Studi biblici/Filippesi 2:12-13

Da Tempo di Riforma.

Le potenzialità dell’Evangelo

Sintesi. È solo l’inizio di un viaggio. Aver risposto all’appello dell’Evangelo con il ravvedimento e la fede nel Salvatore Gesù Cristo è solo l’inizio di una straordinaria avventura. Per la sola grazia di Dio vuol dire essere stati ingaggiati al servizio dei propositi complessivi di Dio in questo mondo. Si tratta di propositi che riguardano non solo la nostra vita individuale che viene così gradualmente trasformata, ma che implicano la militanza cristiana, l’impegno a testimoniare e diffondere in questo mondo, con i nostri fratelli e sorelle in fede, la signoria di Cristo. Questi concetti sono espressi dal testo biblico che esaminiamo questa settimana: Filippesi 2:12,13.

...non è che l’inizio!

Per un cristiano, rendersi conto di essere stato personalmente chiamato da Dio a far parte del Suo popolo eletto, della Sua famiglia e quindi a partecipare, per grazia Sua, ai progetti che Egli sta realizzando, per questo mondo, in Cristo, è sempre fonte di grande gioia e meraviglia. E’ il sentimento che John Newton aveva espresso nel suo famoso canto “Amazing Grace” (Grazia stupefacente): “Perché chiamare proprio me, un miserabile ed indegno peccatore?”, o, come dice la prima strofa di questo canto nella versione italiana di Ferruccio Corsani: “Immensa grazia del Signor! Fu lei che mi trovò; da Lui lontano, a me guardò, perduto, mi salvò”.

Essere portati al ravvedimento ed alla fede in Cristo, diventare titolari, per la sola grazia di Dio, degli immensi benefici conseguiti dal sacrificio di Cristo sulla croce, essere fatti eredi di benedizioni e benefici stupefacenti - la comunione con Dio e la vita eterna, ed ogni cosa con essa - è qualcosa che lascia veramente senza parole. È ciò che l’Evangelo annuncia. Il cristiano dice: “Iddio ha preso questa mia povera vita e non solo in Cristo Egli sta trasformandola, ma mi ha dato il privilegio di essere, in questo mondo, al Suo servizio, al servizio dei Suoi progetti per il mondo. Non è sbalorditivo? Iddio, con la mia conversione, ha cominciato in me un’opera buona e mi concede la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in Lui, ma anche di servire la Sua causa.

Di tutto questo ne avevano fatto esperienza pure i cristiani a cui l’apostolo Paolo scrive la lettera ai Filippesi che troviamo nella Bibbia. Ad un certo punto di questa lettera egli sottolinea il fatto che la conversione, nell’esperienza cristiana, non è che l’inizio di un’esperienza più vasta, perché, dice, “colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (1:6).

Si potrebbe dire, infatti, che ricevere da Dio in Cristo questi doni è come ricevere un capitale che dobbiamo investire affinché tutte le sue potenzialità siano esplicitate, manifestate in noi. Che cosa fareste, infatti, se una persona buona e generosa oppure un parente attraverso un’eredità, vi desse una grande somma di denaro? Come lo utilizzereste? Lo mettereste in un cassetto ignorandolo come se nulla fosse e dimenticandovene? Lo dissipereste senza scrupoli? Oppure, lo utilizzereste in modo responsabile, provvedendo ai bisogni vostri e della vostra famiglia oggi e per il futuro? Una grande cifra di denaro ha molte potenzialità: può essere usata ed investita per fare molto del bene. Lo stesso, e molto più, è vero per ciò che riceviamo attraverso l’Evangelo di Gesù Cristo.

Il testo biblico

Questo concetto è espresso dal frammento della lettera ai Filippesi attraverso il quale Iddio ci vuole parlare oggi. Esso dice: “Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (Filippesi 2:12,13).

Quando Dio ci chiama a Sé in Cristo, è come se ci mettesse su una strada da percorrere. Paolo, in questo testo, esorta a procedere risolutamente su quella strada, il cammino cristiano, con fiduciosa ubbidienza (12-14), e con un comportamento irreprensibile (15-16). I cristiani della città di Filippi erano stati accompagnati e sostenuti nei primi passi di questo loro percorso. Erano stati dei “bravi scolari”, erano stati “sempre ubbidienti” ed avevano imitato il suo esempio. Ora che se n’era andato, però, dovevano e potevano “camminare con le proprie gambe”, senza l’intervento dell’Apostolo, non più accompagnati o “monitorati”. Essi avevano terminato il loro “apprendistato” cristiano con pieni voti ed ora potevano “immergersi nel mondo del lavoro” al servizio di Dio.

Certo rimaneva valida ed importante l’interazione ed il “controllo” reciproco dei fratelli e sorelle nella fede, certo rimaneva importante l’opera dei pastori della loro comunità, ma dovevano agire come “uomini fatti”, e non più come “bambini”. Sono fisicamente degli adulti, ma quanti “bambini non cresciuti” rimangono nelle nostre comunità cristiane!? Esaminiamo, allora, più da vicino, come con una lente di ingrandimento, ciò che l’Apostolo dice in questo testo.

Responsabilità e maturità

La prima frase dice: “...voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente” (12). I credenti di Filippi avevano dato prova, attraverso la loro passata condotta, d’aver compreso il significato dell’esempio di Cristo, mettendo in pratica ciò che Cristo insegna.

In Cristo avevano trovato incoraggiamento a vivere, un conforto amorevole, comunione di spirito, tenerezza d’affetto e compassione. Ora dovevano imparare a realizzare questo sempre meglio nei rapporti gli uni con gli altri. Come? Sviluppando un medesimo modo di pensare, avendo un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non dovevano più agire per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, doveva stimare gli altri più di sé stesso, perseguendo non solo i propri interessi, ma anche quelli degli altri. Dovevano, soprattutto, sviluppare in sé lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù che, pur condividendo tutti gli attributi di Dio, come uomo, non se n’era fatto forte, vantandosene, ma era diventato “ubbidiente” fino alla morte, ed alla morte di croce. Per questo Egli aveva, per così dire, “ben meritato” fra gli uomini, il titolo ad avere un nome superiore a chiunque altro, del passato, del presente e del futuro, il titolo al massimo onore e gloria.

I cristiani di Filippi dovevano, così, “esplicitare” sempre meglio ciò che avevano appreso. Per essi, prima, ubbidire, praticare lo stile di vita cristiano, era, in un certo senso, più facile, perché erano stati sostenuti dall’aiuto diretto e dall’influenza dell’Apostolo: ora dovevano imparare a farlo da soli, responsabilmente. Ora dovevano metterci persino maggiore impegno, perché il vero test della realtà della propria fede è quello di rimanere cristiani quando si è lasciati da soli.

Nell’educazione dei bambini, la presenza dei genitori o del maestro è importante perché il loro esempio, controllo ed esortazione continua garantisce che essi adempiano ai loro doveri. Continueranno però a compierli anche in assenza di genitori e maestri? Questo è il test che comprova la raggiunta loro maturità, che la loro educazione ha avuto successo. Lo stesso vale nell’educazione cristiana: i nostri figli continueranno, ad esempio, a pregare prima dei pasti o a partecipare regolarmente al culto domenicale, senza che io glielo diciamo, in nostra assenza o quando non ci saremo più? Ora, davanti a noi, non bestemmiano né usano parolacce: faranno lo stesso anche in nostra assenza? La fede cristiana pone precisi e salutari limiti a quello che si può fare o non si può fare: continueranno a rispettarli anche quando non sarò lì a controllarli di persona?

Un preciso impegno

La seconda frase dice: “Adoperatevi al compimento della vostra salvezza” (12b). Quest’espressione può essere facilmente equivocata. Essa non vuole dire che Iddio ci abbia solo messo sulla strada della salvezza, e che ora tocchi a noi, con le nostre forze, con i nostri sforzi ed impegno, con le nostre buone opere, giungere al termine di essa, al traguardo finale. Qualcuno anche oggi lo afferma, ma non è così, perché, se lo fosse, contraddirebbe il messaggio del Nuovo Testamento.

L’Apostolo scrive così ad alcuni della Galazia che pretendevano di raggiungere la perfezione della salvezza attraverso la meticolosa osservanza della legge, da intendersi come meritoria: “Galati insensati, chi vi ha ammaliati, voi, davanti ai cui occhi Gesù Cristo è stato rappresentato crocifisso? Questo soltanto desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito per mezzo delle opere della legge o mediante la predicazione della fede? Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Galati 3:1-3).

Ancora l’Apostolo dice: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (Efesini. 2:8). “Se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente” (Galati 2:21). Di sé stesso Paolo dice: “per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Co. 15:10).

Il concetto è: “Compite la vostra salvezza” (ND), “attendete alla vostra salvezza” (CEI), vale a dire: prendetevene cura, investite i beni che vi sono stati dati mettendoli a buon frutto con impegno. Usate tutti i mezzi che Dio mette a vostra disposizione per coltivare e trarre il più possibile vantaggio della grazia che avete ricevuto. Praticate la preghiera, partecipate ai benefici dei sacramenti, ricevete le benedizioni del culto e dello studio biblico, personale e comunitario, praticate l’ospitalità e la beneficenza, mostratevi molto praticamente solidali.

“Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute, perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita, in modo che nel giorno di Cristo io possa vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato” (2:14-16). In breve: mettetevi d’impegno ad esplicitare tutte le implicazioni della fede in ogni area della vostra vita.

Occupatevi della vostra salvezza, datele importanza prioritaria: Iddio aveva cominciato in loro “un’opera buona” (1:6) affinché essi si impegnassero diligentemente in quelle cose che, da parte loro, erano necessarie alla loro personale salvezza, esortati a camminare risolutamente sulla via sulla quale egli, Paolo, pure aveva camminato. Non che questo impegno dovesse essere egoistico e solitario, com,e se uno dicesse: “io mi occupo della mia salvezza e gli altri si arrangino!”, perché la cura vicendevole dei cristiani è presupposta e richiesta, ma affinché ciascuno avesse davanti a sé l’obiettivo finale da raggiungere senza distrarsi e senza ritardo.

Un impegno umile e rispettoso

In che modo doveva, poi, essere portato avanti questo impegno? “Con timore e tremore” cioè con un atteggiamento umile e rispettoso, l’atteggiamento di chi sa di vivere alla presenza di Dio, di essere oggetto di privilegi e favori del tutto immeritati. Come sarebbe incongruo vivere con arroganza e vanagloria l’impegno cristiano!

L’Apostolo qui non intende dire, inoltre, che la speranza della salvezza, anche per il migliore fra i credenti, sia qualcosa di precario per il quale si debba sempre stare in ansia, quasi che la vita cristiana fosse la stessa cosa che fa l’equilibrista del circo quando cammina su un filo dal quale corre sempre il rischio di cadere, se non presta la massima attenzione. L’essenza della fede è la certezza che Cristo senza alcun dubbio ci salverà. L’opera è Sua, ed è compiuta solo per grazia, misericordia, amore. Egli porterà in noi a compimento ciò che ha iniziato a fare, per la Sua gloria. Qui l’Apostolo intende dire che non bisogna mai perdere il senso della propria debolezza: dobbiamo costantemente impegnarci a confidare di più in Cristo e servirlo sempre meglio.

L’opera rimane Sua

Che l’opera rimanga Sua, e non tanto nostra, è messa in evidenza dalla quarta espressione che troviamo in questo testo: “Infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire”.

Anche in questo caso il testo potrebbe dar adito ad equivoci. Sembra esserci qui una contraddizione: da una parte Paolo dice come sia necessario, nel cammino cristiano, essere determinati e diligenti, applicandovi il necessario impegno. Dall’altra egli pare affermare che questo, di fatto, non lo possono fare, dato che devono dipendere completamente da Dio, che la cosa, cioè, dipende da Lui.

Non sta dicendo loro, però, che ...tanto non possono far nulla da soli, perché è Dio solo che opera, ma fa di questa la ragione stessa del loro impegno. Possono avere la certezza che, in questo cammino, nel corso della vita cristiana Iddio stesso li accompagnerà, stando al loro fianco. E’ come se dicesse loro: “L’appetito vien mangiando... Cammina senza paura e risolutamente sulla vita tracciata da Cristo. Egli ti accompagnerà sempre, creerà in te la forza e la volontà di procedere con decisione, il coraggio e la forza di affrontare ogni difficoltà, di perseverare fino alla fine.

Arriveremo alla fine oppure cadremo esausti prima di arrivare al traguardo? No, perché, dice il testo, che vi arriviate è “ secondo il suo disegno benevolo”, Suo proponimento ed impegno, perché Dio porta sempre a compimento ciò che ha iniziato e nessuno può frustrare i Suoi propositi. I cristiani di Filippi, e noi con loro, possono avere questa fiducia di fondo in base a ciò che Dio, nella Sua benevolenza, ha decretato. E’ volontà di Dio che essi siano salvati. Ciò su coi non possiamo contare non sono i nostri meriti o poveri sforzi, ma la volontà redentrice di Dio. Paolo, quindi, esorta i suoi lettori ad impegnarsi a fondo nel cammino cristiano, sapendo che Dio stesso è loro accanto.

Ubbidienza

Un’ultima riflessione vorrei poi farla sul tema dell’ubbidienza, il concetto che ripetutamente ricorre in questo testo: “voi che foste sempre ubbidienti...” (12). L’ubbidienza non è un concetto popolare oggi, perché si tende a privilegiare più la decisione autonoma dell’individuo che il piegarsi ad autorità esterne. L’ubbidienza, però, è un concetto centrale e positivo nella fede cristiana. Non può esistere fede autentica in Dio, senza l’ubbidienza alla Sua volontà rivelata. Dio è, in tutta la Scrittura, un Dio che parla e che ascolta. Il fedele risponde a Dio con l’ascoltare e col mettere in pratica i Suoi comandamenti: questo è l’ubbidienza. Gesù disse: “Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono” (Giovanni 13:13), ma “Perché mi chiamate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?” (Luca 6:46).

Nell’Antico e nel Nuovo Testamento strettissimo è il continuo rapporto fra l’udire e l’ubbidire. Altissimo è il numero dei passi nei quali si parla di ubbidire alla voce di Dio, o alla Parola di Dio, ai comandamenti. L’ubbidienza a Dio si esercita nell’ubbidienza alla Sua Parola, applicata nei vari rapporti umani, all’autorità legittima stabilita da Dio. Come i venti ed il mare ubbidiscono al comando di Gesù, e Gli ubbidiscono persino gli spiriti malvagi, così a Lui è dovuta sempre fiduciosa ubbidienza. La voce di Cristo ha “un timbro d’autorità” diversa e più autorevole di ciò che troviamo in questo mondo e pretende soggezione.

Qualcuno potrebbe pensare che ubbidire a Dio sia “un’intollerabile” attentato alla libertà e “responsabilità” umana. In realtà è vero il contrario: in Dio c’è libertà autentica e chi pretende di essere libero in questo mondo senza di Lui, non si avvede di ubbidire solo al peccato ed alle forze spirituali della malvagità, le quali mirano solo a ingannarlo ed a distruggerlo. I credenti sono chiamati “figli di ubbidienza” (1 Pietro 1:22), espressione ebraica per indicare “persone caratterizzate dall’ubbidienza”, in cui l’ubbidienza fa parte del loro carattere di fondo. Questa “ubbidienza alla verità” purifica le loro anime per arrivare ad un amore non finto. L’ubbidienza non è dunque meccanica applicazione ai comandamenti; è anzi il riflesso, sul piano delle realizzazioni, della fede operante attraverso l’amore.

La fede operante si manifesta nelle relazioni fra figli e genitori, mogli e mariti, fedeli e conduttori, cittadini ed autorità, ed è sempre illustrata da un richiamo alla responsabilità in nome dell’opera misericordiosa di Dio in Cristo nella vita del credente. Io ubbidisco a Dio perché so chi Egli è e che cosa Egli ha compiuto per me. Gli ubbidisco perché Gli è dovuto, perché è per il mio bene e perché così voglio dimostrargli riconoscenza.

Allo stesso modo pure i rapporti sociali devono rispecchiare la signoria divina, la sola vera, sul mondo umano; le autorità civili compiono una funzione lecita e provvidenziale in seno al mondo creato; ma nessun “ordine” sociale, nessuna situazione giuridica può e deve togliere al credente la forza profetica di ubbidire a Dio anziché agli uomini, qualora si profili un conflitto fra le due ubbidienze. Di fronte alla proibizione delle autorità religiose e civili di predicare Cristo, l’apostolo Pietro dichiara, assumendosene tutte le conseguenze: “Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29). In questa opzione l’ubbidienza esprime il suo carattere di fede, di slancio verso Dio, di perdita della propria vita per amore del nome di Cristo e diventa una dimostrazione di non conformismo cristiano alla gloria di Dio.

Non esiste alcun accenno né esplicito né implicito ad un’ubbidienza di fede, che non sia espressione di una persuasione interiore: l’ubbidienza cristiana è un’ubbidienza liberatrice, non è abdicazione della coscienza in favore di un potere laico o religioso. E’ e rimane sempre un’ubbidienza a Dio in Cristo, e non diventa mai una virtù a sé stante. E’ questo lo spirito con il quale l’Apostolo loda l’ubbidienza dei cristiani di Filippi, e pure la nostra ubbidienza.

Conclusione

E’ davvero meraviglioso, dunque, prendere coscienza di essere stati personalmente chiamati a partecipare a tutti i benefici dell’opera di Dio in ed attraverso il Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Per questo prego il Signore che voi tutti possiate giungere, per grazia di Dio, a questa consapevolezza. Questo non è però che l’inizio di un cammino, al tempo stesso appassionante ed impegnativo che il credente non scambierebbe per nulla al mondo. Esso implica responsabilità e maturità, un preciso impegno, al tempo stesso umile e rispettoso, fatto di diligente ubbidienza alla volontà rivelata di Dio. Ricevere l’Evangelo è davvero come ricevere un tesoro, un capitale, colmo di potenzialità ed implicazioni pratiche per la nostra vita. Se investito, se “applicato”, esso genera doni ancora più grandi. Se ci consideriamo inadeguati a questo compito, non disperiamo: l’opera è di Dio, ed Egli fedelmente ci accompagnerà sovvenendo ad ogni nostra necessità.

Tirarsi indietro da quella che potremmo definire “l’avventura della vita cristiana” vuol dire solo cedere all’inganno dell’Avversario che vorrebbe privarci, spaventandoci, dei doni dell’Evangelo di Gesù Cristo. Su questa strada siamo accompagnati da tanti che nel passato pure sono stati chiamati a far parte, per grazia, del popolo di Dio ed il cui esempio ed incoraggiamento rimane per noi di prezioso stimolo. Molti di essi, per Cristo, sono stati privati dai loro avversari, della loro stessa vita. Avremo, codardi e paurosi, meno determinazione di loro? No, se vogliamo scoprire tutte le potenzialità dell’Evangelo.

Paolo Castellina, 1 gennaio 2017, adattamento della predicazione del 31 ottobre 2002.

Testi di appoggio: Salmo 143:1-10; 1 Samuele 15:10-30; Filippesi 2; Predicazione: Filippesi 2:12-13.