Studi biblici/Geremia 1:4-10

Da Tempo di Riforma.

Abbattere e ricostruire

Sintesi. Tutte le cose in questo mondo inevitabilmente si deteriorano, si corrompono, si consumano, così come succede per il nostro stesso corpo. Lo stesso avviene per istituzioni come l’antico Israele, oppure la chiesa cristiana: col tempo accumulano scorie considerevoli, si appesantiscono, si guastano e si corrompono. Non sono più quel che dovrebbero essere. Se un antico edificio si può restaurare, spesso è così malandato che non ne vale la pena di ripararlo, deve essere demolito e rifatto da capo. Per garantire la continuità dei Suoi propositi nel mondo, Dio ha mandato e continua a mandare profeti e riformatori il cui compito è non quello di riparare o aggiornare, ma demolire e poi riedificare sulla base del progetto originario, così come è espressamente comandato al profeta Geremia, di cui leggeremo 1:4-10. Sempre di grande attualità.

Sapori antichi

Che cosa significa essere cristiani? È passato tanto tempo da quando Gesù raccoglieva intorno a Sé i Suoi primi discepoli, che essere cristiani oggi non significa quasi più niente: una convenzione sociologica o vaghi sentimenti umanitari. Il tempo, infatti, così corrompe ed annacqua anche le cose più belle, che esse gradualmente diventano confuse, incerte, "un'altra cosa". Non sanno più di nulla, come certi cibi oggi prodotti in fabbrica che, pur portando il loro nome originale, o vantandosi addirittura di essere "come li faceva la nonna", in realtà ne sono ben lontani. Invano, per esempio, ho cercato in negozi e ristoranti il gusto originale degli agnolotti piemontesi che preparava mia nonna, ma non l'ho più trovato, benché li chiamino ancora "agnolotti"...

Qualcosa di simile è accaduto per la fede cristiana, oggi generalmente ben lontana da quella di cui facevano esperienza le sue prime generazioni. Mi direte: "Tutto si evolve!". Certamente è così, ma spesso siamo di fronte ad un'evoluzione "in peggio" e non" in meglio"! Dobbiamo allora rassegnarci a mangiare cibi insipidi così come a tollerare un cristianesimo altrettanto "insipido"? No. Dobbiamo e possiamo ricuperare i "sapori antichi" ritornando a fare certe cose "come si facevano una volta" con un sano atteggiamento critico verso il presente. Questo non vuol dire che io sia necessariamente per un "ritorno al passato", ammesso che sia possibile. Apprezzo molti valori della modernità. "Essere moderni" però, non significa accettare acriticamente tutto ciò che ci viene propinato…

Dobbiamo e possiamo rifiutare ciò che è annacquato, corrotto, sporco, contaminato, confrontandolo con l'originale e cercando di ricuperarne i valori e le esperienze. Come si presentavano, come vivevano, i cristiani dei primi secoli? Le testimonianze scritte non mancano.

Nell'anno 125 circa, un filosofo cristiano di nome Aristide [1] un'apologia indirizzata all'imperatore romano Adriano in occasione della sua visita nella città di Atene. Nel presentare all'imperatore i cristiani e la loro fede, egli fa un'affermazione stupefacente. Egli divide l'umanità in quattro categorie o classi di uomini: barbari, greci, israeliti e cristiani. Questo è stupefacente perché il cristianesimo aveva allora meno di cento anni di vita. Le sue categorie indicano, però, come il Cristianesimo costituisse un distacco così radicale dal modo di vivere praticato ed osservato allora da tutti gli altri, tanto da essere un modo interamente nuovo di essere umani!

Varrebbe la pena di leggere tutta questa apologia. Ve ne cito solo un brano:

"I cristiani recano incise nel loro cuore le leggi di Dio e le osservano nella speranza del secolo futuro. Per questo non commettono adulterio, né fornicazione; non recano falsa testimonianza; non s'impossessano dei depositi che hanno ricevuto; non bramano ciò che ad essi non spetta; onorano il padre e la madre, fanno del bene al prossimo; e, allorché sono giudici, giudicano giustamente. Non adorano idoli di forma umana; tutto ciò che non vogliono che gli altri facciano a loro, essi non lo fanno a nessuno. ... Le loro figlie sono pure e vergini e fuggono la prostituzione; gli uomini si astengono da ogni unione illecita e da ogni impurità; egualmente le loro donne sono caste (...) Soccorrono coloro che li offendono, rendendoseli amici; fanno del bene ai nemici (...) Sono dolci, buoni, pudichi, sinceri, si amano fra loro; non disprezzano la vedova; salvano l'orfano; colui che possiede dà, senza mormorare, a colui che non possiede. Allorché vedono dei forestieri, li fanno entrare in casa e ne gioiscono, riconoscendo in essi dei veri fratelli (...). Quando un povero muore, se lo sanno, contribuiscono secondo i loro mezzi ai suoi funerali; se vengono a sapere che alcuni sono perseguitati o messi in prigione o condannati per il nome di Cristo, mettono in comune le loro elemosine e ad essi inviano ciò di cui hanno bisogno, e se lo possono, li liberano; se c'è uno schiavo o un povero da soccorrere, digiunano due o tre giorni, e il nutrimento che avevano preparato per sé glielo inviano, stimando che anche lui debba godere, essendo stato come loro chiamato alla gioia" [2].

Com'è possibile un tale modo di vivere? E' possibile perché è il risultato di una conversione, di una trasformazione a livello personale e sociale che diventa possibile quando si accoglie nella propria vita il Signore ed il Salvatore Gesù Cristo. Allora veramente "si fa differenza" nella società.

Potreste ancora forse dire che da tutto questo oggi "ci siamo evoluti"? Non si dovrebbe piuttosto dire che il nostro modo di essere cristiani sia per molti versi degenerato?

Dovremmo forse accettare passivamente l'attuale nostro modo "insipido" di essere cristiani come "la norma" e dire che oggi non sia più possibile essere come allora? No, "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno" (Ebrei 13:8). E' allora necessario sradicare, demolire, abbattere, distruggere il cristianesimo corrotto per potere ricostruire e piantare ciò che è conforme al Cristo delle Sacre Scritture, e che è il solo ad essere veramente ad essere com’era inteso che fosse.

La vocazione di Geremia

L'espressione che ho appena usato: "...sradicare, demolire, abbattere, distruggere… per ricostruire e piantare" non è mia, ma proviene dal libro del profeta Geremia, esattamente dal testo sottoposto oggi alla nostra attenzione. Esso fa parte della vocazione che Dio rivolge a Geremia, del compito che Egli gli affida per la sua generazione. La vocazione profetica di Geremia rimane valida nel ruolo che le Sacre Scritture, la Bibbia, continuano ad avere anche per noi. Abbattere e ricostruire. Che cosa? E' quello di cui oggi ci occuperemo.

Leggiamo il testo per esteso, al capitolo 1 dal versetto 4 al 10.

“La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni». Io risposi: «Ahimè, Signore, DIO, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il SIGNORE mi disse: «Non dire: "Sono un ragazzo", perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE. Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare» (Geremia 1:4-10).

Non parola umana

“La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini... ” (4 ).

Geremia nasce nell’am bito di una famiglia sacerdotale che abitava nei pressi d i Gerusalemme verso il 650 avanti Cristo. Il loro compito istituzionale è quello di occuparsi delle cerimonie del tempio. Geremia, però, sente di avere ricevuto una missione molto più alta, quello di essere portatore della Parola stessa di Dio, che dovrà ricevere e ritrasmettere fedelmente a tutto il popolo. Questo sarà per lui un compito tutt’altro che facile.

Verranno per lui, infatti, momenti in cui questo compito è così pesante e pericoloso che se la prende con Dio per averglielo affidato e persino vorrebbe non essere mai nato! È infatti molto più facile una religione fatta di riti, cerimonie, e discorsetti di circostanza che fanno tutti contenti...

È cosa, invece, molto dura portare una parola che colpisce, taglia, denuncia, accusa, mette in crisi, smaschera, chiama ad un cambiamento radicale, alla conversione... È come servire un piatto che scotta e brucia, appena uscito dal forno, perché denuncia ipocrisia, pregiudizio, ingiustizia, idolatria, compiacenza e il giudizio inappellabile di Dio se da tutto questo non ci si ravvede. Tutto questo la gente non lo vorrebbe sentire e, infatti, vorrebbe convincere Geremia a non dire “quelle cose” e a fa re com e tutti gli altri (falsi) profeti compiacenti che dicono solo cose gradite. Egli però insiste ed allora vorrebbero farlo tacere, lo minacciano, lo emarginano, lo respingono, lo estromettono, strappano e bruciano i suoi scritti... Giungono persino ad usare violenza contro di lui [3]. La fede nel Dio vero e vivente, però, non è una religione di comodo. Significa vedersi rivolta una Parola spesso “scomoda” sia per chi la porta che per chi la riceve, ma salutare, una parola che incide sulla realtà personale e sociale ed è intesa a trasformarla ed a cambiarla.

È importante pure sottolineare come la Parola che Geremia porta, come quella di tutti gli autori biblici, non provenga da loro, dalla loro personale riflessione, dalla loro autorevolezza, dalle loro opinioni, ma da un ’autorità esterna, quella di Dio stesso, tanto è vero che gli stessi scrittori biblici, come Geremia, spesso le resistono e non vorrebbero comunicarla! L’apostolo Paolo scrive: “Quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete” (1 Tessalonicesi 2:13).

Una Parola predestinata

La prima parola che Dio gli rivolge è strettamente personale. Dio gli dice: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni» (5).

Questa parola proclama l’assoluta sovranità di Dio su tutta la realtà e su ciascuna persona. Dio non solo è il Creatore di ogni cosa, ma anche Colui che determina ogni cosa e persona secondo i Suoi eterni propositi. L’Apostolo scrive: “In lui siamo anche ... stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà” (Efesini 1:11); “... perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati” (Romani 8:29,30).

Nessuno nasce per caso ed a ciascuno Iddio affida un compito, una funzione da assolvere nel Suo mondo. Di sé l’apostolo Paolo scrive: “Dio aveva deciso di rivelarmi suo Figlio, perché lo facessi conoscere fra i pagani. Nella sua bontà, già prima della mia nascita, mi aveva destinato a questo incarico e poi mi chiamò. Allora non chiesi consiglio a nessuno” (Galati 1:15,16 TILC). Geremia prende coscienza di essere stato destinato, riservato. ad assolvere un compito nella sua vita: essere portatore della Sua Parola di giudizio e di salvezza.

Geremia non è “uno qualunque”, allo stesso modo in cui la Bibbia non è “un libro come un altro”: essa è “predestinata”. La Bibbia è unica, insostituibile, inalterabile: è portatrice dell’infallibile Parola di Dio di giudizio e di salvezza rivolta “alle nazioni”, a uomini e donne di ogni tempo e paese. L’apostolo Pietro scrive: “Abbiamo ... la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori” (2 Pietro 1:19). Sì, il messaggio biblico è destinato a far sorgere nei nostri cuori “la stella mattutina”: il Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Per quanto eventualmente sgradita, Geremia, come tutti i fedeli servitori del Signore, sentono di avere il preciso dovere, costi quel che costi, di trasmettere inalterata la Parola d i Dio. L’apostolo Paolo scrive: “Noi non falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio” (2 Corinzi 4:2).

Una parola incarnata

A questa parola di rivelazione e di vocazione, Geremia risponde confessando tutta la sua inadeguatezza. “Io risposi: «Ahimè, Signore, DIO, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il SIGNORE mi disse: «Non dire: "Sono un ragazzo", perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE. Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca” (6-9).

Geremia non è che un ragazzo quando riceve dal Signore la chiamata a diventare profeta. Egli si sente inadeguato ed inadatto a questo compito. La chiamata del Signore intimidisce (ed a ragione) e molti personaggi biblici che, di fronte ad essa, confessano la loro inadeguatezza. Di fronte alla chiamata del Signore vi è persino chi fugge e si nasconde come Giona. Di fronte ai compiti che ci vengono affidati, spesso anche noi confessiamo di essere inadatti. Può essere senz’altro vero , com e pure può essere anche una scusa per non doverci impegnare, faticare, scomodare, metterci in evidenza, essere criticati, essere respinti... Geremia stesso avrà più volte occasione di dire: “Ma chi me lo ha fatto fa re! Perché è stato chiesto proprio a me di farlo e non a un altro?”. Il proprio dovere, verso Dio e verso gli altri, però, non può essere evitato, eluso. Gesù stesso non va alla croce con baldanza... Egli prega: «Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Matteo 26:42), anche tradotto: «Padre mio, se proprio devo bere questo calice di dolore, sia fatta la tua volontà».

Geremia si rivela una personalità tormentata, spesso preda della disperazione, ma mai definitivamente sconfitto dai suoi avversari e dalle sue debolezze e paure perché è rafforzato non solo dal senso del dovere che deve adempiere, ma anche dalla promessa del Signore: “Io sono con te per liberarti”. Dio non ci chiede mai di fare qualcosa per il quale Egli pure non ci dia le risorse sufficienti per portarlo avanti con successo.

Tutto questo ci indica pure come la Bibbia non sia “un libro piovuto dal cielo”, ma un libro scritto da veri uomini e vere donne come noi, con tutti i nostri limiti e contraddizioni. La Bibbia è un libro umano, ma anche divino, come lo stesso Gesù Cristo, che era vero uomo ed anche vero Dio, Parola “fattasi carne”. Nella Bibbia traspare l’umanità dei suoi scrittori, la loro personalità ed anche i loro difetti. Eppure essa è anche, per grazia di Dio, in modo unico ed irripetibile, Parola di Dio perché, come Geremia, essi andranno da tutti quelli ai quali il Signore li manderà per dire fedelmente tutto quello che il Signore loro comanda. Perché? Perché Egli ha messo le Sue Parole nella bocca di ogni profeta e di ogni apostolo.

La Bibbia rimane perciò a tutt’oggi il libro privilegiato nelle mani di Dio attraverso il quale Egli comunica la Sua Parola dove, come e quando Egli ha stabilito. L’apostolo Paolo scrive: “Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Corinzi 2:3-5).

Una parola per demolire e per costruire

Ecco così, nell’ultimo nostro versetto, affermato lo scopo della mission e di Geremia: “Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare»" (10). Demolire e ricostruire è la finalità della missione che Dio affida al profeta Geremia. Possiamo però anche dire che la stessa sia la missione del messaggio dell’Evangelo, dell’intera Bibbia.

Oggi molti affermano di volere udire, soprattutto dai pulpiti, messaggi positivi, costruttivi ed edificanti. Se ne risentono molto quando odono accenni di polemica, contestazione, denuncia, accusa... Dicono che oggi di polemiche ve ne sian o già fin troppe! Vogliono sentire parlare di pace, di tolleranza, di accoglienza... Demolire, però, può essere necessario, anzi, l’unica cosa da fare, quando, per esempio la condizione di un vecchio fabbricato è così cattiva che non conviene restaurarlo, ma buttare giù tutto e rifare la casa da capo!

lrrecuperabile era la condizione della società israelita al tempo di Geremia. Non bastavano delle piccole riforme, dei ritocchi estetici... Se l’intera nazione, i suoi governanti ed ogni suo cittadino non si fosse impegnato in una conversione radicale alla volontà rivelata di Dio ravvedendosi da tutte le loro trasgressioni, il giudizio di Dio si sarebbe abbattuto su di loro. Era quanto legittimamente essi avrebbero potuto aspettarsi da Dio, che non solo è amorevole, ma anche è giusto. Quando Dio dice qualcosa, intende che sia presa sul serio, se no si va incontro a delle conseguenze, che, per altro egli preannuncia. I falsi profeti annunciavano: “... ma no... vedrete che andrà tutto bene... non preoccupatevi... Dio è buono... perdona tutto! Alla fine ci salverà!”. Era quanto voleva ascoltare la gente. La gente, però, non voleva ascoltare il messaggio di Geremia: troppo negativo… Dio certo non ci castigherà , anzi!”.

Geremia non gode nell’essere “un profeta di sventura”. Egli aveva un animo delicato, fatto per amare; e invece è stato inviato, suo malgrado, per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere. Desiderava la pace e deve sempre lottare, contro i suoi, contro i re, i sacerdoti, i falsi profeti, tutto il popolo, diventare “Uomo di lite e di contesa per tutto il paese” (15:10). I suoi dialoghi interiori con Dio sono disseminati da grida di dolore: Perché il mio dolore è senza fine? Eppure non solo doveva portare il messaggio di Dio, ma vedere pure un popolo che, per la sua ostinazione a non convertirsi, viene duramente castigato, come è testimoniato dalla storia stessa. Geremia aveva ragione.

Un messaggio di ravvedimento

Gesù una volta disse: “... se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo” (Luca 13:3). È il messaggio dell’Evangelo, quello autentico, che non annuncia una salvezza a buon mercato, ma che chiama al ravvedimento dalle nostre trasgressioni alla volontà rivelata di Dio ed alla fede in Gesù Cristo, altrimenti non ci potrà per noi essere speranza.

L’Apostolo dice: “... fra le nazioni, ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento” (Atti 26:20), e ancora: “Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano” (Atti 17:30). Così pure gli altri apostoli: “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo" (Atti 2:38). Il messaggio dell’E vangelo, infatti, prima di proclamare la salvezza in Cristo, ammonisce che l’ira di Dio cadrà implacabile su chi non si ravvede: “Tu, invece, con la tua ostinazione e con l'impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d'ira per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio” (Romani 2:5).

Questo, però, chi vorrebbe sentirlo oggi? M olti preferiscono messaggi “che non disturbino più di quel tanto... ”. Stupisce, quindi, la decadenza del Cristianesimo? Stupisce che le chiese ed il loro messaggio diventino “insipide” e irrilevanti? Stupisce che generalmente la qualità della vita cristiana oggi sia lontana mille miglia da come venivano descritti i cristiani dei primi secoli e decisamente “altra cosa” rispetto a loro? Ci siamo forse “evoluti” oppure ci siamo degenerati? Prendere coscienza di tutto questo significa lasciare che il messaggio di Geremia, anzi, di tutta la Bibbia, sradichi, demolisca, abbatta, distrugga tutto ciò che in noi e intorno a noi non è conforme alla verità rivelata di Dio per poi costruire e piantare in noi un nuovo modo di essere, un nuovo modi di pensare. Tutto il resto è solo apparenza ed inganno che non potrà reggere a lungo, com e l’Israele dei tempi di Geremia. Rammentiamoci di quanto dice l’Apostolo: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2 Corinzi 5:17).

Paolo Castellina, riproposizione del 13/8/2016 di una predicazione dell’11 agosto 2006.

Note