo si sente personalmente interpellato e che scopre l’interesse personale che ha in lui. Fa esperienza della Sua amorevole cura e di come Lui lo nutra. Sente la Sua protezione e la Sua guida sicura. Riconoscente, vede come Cristo sia l’unico ad essersi totalmente ed efficacemente impegnato per lui. Cristiano è chi si assume con gioia il dovere di ascoltarlo e di ubbidirgli, come pure di coltivare riconoscente l’appartenenza al Suo gregge, aiutando, collaborando e sostenendo quei ministri che il supremo Pastore ha stabilito sul suo gregge per servirlo. Grandi sono le benedizioni d’essere “pecora” del gregge di Cristo. Qualcuno pensa che essere una tale “pecora” sia …degradante e preferisce essere …una capra, certamente più “autonoma”!

Gesù, però, ci ammonisce con queste parole: “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti sarannoriunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo (…) Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: ‘Andate via da me, maledetti…’” (Matteo 25:31-34,41). …Gesù non diceva questo «tanto per dire», ma per descrivere quello che effettivamente un giorno avverrà. Da quale parte allora saremo?

Paolo Castellina, 20/01/2006