Studi biblici/Atti 16:20-35

Da Tempo di Riforma.

Una domanda da porsi

Sintesi: Oggi c’è un’intera industria che ha per obiettivo quello di “intrattenerci”, di “farci divertire”, di distrarci, di impedirci di pensare. Non è pensata solo per impedirci di "disturbare il manovratore" ma ci è spesso comoda per non dover pensare alle domande di fondo sul senso della nostra vita che ci assillano soprattutto nei momenti di crisi. Quando arriva il momento in cui non possiamo più evitare di porci la domanda: "cosa devo fare per essere salvato" dalla futilità della vita, beati sono coloro che ricevono la risposta dell'Evangelo di Gesù Cristo. È ciò che esamineremo questa settimana considerando il testo biblico di Atti 20:16-35.

Distrarsi per non dover pensare?

Oggi c’è un’intera industria che ha per obiettivo quello di “intrattenerci”, di “farci divertire”, di distrarci, di impedirci di pensare. I prodotti che a quel fine ci offre sono innumerevoli, sia legali che illegali. Questa industria lavora a pieno ritmo solo per farci “stare buoni” affinché chi domina la società e le nazioni lo possa fare tranquillamente e raggiungere così gli obiettivi che si propone.

I “prodotti di distrazione di massa”, però, si rivelano pure molto utili alla maggior parte della gente, che ne fa grande uso, per non dover pensare alle domande di fondo della vita, quelle domande che pure dovremmo farci. Se, infatti, si riflette sul senso ultimo della nostra vita, molto facilmente si cade nell’angoscia e nella disperazione, perché non c’è nulla in questo mondo che possa impartire alla vita un senso e una prospettiva autentica, che davvero ne valga la pena. È la stessa ideologia oggi prevalente, lo scientismo, a propugnare e diffondere una concezione del mondo basata sul “caso”, dove tutto sarebbe sorto dal nulla e senza nessuna finalità, solo per terminare nel nulla; una realtà, per altro, che procede secondo dinamiche prive di scrupoli morali. Se cominciamo, così, a pensarci, potremmo concluderne come il Macbeth di Shakespeare: “E tu, vita, che sei? / Un’ombra che dilegua; un infelice / Mimo che si dibatte e pavoneggia / Sulle scene del tempo, e poi ne scende, / Né di lui più si parla; una novella / Sulle labbra di un pazzo in cui non trovi / Che soffio e suono d’insensati accenti”.

Spesso è la crisi a livello personale, tipicamente la malattia e la morte, che spinge a non più ignorare le domande di fondo della vita e a chiederci che cosa debbo fare per essere salvato dalla futilità della vita. In quei casi è essenziale che venga annunziato l’Evangelo di Gesù Cristo!

Un tempo il ministro di Dio visitava i morenti perché, facendosi domande sul senso della vita, trovassero la risposta e la pace nella fede in Cristo. Oggi spesso non si riesce neppure più a fare quello, perché non è insolito che i medici intorpidiscano la mente dei morenti “perché non soffrano”. Si preclude così loro la possibilità stessa (se non hanno conosciuto prima l’Evangelo) di abbracciare Cristo.

Il testo biblico

Il testo biblico che vi propongo quest’oggi è un episodio della vita dell’apostolo Paolo come riportato nel libro degli Atti. Riguarda la famosa conversione del carceriere di Filippi. Paolo e Sila vengono cacciati in una prigione a causa della predicazione dell’Evangelo e la testimonianza della loro fede in Cristo è tale da portare alla conversione lo stesso carceriere e la sua famiglia. La cosa avviene quando è proprio la testimonianza di Paolo e Sila e le circostanze in cui si trovano a mettere in crisi quel carceriere. Si tratterà però di una crisi salutare che lo porterà alla salvezza in Cristo.

“…e, presentatili ai pretori, dissero: «Questi uomini, che sono Giudei, turbano la nostra città, e predicano usanze, che a noi che siamo Romani, non è lecito di accettare o di osservare». Allora la folla insorse tutta insieme contro di loro; e i pretori, strappate loro le vesti, comandarono che fossero frustati. E, dopo averli battuti con molti colpi, li gettarono in prigione, comandando al carceriere di tenerli al sicuro. Questi, ricevuto un tale ordine, li gettò nella parte più interna della prigione e fissò i loro piedi ai ceppi. Verso la mezzanotte Paolo e Sila pregavano e cantavano inni a Dio; e i prigionieri li udivano. Improvvisamente si fece un gran terremoto tanto che le fondamenta della prigione furono scosse: e in quell'istante tutte le porte si aprirono e le catene di tutti si sciolsero. Il carceriere, destatosi e viste le porte della prigione spalancate, trasse fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò ad alta voce: «Non farti alcun male, perché noi siamo tutti qui». E, chiesto un lume, egli corse dentro, e tutto tremante si gettò ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, cosa devo fare per essere salvato?». Ed essi dissero: «Credi nel Signore Gesù Cristo, e sarai salvato tu e la casa tua». Poi essi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua. Ed egli li prese in quella stessa ora della notte e lavò loro le piaghe. E lui e tutti i suoi furono subito battezzati. Condottili quindi in casa sua, apparecchiò loro la tavola e si rallegrava con tutta la sua famiglia di aver creduto in Dio” (At. 16:20-35).

Una domanda irrilevante?

Soffermiamoci sulla domanda che quel carceriere rivolge a Paolo e Sila e che dice: “Che cosa devo fare per essere salvato?” (Atti 16:30).

È una domanda molto importante che, quando incontra la risposta dell’Evangelo di Gesù Cristo, può scaturire nella vita e nella pace di chi se la pone, e non nella disperazione. Essa, infatti, risponde proprio alle questioni di fondo dell’esistenza umana che non vanno evitate ma affrontate.

Detta così, “Che cosa devo fare per essere salvato?” è una domanda priva di senso per gran parte dei nostri contemporanei che “stanno bene” (o che hanno la mente obnubilata). Difatti, la maggioranza dei nostri contemporanei non la comprende più, oppure della cosa non se ne preoccupa minimamente… Salvati da chi, da che cosa? Qualcuno persino ironizza e dice: “Che cosa devo fare per essere salvato dai fanatici religiosi che si pongono questa domanda?”. Questa domanda non è compresa perché essa parte da presupposti diversi da quelli condivisi dalla nostra generazione.

“Che cosa devo fare per essere salvato?”, infatti, sottintende (e dev’essere spiegato): “Che cosa devo fare per essere salvato dalla futilità della nostra vita?”, ma che di fatto significa “Che cosa devo fare per essere salvato dalla maledizione del peccato che grava sulla mia vita e che pregiudica il mio rapporto con Dio, escludendomi del tutto dal Suo favore e che solo mi destina al peggio?”.

Detta in questi termini, questa domanda sembra irrilevante perché Dio non è più una realtà con cui la maggior parte dei nostri contemporanei si vogliono confrontare. Pensano di vivere benissimo senza di Lui e, si dice, “...quand’anche Dio esistesse, sicuramente sarebbe buono e non sono quindi tenuto a fare nulla di speciale per poter essere salvato ai Suoi occhi, se non vivere una vita più o meno decente, ‘senza far del male a nessuno’.

E poi il peccato: chi ancora sa che cosa sia, chi ci crede più quando ne ha una qualche cognizione, chi lo prende sul serio, chi teme le sue conseguenze temporali ed eterne?Queste preoccupazioni – si pensa – facevano parte della mentalità superstiziosa e credulona degli antichi, oggi la cosa sarebbe …superata! Davvero?

Quella che si pongono uomini e donne nella Bibbia appare dunque, per la nostra generazione, una domanda inutile e irrilevante e, se questa domanda è irrilevante, la logica conseguenza è l’inutilità anche della Bibbia che, secondo molti, non risponderebbe più, a sua volta anch’essa, alla sensibilità e condizione dell’uomo moderno… È l’inganno che Satana è riuscito a far passare.

Che fare allora? Come cristiani ci dovremmo forse occupare solo delle “questioni che interessano i nostri contemporanei”? Alcuni lo fanno, e quindi praticamente “gettano la Bibbia alle ortiche”, conservandone, magari, un ricordo simbolico o piegandola alle “nuove esigenze”, e le questioni davvero più importanti, quelle “di fondo”, resteranno irrisolte.

Una fondamentale cecità

Questa “soluzione”, però, è inaccettabile. Il problema è diverso perché è la nostra generazione ad essere tragicamente cieca sulla realtà e sulla propria condizione oppure, verosimilmente, ad intuirla, ma presto a negarla. La Bibbia, infatti, è eterna Parola di Dio e non solo dichiara chi è Dio, ma pure parla chiaramente della condizione umana, condizione di autentica cecità spirituale e di tragica perdizione, perché le questioni che pone sono eternamente valide per ogni creatura umana da questa parte dell’eternità. Faremmo bene a valorizzare, allora, le situazioni di crisi, come quella in cui era incorso il carceriere del nostro racconto. Disperato, infatti, invoca solo la morte, mentre doveva invocare la grazia di Dio in Cristo, e quello viene portato a fare!

Si, non vedere il problema di fondo della condizione umana è sintomo di cecità spirituale, non di progresso! Questa è ed era una cecità molto comune che Iddio vuole guarire, perché davvero tragica. E’ Dio stesso che aveva aperto gli occhi a Saulo di Tarso su Dio e su sé stesso, lo aveva trasformato in Paolo e gli aveva affidato questo preciso compito: “...alzati e sta in piedi, perché per questo ti sono apparso: per costituirti ministro e testimone delle cose che tu hai visto e di quelle per le quali io ti apparirò, liberandoti dal popolo e dai gentili, ai quali ora ti mando, per aprir loro gli occhi e convertirli dalle tenebre alla luce e dalla potestà di Satana a Dio, affinché ricevano mediante la fede in me il perdono dei peccati e un'eredità tra i santificati" (At. 26:18).

Ci vuole la forte testimonianza di Paolo e Sila in carcere, e persino un terremoto a scuotere la coscienza di quel carceriere, e sicuramente ci vorrebbe proprio un terremoto di una qualche sorta a scuotere i nostri contemporanei dal loro torpore di morte e dalla loro arroganza. Grazie a Dio ancora oggi, però, per grazia di Dio vi sono persone che questa domanda se la pongono e ad essa trovano risposta.

I passi della salvezza

“Che cosa devo fare per essere salvato?” (Atti 16:30) è più rilevante che mai, e per questo vogliamo oggi esaminarne accuratamente la risposta. E’ lo stesso apostolo Paolo che ci indica per noi, nella sua lettera ai cristiani di Roma, quelli che potremmo chiamare “i sette passi” o principi, della salvezza, passi che Paolo spiegherà poi alla stessa famiglia riunita del carceriere, infatti è scritto: “essi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua”.

E’ necessario, così, “scuotere le fondamenta” anche del pensiero moderno per vedere come la nostra esistenza stessa non possa essere considerata indipendentemente da Dio, che abbiamo disperato bisogno di intrattenere un consapevole rapporto con Lui e che questo rapporto è possibile attraverso la Persona e l’opera del Salvatore Gesù Cristo, che la Scrittura ci presenta come via, verità, e vita. In questo consiste la meravigliosa notizia dell’Evangelo.

Immaginiamo allora la famiglia del carceriere di Filippi riunita quella sera. Magari avevano invitato ad udire anche dei loro vicini di casa. Immaginiamo di essere anche noi fra quelli. Che cosa avremmo sentito dall’apostolo Paolo?

La nostra condizione di peccato

In primo luogo avremmo da lui udito che ogni essere umano nasce in condizione di peccato, cioè alienato da Dio e trasgressore delle leggi che Egli ha disposto per la vita umana. Noi siamo, infatti, secondo la Bibbia, creature non giuste agli occhi di Dio.

L’apostolo dice: “…come sta scritto: «Non c'è alcun giusto, neppure uno. Non c'è alcuno che abbia intendimento, non c'è alcuno che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti sono divenuti inutili; non c'è alcuno che faccia il bene, neppure uno” (Romani 3:10-12). Questo significa che davanti a Dio nessuno può considerarsi giusto. Difatti non c’è nessuno che veramente Lo cerchi perché il suo cuore da Lui vuole starne lontano. Ogni essere umano è in condizione di peccato e pecca. I nostri sforzi migliori non saranno mai sufficienti per superare questa situazione. E’ forse esagerato? La Scrittura ribadisce: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio“ (Ro. 3:23). Paolo direbbe puntando il dito verso ciascuno dei presenti: “Questo vuol dire che anche tu sei un peccatore, una creatura di Dio ribelle. Per questo tu non hai alcun diritto o titolo a quella vita significativa ed eterna che Dio desidera che le creature umane godano”.

Ecco quindi che vi sono due presupposti da accogliere, due cose che ciascuno deve sapere per essere salvato dalla tua situazione esistenziale: prima di tutto bisogna r iconoscere per vero ciò che la Parola di Dio dice a nostro riguardo, che ci piaccia o meno, cioè che siamo peccatori che hanno violato le leggi di Dio.

Il prezzo da pagare

In secondo luogo dobbiamo sapere - è sempre Paolo che parla – che c’è un prezzo terribile ed eterno da pagare per il peccato. Il prezzo del peccato è morte, la tragica ed eterna separazione da Dio. Dice l’apostolo: “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, così la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato“ (Ro. 5:12).

Adamo è caduto nel peccato e ha dato a Satana l’occasione di agire indisturbato nel mondo. Noi nasciamo tutti in condizione di peccato, meritiamo la morte e l’eterna separazione da Dio in una condizione di sofferenza chiamata inferno. È difficile da immaginare, però faremmo bene a prendere sul serio le parole del Salvatore Gesù Cristo, che ce ne mettevano in guardia.

La buona notizia

Paolo, come Gesù, non era però venuto per accusare e condannare. Sebbene possa con queste parole lasciare allibiti i suoi uditori, egli continuerebbe e direbbe: …la buona notizia dell’Evangelo, però, è che Gesù ha pagato per te quel debito morendo al tuo posto sulla croce, difatti, dice la Scrittura: “Infatti il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore“ (Romani 6:23).

Si, meritiamo solo la morte, non la vita eterna. Possiamo così dire che Gesù, di fatto, sia andato alla “Banca del Cielo” e si sia offerto di pagare il nostro debito. Gesù pagò per noi il prezzo, morendo al nostro posto, al tuo posto, affinché tu potessi ottenere salvezza e vita eterna. La vita significativa ed eterna deve essere accolta come un dono, qualcosa di totalmente per noi gratuito, immeritato ed immeritabile, da Dio.

Cristo è morto al tuo posto, ha pagato il tuo debito, ed ha sofferto affinché tu non avessi a soffrire eternamente. Difatti: “Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi“ (Ro. 5:8). Per il Suo amore incondizionato, Cristo è morto al nostro posto, pagando un debito che lui non era affatto tenuto a pagare. Come si fa ad ottenere questi benefici? La domanda così viene naturale: “Come si fa, allora, ad ottenere, a ricevere, a livello individuale, questi benefici? Forse che essi possono essere goduti da chiunque? Già, come si fa per avere i nostri debiti verso Dio pagati da Cristo?

No, questi benefici non ci cadono addosso automaticamente come la pioggia. La risposta di Paolo è altrettanto chiara: “Credi nel Signore Gesù Cristo, e sarai salvato tu e la casa tua“ (At. 16.31), in altre parole, è come se dicesse: “Se tu accetti il Suo pagamento del tuo debito ricevendo Gesù Cristo nella tua vita come Signore e Salvatore, Egli ti renderà figlio adottivo di Dio, godrai oggi delle sue benedizioni ed Egli porterà con Sé la tua anima quando morirai nella gloria del cielo!”.

Il Suo invito è altresì aperto a tutti coloro a cui questo messaggio viene rivolto, anche a ciascuno di voi che ora lo udite. Si, in questo momento stesso, come allora, il Signore Iddio, attraverso la Sua Parola, rivolge a ciascuno di voi il Suo appello al ravvedimento ed alla fede. Dice infatti l’apostolo nella lettera ai cristiani di Roma: “Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato” (Ro. 10:13).

Che cosa vuol dire “invocare il nome del Signore”? Significa riconoscere onestamente e senza giustificarsi la condizione di peccato e di condanna tale e quale la Scrittura l’afferma, esprimergli per questo tutto il nostro dispiacere e riconoscere il Suo diritto ad essere Signore sulla nostra vita. Poi dobbiamo credere dal profondo del nostro cuore che il Signore Gesù Cristo ti può salvare e di fatto ti salva da questa tua condizione disperata, avendolo certificato nella Sua risurrezione dalla morte.

Esprimere la propria fede è essenziale: “…poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù, e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato. Col cuore infatti si crede per ottenere giustizia e con la bocca si fa confessione, per ottenere salvezza“ (Romani 10:9,10).

Si, la Bibbia promette che Dio può perdonare il nostro peccato quando accogliamo di tutto cuore che Cristo è morto per noi, quando morì sul Calvario.

Lo possiamo fare rivolgendonsi a Dio nel proprio cuore e dicendogli: “Signore Iddio, accetto pienamente la verità che la Bibbia mi proclama, cioè che io sono un peccatore e che ho bisogno del Salvatore Gesù Cristo. Accolgo di tutto cuore ciò che essa mi dice sul fatto che Egli ha pagato il prezzo dei miei peccati morendo sulla croce. Ti chiedo perciò di perdonare i miei peccati e di farmi dono di quella vita significativa ed eterna che hai promesso. Prendi Tu controllo della mia vita. Fa’ di me il tipo di persona che Tu desideri che io sia”.

Il cammino che ne consegue

Quella sera, in casa del carceriere “essi [Paolo e Sila] annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua”. Possiamo supporre che essi, poi, rispondessero alle domande dei presenti ed avessero dato loro pure istruzioni su come vivere la vita cristiana. Come nella vita naturale, infatti, si nasce nella fede, ma poi bisogna vivere e crescere nella fede. E’ così che si può dire d’essere autenticamente divenuti cristiani. Dalla nostra esplicita professione di fede in Cristo e dopo il battesimo, si inizia un cammino di fede in cui il Signore, con la Sua Parola ed il suo Spirito, ci accompagnerà per tutto il tempo che dovremo restare quaggiù.

Immaginiamo così Paolo che continua dando altre semplici ma importanti verità della Parola di Dio:

1. La confessione di peccato. A coloro che esprimevano dubbi sulla reale loro possibilità di seguire coerentemente la volontà rivelata di Dio, Paolo diceva: Non saremo certo mai perfettamente in linea con la volontà di Dio, ma quando ci accorgiamo di non esserlo e di cadere in ciò che non gli è gradito, possiamo confessare a Lui i nostri peccati. La Bibbia dice: “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto, da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Gv. 1:9).

2. Fede nelle promesse di Dio. A coloro che esprimevano dubbi se Dio li avrebbe eventualmente potuti respingere in seguito, non considerandoli più figli Suoi, egli dice: Non dovrete più dubitare dell’amore di Dio verso di voi, perché siete stati accolti come figli adottivi di Dio. “Lo Spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati” (Romani 8:16,17). Inoltre ci viene detto chiaramente: “Ho scritto queste cose a voi che credete nel nome del Figlio di Dio, affinché sappiate che avete la vita eterna e affinché continuiate a credere nel nome del Figlio di Dio“ (1 Giovanni 5:13).

3. Sempre merito Suo. A coloro che chiedevano a Paolo se essi avrebbero dovuto poi guadagnarsi il favore di Dio attraverso le opere, Paolo risponde: Dobbiamo continuamente rammentarci che, sebbene il nostro impegno sia necessario, che non è stato, non è e non sarà mai il nostro impegno, la base della nostra salvezza. Difatti la Scrittura dice: “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio“ (Ef. 2:8). La nostra accettazione da parte di Dio, la nostra salvezza, infatti, è per grazia dal principio alla fine, dipendendo solo dagli eterni propositi di Dio e dal Suo amore.

4. Le difficoltà del discepolato. Paolo inoltre, soprattutto nel contesto di quel tempo, mette in rilievo come la vita cristiana non sarà sempre facile, ma che anzi, avrebbero dovuto sempre confrontarsi con un ambiente indifferente od ostile, con le pressioni del conformismo alla società, con i sacrifici dell’impegno per Cristo. La vita cristiana non sarà sempre facile, dice, e potrete dover soffrire in vari modi, la Scrittura però ci dice: “Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non sono affatto da eguagliarsi alla gloria che sarà manifestata in noi“ (Romani 8:18). Se terranno gli occhi sempre fissi sull’obiettivo finale, potranno sopportare qualsiasi cosa.

5. Una nuova creazione. Paolo, infine, mette in rilievo come l’Evangelo di Gesù cristo non solo è e sarà sempre una buona nuova, una buona notizia, ma che esso è e sarà sempre creatore di cose nuove, di nuove realtà, trasformazioni, conversioni, rivoluzioni, allo stesso modo in cui qualcosa di totalmente nuovo era subentrato nella vita di quelle persone allora. Dice così loro qualcosa di questo genere: La nostra vita ha subito una svolta decisiva, c’è qualcosa di totalmente nuovo che per grazia di Dio ha preso avvio in noi. La Scrittura ne parla come di una nuova creazione: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, tutte le cose sono diventate nuove. Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo“ (2 Co. 5:17,18).

Conclusione

Oggi tanto sono i pregiudizi, la presunzione e l’ignoranza che preclude uomini e donne del nostro tempo di cogliere i meravigliosi frutti dell’Evangelo di Gesù Cristo. Anche noi, come il carceriere di Filippi, la sua famiglia, i suoi amici, dobbiamo aprire gli occhi sulla realtà. Il tempo della crisi è un momento importante perché vuol dire scegliere quale strada percorrere: o la via della disperazione e della morte, o quella della salvezza e della vita in Cristo che ci viene proposta. Noi pensiamo di conoscere la realtà, ma non la conosciamo. Quando Iddio però apre gli occhi del cuore e della mente di uomini e donne a Gesù Cristo, tutto veramente può cambiare, e di fatto, cambia.

Il racconto di Atti 16 termina dicendo: “E lui e tutti i suoi furono subito battezzati. Condottili quindi in casa sua, apparecchiò loro la tavola e si rallegrava con tutta la sua famiglia di aver creduto in Dio”. Riponendo la loro fede nell’Evangelo di Gesù Cristo, una grande gioia sorge nel loro cuore ed essi rispondono a Dio sottoponendosi all’ordinanza del battesimo, che suggella quanto Dio si è proposto di fare ed ha realizzato in Cristo per coloro che si affidano a Lui.

Può essere veramente così per chiunque accoglie con fiducia, anche oggi, il messaggio dell’Evangelo, il quale dà una risposta pienamente soddisfacente e produttiva alla domanda pertinente e non inutile: “cosa devo fare per essere salvato?”. Che pure ciascuno di voi qui presenti possa fare altrettanto.

[Paolo Castellina, rifacimento del 1 maggio 2016 della predicazione del 29 novembre 2000].