Studi biblici/1 Tessalonicesi 4:13-18

Da Tempo di Riforma.

Non consolazioni a buon mercato!

Presentazione: Fatti tragici non solo ci spaventano ma ci chiamano a solidarizzare con chi ne è stato colpito soffrendo con loro. Questo è il significato del termine “condoglianze”. Per un cristiano, però, non sono vuote frasi di circostanza o consolazioni a buon mercato. Sono radicate in una concezione della vita e della morte diversa da quella del mondo incredulo che ci permette non solo di vivere in modo diverso, ma anche di morire in modo diverso. Si tratta di ciò che il testo biblico di oggi ci comunica in 1 Tessalonicesi 4:13-18.

Come reagire di fronte alla morte?

Benché il mondo moderno possa essere considerato relativamente più sicuro di quello antico, sappiamo molto bene che “la morte è sempre in agguato” e che non possiamo in nessuna circostanza considerarci “al sicuro” da ciò che attenta alla nostra vita. Noi e i nostri cari possiamo perdere la vita dovunque e inaspettatamente. Potrebbe essere a causa di incidenti oppure ad opera di malvagi atti di fanatismo o di follia. Tali atti, possono accadere anche in Occidente e sempre di più oggi: le cronache lo testimoniano. Qualcuno potrebbe, infatti, entrare di sorpresa persino in una pacifica comunità cristiana riunita per il culto e commettere una strage.

Come reagiamo di fronte ad avvenimenti tragici che possono colpire noi stessi, i nostri cari, la nostra comunità cristiana? La prevenzione aiuta, ma solo fino ad un certo punto. Prima ancora di adottare necessarie misure di sicurezza, qualunque esse siano, abbiamo una priorità: dobbiamo avere idee chiare sulla vita e sulla morte. Sono esse che ci rafforzano spiritualmente e ci consolano. É la Parola di Dio stessa, infatti, che ci informa chiaramente al riguardo. Da sempre la Parola di Dio, infatti, è stata non solo sicura guida per la vita, ma anche preparazione per la morte. Qualcuno potrebbe dire: “Alla morte non voglio neanche pensarci: mi ci rassegnerò, se deve accadere, ma oggi non voglio turbarmi”. Questo, però, non è certo l’atteggiamento più sano: dobbiamo prepararci diligentemente anche alla perdita della vita nostra e dei nostri cari e trovare in questo la nostra forza e la nostra consolazione.

Informazioni che ci rafforzano e consolano

Di questo ne abbiamo un esempio nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione. I cristiani della città di Tessalonica erano sottoposti a persecuzioni a causa della loro fede e diversi di loro erano stati persino uccisi causando dolore e costernazione nella loro comunità. L’Apostolo Paolo scrive loro e, fra diverse altre istruzioni che riguardano il modo di vivere dei cristiani, parla loro della prospettiva cristiana sulla morte, e lo fa per infondere loro forza e conforto. Dopo di che dice loro: “Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole”.

Non si tratta di una consolazione a buon mercato, ma promozione di quella consapevolezza dell’esistenza che ci permette non solo di vivere in modo diverso dal mondo incredulo, ma anche di affrontare la morte in modo diverso. Questa consapevolezza è fondata non su ragionamenti filosofici né sul condizionamento psicologico prodotto da pie illusioni, ma su fatti storici. Questi fatti storici riguardano la vita, la morte, la risurrezione e il promesso ritorno del Signore e Salvatore Gesù Cristo, colui al quale, come cristiani, siamo strettamente legati. La nostra esistenza, in vita ed in morte, è legata a lui. Per questo l’Apostolo dice a loro, e a noi: “Fratelli, non vogliamo che siate nell'ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4:13). Egli parla della morte come di “un sonno” e non si tratta di un semplice modo di dire, di una semplice metafora! Ecco allora il frammento del testo che consideriamo oggi.

“Fratelli, non vogliamo che siate nell'ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (1 Tessalonicesi 4:13-18).

Condoglianze

Le Sacre Scritture ci esortano dicendo: “Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15). Quando muore qualcuno si porgono ai superstiti le nostre condoglianze, le nostre “sincere condoglianze”, o almeno, sincere dovrebbero essere. Il termine “condoglianze” significa “soffrire insieme”. È ciò che la Scrittura intende quando dice: “Piangere con quelli che piangono”. Significa partecipare di tutto cuore alla sofferenza di coloro che sono in lutto.

Lo si faceva anche nel mondo antico. Vorrei leggervi una tipica lettera di consolazione proveniente dal mondo greco-romano del primo secolo. Si tratta di una lettera personale che potremmo considerare di condoglianze . Ascoltate attentamente e guardate se c’è qualcosa che vi colpisce:

“Quando ho udito delle cose terribili che hai ricevuto dalle mani di un destino ingrato, ho sentito un profondo dolore… Quando ho visto tutte le cose che attentano alla vita, per tutto quel giorno ho pianto. Poi, però, ho considerato come quelle cose sono ciò che è riservato a noi tutti, con la natura che stabilisce né un particolare momento o età in cui uno deve soffre... , ma spesso che ci assalgono segretamente, in modo così imbarazzante e immeritato. Dato che non ho potuto essere presente per confortarti, ho deciso di farlo per lettera. Sopporta, quindi, quanto ti è accaduto il meglio possibile, ed esorta te stesso proprio come esorteresti qualcun altro. Perché tu sai che la ragione ti renderà più facile trovare sollievo dal tuo dolore col passare del tempo” (Abraham J. Malherbe, Ancient Epistolary Theorist, pp.34-35 and pp.70-71).

Ciò che più mi colpisce in quella lettera non è l’ateismo pratico che sottintende, il modo in cui attribuisce la morte ad un “destino ingrato”, lasciando Dio fuori dal conto, ed ancor meno la sua più significativa sovranità. Né sono stato colpito tanto dall’affermazione che la morte ci sopraggiunge “senza che la meritiamo” in contrasto con la dottrina biblica che vede la morte come la conseguenza del peccato. Quel che più mi ha colpito è stato quanto quella lettera sia vuota di contenuto, la mancanza di autentica speranza. La lettera incoraggia quella persona in lutto a esortare sé stessa “proprio come esorterebbe qualcun altro”, senza offrire nulla di soddisfacente come sostanza dell’esortazione.

Ecco un altro esempio, una lettera del secondo secolo da un'amica all’altra. “Irene a Taonofris e Filone, siate confortati. Mi dispiace e piango per la perdita del vostro caro proprio come ho fatto per Didima. Ciononostante, contro cose come queste non si può fare nulla. Quindi, confortatevi l’un l’altra!”.

Ma che consolazioni sono queste? Contro quelle cose non si può fare nulla, quindi, rasssegnati, confortatevi l’un l’altra? Non sorprende, quindi, di trovare nel mondo antico un gran desiderio di minimizzare l’afflizione. Un’iscrizione funeraria dice: “Madre mia, cessa di lamentarti, cessa il tuo lutto, perché nell’Ade la pietà non trova spazio. Un’altra dice semplicemente: “Non affliggetevi per i defunti”. Nel mondo antico vi erano certo alcuni che offrivano speranza di fronte alla morte. Alcuni filosofi insegnavano l’immortalità dell’anima, alcune religioni una qual sorta di esistenza dopo la morte. La concezione prevalente della persona media, il suo atteggiamento verso la morte, però, era la disperazione. Come diceva una famosa iscrizione: “Non esistevo, sono stato e ora non sono più. Perché preoccuparsene?”.

La prospettiva cristiana è ben diversa

A differenza di tutto questo, l’Apostolo Paolo, ai credenti in Cristo, offre una solida speranza di fronte alla morte. Il punto principale del testo che oggi consideriamo è: “Proprio perché Gesù è morto ed è risorto, la nostra afflizione si mescola con la certa speranza della risurrezione”. Dobbiamo prima chiarire ciò che qui Paolo non dice.

Un dolore autentico da non negare

Suggerisce forse di adottare, di fronte alla morte, un atteggiamento stoico? Dice che ogni cordoglio è sbagliato e che dobbiamo stringere i denti e lottare fino in fondo contro ogni sentimento di afflizione perché siamo cristiani? No, è chiaro come Paolo presuppone che vi sarà afflizione. In Filippesi 2:27 Paolo dice: “È stato ammalato, infatti, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore”. In Romani 12:15 Paolo ci comanda di piangere con quelli che piangono. In Atti 8:2 apprendiamo che “Uomini pii seppellirono Stefano e fecero gran cordoglio per lui”.

A volte i cristiani si lasciano troppo in fretta l’afflizione alle spalle. Un critico musicale afferma che ciò che più gli piace del Requiem di Johannes Brahms è che non ha fretta di passare dalla croce alla risurrezione. Paolo non dice che il cordoglio del cristiano sia leggero o superficiale o che nega in qualche modo la realtà di quanto la morte sia un male. E’ il nemico ultimo, ma pur sempre è un nemico. Per quanto la morte sia un nemico sconfitto, essa ancora è devastante, ancora punge, fa male, molto male. Il cordoglio cristiano lo riconosce bene, non lo minimizza né ne nega la realtà.

Il cordoglio non è senza via d’uscita

Il cristiano, però, non si ferma lì. Il cordoglio non è senza via d’uscita se non l’oblio. Il pungiglione della morte sarà un giorno una cosa del passato. Vediamo allora in che modo il nostro dolore deve essere diverso da quello del mondo. Il punto principale dell’argomentazione di Paolo lo troviamo al versetto 13: “...affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza”. Coloro che non conoscono Dio, che non appartengono a Gesù Cristo, di fronte alla morte trovano solo il vuoto: il loro dolore non sfocia in nulla se non nella futilità, non ha alcuna speranza da offrire. Al contrario, Paolo offre diverse ragioni per le quali i cristiani di Tessalonica possono consolare gli uni gli altri per quei fratelli e sorelle in fede che sono morti nel Signore.

Il versetto 14 dice: “Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati”. Si tratta di un versetto chiave. Inizia con un “infatti” (in greco “gar”) che connette il versetto 13 al 14, come per dire, il versetto 14 ora sta per spiegare esattamente perché la nostra tristezza, il nostro dolore, sia diversa da quella del mondo. E qual è la base di questa differenza? E’ la confessione di fede fondamentale del Cristianesimo che Gesù è morto ed è risuscitato.

Un conforto basato su fatti storici che incidono su di noi

La fiducia che ha Paolo del destino dei cristiani non si basa su speculazioni o pii desideri, o sui ragionamenti di una scuola filosofica di pensiero - è basata su fatti storici, un fondamento sicuro e solido, quello della morte e risurrezione di Gesù di Nazareth. Implica non solo che questi avvenimenti storici siano avvenuti, ma che questi avvenimenti hanno per noi un significato personale. Egli è morto e risorto per noi che per fede siamo stati associati a lui in vita ed in morte. Il Cristo si è fatto carico di noi morendo e risorgendo come nostro rappresentante, al posto nostro, sostituendosi a noi. Egli ha preso su di sé la conseguenza ultima dei nostri peccati, la morte, per potercene liberare. Egli ha conseguito per noi perfetta giustizia davanti a Dio affinché essa ci fosse accreditata.

Si tratta dell’approccio alla questione di quella che potrebbe considerarsi la dottrina centrale di Paolo - quella della nostra unione con Cristo in vita ed in morte, la nostra comunione con lui. Notate, infatti, le preposizioni nel versetto 14 “per mezzo di Gesù” e “con lui” che noi saremo fatti risorgere. La testa precede e il corpo lo segue. Gesù è il primo ad aver ricevuto un corpo di risurrezione, e dato che noi siamo stati uniti a lui, anche noi riceveremo corpi di risurrezione. Ecco perché l’Apostolo, in 1 Corinzi 15, dice che Cristo è la primizia di coloro che si sono addormentati nella morte.

Una volta che siamo stati uniti a Cristo mediante la fede nel suo nome (di cui il nostro Battesimo è suggello) non potremo più essere separati da lui. Nemmeno la morte potrà infrangere quel vincolo. Questo pensiero ha una forza stupefacente ed è di grande consolazione: sappiamo che i nostri cari, morti in comunione con Cristo non fanno meno esperienza della presenza e dell’amore e della comunione di Cristo. Di fatto, se Filippesi 1 ne è l’indicazione, essi stanno facendo un’esperienza ancora maggiore di comunione con lui: sono ora liberi dal peccato, liberi dalle cose vane di questo mondo, liberi dalle tentazioni e dalle accuse di Satana! E’ “molto meglio” partire ed essere con Cristo, dirà in un’altra epistola.

La comunione universale dei santificati

C’è un altro punto qui di effettiva consolazione. Forse che quelli che sono morti prima del ritorno di Cristo “hanno perso il treno”? Sono forse perduti per sempre perché non saranno presenti quando Cristo tornerà per prendersi i suoi? Questo preoccupava i cristiani di Tessalonica. Paolo risponde di no. Al versetto 15 dice: “Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati”, Paolo usa nuovamente la particella di connessione “gar”, tradotta in italiano con “poiché” per congiungere il 14 con il 15, come per dire: “Come ci ha insegnato il Signore, io vi dico questo: noi che siamo vivi e che saremo ancora in vita quando verrà il Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che saranno già morti” . I nostri cari fratelli e sorelle che sono morti in comunione con il Signore saranno di fatto i primi ad essere fatti risorgere.

Probabilmente i cristiani di Tessalonica pensavano che solo i viventi avrebbero avuto l’onore di uscire ad incontrare il Signore quando sarebbe trionfalmente ritornato. Paolo, però, mette in rilievo il punto che di fatto i morti avrebbero avuto un posto d’onore, e quindi di pieno godimento e partecipazione a quell’avvenimento glorioso. Essi sarebbero risorti per primi.

La conferma della Parola

Nel versetto 15 c’è un ulteriore motivo di consolazione: egli dice quel che dice “mediante la Parola del Signore”. Con questa espressione egli probabilmente intende o un insegnamento datogli direttamente dal Signore Gesù ma non registrato nei Vangeli, o forse un insegnamento che trova la sua fonte in un brano come Matteo 24. In ogni caso, qui c’è da notare come Paolo radichi la consolazione del brano non solo nella solida base di avvenimenti storici, ma nella parola autorevole del Signore stesso.

L’insegnamento è esplicito nei versetti 16 e 17: “perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore”. Noi tutti saremo riuniti con lui d’una solidarietà che niente e nessuno potrà spezzare, quella del popolo di Dio in sé stesso, e poi con il Signore.

Non come il mondo incredulo

La Parola di Dio, dunque, non ci dà solo istruzioni per la vita, ma anche per la morte e questo è di grande consolazione e conforto di fronte ad eventi tragici, proprio quelli ai quali preferiremmo “non pensarci”. Dobbiamo pensarci, dobbiamo prepararci senza alcun timore perché la vita del cristiano è legata indissolubilmente a quella di Cristo morto e risorto. È questo ciò che ci permetterà di confortare cristiani afflitti. Partecipiamo al loro dolore confermandoli nella verità rivelata da Cristo al quale hanno unito la loro vita. Non sarà un dolore senza via d'uscita, senza speranza. Al tempo stesso il nostro sarà un appello rivolto agli increduli di essere riconciliati con Dio attraverso il ravvedimento e la fede in Cristo: il solo che possa fare differenza nella loro vita.

Siamo dunque addolorati per la scomparsa di persone care fratelli e sorelle nella fede. Il nostro dolore è autentico, ma il nostro dolore è diverso da quelli del mondo che non hanno speranza. Il nostro dolore è mescolato con la speranza certa della risurrezione. Siamo rassicurati da ciò che è certo. Non ci rattristiamo come quelli che non hanno speranza. Apparteniamo a Cristo, e saremo fatti risorgere con tutti i suoi, e saremo sempre con il Signore. E’ una speranza gloriosa di cui sono grandemente riconoscente. Che la nostra fede si radichi sempre più profondamente vivendo momento dopo momento alla luce di queste cose.

Paolo Castellina, 7 novembre 2017, rielaborazione della predicazione di David Scott, della Faith Presbyterian Church, in: http://www.faithtacoma.org/1thessalonians/2007-08-05-am