Studi biblici/Genesi 11:1-8

Da Tempo di Riforma.

Ambizioni provvidenzialmente vanificate

Sintesi
Durante il Medioevo in Italia le città avevano una strana mania: edificarvi alte torri, a decine. Queste torri, dispendiose e costruite con la fatica di tanti, non avevano sostanzialmente altro scopo se non la vanità di chi le finanziava. Facoltosi proprietari e commercianti, come pure corporazioni e partiti politici, infatti, facevano a gara a chi poteva permettersene di più belle e di più alte, vantando così la propria ricchezza e potenza. Non è un problema nuovo, ma che continua a ripetersi in innumerevoli forme, fin dal tempo della Torre di Babele, l’episodio biblico che consideriamo oggi, da Genesi 11:1-8. Lo analizzeremo mettendo in riulievo come Dio regolarmente frustri le smodate ambizioni umane. Considereremo diverse implicazioni: (1) Le ambizioni ed i progetti dell’uomo non pregiudicano i propositi di Dio. (2) L’unità non è il bene più alto. (3) La molteplicità delle lingue non sono una maledizione. (4) L’incomunicabilità creata nel capitolo 11 di Genesi può solo essere risolta da Cristo. (5) Rapporti superficiali ed attivismo artificioso inevitabilmente non potrà cogliere il significato della vita. (6) La Parola di Dio e non le opere delle nostre mani, sono l’unica cosa degna della nostra fede. (7) Gran parte di ciò che l’uomo fa su questa terra è un monumento alla sua insicurezza.

La mania delle torri

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Durante il Medioevo in Italia le città avevano una strana mania: edificarvi alte torri, a decine. Queste torri, dispendiose e costruite con la fatica di tanti, non avevano sostanzialmente altro scopo se non la vanità di chi le finanziava. Facoltosi proprietari e commercianti, come pure corporazioni e partiti politici, infatti, facevano a gara a chi poteva permettersene di più belle e di più alte, vantando così la propria ricchezza e potenza. Famoso è il caso di San Gimignano[1], cittadina in provincia di Siena, che si trova su un colle che domina la val d'Elsa, sull'antica via francigena. Delle settantadue che vi erano state erette, rimangono oggi quattordici torri che conferiscono al borgo un profilo particolare tanto da farlo ricordare come "la Manhattan del medioevo". Le torri venivano, appunto, costruite dalle famiglie ricche per suggellare la loro ricchezza e le loro vittorie nelle lotte intestine per il potere. Celebri le dispute tra la famiglia guelfa degli Ardinghelli e ghibellina dei Salvucci.

Follia? Sì, ma non solo in quei tempi e in quei modi. Quello di voler primeggiare, di vantare le proprie imprese ed essere ricordati ed ammirati nelle future generazioni è un vizio umano vecchio quanto il mondo. Lo troviamo, infatti, fin dalla più remota antichità documentato dal famoso racconto della Torre di Babele. Si tratta di una lezione che ancora si può dire che non abbiamo imparato, perché queste “torri”, prima o poi cadono tutte regolarmente, sottoposte al giudizio impietoso di Dio, diventanto monumento solo di ambizioni vanificate e frustrate. La cosa è ricordata pure nel famoso detto: “Chi troppo in alto sal, cade sovente precipitevolissimevolmente”[2]. Il racconto della Torre di Babele non è solo una denuncia della presunzione umana, ma ce ne dà la cura e ci insegna a come affrontare il futuro con la pace della mente. Leggiamolo come lo troviamo in Genesi 11.

La torre di Babele

(1) Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. (2) Dirigendosi verso l'Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono. (3) Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. (4) Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». (5) Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. (6) Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. (7) Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l'uno non capisca la lingua dell'altro!». (8) Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. (9) Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il SIGNORE confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra” (Genesi 11:1-9).

I presupposti della confusione delle lingue

Il versetto 1 del nostro testo mette in rilievo, prima di tutto, una particolare condizione che in sé stessa non è un male, anzi: “Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole”. Dato che quella umanità discendeva da un antenato comune, Noè, presumiamo che tutti parlassero la stessa lingua. L’umanità è a tutt’oggi in crescita numerica esponenziale, ma se andiamo indietro nel tempo, ai primi nuclei umani, la logica stessa implica che la lingua, dono impareggiabile che Dio ha fatto alle creature umane, fosse la stessa. Come noi discendiamo da un’unica coppia umana, si può dire che tutte le lingue discendano da una sola[3]. Lo scrittore di questo racconto lo inizia attirando la nostra attenzione proprio su quel fatto. Neanche dal punto di vista biblico non c’è nulla di sbagliato ad avere una lingua in comune: avrebbe sicuramente facilitato la vita comunitaria come uno dei fondamenti dell’unità del genere umano. Il problema è come ed al servizio di chi. Potenzialmente, una lingua comune avrebbe portato assieme uomini e donne nel culto e nel servizio del Dio vero e vivente. In pratica, però, anche quella facoltà era stata pervertita ed aveva promosso disubbidienza ed incredulità. Il dono del linguaggio, come tutti gli altri doni di Dio, era stato abusato. L’uomo peccatore sembra non poter fare a meno di far uso della grazia di Dio in maniera impropria. L’autore mette in evidenza che “tutta la terra parlava la stessa lingua” per evidenziare come questo fatto fosse stata occasione del male che ne consegue.

Le intenzioni dell’uomo

L’umanità aveva migrato nella pianura di Scinear e vi si era stanziata: “Dirigendosi verso l'Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono” (2). La discendenza di Noè aveva voluto abbandonare le tende del nomadismo in favore di una dimora permanente, una casa, in una città. Dio, però, aveva stabilito diversamente. Nella profezia di Noè, infatti, leggiamo: “Dio estenda Iafet! e abiti nelle tende di Sem e sia Canaan suo servo!” (Genesi 9:27). Quel “dirigendosi verso Oriente” [“essendo partiti” (Riv.), “mentre si spostavano” (ND), “emigrando” (CEI)], letteralmente si potrebbe tradurre “levando le tende”. Genesi, fino a questo punto, non mette in buona luce la vita urbana. Caino aveva costruito una città e l’aveva chiamata come suo figlio Enoc[4]. Dio, però, gli aveva imposto che egli avrebbe dovuto essere “vagabondo e fuggiasco sulla terra” (4:12), non progettista di città. Nimrod, discendente di Cam, sembra essere pure stato l’ideatore di grandi città[5]. È possibile che fosse proprio Nimrod a guidare il movimento per stanziarsi in Scinear e costruire Babele con la sua torre. Ecco così come Genesi ci presenta lo stanziamento nella valle di Scinear come un atto di disubbidienza. Dio, infatti, aveva comandato di riempire la terra, non di congregarsi in città: "Dio benedisse Noè e i suoi figli, e disse loro: ‘Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. (...) Voi dunque crescete e moltiplicatevi; spandetevi sulla terra e moltiplicatevi in essa’" (Genesi 9:1,7).

Nei vv. 3-4 sono esplicitate le intenzioni degli uomini con un’espressione di incoraggiamento: “Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!»”. Il vers. 3 evidenzia l’intensità delle intenzioni di costruire una città ed una torre. Normalmente un israelita si sarebbe aspettato un progetto edilizio che comportasse pietre e calce. In quella pianura, però, erano scarse e sarebbe stato necessario sostituirle con mattoni e bitume. Questa gente non aveva fatto dei progetti senza calcolarne il costo. Aveva previsto gli ostacoli e ideato un modo per superarli. Il testo ci indica la loro ferma risoluzione a costruire la città nonostante le difficoltà che avrebbero affrontato. Quel “una torre che giunga fino al cielo” è stato talvolta interpretato come se fosse stata da parte loro l’ambizione religiosa di raggiungere Dio con quella torre, ma è da escludere, altrimenti l’autore del testo l’avrebbe sicuramente evidenziato esplicitamente. L’espressione “che giunga fino al cielo” è verosimilmente un’espressione per dire “una torre molto alta”, la cui punta è talvolta nascosta dalle nuvole. Altre simili espressioni bibliche lo testimoniano[6]. Il testo in sé stesso non pone grande enfasi sula torre, che è considerata solo parte dela città. È vero che le ziggurat babilonesi avevano caratteristica distintamente religiosa, ma il testo non dice nulla a questo riguardo. Scopo della città e della torre è spiegato infatti nel versetto 4: “Acquistiamoci fama”. Arroganza, ribellione ed orgoglio sembrano qui stare alla radice delle iniziative di questa gente.

Com’è spesso il caso, i veri motivi sono rivelati solo alla fine. Così è per questo testo. L’affermazione finale della gente di Babele è la chiave per comprendere questo testo: “...affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra” (4). Essi non credevano che una dispersione avrebbe comportato benedizioni e sicurezza. Erano di parere diverso da Dio ed avrebbero fatto a modo loro. Si sentivano più sicuri vivendo in stretta prossimità. Vedevano il loro futuro più luminoso se solo avessero potuto lasciare ai posteri un monumento delle loro abilità e industriosità. Sebbene nel racconto ribellione, orgoglio ed incredulità siano evidenti, il problema di fondo è la paura. Il “vivere per fede” nella Parola di Dio generava in loro troppa ansia ed insicurezza. Tutto ciò che avevano, infatti, era una promessa di Dio. Non bastava? Evidentemente no. Sentivano come le loro speranze non potessero fondarsi su “parole astratte”, su “nulla di concreto”. Ripongono così la loro fiducia in mattoni e bitume.

Essi vorrebbero soprattutto “farsi un nome”, essere qualcuno, dimostrare “quanto valgono” e sono abili, vantare dei meriti, glorificare sé stessi. Pensano sia “ingiusto” attribuire onore e gloria soltanto a Dio!

Dio frustra le intenzioni umane

Alla loro disubbidienza Dio risponde con queste parole: “Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l'uno non capisca la lingua dell'altro!»”. Le intenzioni di questa gente sono frustrate dall’intervento divino.

I versetti 5 e 6 risultano spesso imbarazzanti perché sembrano diminuire in qualche modo la sovranità di Dio. Sembra quasi che Dio avesse perso, o rischiasse di perdere, il controllo della situazione, come se per un attimo ...si fosse distratto. Sembra quasi che Dio non sai fosse accorto della situazione e che magari degli angeli Lo avessero informato su quanto stava accadendo a Babele. Ecco così che Dio si sarebbe affrettato a scendere per vedere di persona. È così? No. Questa impressione è sbagliata e non coglie il punto. Il racconto, infatti, è una satira ben confezionata della follia delle ambizioni umane. Questa gente aveva cominciato a costruirsi una città con un’alta torre pensando così di farsi un nome. Lo scrittore di questo racconto, però, ci suggerisce come i pensieri e gli sforzi dell’uomo, non importa quanto elevati, per Dio sono insignificanti. Dal punto di vista della terra, quella torre sembra raggiungere il cielo, bucare le nuvole. Per l’Iddio infinito non si tratta, però, che un puntino appena visibile sulla terra. È come se Dio si fosse dovuto chinare molto in basso per riuscire a distinguere quanto stesse accadendo... Il fatto che Dio “scenda” per vedere ciò che avviene nella città, era dovuto all’insignificanza dell’impresa umana, non all’incapacità di Dio di tenere sotto controllo la Sua creazione.

Il versetto 6 mostra la valutazione che Dio fa di questa situazione. “Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare” (Genesi 11:6). Il male, come vedete, non sta nel fatto che tutti parlassero la stessa lingua. Questo fornisce solo l’occasione per esprimere più facilmente la loro sostanziale peccaminosità. Suggerisce solo il mezzo per frustrare e capovolgere i progetti dell’uomo. Il completamento di quella città non sarebbe stata certo una minaccia al governo di Dio. Certo, avrebbe violato il comando di Dio di disperdersi e di riempire la terra. Il versetto 6, però, spiega l’impatto che il successo dei piani dell’uomo avrebbe avuto sulla loro vita. Gli uomini avrebbero potuto concluderne che, dato che erano stati capaci di costruire questa città nonostante gli ostacoli, non ci sarebbe stato più limite alle imprese umane. Non vi ricorda forse questo la frase pronunciata dal primo uomo che mette piede sul suolo lunare: “E' un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigante per l'umanità“[7]. Quando l’ingegnosità umana riesce ad infrangere ogni barriera ed arrivare sulla luna, l’uomo sente come non ci sia più limite a quello che può realizzare. i giorni della discendenza di Noè a Babele, gli uomini avevano riposto la loro fiducia in mattoni e bitume, nell’opera delle loro mani. Oggi siamo solo un poco più sofisticati. Confidiamo in transistor, circuiti integrati e tecnologia. Sentiamo che se siamo riusciti a mandare un uomo sulla luna, nulla potrebbe più fermarci per realizzare qualsiasi cosa. Al “primo passo” dell’uomo sulla Luna, però, da molto tempo non sono più seguiti altri, e la fantascienza non si è realizzata, perché è la scienza delle fantasie umane, che rifiuta di considerare la peccaminosità umana e, di fatto, il giudizio di Dio, suo malgrado. Ecco così il senso della frase nel testo biblico: Dio sapeva che sarebbe stato inevitabile non la prometeica forza e sviluppo dell’ingegnosità umana, ma la sua arroganza e malriposta fiducia in sé stesso.

È così che Dio frustra i progetti dell’uomo: “Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l'uno non capisca la lingua dell'altro!” (7). Ciò che vediamo qui non è tanto un castigo, ma una misura preventiva e sicuramente provvidenziale. Non sappiamo come tutto questo sia potuto succedere, ma il risultato è evidente. Il progetto giunge ad un brusco arresto, monumento sì, ma al peccato dell’uomo… Quello che l’umanità. così, più temeva, avviene: “Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il SIGNORE confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra” (Genesi 11:9).

L’ironia di quest’avvenimento è che ciò che gli uomini avrebbero desiderato maggiormente li avrebbe di fatto distrutti, e quello che essi temevano più di tutto, si sarebbe comprovato essere parte della loro liberazione. Un tempo il nome Babele (Bab-ili) significava in Babilonese “la porta degli dei”, ma con un gioco di parole Dio trasforma il suo nome in “confusione” (Balal).

Lezioni dalla torre di Babele

In questo breve racconto troviamo diversi principi che sono di vitale importanza per coloro che, in ogni epoca, vogliono essere fedeli al Dio vero e vivente.

(1) Le ambizioni ed i progetti dell’uomo non pregiudicano i propositi di Dio. Dio aveva comandato: “Moltiplicatevi e riempite la terra” (Genesi 1:9). L’uomo aveva preferito, però, chiudersi in uno spazio limitato piuttosto che sottostare al comando di Dio di diffondersi. Nonostante, però, i più grandi sforzi umani, il proposito di Dio prevale. Uomini e donne di tutti i tempi hanno dovuto imparare, spesso a loro danno, che la volontà rivelata di Dio non può essere resistita. Possiamo sbattere la testa fin che vogliamo contro il muro, ma il muro non cade: è la testa che si rompe. Opporsi ai propositi di Dio (buoni e giusti) è del tutto futile. Lo aveva imparato quello che sarebbe diventato l’apostolo Paolo quando Dio piega la sua ostinazione dicendogli: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Perché ti rivolti come fa un animale quando il suo padrone lo pungola?” (Atti 26:14). Nessuno può impedire la volontà di Dio. Una vita vissuta in ostinata resistenza alla volontà rivelata di Dio finirà inevitabilmente nella frustrazione e nel fallimento. Nessuno può avere successo nel fare resistenza a Dio.

(2) L’unità non è il bene più alto. Il bene più alto è la purezza e l’ubbidienza alla Parola di Dio. Oggi va tanto di moda il termine “ecumenismo”. Il “movimento ecumenico” per molti è qualcosa di positivo e di sommamente desiderabile. Si tratta, però spesso di unità a spese della verità, verità che viene relativizzata, minimizzata o persino negata. Alcuni ritengono che l’unità valga qualsiasi sacrificio. Dio, però, non è di questo avviso. Gli antichi israliti avevano dovuto ben presto impararte che i Cananiti, a differenza degli Egiziani[8], avevano l’ambizione di unirsi, mescolarsi, con il popolo eletto di Dio[9]. Dio, però, proibisce di associarsi ad altri popoli e di integrare i loro usi e costumi. Questo avrebbe significato compromettere l’identità del popolo di Dio, preziosa e intangibile ai Suoi occhi. L’unità e la pace non deve mai essere conseguita al prezzo della purezza. Il popolo di Dio dev’essere santo, cioè, “a parte”, “unico”, così come Dio è santo, “a parte”, “unico” nel Suo genere[10]. La vera unità può avvenire solo in Cristo, nel Cristo testimoniato e proclamato dall’intera Bibbia, non il Cristo della nostra fantasia o frutto di compromessi dottrinali[11]. Questa unità dev’essere diligentemente preservata[12]. L’unità in Cristo, però, risulta necessariamente in divisioni, separazioni, che sono buone e giuste, da coloro che respingono Cristo[13]. Dio ci comanda nella Sua Parola di separarci da coloro che negano la verità[14]. Non vi può essere alcuna vera unità con coloro che negano il Dio vero e vivente che ci parla nelle Sacre Scritture, il nostro Dio.

(3) La molteplicità delle lingue non sono una maledizione. Nel racconto, Dio fa cessare l’unica lingua che allora quella gente parlava e suscita fra di loro una moltiplicità di lingue affinché non si comprendano più. Li sospinge poi a disperdersi per il mondo. Questa non deve intendersi un castigo, una una maledizione, ma un’opera provvidenziale di Dio. Lingua unica e molteplicità di lingue non sono in antitesi, ma tutte sono state create da Dio per il nostro bene. Dio comanda sia la diversificazione dei popoli e delle culture che, poi, la cooperazione di popoli e culture per il bene. La diversità di lingua è di cultura è un valore, una fonte di arricchimento che va onorata e protetta, non cancellata in nome di un’omologazione generalizzata ed artificiosa di popoli e culture.

Nell’Apocalisse, la folla dei redenti che loda Dio non canta in una lingua soltanto e con un’unico stile musicale… “...guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano” (Apocalisse 7:9). Davanti a Dio i redenti si presentano in tutta la bellezza dei loro colori e diversità. Essi non sono stati forzatamente uniformati come vorrebbero promuovere le dittature e le sette religiose. La diversità è bella e positiva. È proprio questa forzata omologazione alla quale i capi di Babel volevano giungere, e per il male, che Dio impedisce, confondendo le lingue. La confusione delle lingue opera esattamente per impedire le ambizioni di potere di chi vorrebbe sostituirsi a Dio e creare modelli sociali e culturali secondo le proprie regole (e non quelle di Dio) al servizio del proprio potere. L’omologazione linguistica, in un mondo corrotto dal peccato, è un male che Dio sovranamente impedisce. La lingua comune è desiderabile e possibile, ma deve essere sottomessa solo a Dio, non diventare uno strumento di chi intende usurpare l’autorità di Dio con i propri programmi e sistemi.

(4) L’incomunicabilità creata nel capitolo 11 di Genesi può solo essere risolta da Cristo. I profeti dell’Antico Testamento riconoscevano gli effetti di Babele che continuavano e sarebbero continuati fintanto che non sarebbe giunto un giorno glorioso: “Allora io trasformerò le labbra dei popoli in labbra pure, affinché tutti invochino il nome del SIGNORE, per servirlo di comune accordo. Di là dai fiumi d'Etiopia i miei supplicanti, i miei figli dispersi, mi porteranno le loro offerte. Quel giorno, … io toglierò di mezzo a te quelli che trionfano con superbia e tu smetterai di inorgoglirti sul mio monte santo” (Sofonia 3:9-11).

Il fenomeno delle lingue nel giorno di Pentecoste in Atti capitolo due indica quali siano “le primnizie” del rinnovamento che si realizzerà un giorno: “Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l'uno all'altro: «Che cosa significa questo?»” (Atti 2:6-12).

(5) Rapporti superficiali ed attivismo artificioso inevitabilmente non potrà cogliere il significato della vita. Anche la chiesa cristiana locale può cadere nella trappola della moltiplicazione delle attività e delle iniziative “coinvolgenti”. Si tenta di tenere tutti occupati in una cosa o nell’altra, pensando di tenere così tutti insieme e di “avere successo” come chiesa, vale a dire con le false sicurezze del coinvolgimento e dell’attivismo. Certo, programmi ed attività non sono antitetici alla vita, ma spesso sono un comodo surrogato di una fede vivente fatta di devozione e di potenza autentica. In certe chiese non ci si accorge che Dio se n’è andato dal loro mezzo tanti anni fa... e, con tutte le loro attività (superficiali) non se ne sono accorti! Pensate ai casi in cui una chiesa trae il proprio entusiasmo dalla costruzione di nuovi e grandi locali di culto nella speranza di attirare nuovi membri con tale “visibilità”. Potrebbero però tragicamente ingannarsi. Dovrebbero imparare la lezione della Torre di Babele: quella gente aveva riposto la loro fiducia in mattoni e catrame nell’apparente sicurezza di una città! Dio ci aiuti ad evitare l’artificiosità di Babele. È una religione contraffatta priva di autentica vita e di valore ultimo.

(6) La Parola di Dio e non le opere delle nostre mani, sono l’unica cosa degna della nostra fede. La gente di Babele aveva cominciato a guardare al lavoro come una cura più che ad una maledizione. Essa credeva che l’opera delle loro mani avesse potuto garantire loro un certo tipo di immortalità dopo la tomba. È la stessa forza che sta dietro agli stacanovisti, ai maniaci del lavoro. Non si riposa mai perché non è mai certo che il monumento che ha costruito sia abbastanza grande. Non è forse ciò che ci comunica il Salmo 127? “Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori; se il SIGNORE non protegge la città, invano vegliano le guardie. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare e mangiate pane tribolato; egli dà altrettanto a quelli che ama, mentre essi dormono” (Salmo 127:1-3).

Notate in questo Salmo il riferimento al “pane tribolato”, “voi che mangiate un pane di fatica” (CEI2008). Si tratta certo di un riferimento alla maledizione di Genesi 3:19: “...mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai”. Lo scrittore di questo Salmo sapeva che il lavoro non avrebbe mai potuto dare all’uomo il riposo e la pace per il quale si affaticava, ma solo confidando in ciò che Dio avrebbe provveduto. Non è forse questo ciò che la gente di Babele doveva comprendere? Lo sforzo umano non è mai soddisfacente. Solo l’opera che è fatta per il Signore e nella Sua forza porta soddisfazione durevole. La samaritana al pozzo in Giovanni 4 cercava acqua per soddisfare la sua sete. Gesù le offriva ciò che l’avrebbe soddisfatta per sempre. “Chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4:13-14).

Avete trovato voi la soddisfazione ed il riposo che Dio ha provveduto in Gesù Cristo? Esso solo può soddisfare il desiderio umano. Quello era il “riposo” o “consolazione” che Lamec, padre di Noè cercava nella progenie di sio figlio: “Questo ci consolerà della nostra opera e della fatica delle nostre mani a causa del suolo che il SIGNORE ha maledetto” (Genesi 5:29). Dio ha provveduto salvezza nella morte sacrificale di Gesù Cristo sulla croce del Calvario. Egli ha assicurato che coloro che in Lui confidano - che si affidano a Lui per il perdono dei loro peccati e la vita eterna - saranno salvati. Quella è l’unica speranza oltre la tomba.

(7) Gran parte di ciò che l’uomo fa su questa terra è un monumento alla sua insicurezza. La radice delle azioni peccaminose è l’ostinata ribellione o l’aggressione attiva contro Dio. L’uomo si ribella contro Dio, ma la radice della sua disubbidienza è fondata sulla sua insicurezza. Dietro alla facciata di tutte le imprese umane è lo spettro ossessionante di lasciare questa vita senza avere certezza alcuna di che cosa seguirà. Quella è la vera ragione della costruzione della città di Babele e della sua torre, La gente di allora era disposta a fare ogni sacrificio per avere una qualche speranza di immortalità sfidando la sentenza di Dio. Lo vedevano nel “nome” che speravano di fare per sé stessi.

Domandiamoci seriamente quale sia il ruolo che ha l’insicurezza nelle cose per le quali dedichiamo il nostro tempo ed energia. Quei cristiani che non comprendono il messaggio evangelico sulla grazia di Dio ed il Suo controllo sovrano su ogni cosa, o lo stravolgono, sono aggravati dall’insicurezza di supporre che l’opera di Dio e la Sua fedeltà sia condizionata dalla nostra fedeltà, piuttosto che la Sua. Quanta parte del nostro servizio cristiano è motivata dalla nostra insicurezza? Se solo potessimo fare di più per il Signore, allora ci sentiremo più sicuri e certi della Sua benedizione - così talvolta pensiamo. Queste attività non sono poi tanto diverse da quelle di coloro che vivevano nella pianura di Scinear.

Anche i ministri di Dio devono imparare qui una lezione importante. Spesso vogliamo vedere i risultati del nostro lavoro. Ci sentiamo insicuri in ciò che Dio ci ha chiamato a fare. A causa della nostra insicurezza, esortiamo gli altri ad impegnarsi maggiormente e potremmo motivare questa attività sospinti dai motivi sbagliati della colpa e della insicurezza. Queste motivazioni sono sempre le ragioni sbagliate del servizio cristiano. Il nostro servizio dovrebbe essere motivato dalla gratitudine, non dal senso di colpa o dalla paura. Come scrive Paolo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale” (Romani 12:1). I problemi che abbiamo discusso sono complessi, ma la soluzione è semplice. Dovremmo dare ciò che i figli di Noè avrebbero dovuto fare: semplicemente confidare in Dio ed ubbidirgli. Questa è la via per ottenere benedizioni in Gesù.

Paolo Castellina, 1 maggio 2014

Messaggio ispirato da "The Unity of Unbelief" di Bob Deffingbaugh, in: https://bible.org/seriespage/unity-unbelief-genesis-111-9

Note

  • [1] https://it.wikipedia.org/wiki/San_Gimignano
  • [2] https://it.wikipedia.org/wiki/Precipitevolissimevolmente
  • [3] Non appoggiamo e non intendiamo discutere qui le ipotesi scientifiche sullo sviluppo della razza umana né sulla nascita e lo sviluppo delle lingue. Diamo rispettosaamente per buono quanto la Bibbia afferma anche a questo riguardo.(Citare la mania di costruire torri del medioevo, Bologna ecc.)
  • [4] “Poi Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc. Quindi si mise a costruire una città, a cui diede il nome di Enoc, dal nome di suo figlio” (Genesi 4:17).
  • [5] “Egli fu un potente cacciatore davanti al SIGNORE; perciò si dice: «Come Nimrod, potente cacciatore davanti al SIGNORE». Il principio del suo regno fu Babel, Erec, Accad e Calne nel paese di Scinear. Da quel paese andò in Assiria e costruì Ninive, Recobot-Ir e Cala; e tra Ninive e Cala, Resen, la grande città” (Genesi 10:9-12).
  • [6] "Dove andiamo noi? I nostri fratelli ci hanno fatto perdere il coraggio, dicendo: "Quella gente è più grande e più alta di noi; vi sono grandi città fortificate fino al cielo; e vi abbiamo visto perfino degli Anachiti" (Genesi 1:28). "Salgono al cielo, scendono negli abissi; l'anima loro vien meno per l'angoscia" (Salmo 107:26).
  • [7] https://it.wikipedia.org/wiki/Neil_Armstrong
  • [8] Vedi Genesi 46:33-34.
  • [9] Vedi Genesi 34:8-10; Numeri 25:1 ss.
  • [10] Vedi Levitico 11:44 ss. 1 Pietro 1:16.
  • [11] Giovanni 17:21; Efesini 2:4-22.
  • [12] Efesini 4:3.
  • [13] Matteo 10:34-36.
  • [14] 2 Giovanni 7:11; Giuda 3.