Studi biblici/2 Corinzi 8:9

Da Tempo di Riforma.

L'umiliazione del Cristo nel diventare uomo

Sintesi. Al centro del messaggio dell’Evangelo c’è il mistero (rivelato) dell’incarnazione. L’eterno Figlio di Dio si fa uomo in Gesù Cristo per ricuperare, da un’umanità condannata, creature che, allontanandosi da Dio, avevano pregiudicato la loro vita. Il testo biblico di questa domenica afferma: "Voi conoscete infatti la grazia del Signor nostro Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Corinzi 8:9). Attraverso di esso scopriremo oggi verità che la folle presunzione umana oscura o nega a propria perdizione.

Al centro del messaggio cristiano

La fede cristiana proclama che Gesù di Nazareth non è un personaggio storico fra i tanti, non è un semplice "uomo di Dio" per quanto valente ed esemplare possa essere, non è il "fondatore della nostra religione", non è un profeta più o meno grande come ad esempio Maometto per i mussulmani, non è “un simbolo” di un qualche principio morale da adattarsi alla “evoluzione” del pensiero. In Gesù è Dio stesso che si è fatto fa uomo per salvarci dalle conseguenze del nostro peccato: un fatto senza precedenti e paralleli nelle religioni umane.

In Gesù Dio, sotto l'impulso una grande, stupefacente ed immeritata compassione per la condizione umana, volontariamente si umilia, si abbassa, "si fa povero", "si svuota" dell'eterna Sua gloria e perfezione per assumere la natura umana, in tutte le sue limitazioni, contraddizioni e miserie. Non solo questo, ma Egli sceglie la condizione dei più disagiati nella società, degli ultimi, e persino muore della morte riservata in questo mondo a coloro a cui è tolta ogni dignità.

E' quanto afferma, fra i molti, il versetto della Bibbia che dice: "Voi conoscete infatti la grazia del Signor nostro Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Corinzi 8:9).

E' ciò che la teologia riformata chiama l'umiliazione di Cristo e che il Catechismo di Westminster definisce così:

L'umiliazione di Cristo consiste nell'essere nato, e pure in umile condizione, nell'essersi assoggettato alla Legge, alle miserie di questa vita, all'ira di Dio e all'esecrabile morte in croce; nell'essere stato sepolto e trattenuto per un tempo sotto la podestà della morte”[1].

L'avvenimento più grande che sia avvenuto nella storia umana riguarda la realizzazione del progetto di Dio di redimere dal peccato il Suo popolo, i Suoi eletti, coloro che Dio ha immeritatamente scelto dall’ambito dell’umanità condannata a causa del peccato affinché in Cristo ricevessero la grazia della salvezza.

Rettamente compreso, vedremo quest'oggi come il sacrificio di Cristo non comincia sulla croce, e nemmeno con la Sua nascita. Esso comincia nell'eternità. Colui che è ricco oltre ogni immaginazione, Colui che è superiore in potenza, Colui che è perfetto in sapienza, Colui che è la santità stessa, si è compiaciuto di deporre la Sua gloria ed a venire sulla terra. È diventato un bambino, inerme, povero ed indifeso per conquistare l'amicizia dei peccatori".

La nascita di Gesù e la tomba vuota sono così come due parentesi che racchiudono il miracolo del progetto di Dio per la salvezza umana, opera Sua e non nostra. La Sua umiliazione è l'atto stesso che sta dietro al proposito di grazia che rese necessaria l'incarnazione. Gesù venne per "farci diventare ricchi per mezzo della sua povertà", per salvarci.

Vorrei che così quest'oggi riflettessimo bene sulle implicazioni che comporta il fatto che Dio, per salvarci, ha assunto su Sé stesso la natura umana e "si è svuotato" della Sua gloria.

Nella Sua umiliazione Cristo conferma alcuni dati sulla condizione umana che noi faremmo bene a non ignorare, e mette in evidenza dei valori che, anche come cristiani, noi tendiamo a trascurare.

Cristo conferma l'umiliazione della condizione umana

Perché il fatto di nascere come uomo è da Lui considerato un'umiliazione?

Un tempo, sulla scia dell'Illuminismo si credeva molto nella grandezza dell'uomo e nel suo irrefrenabile e glorioso progresso verso le alte vette dell'evoluzione. L'uomo ha capacità illimitate, si diceva, da solo potrà risolvere ogni problema, aperte a lui sono illimitate prospettive di potenza e di conoscenza. A quante delusioni e frustrazioni, però, è andato incontro chi, con grande ottimismo, confidava nelle capacità umane! Ad un duro risveglio è stato costretto chi si è reso conto che la barbarie noi ce la portiamo nel cuore, sempre pronta a uscire allo scoperto ed a pregiudicare anche gli ideali più belli e più alti.

Nonostante tutte queste disillusioni, però, molti continuano a ritenere che l'essere umano - nella condizione in cui attualmente si trova - sia gran cosa. "Dobbiamo avere un'immagine positiva di noi stessi", dicono gli psicologi moderni, "basta con i sensi di colpa, dobbiamo liberarci dai condizionamenti che i cristiani ci hanno imposto con il concetto di peccato. Dobbiamo credere nelle nostre illimitate potenzialità e nell'autonomia del nostro giudizio!".

Che tragico errore! La verità su noi stessi rivelata dalla Bibbia, ma anche la vicenda stessa di Cristo, ci richiama alla dura realtà. Iddio è entrato nella condizione umana non come in una condizione esaltante, ma in una condizione umiliante. Dice la Scrittura: "Cristo... svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso" (Filippesi 2:7,8).

Perché questo? Non per migliorare la condizione umana (si migliora una cosa già buona), non per esaltarla ancora di più come se fosse stato per Iddio "un grande onore" diventare uomo, ma per trasformarla radicalmente, per salvarci da essa, per vivere in essa in modo ad essa contraddittorio.

Cristo conferma le esigenze della legge

Nel farsi uomo, Cristo conferma però pure la realtà della legge che giustamente ci è imposta da Dio per regolare la nostra vita. Noi non siamo padroni di noi stessi e non ci è consentito alcun giudizio autonomo su come si debba vivere!

La Scrittura afferma: "ma, quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, sottoposto alla legge, perché riscattasse quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione" (Galati 4:4,5).

Cristo viene in mezzo a noi e "si sottopone alla legge" per adempierla e fornirci una via di salvezza. La miseria della condizione umana nasce proprio dal fatto che la nostra vita di creature è stata sottoposta ad una legge che ci è propria e la cui infrazione comporta delle precise conseguenze. Il Signore Iddio dice: "Custodisci i miei comandamenti e vivrai, custodisci il mio insegnamento come la pupilla dei tuoi occhi. Legateli alle dita, scrivili sulla tavola del tuo cuore" (Proverbi 7:2). "Chi osserva il comandamento custodisce la sua vita, ma chi trascura la propria condotta morirà" (Proverbi 19:16).

Cristo che entra nella condizione umana e si sottopone alla legge comporta due significati: il primo è che come uomo intende sottostare completamente alla legge di Dio e adempierla fino in fondo (già questo è in contraddizione con la tendenza naturale dell'uomo decaduto a fare di testa propria). Così facendo Cristo guadagna una giustizia eterna che potrà essere messa in conto a chi a Lui si affida.

Il secondo è che Cristo viene per pagare Egli stesso per noi la conseguenza ultima del peccato umano, l'abbandono totale e la morte, ed anche questo "pagamento" può esserci accreditato. Per questo chi si affida a Cristo riceve in dono come una "ricevuta di pagamento effettuato", la pena che dovevamo scontare è stata espiata, insieme alla Sua giustizia perfetta, come se essa fosse proprio nostra. Fino a questo punto si è donato per noi il Salvatore!

La legge divina che era stata violata da Adamo e dai suoi discendenti deve essere rispettata e chi non l'ha adempie deve pagarne le conseguenze. Solo Colui che fosse nato sottoposto alla legge avrebbe potuto sacrificare la sua vita in luogo di tutti coloro i cui peccati meritavano la condanna e la morte.

3. Cristo viveva in "miseria"

La terza realtà alla quale il Salvatore si sottopone è le miserie di questa nostra vita. Cristo non si è mai reso corresponsabile delle miserie umane, ma Lui ha voluto vivere immerso proprio in quel "fango" che spesso ci sporca anche senza la nostra volontà. Compromessi, contraddizioni ed equivoci spesso segnano anche le nostre migliori intenzioni di cristiani: com'è facile, infatti, essere accusati malignamente di incoerenza nella nostra professione di fede!

Sembrava che si divertissero i contemporanei di Gesù a metterlo in contraddizione, a mettere in questione la limpidezza delle sue intenzioni, a cercare dei pretesti per accusarlo. Come ne doveva soffrire Gesù! Noi viviamo costantemente in questo "fango" e fra le miserie del comportamento umano, e spesso temiamo che le nostre contraddizioni (che qualcuno sempre si premurerà di farci notare) pregiudichino la limpidezza della nostra testimonianza cristiana. Gesù fu il primo ad accettare di convivere con esse eppure a persistere nella sua missione.

La parola "miseria", però, ci rammenta anche la povertà di mezzi e risorse finanziarie. Gesù aveva scelto di vivere con il minimo indispensabile: agli occhi del mondo era in miseria. Proprio come Isaia aveva preannunciato: "Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna" (Isaia 53:3).

Guadagnare abbastanza per poter vivere una vita decente è importante, spesso però noi ci preoccupiamo troppo del denaro. In tre brevi anni di ministero terreno Gesù aveva viaggiato attraverso la Palestina in lungo e in largo. Quasi mai aveva dormito sotto il tetto. Lui e i Suoi discepoli dormivano fuori casa e, per il pane quotidiano dovevano dipendere dalla generosità dei Suoi seguaci.

Spesso noi ci preoccupiamo troppo delle risorse finanziarie della chiesa che pur deve adempiere la sua missione. Temiamo di perdere gente che così ci priverà del loro sostegno e così intendiamo risparmiare magari su investimenti coraggiosi che ci permetterebbero di ampliare il servizio che la chiesa potrebbe rendere. Si preoccupavano forse i discepoli di Gesù delle loro scarse risorse? Questo impediva loro forse di adempiere alla loro missione? Al contrario, facevano molto più di noi.

Secondo gli standard umani Gesù viveva in povertà. L'apostolo Paolo produceva e vendeva tende per sostenere il suo ministero. L'unico discepolo che si preoccupava delle risorse finanziarie della chiesa era Giuda, il traditore, di cui è scritto: "...Or egli disse questo, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne sottraeva ciò che si metteva dentro" (Giovanni 12:6). Gesù però diceva: "Non cercate che cosa mangerete o che cosa berrete, e non ne state in ansia, perché le genti del mondo cercano tutte queste cose, ma il Padre vostro sa che voi ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte" (Luca 12:31).

Gesù conferma l'ira di Dio

Il catechismo di Westminster, riflettendo ciò che afferma la Scrittura, dice che Gesù si sottopose pure all'ira di Dio ed alla morte maledetta su una croce". Che significa?

Significa che noi sbagliamo quando pensiamo che Dio sia come un "Babbo Natale" sorridente e compiacente dal cielo, sempre pronto a perdonare e a "chiudere un occhio" sulle nostre trasgressioni. Dio è "tre volte santo" e prende la Sua legge molto sul serio. L'ira di Dio - anche se a noi tipicamente non piace questo termine - è una realtà e rappresenta la giusta indignazione di Dio sul peccato umano come pure la Sua giusta e santa volontà di punire severamente ogni trasgressore.

Dio perdona, ma non "passando sopra" alle trasgressioni: Egli perdona quando le giuste esigenze della legge sono state rispettate. Per i nostri peccati noi meriteremmo tutti senza eccezione una condanna eterna e spietata. In che modo però noi possiamo vederci questa condanna sollevata? Non a buon mercato certamente. Cristo ha voluto pagare Lui e fino alla maledetta morte su una croce per renderci possibile la salvezza. Il profeta Isaia annuncia: "...Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da DIO ed umiliato. Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è caduto su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca. Fu portato via dall'oppressione e dal giudizio; e della sua generazione chi riflettè che era strappato dalla terra dei viventi e colpito per le trasgressioni del mio popolo?" (Isaia 53:4-6).

Lutero scrisse: "Gesù è diventato per noi come il più grande fra i peccatori, portando su di sé il peso dei peccati del mondo intero. Egli assunse la nostra carne per poter prendere i nostri peccati e soddisfare così l'ira di Dio".

Cristo conferma la realtà della morte

L'ultimo aspetto dell'umiliazione di Cristo citato dal nostro Catechismo è questo: "nell'essere stato sepolto e nell'essere rimasto per un certo tempo sotto il potere della morte".

Quella di Cristo non fu una morte apparente. Il Signore Gesù è stato preda del nostro comune nemico, la morte, la quale è e rimane qualcosa di orribile. Forse sbagliamo nelle facili parole di consolazione che a volte pronunciamo, dicendo che la morte non sia altro che un passaggio. Lo è, ma questo non ne allevia la tragicità, come vediamo in questo nostro mondo che rimane in ogni sua espressione all'insegna della morte.

Il Signore del cielo morì sulla croce sotto il peso dei miei e dei vostri peccati. Come afferma con precisione il credo apostolico "Soffrì sotto Ponzio Pilato. Fu crocifisso, morì e fu sepolto. Discese nel soggiorno dei morti". Là su quella croce - sacrificio ultimo della Nuova Alleanza - Egli versò il Suo sangue ed il Suo corpo venne straziato per noi. Era stato proprio per questo che era venuto sulla terra. Era il punto focale dell'intero piano di salvezza di Dio, preparato prima ancora che esistesse il tempo e per salvarci dalla giusta condanna all'inferno e dalla dannazione.

Conclusione

Non comprenderemo mai il senso della venuta di Cristo nel mondo come Salvatore se noi minimizziamo la tragicità della condizione umana. Se ci sentiamo così meravigliosi, se prendiamo alla leggera la nostra condizione, come l'antico Israele al quale era stato detto: "Essi curano alla leggera la ferita del mio popolo, dicendo: "Pace, pace" quando non c'è pace" (Geremia 6:14), allora perché mai fu necessario che Cristo entrasse in questo mondo e si umiliasse fino a quel punto? Pensate, il Figlio di Dio, umiliarsi venendo sulla terra, per vivere in mezzo a mille umane contraddizioni e in una vita di miseria e vedersi l'intero peccato del mondo caricato sulle sue spalle!

Si racconta di un veterano di una guerra che si sarebbe rammentato per il resto della sua vita l'uomo che era stato in trincea con lui, il quale si era gettato sulla granata che avrebbe ucciso l'intera squadra. Un uomo era morto affinché molti vivessero. Egli e gli altri sopravvissuti non avrebbero mai affermato che essi meritavano di vivere e sarebbero stati eternamente riconoscenti per quel sacrificio.

Qualcuno ha scritto: "Che l'uomo sia stato fatto ad immagine di Dio è un fatto stupefacente, ma che Dio si sia reso immagine dell'uomo è ancora più stupefacente. Che l'Eterno dovesse nascere, che Colui che domina i cieli dovesse piangere in una stalla, che il Re del cielo dovesse assumere carne umana, è un mistero che non comprenderemo mai veramente finché non giungeremo in cielo, dove la nostra luce sarà chiara, come pure perfetto il nostro amore".

E noi potremo vedere quel giorno per la grazia del Signor nostro Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per noi, affinché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà".

Sia benedetto Dio padre e Suo Figlio la cui grande misericordia ci renderà possibile giungere alla gloria quando Egli ritornerà dal Suo stato di esaltazione. Siamone riconoscenti mentre aspettiamo con ansia quel grande e glorioso giorno.

Rielaborazione del giugno 2015 di una mia predicazione del 1996.