Studi biblici/1 Pietro 3:15-16

Da Tempo di Riforma.

Siete pronti a rispondere?

Sintesi
Fra i doveri che incombono ad ogni cristiano c’è quello di rispondere alle domande che ci pongono al riguardo della nostra fede.“Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni””. Non sono pochi quei cristiani che cercano di sfuggire a questa loro responsabilità. Certo, potremmo non saper rispondere a tutte le domande (e dobbiamo avere l’onestà di ammetterlo), ma la nostra eventuale non conoscenza o non competenza deve spingerci a cercare le risposte e a documentarci per poter almeno indirizzare sulla strada giusta chi ci ha posto una questione. È pure compito dei responsabili di chiesa dotare il popolo di Dio degli strumenti di cui ha bisogno perché ciascuno sappia “come rispondere”. Questo è l’argomento di cui ci parla il testo biblico di 1 Pietro 3:15-16 che oggi esamineremo.

Quante domande!

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Dopo una conferenza in cui si invita a parlare "un esperto" su un tema particolare di comune interesse, il moderatore di solito chiede al pubblico: "Avete delle domande da porre?". Magari subito nessuno osa essere il primo a fare delle domande, ma una volta "rotto il ghiaccio", come si dice, il moderatore talvolta è costretto a mettere un limite alle domande del pubblico, se no non si riuscirebbe più a finire la serata e si finirebbe a notte fonda, se l'argomento è particolarmente interessante. Il moderatore dice anche di solito: "Se qualcuno ha altre domande, ne parli dopo in privato con l'oratore".

Da quando, sin dal 1995, ho cominciato a mettere su Internet le mie predicazioni e studi sulla fede cristiana evangelica riformata, non ho mai smesso di rispondere privatamente ad innumerevoli persone di ogni estrazione che mi ponevano, ed ancora mi pongono, le domande più diverse su quanto essi vi leggono. Non pretendo di saper rispondere a tutto ed in modo sempre soddisfacente, ma le domande di chi mi legge sono per me pure uno stimolo per effettuare ulteriori ricerche ed attingere così alla sapienza che Dio ha concesso a chi Lo onora, sia nel presente come nel passato.Tutto questo mi permette di arricchire il mio sito web di ulteriori contributi.

Il compito di rispondere a chi pone delle domande sulla fede cristiana che professiamo non è però limitato a “specialisti” ed “esperti”, ma è qualcosa che chiaramente il Signore affida ad ogni suo figliolo. Ciascuno secondo le sue capacità, competenze ed esperienze, ma nessun cristiano è esonerato dal dovere di rispondere alle domande che si sente porre. Se non sa rispondere deve onestamente ammetterlo e proporsi di informarsi al riguardo confrontandosi con la sapenza che Dio ha dato ad altri cristiani.

Non a tutte le domande è possibile trovare una risposta, ma il cristiano di tutto cuore confessa che: "tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti" e in Lui possiamo essere "dotati di tutta la ricchezza della piena intelligenza per conoscere a fondo il mistero di Dio" (Colossesi 2:3) Tutti questi tesori di sapienza e di conoscenza sono il retaggio, "il buon deposito" (2 Timoteo 1:14), che il popolo di Dio, la chiesa cristiana, custodisce attraverso i secoli. Dio provvidenzialmente fa in modo che sia conservato, nonostante gli attacchi che riceve costantemente alla sua integrità. Esso rimane a disposizione di tutti coloro che intendono trovare risposte affidabili. Per ciascuno che chiede vi è allora la promessa di Gesù che dice: "Chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa" (Luca 11:9,10).

Il testo biblico

Nella Bibbia, abbiamo un preciso comandamento che ci dice [e questo è il nostro testo biblico di oggi] come sia nostro dovere rispondere alle domande che ci vengono poste sulla nostra fede:

"Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto" (1 Pietro 3:15,16).

Questo testo si trova nella prima lettera dell'apostolo Pietro, al capitolo 3. L'Apostolo scrive queste parole originalmente a cristiani che venivano costantemente in terrogati dalla gente a proposito della loro fede [una novità nel mondo di quel tempo]. Non solo questo, ma spesso essi erano sottoposti a veri e propri interrogatori da parte delle autorità civili e religiose che avrebbero ben presto considerato la fede cristiana "una pericolosa novità" e che quindi li avrebbero perseguitati.

Nel libro degli Atti degli Apostoli troviamo numerosi esempi di questo. Ad esempio, nella città di Atene, l'apostolo Paolo viene invitato a presentare le sue idee di fronte ad un'intera assemblea di filosofi. Invitandolo, gli chiedono: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose» (Atti 17:19,20).

Altre volte l'Apostolo non viene invitato, ma è costretto a presentarsi di fronte a tribunali per rendere conto della sua attività, spesso accusato di essere un sovvertitore della quiete pubblica come quando compare di fronte al re Agrippa che chiede: «Vorrei anch'io ascoltare quest'uomo» (Atti 25:22).

Questo vale anche per noi. Come rispondiamo quando ci fanno domande sulla fede cristiana che professiamo? Queste domande ci possono provenire, come allora, sia da sinceri interessati che da avversari. Facciamo forse "scena muta"? Li rimandiamo a farle, le loro domande, a qualcun’altro che riteniamo più esperto perché noi non sappiamo come rispondere? Certo, un’altro cristiano (magari un gredente con maggiore esperienza o istruzione di noi) ci potrà anche aiutare, ma ciascun singolo cristiano ha la responsabilità di essere sempre pronto a rendere conto della speranza che è in lui. Da questo non si può sfuggire!

Vediamo che cosa implica, in dettaglio, il nostro testo.

1. Glorificare Cristo

La prima cosa che dobbiamo considerare a proposito del dovere e del privilegio di rispondere alle domande della gente, attingendo ai tesori di sapienza e di conoscenza di Cristo, è contenuta nella frase: “Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori" (15 a) .

Se, come cristiani, abbiamo fatto esperienza concreta di quanto grande sia la gloria di Dio che risplende nella Persona, insegnamento ed opera di Cristo, non possiamo fare a meno di parlarne e di accompagnare le persone alla ricerca a trovare in Lui la risposta alle più profonde aspirazioni umane.

Nel capitolo 4 di Atti troviamo Pietro che, nel nome di Gesù, guarisce un povero mendicante paralizzato che chiedeva l'elemosina alla porta del tempio. Dice: «Dell'argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3:6). Con Giovanni, poi, Pietro si ferma nel tempo a dire a tutti di Gesù e ad esaltarlo come Signore e Salvatore. Le autorità vorrebbero impedirglielo. Vengono minacciati, bastonati, imprigionati, ma essi persistono ad annunciare Cristo. Trascinati in tribunale a rendere conto del loro comportamento, anche là ribadiscono: "In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite" (Atti 4:12,20). Di fronte a questa testimonianza, dice il testo, fra il popolo: "tutti glorificavano Dio" (Atti 4:21).

Dopo aver conosciuto Cristo, dopo aver fatto esperienza della grandezza ineguagliabile del Suo insegnamento e della Sua opera, il cristiano non può tacere, anzi, non ci sarà niente e nessuno che potrà farlo star zitto, nemmeno di fronte alle minacce! Vorrà glorificarlo, esaltarlo, magnificarlo, di fronte a tutti, senza vergogna, con coraggio, costi quel che costi. Tutti devono sapere di Lui! Non possiamo "tenerlo per noi": è una notizia da condividere, persino con chi Gli è avverso e nemico affinché, se Dio vuole, anche lui possa accoglierlo, esserne trasformato e gustarne i benefici. Paolo dice: "È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto" (2 Ti. 1:12), come pure: "Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, che è espresso in questa parola della Scrittura: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo, perciò parliamo" (2 Co. 4:13).

2. La speranza che è in noi

Ecco, quindi, che rispondiamo alle domande, e talvolta, precediamo le stesse domande, perché vogliamo condividere con tutti la speranza che è in noi. "Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni" ( 15 b) .

Che cosa è questa "speranza" che è stata posta nel cuore del cristiano? Per speranza qui si intende l'Evangelo, l'intera dottrina cristiana, l'insegnamento che abbiamo ricevuto e che sta alla base della nostra fede, quanto riguarda la Persona e l'opera del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo.

La speranza è quella che abbiamo di una vita significativa ed eterna e che ci dà grande gioia, e di cui oggi è possibile avere le primizie. Essa è fondata sull'insegnamento e sull'opera di Gesù Cristo. Di questo vogliamo e dobbiamo rendere conto, dare ragione, spiegare. L'apostolo Paolo scrive: "Dio ha voluto far loro conoscere quale sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra gli stranieri, cioè Cristo in voi, la speranza della gloria, che noi proclamiamo esortando ciascun uomo e ciascun uomo istruendo in ogni sapienza, affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo. A questo fine mi affatico, combattendo con la sua forza, che agisce in me con potenza" (Colossesi 1:27-29).

3. Qualcosa da spiegare

Ma che significa esattamente "rendere conto" della speranza che è in noi? Altre traduzioni dicono: "pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (CEI); "Siate sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete il voi" (TILC); "Pronti sempre a rispondere a vostra difesa a chiunque vi domanda ragione" (Diod., Riv.).

Questo non significa che noi si debba "giustificare" la nostra fede, dimostrarne la validità, rispetto ai criteri di accettabilità vigenti in questo mondo. Vi immaginate Pietro oppure Paolo che, trascinati davanti a dei tribunali per giustificare la loro fede e azione apostolica, dicessero qualcosa del genere: "Vi assicuriamo che la nostra fede è del tutto rispettabile e legittima perché si concilia, risponde, a ciò che la scienza, la filosofia, le leggi vigenti ed i criteri di correttezza politica più accreditati, considerano ragionevole ed accettabile. Voi potete stare tranquilli che non ricevete da noi alcun disturbo. Essa è un'opzione da ritenersi senz'altro valida e voi potete accoglierla tranquillamente e metterla accanto ad ogni altra vostra religione"?!

No, la fede cristiana biblica per il mondo è "scandalosa" e "sovversiva". Nel libro degli Atti troviamo spesso i cristiani portati di fronte a tribunali perché il loro messaggio era considerato sgradito e pericoloso! "Trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c'è un altro re, Gesù»" (Atti 17:6,7).

Generalmente, infatti, il mondo considera "follia" la fede cristiana fondata sulla Bibbia, anzi, spesso vi si oppone con forza.

Quindi "rendere conto della nostra speranza" non significa "rendere la nostra fede più accettabile" per il mondo! Alcuni, di fatto, oggi annacquano la fede cristiana e la adattano, come dicono, "alla sensibilità moderna". "Rendere conto della nostra fede" non significa comprometterla! Quello che scrive l'apostolo Giuda rimane ancora oggi valido: "Vi esorto a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre" (Giuda 3).

"Rendere conto della speranza che è in noi" significa saper spiegare la nostra fede. Questo non significa necessariamente che ogni cristiano debba essere capace di difendere l'Evangelo, in tutto o in parte, con argomentazioni e ragioni dettagliate tanto da sostenere e vincere ogni disputa con i nostri avversari, oppure che debba essere in grado di dare ragioni ed argomentazioni dettagliate per ciascuna affermazione della fede cristiana. Questo è possibile e necessario, ma non lo si può pretendere da tutti.

"Rendere conto della speranza che è in noi" significa avere sufficiente familiarità con le basi della fede cristiana biblica, almeno quelli che la Bibbia chiama: "i primi elementi degli oracoli di Dio" (Ebrei 5:12), le cose fondamentali del messaggio di Dio, avere sufficiente dimestichezza con la Bibbia da essere in grado di far vedere ad altri su che cosa si fondano le verità cristiane che stanno alla base della nostra fede, della nostra speranza, anche se magari non siamo in grado di dare soddisfazione ad uno che ci contraddice o chiudergli la bocca.

Ecco perché è importante conoscere bene quello che è stato chiamato "il catechismo" della fede cristiana, fatto, appunto, di domande e risposte sul contenuto di base della nostra fede. Ecco perché nel '700 a Ginevra, il teologo riformato Francesco Turrettini scrive tre volumi intitolati: "Istituzioni di teologia elenctica", cioè una teologia finalizzata proprio a rispondere e confutare ogni sorta di questioni che vengono poste alla fede cristiana. È un'opera la cui importanza è stata spesso sottovalutata ed è misconosciuta.

4. In modo appropriato

In che modo, poi, dobbiamo rendere conto della speranza che è in noi? Il nostro testo dice: "Fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo la coscienza pulita; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo" (16).

Certo, dobbiamo spiegare la fede cristiana con lo spirito di Cristo, con fermezza ma con mansuetudine, in modo umile e con tatto, cioè con discernimento, accortezza, prudenza, garbo, sensibilità. Non dobbiamo farlo con arroganza, in modo scontroso, sgarbato e villano, il che servirebbe solo per irritare e provocare. Non è, infatti, l'alto volume della nostra voce o la nostra inappropriata insistenza che può persuadere o rivalersi chi contraddice. Questo è il compito dello Spirito Santo, del quale dobbiamo avere fiducia.

Lo dobbiamo fare "con rispetto" per l'importanza dell'argomento, facendo in modo che, attraverso ciò che diciamo, Dio si serva delle nostre parole per la Sua gloria e l'adempimento dei Suoi propositi. In questo senso la nostra risposta non dovrebbe essere data in modo leggero, frivolo e negligente. Non dobbiamo nascondere parte alcuna della verità, come se ce ne vergognassimo, o per compiacere il nostro interlocutore. Spesso, infatti, si tralasciano certi contenuti della dottrina cristiana poco graditi dall'uditorio (come ad esempio il giudizio di Dio sul peccato, la predestinazione o l'inferno) per paura di essere respinti dai pregiudizi altrui. Dobbiamo, come facevano gli apostoli, non aver paura di dire anche "le cose scomode" pensando di essere "controproducenti". Chi è destinato alla salvezza accetterà anche le dottrine più "spinose".

Dobbiamo aver fiducia che la nostra testimonianza fedele non sarà mai vana: "Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvazione" (Atti 2:47 Riv.).

La nostra risposta, inoltre, deve rispettare l'interlocutore anche se potrebbe essere malvagio e disonesto e, con le sue domande capziose, ci vorrebbe far cadere in contraddizione. Gesù sapeva dare risposte intelligenti ed appropriate anche a chi solo voleva tendergli qualche trappola. Gesù certo si indignava della durezza di cuore di chi Gli rivolgeva domande non sincere e Gli era avversario, ma rispondeva sempre in modo appropriato. Dovremmo partire dal presupposto che non dobbiamo umiliare o schiacciare il nostro avversario con il nostro parlare, ma avere la speranza di convincerlo e di guadagnarlo a Cristo, benché questo sia solo l'opera dello Spirito Santo. Al riguardo il nostro esempio è quello di Stefano o di Paolo, quando, portato di fronte ad autorità come Felice, Festo o Agrippa, avendone l'opportunità, spiegano loro il messaggio dell'Evangelo che predicano, lasciando che Dio, poi, faccia, se vuole, il resto. "Rendere conto della speranza che è in noi" significa "saper spiegare" la nostra fede a coloro che, a proposito, ci interro gano, o che hanno autorità di farlo, con il rispetto convenevole.

Non c'è però nessun obbligo di rispondere a chi si pone davanti a noi con impudenza e spirito di sfida, a chi ci vuole solo schernire e deridere e non ha, in realtà, nessuna intenzione di ascoltare veramente la nostra risposta. Gesù dice: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le pestino con le zampe e rivolti contro di voi non vi sbranino" (Matteo 7:6). Per questo Gesù tace di fronte all'infido re Erode, e misura accuratamente le Sue parole di fronte a Pilato, nel quale comunque vede una persona che, benché opportunista, si pone domande serie.

5. Essere pronti

C'è un ultimo elemento da mettere in evidenza in questo versetto. Dice: "Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi". Ogni qual volta, quindi, qualcuno ci chiede spiegazione della speranza che è in noi e vediamo che è pronto ad ascoltarci ed a valutare, dobbiamo essere "sempre pronti", dobbiamo farci trovare preparati.

Per questo è importante che noi ogni giorno diligentemente investighiamo le Scritture, meditiamo su di esse, con tutto l'aiuto e l'assistenza a noi disponibile, per familiarizzarcene il più possibile.

Ad eccezione forse di Paolo, che era particolarmente istruito, i discepoli di Gesù erano gente incolta del popolo, eppure stupivano i loro avversari per la conoscenza che avevano delle cose di Dio. Infatti, "erano stati con Gesù", l'avevano udito con attenzione, e questo aveva dato loro una conoscenza tale da poterla condividere con gli altri, con l'aiuto di Dio, anche nei momenti più difficili.

Quando vengono arrestati, portati di fronte al sinedrio ed ascoltati, ecco qual è la reazione delle autorità: "Essi, vista la franchezza di Pietro e di Giovanni, si meravigliavano, avendo capito che erano popolani senza istruzione; riconoscevano che erano stati con Gesù e, vedendo l'uomo che era stato guarito, lì presente con loro, non potevano dir niente in contrario" (Atti 4:13,14). "Erano stati con Gesù" e potevano godere della Sua promessa: "Ma quando vi metteranno nelle loro ma- ni, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato ciò che dovrete dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi" (Matteo 10:19,20); "Quando poi vi condurranno da- vanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi del come e del che risponderete a vostra difesa, o di quello che direte; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento stesso quello che dovrete dire" (Luca 12:11,12).

Per potere rendere adeguata ragione della speranza che è in noi, per saper spiegare bene la nostra fede, anche noi dobbiamo "stare con Gesù", passare del tempo in comu nione con Lui, ascoltarlo con attenzione, imparare da Lui attraverso la Sua Parola e la preghiera. Allora siamo nelle condizioni "giuste" per dare gloria a Dio rispondendo ade- guatamente alle domande che ci fanno.

6. Non solo a parole

Il discorso non sarebbe completo se non mettessimo pure in evidenza ciò che Pietro dice prima del versetto che stiamo esaminando. Per rispondere alle questioni che ci ven gono poste dobbiamo indubbiamente usare parole, frasi ben formulate. La testimonianza cristiana, però, non è fatta solo di parole. Essa deve essere accompagnata da una vita concretamente in sintonia, coerente, con quanto diciamo. L'Apostolo dice: "il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza" (1 Corinzi. 4:20). La testimonianza cristiana è efficace quando le parole sono confortate da un comportamento coerente.

Ecco perché Pietro scrive, prima del nostro testo: "Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione. Infatti: «Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra dal dire il falso; fugga il male e faccia il bene; cerchi la pace e la persegua; perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere; ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il male». Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi dove- ste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agi tate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a ren- der conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo la coscienza pulita; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. Infatti è meglio che soffriate per aver fatto il bene, se tale è la volontà di Dio, che per aver fatto il male" (1 Pietro 3:8-17). Queste sono espressioni che si spiegano da sole, non è vero?

Durante il 3° secolo, Cipriano, futuro vescovo di Cartagine, parlando di come era giunto alla fede cristiana, così scriveva ad un amico: "Questo mondo è malvagio, Donato, incredibilmente malvagio. Ma vi ho trovato delle persone tranquille e sante che hanno scoperto un grande segreto. Hanno trovato una gioia mille volte più grande di tutti i piaceri di una vita di peccato. Esse sono disprezzate e perseguitate, ma ciò non li scoraggia. Queste persone, Donato, sono i cristiani... e ormai ne faccio parte".

Che cos'è che aveva convinto Cipriano a diventare cristiano? Le risposte che i cristiani avevano dato alle sue domande, ma soprattutto il loro esempio! Che così possa essere per ciascuno di noi.

Paolo Castellina, 22 maggio 2014, rielaborazione di una mia predicazione del 7 luglio 2006.